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L’importanza di avere un leader

6 Apr 09

Che la nostra libertà di voto, ormai, si sia ridotta a una scelta tra due nomenklature conservatrici, quella del Pdl e quella del Pd, lo riconoscono ormai un po’ tutti gli osservatori. Lo ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica, subito dopo il congresso fondativo del Popolo della libertà. Lo ha ammesso Vittorio Feltri su Libero, che ha parlato di un centro-destra costretto a muoversi a zig-zag per non perdere voti. Lo ripete da anni Piero Ostellino, che giusto questa settimana è balzato in cima alla classifica delle vendite con il suo pamphlet Lo Stato canaglia (Rizzoli), in cui denuncia il deficit di liberalismo di entrambi gli schieramenti.

Anche Pier Ferdinando Casini, chiudendo l’assemblea nazionale dell’Udc, ha sostenuto la stessa tesi, salvo aggiungere che per fortuna un partito non conservatore esiste, ed è il suo, l’Unione di centro (attualmente al 6-7% secondo i sondaggi). Curioso davvero, viste le prove dell’Udc al governo, nel 2001-2006; viste le prove del suo personale politico, specie nel Mezzogiorno; visto, soprattutto, quel che l’Udc ha combinato nei giorni scorsi, quando – con un emendamento – è riuscita a rendere ancora più illiberale una legge come quella sul testamento biologico. E tuttavia c’è un punto su cui l’analisi di Casini, a mio avviso, merita di essere ripresa e fatta oggetto di un’attenta riflessione. È quando si sofferma sul binomio «Popolo e Leader» e dice che a destra «tutto si riassume in questo rapporto», per poi lanciarsi in un ardito parallelo tra Berlusconi e Gheddafi, che adombra un ulteriore possibile svuotamento della funzione parlamentare: «c’è il colonnello Gheddafi che fa lo stesso discorso e infatti ha abolito il Parlamento».

Quel che Casini dice lo pensano e spesso lo ripetono in molti. C’è una parte del ceto politico che, tutto sommato, ha un discreto senso delle istituzioni, mostra di rispettare le forme, cerca di evitare i conflitti istituzionali; e c’è un’altra parte che, viceversa, non esita a scherzare con il fuoco, assumendo atteggiamenti irrituali, alimentando o accettando il conflitto fra istituzioni, tenendo comportamenti non precisamente protocollari. Nella seconda Repubblica i massimi campioni del primo modo di atteggiarsi sono stati i Ds, la Margherita (ora riuniti nel Pd), l’Udc, Alleanza nazionale (ora confluita nel Pdl); i massimi campioni del secondo sono stati la Lega, l’Italia dei Valori, Forza Italia (ora confluita nel Pdl). Il primo gruppo è formato dai partiti eredi delle tre grandi famiglie politiche del dopoguerra, ossia il comunismo, il fascismo e il cattolicesimo; il secondo gruppo è formato da partiti nuovi, privi di una tradizione o che hanno dovuto inventarsene una più o meno credibile, e che proprio per questo fanno tutt’uno con il proprio leader-fondatore: difficile pensare la Lega senza Bossi, l’Italia dei Valori senza Di Pietro, Forza Italia senza Berlusconi.

Con il suo ragionamento contro il binomio «Popolo e Leader» Casini delinea una sorta di alleanza, metodologica prima ancora che politica, dei politici-aplomb contro i politici populisti: un comune sentire in cui dal lato degli aplomb si verrebbero a trovare l’Udc (centro), il Pd (sinistra), il presidente della Camera e i nostalgici di An (destra), tutti coalizzati contro le intemperanze dei leader populisti.

