Archivio per marzo 2008

D’Alema e lo slogan di Walter: «Si può fare» è moscio

(30 Mar 08)

Aldo Cazzullo

l tour del ministro «Il caso mozzarelle una montatura strumentale e razzista. Pensino a Malpensa». Applausi e contestazioni
In Campania senza mai nominare Bassolino: «Ma dopo gli sbagli bisogna cambiare»

Cena della Napoli bene, casa di imprenditori— gli Auricchio — in via Tasso, vista su Posillipo, organizzatore l’on. Villari, approdato al Partito democratico dalla Dc di Enzo Scotti, a capotavola Marco Follini. Tra i commensali armatori e intellettuali tutti critici con Bassolino, fino a quando D’Alema sbotta: «Sapete che ho un’alta concezione di me. Ho mediato tra israeliani e palestinesi. Non sono venuto qui in Campania per mediare tra bassoliniani e antibassoliniani…». Riunione con gli amministratori locali a Ercolano. Ferlaino, già patron del Napoli di Maradona, saltella trafelato qua e là. In attesa che i verbosissimi oratori finiscano le citazioni di Pasquale Saraceno e Francesco Saverio Nitti, D’Alema leggiucchia il volantino con foto di Veltroni e scritta «Si può fare».

Quando finalmente tocca a lui, esordisce così: «”Si può fare” non è lo slogan giusto. Suona moscio, vago. Sarebbe stato meglio tradurre letteralmente l’originale: “Yes, we can”; “Sì, possiamo”. Non vorrei aprire una disputa linguistica, ma il “sì” con l’accento suona meglio». Per un altro sarebbe un bagno d’umiltà, passare dal dipartimento di Stato alla mozzarella di bufala, scendere dalla questione mediorientale a quella dell’immondizia, discettare non di Hezbollah e Hamas ma di industria casearia e istituti zooprofilattici. Per Massimo D’Alema invece la Campania diventa una prova di orgoglio. Agevolata dalle tre auto della polizia che nella notte di Giugliano, il paese della rivolta, gli aprono il varco sulle strade ridotte dalla spazzatura a un’unica corsia e costringono i militanti a schizzar via e stringersi al muro (il traffico di Napoli viene invece affrontato ad andatura moderata, per andare a un pranzo «non di militanti Pd ma di ammiratori di D’Alema» e poi dal sarto, Luigi Cimmino di piazza Carolina).

La prova d’umiltà sarebbe doppia: non solo capeggiare la lista Pd nella landa desolata di Bassolino, ma pure fare la campagna elettorale per Veltroni premier. D’Alema la risolve non nominando mai né l’uno, né l’altro. Bassolino viene sostituito con l’allocuzione «i nostri errori». In alternativa: «i nostri limiti », «le nostre responsabilità», «le nostre sconfitte», «le nostre insufficienze », «le cose che non sono andate e non possono essere negate »; ma anche «quel che è stato costruito e conquistato in questi anni ». Finora, Bassolino non si è fatto vedere. Una comparsata al comizio di Pomigliano, nel giorno del suo compleanno. A Ercolano e Portici D’Alema era accompagnato da Luigi Nicolais, che punta alla successione di don Antonio e ne è quindi il critico più aspro. Eppure tra gli organizzatori della campagna di D’Alema ci sono gli uomini di Bassolino: Antonio Marciano capo dello staff, Samuele Ciambriello già alla testa del Corecom, l’ente di controllo sulle tv private, ora prodighe di inviti a Massimo. In Campania è tornato da assessore anche Claudio Velardi, giovedì pomeriggio erano entrambi a Pozzuoli ma non ha incontrato il suo ex capo: «Lui fa la campagna elettorale, io ho da lavorare».

A chiedergli, D’Alema spiega che Bassolino è la sua «complicazione psicologica»: «Bisogna criticare e nello stesso tempo rincuorare», anche facendogli fare la pace con lo storico avversario Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno; si deve esaltare la stagione in cui Napoli «è tornata alla guida del Sud» e nello stesso tempo chiarire (di fronte agli studenti della facoltà di agraria) che «il Pd è una forza di cambiamento. Nata non per conservare lo statu quo, ma per cambiare qualcosa che abbiamo fatto noi e si è rivelata sbagliata ». Traduzione: D’Alema è qui per sostenere Bassolino; ma anche per suggerirgli, magari negli ultimi giorni della campagna, una mossa a sorpresa, l’annuncio che tra qualche mese il suo ciclo potrebbe ritenersi esaurito. Dando così uno scossone all’elettorato locale e nazionale, senza perdere il voto delle clientele pasciute dal governatore in questi quindici anni. Con i rifiuti, la tattica è la stessa. Assecondare «l’amarezza e la protesta », e nel contempo risvegliare l’orgoglio napoletano. La difficoltà esiste, ma secondo D’Alema esiste anche «una gigantesca montatura strumentale e razzista », alimentata «da foto e immagini di repertorio», per fare della Campania «il simbolo del fallimento del centrosinistra, e anche del Mezzogiorno».

