Archive for the 'Il Riformista' Category

Diamo credito al tentativo di Franceschini

7 Mar 09

Bisogna dare credito al tentativo di Dario Franceschini. Bisogna persino essere generosi con lui, e dunque col partito che dirige. Per quanto ci riguarda, l’impresa non è facile. Non ci è piaciuto il modo in cui Franceschini è diventato segretario del Pd, e non l’abbiamo nascosto.

Bisogna dare credito al tentativo di Dario Franceschini. Bisogna persino essere generosi con lui, e dunque col partito che dirige. Per quanto ci riguarda, l’impresa non è facile. Non ci è piaciuto il modo in cui Franceschini è diventato segretario del Pd, e non l’abbiamo nascosto. Re Franceschiniello, l’abbiamo definito, per segnalare la stranezza di un partito che si affida a un reggente a tempo, per giunta all’indomani della gravissima crisi politica e di leadership che ha portato alle dimissioni di Veltroni. Ma ora che quella scelta è stata fatta, bisogna dargli credito. E proverò qui a spiegare perché.
Con Franceschini, le ambizioni e i progetti del Pd sono infatti radicalmente cambiati. Diciamo che se con Veltroni il Pd giocava per lo scudetto – perso malamente alle elezioni, per poi franare rapidamente verso il fondo della classifica – con Franceschini il Partito democratico lotta per non retrocedere. In termini politici, si è passati dalla vocazione maggioritaria alla vocazione minoritaria. E a un allenatore che lotta per non retrocedere i critici non possono chiedere il bel gioco, la visione, l’invenzione, perché non è con quelle qualità che si resta in serie A. Nei quartieri bassi della classifica (22% alle ultime rilevazioni demoscopiche), ci vogliono grinta, corsa, voglia di combattere su ogni pallone, a testa bassa e gomiti alti.
Del resto è stato Franceschini stesso a dettare l’agenda della sua reggenza: il mio compito – ha detto – è impedire che l’astensionismo, la delusione, il disincanto, portino via così tanti voti al Pd alle europee da mettere a rischio la sua stessa esistenza, dando di converso al Cavaliere una forza strabordante e irrefrenabile, del tutto anomala in una democrazia bipolare.
Si tratta di lottare per non retrocedere, alla Carletto Mazzone tanto per proseguire nel paragone calcistico, Franceschini sta facendo abbastanza bene. Si può criticare – e su questo giornale è stato criticato – quel tanto di demagogico che c’è nelle sue ultime proposte, quella dell’assegno per chi perde il lavoro e quella dell’uso dei risparmi dell’election day per le forze dell’ordine. È chiaro che non sono questi gli ingredienti con cui si costruisce una ricetta credibile per il governo futuro del paese. Né bastano a identificare una via d’uscita da sinistra alla formidabile crisi economica che investe l’intero Occidente. Ma, di questi tempi, chi lo fa? Vedete forse qualcuno a sinistra, Obama compreso, che sia in grado di accendere una luce in fondo al tunnel della sinistra mondiale, che sembra travolta dal crollo di quel mondo di turbo-finanza e iper-liberismo che pure aveva così criticato? E, per essere onesti, vedete forse a destra qualche Messia? Berlusconi forse? O Tremonti?
No, la verità è che la confusione è massima sotto il cielo, e che la situazione non è affatto eccellente. Chiedere a Franceschini oggi, in questo bailamme, di costruire in quattro e quattr’otto quella Weltanschauung riformista che in Italia la sinistra non è riuscita a costruire neanche negli anni della Terza Via di Clinton e Blair, sarebbe davvero troppo. .
Nelle condizioni date, dunque, Franceschini sta facendo il suo onesto lavoro. Innanzitutto sta tornando «back to basic»: la sinistra si occupa innanzitutto della condizione di vita della gente. Veltroni abbaiava alla luna, disegnava grandi progetti, sognava un’Italia che non c’è. Si perdeva dietro a questioni morali e costituzionali che portavano solo voti a Di Pietro. Franceschini, almeno, parla di soldi, assegni, benzina alle auto della polizia. Con l’eccezione dell’iniziale giuramento sulla Costituzione – più un tributo a Veltroni che al padre partigiano – parla di solito come la gente mangia. In secondo luogo non disegna grandi scenari planetari di economia e finanza, ma tenta di tradurre ogni proposta in un modo che passi al tg della sera. In terzo luogo, lancia una proposta alla volta, invece di riunire pletorici governi ombra che partorivano interminabili conferenze stampa.
Cerca, chiaramente e semplicemente, voti. E non li cerca dove in queste condizioni non li potrebbe prendere, dalle parti di Berlusconi; li cerca tra quelli che gli spetterebbero e se ne sono andati, tra gli astensionisti, tra i dipietristi, e, perché no, nell’elettorato smarrito della sinistra radicale. Finora il tentativo non è riuscito. Il 22% è una condanna. Ma può riuscire. Non può portarlo molto in là, ma può portarlo sopra la linea di galleggiamento. Può evitare al Pd l’annegamento.
Questo, di per sè, è già un degno obiettivo politico per il segretario di un partito. Ma noi vorremmo aggiungere un’altra ragione che ci spinge a dar credito al tentativo di Franceschini, meno partigiana e più nazionale, se così si può dire. E la ragione è che l’Italia, proprio nella crisi, ha bisogno di un’opposizione che morda. Guardate alla storia dell’assegno. Quella proposta ha quanto meno avuto il merito di svegliare il governo da quello che Emma Marcegaglia aveva definito il suo «immobilismo». Hanno rifatto i conti, hanno visto che si poteva trovare un gruzzoletto in più da destinare agli ammortizzatori, si sono affrettati a convocare il Cipe per rigiocarsi i 17 miliardi per le infrastrutture.
Questo è accaduto perché la proposta dell’assegno, nella sua semplicità e forse anche semplicismo, conteneva un problema e un bisogno, dava corpo all’allarme che c’è nelle famiglie tra chi rischia di perdere il posto, a tempo determinato ma più ancora a tempo indeterminato.
A questo serve l’opposizione, in democrazia: a tenere sulla corda la maggioranza e a costringerla a una competizione. Se l’onesto lavoro da mediano di Franceschini ottenesse anche solo questo, sarebbe già un passo in avanti per un sistema politico chiaramente e pericolosamente squilibrato. E se invece non ci riuscisse, se davvero alle europee Berlusconi doppiase il Pd, come gli augurano i sondaggisti amici, non sarebbe affatto un bene per la democrazia italiana. Tutt’altro.
Per questo il tentativo di Franceschini di evitare questo esito va apprezzato. Non disegnerà certamente il sol dell’avvenire della sinistra italiana. Ma nessuno lo disegnerà per un bel po’, se tra tre mesi non ci sarà più il Pd.