Ho un grande rispetto per le preoccupazioni di Casini, e per il senso delle istituzioni degli aplomb. Ma temo che la loro visione non colga il punto. Che a mio modo di vedere è il seguente: la democrazia è cambiata, le istituzioni democratiche come siamo stati abituati a pensarle non esistono più, non solo in Italia ma in tutto l’Occidente. Oggi, come notava già una decina d’anni fa il politologo Colin Crouch, viviamo in un mondo post-democratico, in cui i partiti contano sempre di meno e le identità politiche si forgiano innanzitutto nel rapporto fra elettori e leader. Da questo punto di vista continuare a irridere Berlusconi per i suoi modi spicci e le sue gaffe significa eludere il problema. Forse un piccolo partito come l’Udc, che gestisce una nicchia elettorale, può anche permetterselo, ma un grande partito come il Pd, che aspira a governare l’Italia, non può continuare a raccontarsi la solita favoletta: noi sì che siamo bravi, noi sì che sappiamo che cos’è la democrazia, da noi sì che si discute, da noi sì che c’è vero dibattito, da noi non ci sono padri-padroni, e via autolodandosi. Quelle che, agli occhi dei politici-aplomb, appaiono virtù, a molti elettori paiono difetti. Potrà sembrare paradossale, ma se tanti italiani hanno preferito la destra è anche perché il ceto politico di sinistra è così democratico, così aperto, così capace di riflessione-elaborazione-discussione-dialogo-confronto. Già, perché è precisamente questo tipo di «apertura» inconcludente, che dibatte sempre e non decide mai, quel che ha fatto cadere Prodi nel 1998, lo ha fatto ricadere nel 2008, e ha regalato all’Italia governata dalla sinistra ben 5 governi in 7 anni (Prodi I, D’Alema I, D’Alema II, Amato, Prodi II), quasi come ai tempi della Dc. La sinistra ha avuto due legislature per dimostrare di che cosa era capace, e ha saputo mostrare una cosa soltanto: che la mancanza di un leader la conduce alla paralisi.

Qualcuno, specie a sinistra, pensa che la gente abbia votato a destra perché illusa dalle promesse di Berlusconi, e quindi crede che – svelato l’inganno – quella stessa gente non potrà che tornare sui suoi passi e premiare la serietà delle opposizioni aplomb, di sinistra (Pd) e di centro (Udc). Ma l’elettore non è stupido. Non ha votato il Messia, ma quello che riteneva il male minore. Sa che Berlusconi non farà miracoli, ma sa distinguere tra democrazia, oligarchia e dispotismo. La differenza tra sinistra e destra, oggi in Italia, non è tra uno schieramento a guida democratica e uno a guida dispotica. La destra e la sinistra sono entrambe due oligarchie, in cui gli elettori contano quasi niente e le segreterie di partito sono onnipotenti. Con l’unica, fondamentale differenza che a destra c’è un signore che – in caso di dissenso – decide per tutti, mentre a sinistra non solo quel signore non c’è, ma non c’è neppure un metodo che ne faccia le veci.

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Da Brescia a Reggio Calabria. Così la Gelmini diventò avvocato

4 Set 08

Gian Antonio Stella

L’esame di abilitazione all’albo nel 2001.
Il ministro dell’Istruzione: «Dovevo lavorare subito»

Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.

La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull’uno o sull’altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l’hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po’ di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l’esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all’albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l’effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l’esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d’Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l’esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l’«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d’anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell’esame.
Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell’esame taroccato nella sede d’Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: “Scrivete”. E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d’esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%.
Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l’esame per ottenere l’abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l’esame. Per gli altri, nulla. C’era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l’esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c’era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell’Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l’esame? Com’è stato l’esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l’esame facile, le sarà però un po’ più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell’importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull’imposizione dell’educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

Cattolici e alleanze spregiudicate

18 Ago 08

Chiara Saraceno

Non ci si dovrebbe sorprendere che Famiglia Cristiana critichi il governo per la mancanza di una politica di contrasto alla povertà e più in generale per una diffusa indifferenza, quando non criminalizzazione dei poveri. O che denunci una diffusa indifferenza per le difficoltà quotidiane delle famiglie con redditi modesti. Queste alla ripresa autunnale si troveranno alle prese non solo con gli aumenti degli alimentari di base, delle tariffe della luce e del gas, ma anche delle rette nei nidi e nelle scuole materne e magari di qualche taglio alla già scarsa assistenza domiciliare per le persone non autosufficienti. Le ristrettezze di bilanci locali falcidiati, tra l’altro, dall’eliminazione dell’Ici possono infatti essere compensate solo fino a un certo punto dall’eliminazione di sprechi e inefficienze. La difesa dei più poveri e dei più fragili dovrebbe essere la prassi normale di una rivista d’ispirazione cattolica. Ciò che sorprende è che lo faccia solo ora. Dopo mesi e mesi in cui il tema più caldo su cui l’autorevole rivista ha battuto con una sistematicità e un vigore (spesso anche livore) degni di miglior causa è stato la difesa della «famiglia tradizionale», tout court definita come naturale. E la denuncia della pericolosità dei pochi difensori di una cultura laica che ancora osano parlare nel nostro Paese. Chi oggi si stupisce e si offende per la violenza delle accuse era ben contento quando dagli stessi pulpiti, e talvolta dalle stesse persone, chiunque avesse una visione meno univoca della famiglia e dei rapporti tra le persone, meno apodittica sulle questioni che riguardano la vita e la morte, veniva e viene tacciato d’immoralità e malafede. Quando non veniva identificato come pericoloso per gli stessi fondamenti del vivere sociale.