Pensassero piuttosto a Malpensa: «Se fosse stata al Sud sarebbe indicata come un esempio di malgoverno, visto che non hanno fatto le infrastrutture ma altri otto aeroporti lì attorno. Invece è al Nord, e pur di salvare Malpensa sono pronti a far fallire l’Alitalia». Gli amministratori locali vengono spronati e anche un po’ rieducati. «In questi anni sono stato in giro per il mondo, ho visto poco i quotidiani, ma guardando la gente ho ancora la percezione. Se votassero solo quelli che leggono i giornali, non ci sarebbe partita. Non parliamone se votassero solo quelli che leggono i libri. Ma siccome vige il suffragio universale, state attenti: è nella fascia meno acculturata che sfonda la destra. Tocca a voi recuperarla». Segue passeggiata a Ercolano sottobraccio all’ex sindaco Luisa Bossa. La popolazione si dispone lungo i due marciapiedi. Sul lato dove cammina D’Alema, volti sorridenti che lo salutano, gli porgono la mano, si emozionano, pure il leader locale di Rifondazione che lui abbraccia e bacia esclamando: «Noi siamo due vecchi comunisti ». Sul lato opposto, una «fascia meno acculturata» da cui si levano grida tipo «ladri!», «viva Perluscone! », «a fatica nun ce sta!». D’Alema non si volta, se non quando un passante gli imputa anche l’assassino di Moro: «Eh no, io ero troppo piccolo», soltanto capo della Fgci. Ora invece riceve una telefonata dal suo ministero, la Farnesina. L’ex sindaco Bossa è molto impressionata. «Tranquilla, compagna! Mi sto battendo per la mozzarella di bufala. La Francia vuol bloccare le importazioni, ma così viola il diritto comunitario. Se non cambia idea, tra poco chiamerò il mio vulcanico collega Kouchner, e gli dirò: “Mon cheri Bernard…”».

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Il Cavaliere liberale ha abolito il mercato

(30 Mar 08)

Eugenio Scalfari

Tempo fa, in uno dei miei articoli domenicali, citai una battuta di Petrolini raccontata da un suo scrupoloso biografo. La cito di nuovo perché si attaglia bene al caso presente. Il grande comico romano stava cantando la sua canzone intitolata “Gastone”. Arrivato alla fine, uno spettatore del loggione fischiò sonoramente. Petrolini avanzò fino al bordo del palcoscenico, puntò il dito verso il fischiatore e nel silenzio generale disse: “Io nun ce l’ho cò te ma cò quelli che stanno intorno e che ancora nun t’hanno buttato de sotto”. Seguì un piccolo parapiglia sopraffatto dagli applausi di tutto il teatro. Così si dovrebbe dire oggi a Berlusconi per il suo comportamento sull’Alitalia, oltre che per tante altre cose.

Pare che finalmente la Consob abbia acceso un faro su quel comportamento e così pure la Procura di Roma. Starebbero esaminando se nelle quotidiane esternazioni berlusconiane vi siano gli estremi del reato di “insider trading” e di turbativa del mercato. Non voglio credere e non credo che il leader del centrodestra stia speculando in Borsa (altri certamente lo fanno e si saranno già arricchiti di parecchi milioni di euro) ma sulla turbativa di mercato non c’è da accender fari, basta affiancare ad ogni dichiarazione berlusconiana le oscillazioni del titolo Alitalia che sono dell’ordine di 30/40 punti all’insù o all’ingiù.

In qualunque mercato del mondo Berlusconi sarebbe già stato chiamato a render conto di quanto dice; l’Agenzia che tutela le contrattazioni di Borsa lo avrebbe ammonito e multato, la magistratura inquirente l’avrebbe già messo sotto processo. Ma soprattutto gli elettori ne avrebbero ricavato un giudizio di inaffidabilità e di non credibilità definitivo. Voglio sperare che gli elettori ancora incerti su chi votare l’abbiano a questo punto escluso dal loro ventaglio di possibilità.

Affidare il governo del paese per i prossimi cinque anni a un personaggio che non si fa scrupolo di turbare il mercato con false notizie riportate e diffuse da tutto il sistema mediatico è uno di quegli spettacoli che purtroppo squalificano un paese intero almeno quanto l’immondizia napoletana.

Eccellono in questa gara soprattutto le emittenti televisive, quelle private e quelle pubbliche; in particolare – dispiace dirlo – il Tg1 il quale riferisce in presa diretta le sortite del Cavaliere senza che vi sia una voce che ne sottolinei gli effetti sul listino borsistico. Il risultato è che Berlusconi resta in video per il doppio del tempo del suo principale avversario turbando non solo i mercati borsistici ma anche l’andamento del negoziato tra Air France e sindacati tra lo stupore di tutti gli operatori internazionali.

Venerdì sera l’annunciatrice del Tg1 delle ore 20 si è addirittura lasciata andare ad una critica contro la legge della “par condicio”, da lei ritenuta incivile, senza spiegare perché in Italia esista una legge del genere, dovuta ad un vergognoso conflitto di interessi che fa capo al proprietario delle reti Mediaset. Legge che peraltro nessuna delle emittenti televisive rispetta a cominciare dal Tg1, già ufficialmente ammonito dall’Agenzia delle comunicazioni.