Ma se vince Obama, vince anche Walter?

31 Ott 08

Andrea Romano

È il primo pomeriggio di mercoledì prossimo, 5 novembre. Nella sede del PD Walter Veltroni si presenta puntuale e sorridente ai giornalisti convocati in conferenza stampa e annuncia: “Abbiamo vinto anche noi. La trionfale elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, insieme all’enorme maggioranza democratica che si profila al Congresso, rappresenta il segno di un epocale mutamento politico dal quale sarà presto investito anche il nostro paese. Gli Stati Uniti sono cambiati, l’Italia sta per cambiare. Il pendolo si è finalmente rimesso in movimento e il PD guarda con profonda fiducia alle prossime scadenze elettorali, a cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo”.

Forse non saranno esattamente queste le parole del segretario. Forse sarà meno sbrigativo il salto da Chicago a Montenero di Bisaccia. Ma è facilissima profezia immaginare che da Veltroni venga molto più di un biglietto di congratulazioni all’indirizzo del nuovo presidente degli Stati Uniti, nel caso in cui il voto di martedì confermi i sondaggi di questi giorni. Perché la probabile vittoria di Obama sarà per settimane, forse per mesi, uno degli asset fondamentali dell’iniziativa politica veltroniana. All’insegna della teoria del pendolo, per l’appunto. Ma anche del tentativo di associare almeno una piccola porzione dello straordinario valore carismatico di Obama alla leadership personale di Veltroni.

D’altra parte non vi sarebbe niente di male. Nella nostra storia repubblicana è sempre accaduto che quanto di particolarmente rilevante cambiava nella politica d’oltre confine (elezioni democratiche o colpi di stato) diventasse strumento di battaglia interna. Ogni volta con una buona misura di arbitrio e approssimazione, tirando la giacca ora all’icona di Ronald Reagan ora a quella di Tony Blair per adattarle ai costumi italiani. Ma non è questa nostra abitudine ad indurre qualche riflessione, mentre ci prepariamo a vivere l’inevitabile stagione dell’obamismo italiano. Piuttosto, è la fragilità della teoria del pendolo applicata alla concreta situazione italiana di questi anni. Così come l’altrettanto concreta possibilità di miracolare il corpo politico di Veltroni con una dose anche piccola della magia carismatica di Barack.

