Sulla testa della cosa rossa

(7 Nov 07)

Riccardo Barenghi
L’ultima spiaggia o, vista la materia, l’ultima frontiera della sinistra radicale è il decreto sulla sicurezza. Cioè quello che consente ai prefetti espulsioni lampo contro chiunque venga considerato criminale o solamente «pericoloso». In particolare, nel mirino del governo Prodi (anzi del governo Prodi-Veltroni) sono finiti i cittadini romeni, diventati capri espiatori a causa del mostruoso delitto consumato da uno di loro nella zona romana di Tor di Quinto. Oggi sono i romeni, ieri gli albanesi, l’altro ieri gli africani, domani saranno magari gli iracheni o gli afghani piuttosto che altri disgraziati (e tra loro altri criminali) fuggiti da qualche Paese povero o in guerra. Non è questo il punto, così come non ci piove sul fatto che chi delinque deve pagare, e anche duramente. Le leggi ordinarie esistono e se si vuole colpire chi commette delitti efferati, lo si può fare senza ricorrere a misure speciali (e magari anche incostituzionali) o a violenti sgomberi di campi nomadi all’alba.

Ma ovviamente ogni governo è libero di adottare i provvedimenti che ritiene più opportuni, anche sfidando la Costituzione del Paese. Magari sarebbe stato meglio evitare di farlo sull’onda emotiva provocata dall’omicidio della signora Giovanna Reggiani (avvenuto a Roma, ché se fosse accaduto in qualsiasi altra zona d’Italia forse la reazione non sarebbe stata questa), magari sarebbe stato meglio che Prodi non avesse ubbidito come un soldatino all’ordine del sindaco della Capitale che aveva bisogno di accreditarsi con un gesto eclatante come leader del Partito democratico appena nato. Magari sarebbe stato meglio che i ministri della sinistra radicale, la cosiddetta Cosa rossa, avessero seguito un minimo di coerenza con le loro posizioni politiche, votando no in Consiglio dei ministri o almeno astenendosi.

Non l’hanno fatto, anche loro hanno scelto di seguire l’onda. E solo adesso cominciano i distinguo: «Non lo votiamo se non viene modificato». Forse qualcosa riusciranno pure ad ottenere in Parlamento, e già ieri il ministro Amato ha concesso qualche modifica al suo collega Ferrero ammorbidendo un po’ la norma sulle espulsioni. Ma la sostanza non cambia. E la sostanza politica è che per l’ennesima volta in un anno e mezzo di governo la sinistra dell’Unione si autocostringe a ingoiare un rospo – e che rospo – che mai e poi mai avrebbe nemmeno immaginato di ingoiare. Figuriamoci che una delle condizioni che questa parte della maggioranza aveva fortemente voluto quando si trattò di stendere il Programma era l’abolizione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Bene, quella legge è ancora in vigore e rispetto al decreto appena varato si tratta di una normativa più liberale, sicuramente più garantista.

È allora giusta la domanda che si sono posti il direttore del quotidiano di Rifondazione Piero Sansonetti e Valentino Parlato sul manifesto: «Ma che ci stiamo a fare al governo?». Non si tratta di una pura provocazione ma di una questione che agita parecchio i militanti, gli iscritti e gli elettori dei partiti della sinistra. E agita pure i suoi dirigenti. I quali hanno finora scelto una strada saggia, spiegando un giorno sì e l’altro pure che, nonostante tutto, loro restavano al governo perché avevano fatto una scommessa politica primaria: cambiare il Paese e rimediare ai danni provocati dal governo Berlusconi.

Peccato però che il Paese finora non sia stato cambiato, almeno non nella direzione auspicata dalla sinistra radicale. Solo per citare alcuni fatti: le nostre truppe sono ancora in Afghanistan, mentre la Cosa rossa vorrebbe il loro rientro in patria ma continua a votare a favore, diciamo per carità di patria; l’accordo sulle pensioni non è stato gradito; quello sul Welfare ancor meno; la legge sulle coppie di fatto è scomparsa non si sa dove… E adesso l’ultima goccia, anzi l’ultimo macigno. Che sta precipitando sulla testa dei dirigenti di una sinistra che ha sempre avuto tra i suoi valori fondamentali quelli dell’accoglienza, dell’integrazione, della tolleranza, della società multietnica, dello Stato di diritto. E che oggi si trova a dover approvare una legge che smentisce tutto questo. In nome di un’alleanza di governo nella quale è ormai evidente quanto sia scarso, se non inesistente, il suo peso politico. E in nome del pericolo che «sennò torna Berlusconi».

Ma diciamoci la verità, se il governo Berlusconi avesse preso un provvedimento del genere, tutta la sinistra, anche gran parte di quella che oggi sta nel Partito democratico, compreso il suo leader, sarebbe scesa in piazza. Ma Berlusconi non l’ha varato quel decreto, a proposito dei danni provocati dal suo governo…

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