Evidentemente direttori e conduttori danno per scontata la vittoria elettorale del centrodestra e sanno anche che se l’esito fosse diverso il vincitore di centrosinistra si guarderebbe bene dal praticare vendette. Perciò tanto vale scommettere in anticipo senza rischiare nulla se non la reputazione. Ma chi si preoccupa della reputazione nell’Italia dei cannoli alla siciliana.

* * *

Domenica scorsa, occupandomi dell’Alitalia e della fantomatica cordata patriottica berlusconiana, scrissi che a mio avviso quella cordata ci sarà davvero se Berlusconi vincerà. Per lui è un punto d’onore e i mezzi per realizzare l’obiettivo ci sono. Li ho anche enumerati ed è stato proprio il leader del centrodestra a confermarlo quando ha detto appena ieri che dopo la sua sicura vittoria chiamerà uno ad uno gli imprenditori italiani per chiedere l’obolo di san Silvio e “voglio vedere chi non ci starà”.

Ci staranno tutti, non c’è dubbio alcuno, “chinati erba che passa il vento”. Ci staranno i capi delle società pubbliche a cominciare dall’Eni e da Finmeccanica, in attesa di riconferma o di nuova nomina; ci staranno i capi di imprese private concessionarie dello Stato, ci staranno le banche desiderose di benefici; ci staranno le imprese medie che hanno già o ambiscono di avere rapporti fluidi con l’uomo che dovrebbe governare l’Italia per altri cinque anni in attesa di volare per altri sette sul più alto Colle di Roma.

Il mercato? Chissenefrega del mercato, contano i rapporti tra affari e politica e il Berlusca è imbattibile su quel terreno: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Il mercato di Berlusconi si configura così e non saranno certo un Tremonti o un Letta ad impedirglielo, anzi. Quanto a Fini non è neppure il caso di scomodarsi a chiedere: lui aspetta l’eredità ed è d’accordo su tutto, sebbene non sia ancora certo dell’esito d’una così lunga attesa.

Dunque la cordata patriottica ci sarà. Ma che tipo di cordata? L’obolo di san Silvio versato dagli imprenditori non è sufficiente, se supererà il miliardo sarà già molto, ma diciamo pure che arrivi a due o a tre. Per rilanciare Alitalia e insieme Malpensa e la Sea ce ne vogliono almeno altri otto. E in più ci vuole un “know-how” che non si improvvisa. Forse i tedeschi di Lufthansa? Forse gli americani del Tpg? Forse l’Aeroflot di Putin? Air One non è decentemente presentabile come vettore di due hub con pretese internazionali.

Dunque la cordata patriottica non sarebbe patriottica se non nei fiocchi che impacchettano il torrone. Il torrone sarebbe straniero. L’organizzazione sarebbe straniera. Gli esuberi sarebbero trattati dal gestore straniero, esattamente come sta accadendo in queste ore con Air France, ma con una variante in più: la pratica richiede tempo e il tempo non c’è. Per allungarlo ci vuole un aiuto di Stato, vietato dall’Ue in mancanza di garanzie bancabili. Se questa norma fosse violata saremmo denunciati alla Corte di giustizia europea e multati pesantemente.

Oppure si va, volutamente, al fallimento come anche ora si rischia di fare. Allora tutto diventa più facile perché il fallimento significa congelamento dei debiti e interruzione dei contratti di lavoro. I nuovi padroni decideranno a tempo debito quali di quei contratti rinnovare e quali no, ripartendo comunque da zero.
Dov’è la vittoria? Si sciolga la chioma e se la lasci tagliare. La prospettiva, diciamolo, non è esaltante.

* * *

Nella stessa giornata di ieri il Cavaliere si è manifestato anche a proposito del cosiddetto voto disgiunto e ha tirato in ballo sua eminenza il cardinal Ruini. Eminence, come dice la Littizzetto. È stata una pagina da manuale. Per chi se la fosse persa raccontiamola perché ne vale la pena. E cominciamo dal voto disgiunto. Che cosa significa? Perché è venuta fuori questa ipotesi?

Normalmente un elettore vota per lo stesso partito nella scheda della Camera e in quella del Senato, specie ora con una legge come l’attuale che non prevede preferenze ai candidati. Nella sua assoluta certezza di vincere le elezioni alla Camera, nell’animo di Berlusconi si è però insinuato il dubbio di pareggiare o addirittura di perdere al Senato (aggiungo tra parentesi che questa ipotesi corrisponde esattamente alla realtà). Perciò suggerisce agli elettori centristi il cosiddetto voto disgiunto: votino pure per Casini Udc alla Camera, ma al Senato no, al Senato votino per il Pdl in modo da evitare il pareggio.