L’ultimo pendolo che effettivamente funzionò per la nostra sinistra fu quello degli anni Novanta. Anche allora la prima spinta venne dagli Stati Uniti, con un ciclo clintoniano che avrebbe contagiato con i suoi contenuti di innovazione la sinistra britannica e da lì quella italiana, tedesca e francese. Ognuna con la sua specificità nazionale, ma tutte nella condivisione di alcune coordinate ideologiche di fondo: riforma del welfare, scommessa sulla globalizzazione, legame tra crescita e redistribuzione, internazionalismo democratico, etc. Nel caso italiano, il pendolo poté fare bene il suo lavoro anche perché i protagonisti di quella stagione – in gran parte profughi politici dal doppio naufragio PCI e DC – avevano bisogno più del pane di una nuova narrazione unificante che restituisse senso e identità alla loro storia. E tale fu l’ideologia del socialismo europeo di quegli anni, passata per il filtro del blairismo-clintonismo e messa a confronto nell’agone italiano con un berlusconismo ancora acerbo e pieno di ingenuità. Oggi, al contrario, è il berlusconismo ad avere appena iniziato la sua nuova fase espansiva; a mostrarsi capace di fagocitare insegnamenti e travestimenti; ad avere appena abbandonato l’adolescenza per entrare nell’età adulta. Mentre dall’altra parte – intorno al PD di Veltroni – si vivono gli ultimi fuochi delle culture politiche maturate nel corso degli anni Novanta, con le stesse facce e le stesse parole d’ordine che abbiamo ascoltato dal 1996 in avanti.

Anche se dagli Stati Uniti oscillasse verso di noi ben più di un pendolo, persino una gigantesca palla d’acciaio, sarebbe difficile immaginare un qualche effetto sulla sinistra italiana così come essa si mostra nella sua antropologia contemporanea. Perché anche in politica l’innovazione migliore deve trovare un ambiente favorevole per impiantarsi e produrre buoni risultati. E già oggi, dalle nostre parti, l’innovazione obamiana viene raccolta e interpretata da chi testimonia tutt’altra storia con la propria narrativa politica e personale.

Da ultimo l’ha scritto con lucidità Giuliano Da Empoli nel suo libro su Obama pubblicato da Marsilio: il caso Barack ci dice che “i grandi leader politici sono quelli che riescono a raccontare le storie più belle”. Da questo punto di vista c’è ben poco da fare. La sua storia più bella Veltroni l’ha già raccontata. In varie puntate, dalla fine degli anni Ottanta in avanti. All’ultima ci hanno creduto in molti, ma sempre meno della maggioranza degli italiani. E anche per questo il confronto con Obama rischia di essere impietoso, non solo per lui ma per l’intero gruppo dirigente che si è istallato ai vertici del PD. Sommessamente, ci permettiamo un consiglio. Invece di vestire i panni davvero troppo stretti del Barack italiano, si decida ad avviare un percorso che con tutte le cautele del caso possa creare le condizioni ambientali favorevoli all’impianto di qualcosa di simile nella sua parte politica. Anche prendendosi tutto il tempo necessario. Perché oggi, se anche si presentasse in Largo del Nazareno l’incarnazione romana di Super Obama, sarebbe certamente lasciato fuori al freddo. Ben lontano dal governo ombra e in attesa del via libera di Veltroni, D’Alema o Franceschini.

Il popolo del PD c’è sempre. A quando il partito?

26 Ott 08

Andrea Romano

È una robusta dose di tonificante quella che la grande manifestazione di ieri ha consegnato nelle mani della leadership del PD. Più esattamente, è un aumento di capitale sottoscritto da un popolo che si mostra ancora una volta più generoso dei propri dirigenti. Ma di questi tempi, si sa, anche le ricapitalizzazioni più sostanziose rischiano di durare lo spazio di un mattino. E il Partito democratico dovrà attrezzarsi rapidamente per non disperdere nel giro di pochi mesi la carica di entusiasmo e partecipazione raccolta al Circo Massimo.

Dovrà farlo lavorando già da oggi ad un profilo riformista chiaro e netto, che dia sostanza ai temi evocati da Veltroni in un discorso che è stato in molti punti convincente e condivisibile. Dovrà farlo provando a non sprecare il tempo che lo separa dalle prossime elezioni, come invece accadde tra il 2001 e il 2006 quando un’intera legislatura di opposizione venne buttata via nella ricerca di quel compromesso culturale che avrebbe condannato fin dall’inizio l’ultimo governo Prodi. Dovrà farlo, infine, mostrandosi all’altezza della frase di Vittorio Foa che è stata scelta come fondale: “Pensare agli altri oltre che a sé stessi. Pensare al futuro oltre che al presente”. Poche parole ma molto impegnative, sotto le quali non si poteva fare a meno di notare i volti di quegli stessi dirigenti che con la propria granitica immutabilità hanno contribuito a stroncare qualsiasi meccanismo di ricambio politico e generazionale.