Sul ruolo di defensor fidei e defensor ecclesiae della destra si è giocata, da ambo le parti, una partita non limpida in cui ciascuno ha pensato di usare l’altro. Subito dopo la formazione del governo, c’è stata la delusione per la mancanza di «ministri riconoscibilmente cattolici», espressa anche da Famiglia Cristiana. Le corrisponde specularmente oggi la delusione dei politici al governo per le critiche della rivista. Essi si vedono sfuggire una legittimazione che avevano creduto di aver conquistato durevolmente con la promessa (esplicitata formalmente anche da Berlusconi all’atto della sua prima visita in Vaticano) di non toccare il diritto di famiglia e di «compiacere la Chiesa» in tutte le norme che riguardano i temi di bioetica.

In realtà, ciò che i politici italiani di destra, sinistra e centro non sembrano capire è che le istituzioni cattoliche in Italia, con tutte le loro anche importanti differenze, condividono la pretesa del monopolio di definizione dei valori e delle norme appunto sulle questioni che riguardano la famiglia, la sessualità, l’origine e la fine della vita. Su questo sono disposti anche alle alleanze più spregiudicate e a giustificare ogni forma di doppia morale, oltre che a far cadere governi. Sul resto, si tengono le mani libere e possono far valere le proprie differenze.

Proprio perché la Chiesa cattolica ha vinto nella partita più importante, quella della famiglia e dei temi bio-etici, per altro anche con la connivenza di un centro-sinistra impaurito e afono, Famiglia Cristiana può oggi dare voce alla sua anima più sociale. Meglio questo che nulla. Ma non facciamone una sorta di paladino della libertà e della democrazia, neppure quando usa parole forti e forse fuori luogo, come l’accusa di fascismo. Soprattutto spero che l’opposizione non la usi per cercare di (ri-)legittimarsi. Sarebbe ben triste e rischioso per la nostra democrazia che, dopo aver di fatto delegato alla Chiesa e ai cattolici (in primis a quelli del Pd) la definizione dei limiti della laicità, ora l’opposizione delegasse a Famiglia Cristiana la critica all’azione del governo.

Colpi di casta

(19 Mar 08)

Marcello Sorgi

La polemica tra Fini e Veltroni sulla baby-pensione del leader del Pd (5216 euro, oltre dieci milioni di vecchie lire al mese) non segna solo un imbarbarimento di una campagna elettorale condotta fin qui con finti toni di cortesia. Apre piuttosto una questione reale.

Dopo un autunno e un inverno di tempeste di anti-politica, dopo il successo (1.200.000 copie vendute) di un libro come La Casta di Rizzo e Stella, che denuncia i privilegi della classe dirigente, dopo l’improvviso assurgere a capo politico di un comico come Grillo, possono i leader politici presentarsi davanti agli elettori con programmi che, a parte la genericità, sorvolano sul gap, sulla caduta di legittimazione che tutto questo ha prodotto tra loro e i cittadini?

Da questo punto di vista, va detto, lo scambio di accuse tra Fini e Veltroni, con la penosa elencazione dei cespiti milionari che ricevono dallo Stato, rischia di ottenere l’effetto opposto. Se pure, come sostiene Veltroni, la sua pensione sommata alla paga di sindaco non supera, e neppure raggiunge, gli emolumenti di Fini parlamentare, ex vice premier ed ex ministro degli Esteri, resta il fatto che in un caso e nell’altro si parla di stipendi che superano abbondantemente i 10.000 euro al mese, quando non i 15.000, in un paese in cui si chiedono i voti a gente che campa con 1.000 e che talvolta non ha i soldi per sopravvivere la quarta settimana del mese.

Il punto non è ridurre o azzerare il reddito dei parlamentari, dei ministri, dei premier, creando una sperequazione che finirebbe col favorire chi è ricco e può permettersi il gioco della politica, a discapito di chi rappresenta i meno abbienti e deve essere pagato per assolvere al suo compito. In altre parole, i soldi bisogna meritarseli e guadagnarseli, e le pensioni andrebbero incassate a un’età da pensione, non prima dei cinquant’anni.