Che c’entra Eminence in questo pasticcio? Il Cavaliere ce lo fa entrare, gli chiede pubblicamente di entrarci e gli fa pubblicamente presenti i vantaggi che avrà se eseguirà il mandato o invece i danni che può subire se rifiuterà di adoperarsi in favore.

Convinca Casini a incoraggiare o almeno a subire senza strilli il voto disgiunto. In cambio (è il Cavaliere che parla) avrà l’impegno del nuovo governo ad adottare tutti i provvedimenti chiesti dalla Chiesa in tema di coppie di fatto (mai), di procreazione assistita (abolirla), di eutanasia (quod deus avertat), di testamento biologico (come sopra), di aborto (moratoria e radicale riforma), di Corano nelle scuole (divieto), di insegnamento religioso (anche all’Università). Se c’è altro chiedetelo e “aperietur”.

Ma se rifiuterà, tutto diventerà problematico. In fondo (molto in fondo) lo Stato è laico e bisogna pur tenerne conto. Se lo ricordi, sua Eminenza, e non creda che la partita si giochi sul velluto. Del resto il Papa ha pur battezzato Magdi Allam. E dunque il Cavaliere ne adotterà il programma e magari farà in modo di fargli affidare la direzione del “Corriere della Sera”, purché gli elettori dell’Udc votino per Berlusconi al Senato.
Ha sentito, Eminenza?

* * *

Una cosa risulta chiara: hanno ridotto la religione ad una partita di giro. Forse per la gerarchia ecclesiastica lo è sempre stata, per i cardinali e per molti vescovi. Ma non fino a questo punto. I credenti per primi dovrebbero esserne schifati e ribellarsi di fronte a questa vera e propria simonia. Gli opinionisti (esistono ancora?) dovrebbero spiegarla e indignarsene.
Ho un presentimento: il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato. Fino a pochi giorni fa pensavo il contrario, che non ce l’avrebbe fatta. Ebbene ho cambiato idea. Ce la fa. Con avversari di questo livello non si può perdere. Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci.

(30 marzo 2008)

Il narcisismo dei leader

(21 Mar 08)

Giuseppe De Rita

Non c’è da scandalizzarsi se in campagna elettorale la personalizzazione della politica tende a tracimare nel narcisismo dei suoi protagonisti. La loro avventura si fa ogni giorno più solitaria, ed è naturale che essi tendano a caricare la ricerca di consenso sulla propria immagine e sul proprio carisma, compito per il quale una dose di autostima è indispensabile e un po’ di narcisismo giova.

Non si sfugge però all’ impressione che si stia un po’ esagerando e che anche presso un popolo di narcisi, quali noi italiani siamo, si possa rischiare qualche contraccolpo negativo.

È esagerato infatti che l’autocentratura dei candidati premier si realizzi in un’esasperata coltivazione di se stessi. Certo si deve piacere alla gente, ma attenzione: la cura per il proprio personaggio, l’aspetto esteriore, il modo di vestire, la personale arte retorica, le battute a effetto, il gesto volutamente impressivo, la garanzia personale sulle promesse programmatiche, la propensione a inventarsi ogni giorno qualcosa di valenza mediatica, sono tutte cose importanti, ma portano a una pericolosa collimazione fra autocentratura e pulsioni narcisiste. E la circostanza che i protagonisti siano tutti piacenti appiattisce il panorama complessivo: non si forma cioè una selezione o un’asimmetria competitiva, e resta solo la dubbiosa domanda di cosa ci sia sotto le trionfanti apparenze.

Altrettanto esagerato è il fatto che i candidati premier chiedano la scena solo per loro, quasi che i loro partiti o schieramenti non abbiano altri livelli di responsabilità, altri protagonisti, altri talenti da valorizzare, non abbiano cioè una classe dirigente. Votare i leader è cosa obbligata, nell’attuale legge elettorale; ma da sempre le elezioni si fanno per giudicare la qualità delle classi dirigenti. E invece (tranne tre o quattro eccezioni) queste sembrano elezioni di «assenti», di politici che ben che vada sono in attesa di fare i ministri, male che finisca sono in attesa di dissolvimento esistenziale.

E sorge allora la domanda se il narcisismo autocentrato non nasconda un deficit di rappresentanza, in quanto non si capisce a quali interessi, bisogni, categorie, gruppi sociali facciano riferimento i nostri protagonisti solitari. Negli annunci programmatici essi cercano di captare grandi tematiche fatalmente generiche (donne, giovani, precari, pensionati, ecc.) mentre per la composizione delle liste essi spigolano qua e là, dall’imprenditore al precario, dall’operaio al generale, tutti comunque scelti per la facciata, e certo inadatti per stabilire una significativa relazione con i mondi di provenienza. E se cade la spinta a fare rappresentanza sociale e politica non deve poi sorprendere che nelle liste abbiano trovato posto segretarie, assistenti e pretoriani, persone cioè vicine e fedeli e adoranti nei confronti del leader autocentrato.

Il narcisismo finisce così per essere l’estremo effetto estraniante della personalizzazione della politica sulle esigenze e sui processi della rappresentanza collettiva. E non molti sembrano rendersi conto di quale contributo esso dia alla pericolosa corrosione di quelle che amiamo chiamare «le istituzioni della democrazia rappresentativa».