Non sappiamo cosa ne avrebbe pensato Foa, ma certo è che alla vigilia della manifestazione abbiamo ascoltato con stupore l’affermazione di Veltroni secondo la quale un’eventuale sconfitta alle elezioni europee non avrebbe alcuna ricaduta sulla sua leadership. Preferiamo pensare che si sia trattato di un incidente di comunicazione, visto che “pensare al futuro oltre che al presente” significa quanto meno mostrarsi responsabili verso i risultati del proprio lavoro. E dunque mettere in conto, come avviene in tutti i partiti normali, che la sconfitta elettorale spinga qualsiasi condottiero a mettere in discussione se stesso e la propria conduzione. Che poi Berlusconi non l’abbia mai fatto, come ha voluto ricordare lo stesso Veltroni, non dovrebbe significare gran che. A meno di non volersi scegliere il Cavaliere come modello comportamentale, mentre si guarda a Barack Obama come fonte di ispirazione ideale.

Ma oggi è il momento di prendere sul serio il Veltroni del Circo Massimo. È il momento di dar credito a chi è voluto tornare ai temi del Lingotto parlando di riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, di riforma dello Stato e di investimenti nelle politiche educative per un’università diversa da quella che abbiamo, di un partito che sa far crescere i propri dirigenti dal paese reale. Sono temi con cui il segretario del PD intende riempire di contenuti quello che ha definito “il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto”, con un’insistenza sul riformismo che non può che rallegrare un giornale che esibisce con orgoglio la propria testata. Ma se già il discorso del Lingotto aveva alimentato – in chi scrive, ma soprattutto in moltissimi elettori – entusiasmi poi rapidamente smentiti dalla sostanza della navigazione veltroniana, non si può che guardare con fiducia sorvegliata al nuovo tentativo di decollo politico che Veltroni è sembrato annunciare ieri.

D’altra parte il 25 ottobre è pienamente riuscito a far ritrovare il PD intorno al proprio corpo militante, così come era accaduto per il centrodestra a Piazza San Giovanni nel dicembre 2006 e alla CGIL nel marzo 2002. Grandi manifestazioni popolari che non hanno scalfito di un millimetro gli equilibri delle maggioranze di governo, come invece poteva accadere ai tempi della prima repubblica. I tre milioni di Cofferati furono l’avvio di una legislatura berlusconiana sostanzialmente serena e i due milioni di Berlusconi non accelerarono in alcun modo la crisi di Prodi, che sarebbe caduto un anno dopo per consunzione interna. Anche i milioni di Veltroni possono essere spesi per ristrutturare l’appartamento del PD, impegnandosi a fondo per farsi trovare pronti quando verrà il momento di chiedere il voto agli italiani. Sarà solo quello il momento per verificare se il PD avrà fatto diventare maggioranza reale quell’“Italia migliore” che ieri è stata evocata a ripetizione, anche con qualche concessione rituale ai soliti temi della superiorità morale e antropologica del proprio popolo su quello del centrodestra. Se mai ci sono stati due popoli rinchiusi nei propri confini, da anni sappiamo che non è più così. Così come sappiamo che Berlusconi è riuscito a conquistare quel popolo mobile che il centrosinistra si è lasciato sfuggire. Anche per questo da oggi per Veltroni comincia una partita politica che non avrà un secondo tempo, nonostante le rassicurazioni che egli ha voluto indirizzare soprattutto a se stesso.

Le correzioni di Walter alle liste di Alcide

(7 Mar 08)

Emanuele Macaluso

Lumia capolista in Sicilia. Lo ha annunciato Veltroni. Bene, giusto, bravo. Lumia correva rischi se restava fuori, lo sapevano anche i bambini, se ne è accorto in tempo il segretario del Pd. Se si accorgerà che gli stessi rischi corre Khaled Fuad Allam, intellettuale arabo musulmano liberale, scomparso dalla lista Pd per far posto ai portaborse e alle segretarie, completerebbe l’opera e metterebbe a posto se non la politica almeno la coscienza. Viene una domanda. Chi ha fatto le liste? Si dice che abbiamo alacremente lavorato Migliavacca, Franceschini, Fioroni e Latorre. Lavorato più per includere famiglie che per migliorare la compagine parlamentare. Bettini, dicono, si è occupato del feudo laziale. Cattiverie, ovviamente, e romanticismi localistici.