Ballando sul filo dei sondaggi

(14 Mar 08)

Tito Boeri

Più che una campagna elettorale è stata sin qui una campagna attiva per l’astensione al voto. Prima abbiamo assistito all’avvilente spettacolo di segretari di partito che contrattano con potenziali alleati e correnti interne sui nomi, oltre che il numero, dei singoli deputati e senatori. Poi abbiamo potuto leggere sui giornali nomi e cognomi dei «nostri» eletti nelle varie circoscrizioni. Naturale chiedersi: ma perché andare a votare se tanto hanno già scelto loro? Eppure ci sono tre motivi per cui io andrò a votare e invito a fare altrettanto chi mi annuncia la sua intenzione di non votare.

Il primo motivo è che le liste fatte a tavolino sono, in realtà, molto informative. C’è molto da imparare leggendole con cura. Ci dicono quali sono le vere priorità dei partiti, cosa vogliono davvero fare in Parlamento. I primi posti alla Camera misurano il «rinnovamento» che ci viene distillato e quale sia la visione della nuova classe dirigente di chi si candida a guidare il nostro Paese. I primi posti al Senato, dove è più probabile che ci sia una maggioranza risicata, il grado di fiducia riposto dagli aspiranti premier in queste persone, la fedeltà che da questi si aspettano. Gli ultimi posti sia alla Camera che al Senato ci offrono i nomi dei non eletti sicuri. Sono persone che sanno con certezza di non essere elette. E’ bene guardare chi sono, perché avranno domani un credito da esigere. Di tutte queste informazioni possiamo fare tesoro nello scegliere il meno peggio. Vero, possiamo scegliere solo i partiti, non i candidati. Ma indubbiamente sappiamo più cose su questi partiti che in passato. Parlano eloquentemente le liste.

Il secondo motivo per andare a votare è che i calcoli fatti a tavolino dai segretari di partito possono venire stravolti dal voto. Dipende ancora da noi, nonostante tutto. Spesso negli ultimi mesi le previsioni della vigilia, basate sulle intenzioni di voto, sono state clamorosamente smentite. Il caso più evidente è quello delle primarie del Partito democratico (quello degli Stati Uniti) in New Hampshire. Prevista da tutti una netta vittoria di Barack Obama, ha vinto, e non di poco, Hillary Clinton. Ma anche le previsioni fatte alla vigilia delle politiche in Spagna o delle municipali in Francia si sono rivelate in buona parte sbagliate. Niente pareggi nel primo caso, niente disfatte del partito del Presidente nel secondo.

Perché i sondaggi sbagliano sempre più spesso nonostante i progressi delle tecniche di campionamento, l’esperienza accumulata in tutti questi anni e il crescente numero di indagini indipendenti (i cui errori dovrebbero compensarsi a vicenda)? Dubito che gli stessi sondaggisti abbiano una risposta a tale quesito. Altrimenti avrebbero da tempo trovato correttivi, dato che è in ballo il loro posto di lavoro. Proviamo comunque a richiamare il concorso di cause cui viene spesso attribuito il fallimento dei sondaggi e capire quanto possano incidere sul voto del 13 aprile. Vi è innanzitutto il declino della partecipazione al voto. C’è un esercito di non votanti e di schede bianche o nulle che sfugge ai sondaggi sulle intenzioni di voto e che può premiare o punire, anche all’ultimo minuto, un candidato o un partito.

Poi c’è l’uso strategico dei sondaggi nel condizionare il voto. Questo ruolo è anch’esso legato alle dimensioni della non partecipazione: sondaggi che indichino un esito incerto delle elezioni possono mobilitare elettori poco motivati, convincendoli che il loro voto possa essere decisivo. Il sondaggio non si limita così a rilevare le opinioni, ma fa parte della stessa campagna elettorale e può essere strumentalizzato. Il cosiddetto «effetto bandwagon» (carrozzone) è una chiara indicazione di questo uso strategico dei sondaggi nel condizionare il voto. Infine, il voto è sempre meno prevedibile perché aumenta la percentuale di votanti disposti a cambiare partito se trovano un candidato o un programma convincente. La crisi delle ideologie ha fatto crescere il numero di questi «swing voters» un po’ ovunque. Ad esempio nelle ultime elezioni spagnole c’è stato un grande spostamento di voti dagli estremi al centro: Zapatero e Rajoy hanno raccolto insieme l’84% dei voti contro l’80% di quattro anni fa.