Il doppio gioco della politica

(23 Mar 08)

Sergio Romano

Aerei ed elezioni

Con un ultimo sussulto l’Alitalia morente ha sparigliato le carte della campagna elettorale. Romano Prodi è uscito dall’ombra ed è ridiventato un protagonista della politica nazionale. Silvio Berlusconi ha afferrato la questione al balzo ed è riuscito a cavalcare contemporaneamente il cavallo dell’orgoglio nazionale e la tigre delle frustrazioni padane. Walter Veltroni è ai margini della scena, troppo prossimo agli interessi di Fiumicino per apparire credibile agli elettori del Nord. Alla borsa dei valori nazionali le privatizzazioni scendono e il colbertismo (definizione dotta di statalismo) riprende quota. Con una sorta di doppio salto mortale destra e sinistra sembrano essersi scambiati i ruoli. La sinistra crede nelle virtù del mercato e non nasconde di essere favorevole alla soluzione Air France. La destra «liberista» ritiene che gli interessi del Paese richiedano in molte circostanze l’intervento dello Stato.

Nei prossimi giorni molti continueranno a chiedersi quali effetti tutto questo possa avere sull’esito della campagna elettorale. Riuscirà la destra ad apparire più credibile della sinistra? Potrà la sinistra dimostrare che la sua gestione del caso Alitalia è stata in ultima analisi più saggia ed efficace di quella del governo Berlusconi? Credo che occorra diffidare dei dibattiti in cui si parla di tutto fuorché degli aspetti cruciali della questione. Molto di ciò che è stato detto in questi giorni serve forse a segnare un punto e a mettere in difficoltà l’avversario, ma non serve né al futuro dell’azienda né al confronto elettorale. Chi dovrà occuparsi di Alitalia nelle prossime settimane farà bene a tenere in bella vista almeno quattro promemoria. Il primo promemoria concerne il rapporto con le organizzazioni sindacali. Può darsi che l’offerta di Air France sia avara e ingorda. Ma una delle condizioni poste dal suo amministratore delegato (le organizzazioni sindacali debbono accettare e sottoscrivere formalmente il piano di salvataggio) vale per chiunque debba occuparsi dell’azienda.

Non è possibile risanare una impresa che deve buona parte delle sue condizioni fallimentari a un gretto sindacalismo corporativo e in cui nove sigle sindacali hanno il diritto di sedere a un tavolo negoziale che produrrebbe inevitabilmente un mediocre compromesso. Chi sostiene che esistono soluzioni di ricambio (come ha fatto Berlusconi), ma omette di ricordare che la condizione voluta da Air France è sacrosanta, dice nella migliore delle ipotesi una mezza verità. Il secondo promemoria concerne le regole del mercato dell’aria. La disputa fra colbertisti e privatizzatori è in buona parte irrilevante. Niente vieta allo Stato, in linea di principio, la proprietà di una linea aerea. Ma chiunque gestisca l’azienda dovrà ricordare che non sarà possibile contare su aiuti pubblici (Bruxelles non li autorizzerebbe), che i consumatori europei non intendono rinunciare ai vantaggi delle linee aeree low cost, che la liberalizzazione dei collegamenti e la politica dei cieli aperti sono una realtà a cui non è possibile sottrarsi.

Chiunque diventi proprietario dovrà essere in condizione di sopravvivere in un mondo in cui le vecchie riserve di caccia stanno scomparendo. Il terzo promemoria concerne l’Italia settentrionale. Non è necessario essere leghisti per sapere che queste sono le regioni da cui dipende in larga parte lo status europeo del Paese. Il giorno in cui i loro cittadini fossero costretti a fare scalo, per i viaggi transcontinentali, in una capitale europea, e continuassero a constatare che i loro collegamenti ferroviari con l’Europa centro-occidentale dipendono dal consenso di gruppi locali e piccoli partiti, l’Italia sarebbe ancora meno unita di quanto sia stata in questi anni. E la Lega avrebbe buone possibilità di assumere la rappresentanza del Nord. Quarto promemoria. I sindacati hanno molte responsabilità, ma Alitalia non sarebbe sull’orlo del fallimento e Malpensa non rischierebbe la retrocessione se la politica italiana del traffico aereo non fosse stata dettata da calcoli elettorali, pratiche clientelari e ambizioni municipali rappresentate a Roma da parlamentari locali. Forse occorrerebbe chiedere alla classe politica un impegno simile a quello che l’amministratore delegato di Air France vorrebbe dai sindacati: provate, almeno per una volta, a rappresentare l’interesse generale anziché quello delle vostre clientele e dei vostri collegi.