Solo che Veltroni è la seconda volta che deve intervenire. La prima è stata per salvare Ceccanti, dopo aver registrato la dura reprimenda di Michele Salvati. Ieri ha salvato Lumia dopo che Di Pietro si era impegnato a eleggerlo in Lombardia. Il segretario del Pd e il suo vice, “Alcide” Franceschini, hanno un serio problema di comunicazione. Nelle formazioni plebiscitarie i problemi di comunicazione si manifestano fra il leader e una parte del notabilato. Quando si manifestano nella stanza accanto è quasi una tragedia.

Il caso De Mita e il mistero delle deroghe

(23 Feb 08)

Emanuele Macaluso

Il licenziamento in tronco senza preavviso di Ciriaco De Mita come candidato del Partito democratico ci suggerisce alcune riflessioni.

La prima: perché Ciriaco che aveva mostrato ripetutamente di non condividere nulla di come nasceva il Pd ha infine aderito al nuovo partito? E perché si è impegnato nelle primarie per far eleggere l’attuale segretario regionale del Pd campano Iannuzzi? De Mita non può scoprire, solo dopo la decisione di non candidarlo, cosa è il Pd che ora vuole combattere. La storia politica di De Mita va rispettata, ma deve rispettarla anche lui spiegando comportamenti francamente incomprensibili.

La seconda questione riguarda Veltroni e i dirigenti del Pd che decidono di non candidare De Mita perché ha ottant’anni e tante legislature. Leggiamo, però, che ci saranno molte, moltissime eccezioni sul numero delle legislature. Chiedo: quale è il criterio usato? E chi decide?

Infine osservo: quale è l’età di Ted Kennedy e quante legislature ha alle spalle? In Usa, vostro modello, sono le primarie che premiano o licenziano i candidati senza limiti di età e di legislature. Perché non avete fatto le primarie? La storia dei tempi raccontatela ai fessi. E De Mita certo non lo è.

Per ora le cose bianche passano a due

(16 Feb 08)

Emanuele Macaluso

Edmondo Berselli (“Repubblica” di giovedì 14), esaminando i nuovi scenari politici, osserva che l’«invenzione del Pd come partito a vocazione maggioritaria, sta producendo un’autentica deflazione politica» – un esempio: il distacco dell’Udc di Casini dal Cavaliere. Per la verità, si era distaccato dopo le elezioni del 2006. Veltroni, però, opponendosi al sistema elettorale tedesco – insieme al Cavaliere – ha fatto di tutto per rincollare Casini a Berlusconi. Il quale, come Walter, non voleva che nascesse una “cosa bianca” centrista. Ed entrambi hanno preferito votare con il porcellum. Anche perché hanno il potere di nominare i parlamentari.

Casini sbagliò a non appoggiare Marini e non capì che con la sua richiesta chimerica di fare un governo col consenso di Veltroni e Berlusconi, faceva un servizio ai due. Comunque, gli strateghi che operavano per non fare nascere la “Cosa bianca” ora se ne ritrovano due. E in futuro non è detto che Casini, Tabacci e Pezzotta non si rimettano insieme. E non è vero che si è passati dal bipolarismo coatto al bipartitismo: abbiamo due partiti-rassemblement con più soggetti, due cose bianche, la cosa rossa, i socialisti e forse i radicali. E non è finita.

Perchè una corrente di sinistra?

(9 Feb 08)

Emanuele Macaluso
L’Unità ci ha informato che nel Pd nasce l’associazione “A sinistra” con Livia Turco, Brutti, Vita, Vacca e altri. Brutti ha detto: «Non vogliamo essere una minoranza e tanto meno una corrente. Vogliamo contribuire alla costruzione e al rafforzamento del Pd». Se hanno aderito a quel partito penso che lo vogliono costruire forte. O no? Perché riunirsi in una associazione, con esponenti di tutte le regioni, nominare un capo, anzi una capa, Livia Turco e definirsi “di sinistra”? Se c’è una sinistra ci sarà pure una destra e un centro. O no? Chiamarla associazione anziché “corrente” è un eufemismo. E lamentarsi con chi definisce il Pd un partito di centro (come fa la nostra amica Mancina), se c’è una corrente che lo vorrebbe “a sinistra”, non è coerente. L’associazione è stata benedetta da Goffredo Bettini che ha apprezzato l’iniziativa nel quadro di un «pluralismo non correntizio».

Corrente-non corrente. Il Bettini ieri ha detto al Corriere che un accordo con radicali e socialisti non è possibile perché il Pd «punta a un programma politicamente e culturalmente omogeneo». Giusto. Omogeneo con quel che pensano Di Pietro e la Binetti, non con le idee dei socialisti. Per quel che ci riguarda lo avevamo capito. Da tempo.


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