Questi fattori sono oggi tutti presenti in Italia con una intensità che non ha precedenti. Il rifiuto del voto è trasversale, va ben oltre quel 25% di voti inespressi cui ci siamo ormai abituati. C’è una massa immensa che oscilla tra il voto e il non voto. Anche il centro-sinistra sembra avere imparato l’uso strategico dei sondaggi. E il confronto elettorale è meno ideologizzato che anche solo due anni fa. Questo significa potenzialmente molta più mobilità elettorale che in passato. Mentre chi gioca sull’identità del partito rischia di chiudere le porte in faccia a potenziali elettori provenienti da altri partiti, come è successo ai Popolari di Rajoy in Spagna. Conteranno, dunque, più che in passato le idee e meno gli schieramenti. Questo significa che l’Italia è oggi più coesa, più pronta per un sistema maggioritario. Potremmo utilizzarlo per rinnovare davvero la classe politica.

Questo ci porta al terzo e ultimo motivo per andare a votare. Sul dopo voto incombe comunque il referendum sulla legge elettorale. Per fortuna che c’è il referendum! Vuol dire che, scegliendo bene i partiti questa volta, possiamo sperare di non andare mai più a votare con questa ignobile legge elettorale. Alcuni partiti hanno indubbiamente più responsabilità di altri nell’averci consegnato le liste bloccate. E non tutti vogliono davvero cambiare la legge elettorale. Ricordiamocelo nel segreto dell’urna.

Il PD chiuso nel perimetro Teo-dem

(21 Dic 07)

Emanuele Macaluso

Mercoledì scorso ho letto con ritardo l’articolo di Veltroni su “Repubblica” col quale replicava alle critiche di Miriam Mafai a proposito della sua intervista al “Foglio”, e ho visto che anche lui come il capogruppo del Pd al Comune di Roma Battaglia dice che approvare la mozione per istituire il libro delle unioni civili «non cambia neanche una virgola» sulle condizioni di quelle coppie. Dovrei fare a Walter le stesse domande fatte ieri a Battaglia, ma voglio porre un problema più generale. Il Pd muove i suoi primi passi e si verifica quel che avevamo previsto sulla base delle posizioni assunte dal gruppo dei teo-dem confluiti nel partito. Il perimetro entro cui è possibile una posizione unitaria del Pd sui temi eticamente sensibili lo tracciano loro. Se non c’è unanimità, ha detto in una intervista al “Riformista” Paola Binetti, non si vota. E se si vota, come abbiamo visto, succede il finimondo.
Debbo dire che il perimetro fu segnato anche dal gruppo più avanzato di popolari (Bindi, Castagnetti, e altri) con una dichiarazione che entusiasmò Fassino, D’Alema, Reichlin e anche Scalfari. Fuori da quel perimetro nel Pd non si può andare. È chiaro o no? E questo si può definire un partito laico?

I compromessi secondo Fisichella

(13 Dic 07)

Emanuele Macaluso
Martedì scorso monsignor Rino Fisichella ha rilasciato un’intervista al “Corriere” che dovrebbe far meditare i laici entusiasti del Pd così com’è. Prendendo spunto dal voto di Paola Binetti, contraria alla fiducia perché contraria all’emendamento di cui tanto si è parlato, il vescovo, rettore dell’università lateranense, spiega: «La coscienza di ogni credente viene sollecitata e nutrita dai principi fondamentali a cui si ispira. È inevitabile che per un cattolico impegnato in politica siano quelli richiamati dai testi sacri e dal magistero della Chiesa». Quindi questi principi prevalgono su quelli scritti nella Costituzione e prevalgono anche su quelli espressi da un testo legislativo sostenuto dal partito cui quel cattolico appartiene. Fisichella lamenta anche che nel Parlamento non si agisca «per arrivare a compromessi che riescano a salvaguardare le differenze». Giusto. Ma i compromessi sono possibili tra forze diverse. Il pasticcio è nel Pd, dove si vuole conciliare tutto e il contrario di tutto mortificando le differenze. Aspettiamo con ansia una tavola dei valori cui sta lavorando una commissione del Pd presieduta da Alfredo Reichlin per capire come si concilia l’inconciliabile. A presto, spero.


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