Pasticci con le ali

(25 Mar 08)

Angelo Panebianco

Fino a qualche giorno fa niente sembrava in grado di animare la campagna elettorale. Si parlava soprattutto delle somiglianze fra i programmi dei due principali contendenti. Poi è esplosa la questione Alitalia. A tre settimane dal voto, è diventato il tema su cui le forze politiche (a cominciare da Berlusconi, con la sua proposta di una cordata italiana da contrapporre ad Air France) sembrano puntare per mettere in difficoltà gli avversari. Niente di peggio poteva accadere poiché, come ha osservato Sergio Romano (Corriere, 23 marzo), una questione così grave richiederebbe di essere trattata con una serietà che è difficile ottenere da forze politiche impegnate a sgambettarsi in una campagna elettorale.

Si intrecciano tre questioni. La prima riguarda i giochi interni al sistema dei partiti. Si sono delineate alleanze trasversali in cui ciascuno crede di avere la propria convenienza. Se Berlusconi, a nome del «partito del Nord», cerca di mettere in difficoltà Veltroni, i piccoli, a loro volta, hanno trovato un varco per picchiare duro sui grandi. Così, la Sinistra Arcobaleno apre a Berlusconi su Alitalia contro il Partito democratico (suo diretto concorrente a sinistra), mentre Casini, concorrente al centro del Popolo della Libertà, polemizza con Berlusconi e si schiera col Partito democratico.

La seconda questione (la più esplosiva, almeno in prospettiva) riguarda la spaccatura Nord/Sud, Milano contro Roma. E’ il problema del declassamento di Malpensa e delle sue vere o presunte conseguenze per lo sviluppo del Nord. E’ difficile non notare che le divisioni politiche su Malpensa rispecchiano abbastanza fedelmente la geografia elettorale italiana.

Infine, c’è la questione sindacale. I sindacati, corresponsabili del disastro Alitalia, cercano anch’essi di sfruttare le divisioni politiche e rinviare il momento in cui pagare il conto degli errori accumulati. Sarebbe interessante capire se davvero essi credono che i giochi del passato possano essere riprodotti all’infinito, se credono che, senza la vendita a un compratore credibile, il fallimento dell’azienda possa essere evitato.

Naturalmente, i sindacati possono ancora contare su sponde politiche di un certo peso (come segnala la dissociazione del ministro Bianchi dalla posizione ufficiale del governo Prodi). E’ un pasticcio colossale nel quale, per giunta, è difficile stabilire chi guadagnerà elettoralmente e chi perderà. Prendiamo il caso dell’elettorato del Nord. Ci sono certamente cittadini sensibili alla difesa di Malpensa da parte della Lega e di Forza Italia così come ce ne sono molti affezionati all’idea della «compagnia di bandiera». Ma ce ne sono anche altri che si domandano se non sia peggio lasciare le cose come stanno, col rischio di continuare a far pesare sui contribuenti (magari anche in violazione delle regole europee) i costi di un’azienda in dissesto che si sarebbe dovuto far fallire oppure vendere già molti anni or sono.

Pessimo argomento da campagna elettorale, il caso Alitalia è una buona dimostrazione di cosa succede quando i dibattiti accademici su «statalismo e liberismo» lasciano il campo alla politica vera e alla lotta sempre prosaica (anche se ammantata di sacri principi) fra gli interessi organizzati, aziendali, territoriali o sindacali che siano.

Olimpiadi, quel rito sporco e crudele

(25 Mar 08)

Guido Ceronetti

Per me, le facciano pure queste loro Olimpiadi, i padroni della Cina. Il mio voto è che siano, nel secolo e oltre, le ultime. Sono un evento logoro, stolto, inutile, crudele e sporco. Sopratutto questo: da molto tempo sporco. Dunque redditizio. Perciò non saranno, purtroppo, le ultime. Io mi limito a formulare un augurio: che lo siano, che diffidenza e stanchezza, legittimi sospetti e paure, le tolgano di mezzo. Sulla pura ragionevolezza non c’è da contarci.

Vissero. Quelle di Olimpia ignoravano i professionisti dello sport, imponevano una tregua religiosa alle guerre interelleniche, soltanto per i venditori di limonate erano un affare. Queste sono, come tutti sanno, le nipoti di Pierre de Coubertin, e un frutto dell’Art Déco e della Belle Epoque, caratteristico di quel tempo, in cui si faceva rinascere di tutto, anche il gotico, falsandolo. Contemporaneamente alla strampalata rinascita dei giochi olimpici, i Lumière danno i movimenti alle ombre, e anche i nuovi atleti olimpici sono ombre di Olimpie morte in movimento forzato. E anche queste vissero, così che a partire da una certa data, di cui si può discutere, le Olimpiadi che conosciamo diventano sempre più ombre di Olimpiadi Belle Epoque morte…

Olimpiadi, per i regimi a senso unico, tutti di paura, costituiscono una legittimazione, una promozione e un premio. Nel 1936 ne approfittò il regime hitleriano, con l’inarrivabile regìa di Speer e il capolavoro cinematografico di Leni Riefenstahl. C’era genio organizzativo, c’erano grandi atleti, e a capo di tutto un criminale gongolante con un demoniaco ministro della propaganda più gongolante di lui. E i loro delitti già da quattro anni andavano tracciando sull’Europa visibili e occulti percorsi di morte, gli spiriti nobili della Germania erano ormai fuori confini. Dopo quell’impressionante tuffo nel nero pozzo totalitario le Olimpiadi coubertiniane potevano o scomparire, o non evitare più i cedimenti e le complicità col male. Invece, trentasei anni dopo, venne Monaco di Baviera 1972: qui il vaiolo del terrorismo le ha ignobilmente butterate, per sempre. Ricorda, memoria, ricorda! A Monaco, le Olimpiadi precipitano talmente in basso che a pensarle tuttora trionfanti c’è da coprirsi la faccia. Fu un disonore infinito.

Tra l’Olympisches Dorf e l’aeroporto militare di Fürstenfeldbruck fu consumato. Sequestrati nel sonno da terroristi protetti dalle delegazioni arabe vicine, nel Blocco 31 di Connollystrasse, vengono assassinati da una banda dell’OLP di Arafat denominata Elùl-al-àssuad («Settembre Nero») undici campioni olimpici della delegazione israeliana: quel che ne resta ripartirà per Tel-Aviv coi loro corpi sfigurati, alcuni carbonizzati, altri crivellati dai Kalašnikov. Ebbene, nei giorni di febbre del sequestro i Giochi CONTINUARONO come se nulla stesse accadendo, tra il compiacimento dei tifosi e dei capi di Stato (tra i più assidui il vecchio Franco e il papa Montini) mentre in Italia passava un temporale di sostanziose recriminazioni: lo spettacolo non era ancora godibile a colori!

Da ricordare, nel passato breve di Zeev Friedman, di genitori polacchi con quaranta parenti sterminati, atteso a casa da bottiglia sturata apposta, a Kiriat Chaìm: poco tempo prima, in un ospedale da campo sul Hermon, aveva dato il sangue per salvare una ragazza palestinese di Nablus, autrice di attentati, ferita in uno scontro – un raggio di Sublime, tra le tenebre dell’odio puro… Ventotto anni, sollevatore di pesi. Altro che sporcizie di medaglie d’oro vinte in gare che il Comitato Olimpico non ebbe l’ardire facile, il semplice pudore di immediatamente sospendere!

Ce n’era abbastanza per dire basta, finiamola con questa sinistra farsa della Fraternità atletica universale, è stata insozzata per sempre, basta, se c’era ancora un residuo d’ideale adesso è morto, è morto…

Sempre più blindate, sorvegliate, spiate – a Mosca, impeccabili come a Berlino nel 1936, duemila lager in funzione in URSS, in Grecia, costate per blindature cifre da sfamare un quarto di Africa… Adesso, dall’otto agosto prossimo, a Pechino, nella perfetta irrespirabilità di un regime pronto a reprimere qualsiasi protesta, terrorizzato dai moti tibetani, che festa, che meravigliosa festa! Quartieri distrutti per far posto a installazioni olimpiche, a migliaia le famiglie fatte sgombrare in silenzio, aria da rendere dubbiosi dei campioni, ai quali servono più polmoni sani che grattacieli e giungle d’asfalto, maltrattamenti, inflitti agli animali, da far spavento, campi di lavoro forzato, uso terapeutico delle esecuzioni capitali…

Concedendo le Olimpiadi e partecipandovi è chiaro che qualsiasi deplorazione o tentativo di addolcire il pugno e i metodi di quel regime sono pura vanità e impostura: le Olimpiadi significano sbiancamento di qualsiasi cosa, e non possono far altro che essere implicate e complici in tutto ciò che trovano dove s’impiantano perché la loro neutralità è inesistente, dopo Berlino 1936, e forse anche da prima, e perché il disonore integrale di Monaco 1972 le segue come il fuoco un dannato di affreschi medievali.

Sono senza ricarica morale. Sono moralmente finite. Non possono fiatare per dire: «Veniamo da voi a patto che farete i buoni e offrirete un sontuoso tè al Dalai Lama», perché la loro anima è nera come lo smog di Pechino. Cesseranno di esistere, forse, per impossibilità tecnica di sopravvivere, dovuta banalmente ai costi eccessivi di allestimento, protezione, distruzione e modificazione urbanistica. Pechino 2008 potrebbe avere il senso di un finale di partita.

Le pensioni di Walter

(25 Mar 08)

Federico Geremicca

Probabilmente l’immagine che rende meglio l’idea dello stato della competition elettorale tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi a tre settimane dal voto è quella di una partita di calcio.

Meglio: del secondo tempo di un match che ricomincia con una squadra che torna in campo dopo aver dato molto, se non tutto, nella prima frazione, e l’altra che – avendo potuto giocare di rimessa – appare più fresca e in grado di controllare la partita. Dopo un avvio sprint, infatti, il passo di Veltroni sembra essersi fatto più pesante: e se è vero che ha recuperato parte dello svantaggio iniziale, la sensazione è che nel momento in cui dovrebbe mettere a segno la rete decisiva si ritrovi d’improvviso col fiato grosso e a corto di energie. Dopo la rimonta iniziale, da una settimana i sondaggi segnano una fase di stagnazione; e messo alle spalle l’avvio spettacolare e coraggioso fatto di rottura delle vecchie alleanze e candidature a effetto, ora la campagna si combatte in un tran tran un po’ noioso (in un gioco a centrocampo, insomma) che avvantaggia soprattutto chi deve difendersi. L’interrogativo dunque è: può – e come – Veltroni ripartire all’attacco per completare la rimonta?

Lo staff perennemente al lavoro nel loft del Circo Massimo esclude cambi di rotta e colpi a sorpresa: «Veltroni – spiegano – continuerà lungo la linea tracciata: niente polemiche e toni alti, replica all’avversario solo se costretto e da adesso in poi insistenza ancor maggiore sugli obiettivi programmatici del suo possibile governo. E’ il profilo di una campagna elettorale normale, finalmente da Paese europeo: ed è un po’ avvilente che la si consideri invece noiosa, solo perché usciamo da quindici anni di competizioni condotte a colpi di insulti e di paure del comunismo». Il fatto, però, che cambi di toni e di rotta non ce ne saranno non vuol dire che Veltroni non abbia ancora in cantiere iniziative capaci di far discutere. Il leader del Pd, infatti, si prepara a mettere in campo alcune proposte tematiche di sicuro impatto: la prima, già oggi, riguarderà le pensioni medio-basse, ferme da anni ed erose dall’inflazione. Ci hanno lavorato per settimane Morando, Tonini e Treu, approdando ad una proposta che punta ad agganciare questa fascia di pensioni al continuo aumento del costo della vita.

Sul piano dei «colpi d’immagine», invece, resta da calare la carta della squadra di governo, che Veltroni vorrebbe riservare per gli ultimi giorni di campagna elettorale. Il leader del Pd non annuncerà i nomi di tutti e 12 i membri del suo possibile esecutivo ma solo quelli che al loft definiscono i «ministri della società civile», cioè personalità non parlamentari ma provenienti dal mondo dell’economia e delle professioni: si tratterà di nomi illustri, portatori di competenze che dovrebbero garantire circa l’efficacia dell’eventuale azione di governo. Basterà a ridare slancio alla rincorsa del Pd? «Dipende naturalmente dal tipo di proposte che avanzerà e dalla qualità di quella parte della squadra di governo che vorrà annunciare – spiega Claudio Velardi, ex consigliere di D’Alema e fondatore, oltre che di Reti, di New Politics, società di marketing politico e comunicazione istituzionale -. E dipende, soprattutto, dalle mosse che farà il suo avversario. La svolta alla campagna elettorale l’ha infatti impressa Berlusconi con la sua sortita su Alitalia, tema di sostanza e di grande impatto. Veltroni deve augurarsi che il Cavaliere non abbia in serbo altri colpi così, e soprattutto deve sperare che alla fine il duello tv si faccia, perché non c’è dubbio che nel confronto diretto la sua freschezza comunicativa prevarrebbe sugli argomenti di Berlusconi».

Non dissimile è l’analisi di Antonio Polito, direttore de «Il Riformista», che alla vicenda Alitalia attribuisce – però – un valore ancor maggiore: «Berlusconi se ne sta avvantaggiando – dice – perché con la sua sortita è riuscito a riportare al centro della scena il governo Prodi, che Veltroni – al contrario – ha tentato in ogni modo di far dimenticare e tener lontano dalla contesa. In Tv c’è di nuovo Prodi che deve spiegare e difendersi, sono ricominciate le liti tra ministri… Insomma di fronte agli italiani è ricomparso il teatrino che tanti danni aveva fatto al centrosinistra. Credo che per uscire dalle secche – conclude Polito – Veltroni dovrebbe puntare con forza su un tema altrettanto concreto, tirando fuori soluzioni praticabili e accompagnate da dati e cifre. Immagino ci proverà. E immagino lo farà sul tema del precariato, che lui stesso ha definito la priorità delle priorità».

Insomma, è necessaria una scossa. Ma è a una scossa assai meno leaderistica che pensa, dal suo osservatorio bolognese, Sergio Cofferati. «A Veltroni non si può chiedere di più. Sta facendo una campagna elettorale ottima e impegnativa perché, dico per dire, se annuncia che toccherà tutte le province italiane, poi deve farlo. L’importante – però – è che prima e dopo l’arrivo del leader, in quelle province poi la campagna elettorale cominci davvero, con le iniziative locali, i porta a porta, i contatti personali… Questa legge elettorale non stimola certo l’attivismo dei candidati, non essendoci le preferenze ed essendo tutti più o meno sicuri o dell’elezione o del fatto che non saranno eletti: ma per completare la rimonta è indispensabile la mobilitazione di tutto il popolo delle primarie». Veltroni ci ha pensato, e domenica prossima saranno allestiti 12 mila gazebo nei quali verranno distribuiti kit con materiale di propaganda pensato per convincere gli elettori ancora indecisi. A quel punto, alla fine della campagna elettorale mancheranno appena una decina di giorni. Un’inezia o un’eternità, secondo i punti vista…


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