Archivio per dicembre 2008

«Caro sindaco, il tuo silenzio decennale genera moralismo»

23 Dic 08

Carmelo Conte

Caro Vincenzo De Luca, nel 1997 ti scrissi una lettera pubblica, della quale reputo opportuno riproporre alcune parti.
«Presi a camminare con te quando eri comunista. A Salerno, i ruoli nazionali dei rispettivi partiti sembravano invertiti. Tu comunista, più attento ai poteri del Palazzo; ed io socialista, più sensibile al progetto politico… Abbiamo condiviso un’intesa politica ed una gestione.. Eppure il mostro chiamato indagine, cavalcato anche da qualche tuo amico(compagno), ha ingoiato la realtà per azzannare i socialisti».

Ed aggiungevo, «è maturo il tempo di una chiarificazione pubblica…il socialista che è in me ha deciso di fare la sua parte. Spero che il comunista, che è ancora in te, faccia la stessa scelta“.

Infine, nel post scriptum, spiegavo “mi sono rivolto a te…perché sei l’unico che ha assommato in sé il potere di ieri e quello attuale. E sei uno dei pochi ad avere anche un rispettoso ascolto nel Palazzo“.

Ti sei guardato bene dal farlo. Ora, a oltre dieci anni, divenuto espressione pietrificata del potere, sei venuto a Eboli, dove un tempo venivi scalzo, a parlare di disinvoltura socialista. Proprio tu, vecchio ed incallito navigatore di mari tempestosi, che i socialisti sai per certo innocenti. Ché se avessero avuto le tue amicizie, non avrebbero avuto il trattamento loro riservato. Tu non puoi essere un’alternativa morale e neppure politica: ti scagli contro la corruzione e il malaffare, per i quali Salerno non è seconda a Napoli; e attacchi le correnti del Pd, di cui hai assunto il controllo con un gruppo militare di poco più del 20%, disillusa espressione del potere istituzionale. E non pare anche a te che siano proprio questi i connotati dei cacicchi locali , evocati ed emarginati sia da Veltroni che D’Alema! Allora, risvegliati dagli applausi organizzati a San Matteo, non immaginare di poter uscire dalle mura cittadine senza far politica, torna alla realtà: i salernitani ti temono, non ti amano, come credi o ti fanno credere. Te lo comunico in maniera leale e pubblica perché, come il Ribelle di Ernest Junger, mi oppongo a ragion veduta ed ho un profondo, nativo rapporto con la libertà, la verità e la politica. I socialisti non sono fatti per l’ovile, esprimono una cultura politica che non si compra con i posti e la protezione. Dovresti ispirarti a loro, quelli di ieri e quelli di oggi, anziché criticarli per spazzare sotto il tappeto l’immondizia che ti circonda. Se ti fanno ombra, è un problema tuo, non del Partito Democratico.

La fine è cominciata, caro Vincenzo, non solo per i tuoi compagni napoletani, che tu definisci “cafoni“, ma per un’intera generazione, di cui hai condiviso, di là delle dichiarazioni di propaganda, metodi e obiettivi. Allora, anziché insolentire chi coltiva la politica, preoccupati di completare le opere iniziate molti, troppi, anni fa, di risanare il bilancio comunale, di preservare il territorio comunale dal cemento, di combattere la vera delinquenza e non i poveri lavavetri e gli immigrati. Il mio augurio di Natale è che tu possa fare tesoro di queste critiche e riflettere. Un augurio sincero, perché solo una inversione politica e una chiara autocritica potrebbe ancora consentirti di arginare (tentare) la crisi. Perché, come insegna Abraham Lincoln, “Si può ingannare tutti per poco tempo o qualcuno per tanto tempo, ma non si può ingannare tutti per tanto tempo“.

Scelta riformista o cesarismo autoritario

21 Dic 08

Eugenio Scalfari

I partiti non fanno più politica. Hanno degenerato e questa è l’origine dei mali d’Italia. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello: non sono più organizzazioni che promuovono la maturazione civile e l’iniziativa del popolo, ma piuttosto federazioni di correnti e di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali.

Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato e delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ottenuto vantaggi o sperano di riceverne o temono di non riceverne più.
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendovi dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo.

Ecco perché la questione morale è il centro del problema italiano ed ecco perché i partiti possono provare ad esser forze di serio rinnovamento soltanto se affronteranno in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.

Queste righe che fin qui avete letto non le ho scritte io, non sono farina del mio sacco anche se le condivido parola per parola, e non sono neppure la citazione di qualche discorso di uomini politici di sinistra o di destra pronunciati in questi giorni.

Queste frasi le ha pronunciate Enrico Berlinguer in un’intervista pubblicata su Repubblica il 28 luglio del 1981, cioè ventisette anni fa e undici anni prima dell’inizio di Tangentopoli, ma è tremenda la loro attualità. E’ tremenda perché significa che quel vizio non è stato estirpato e neppure scalfito. Permane esattamente come l’allora segretario del Partito comunista italiano l’aveva diagnosticato, con l’aggravante che ora la “diversità” comunista è caduta insieme all’ideologia che ne era in qualche modo il presidio.

Che sia caduta l’ideologia è senza dubbio un bene. La diversità non ha avuto più alcun appiglio ed è caduta anch’essa. La destra in questi giorni festeggia perché la sinistra non potrà più invocarla come un elemento di superiorità. Finalmente, dicono i berlusconiani, siamo tutti eguali.

Ma eguali nel peggio. Non sono le virtù civiche della destra ad essersi elevate dalla ricerca del bene proprio a quella del bene comune ma, semmai, quelle della sinistra ad essersi indebolite.

Quanto agli italiani, è vero che una parte di loro era ed è sotto ricatto come diceva Berlinguer, a causa dei favori ricevuti o attesi, ma la parte maggiore è soltanto schifata, ha perso fiducia, non ha più speranze, travolge nella stessa condanna la politica, i partiti, le istituzioni, la magistratura, le banche, il mercato. Metà degli elettori non vota più. Soltanto il Quirinale è esente da questo crollo di credibilità. E’ importante che il presidente della Repubblica riscuota fiducia e rispetto da una quasi unanimità dei cittadini, ma non è sufficiente.

Il centrodestra, malgrado alcuni recenti scricchiolii, ha ancora il compatto sostegno dei suoi elettori, anche se su una base che si va restringendo.

Il centrosinistra, cioè il Partito democratico, ha fatto l’altro ieri la sua prima resa dei conti. C’è stato un ampio dibattito, una seria autocritica, le premesse d’una nuova partenza a poco più d’un anno dall’esordio. L’accoglienza dei “media” è stata nel complesso tiepida.

Come spesso accade, le cronache hanno dato maggior risalto alle polemiche interne che alle diagnosi condivise. Il mestiere crudele del giornalismo reclama soluzioni nette, bianco o nero, chi ha vinto e chi ha perso. Non sempre questo criterio riesce a cogliere la sostanza e meno che mai quando lo si applica alla politica. Perciò mettiamoci occhiali appropriati e guardiamo più a fondo quanto sta accadendo.

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“Disuguaglianza sociale. Il dramma che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole. Disuguaglianza sociale. È questa la grande, moderna questione che si pone oggi di fronte a noi. Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire risposte a questa realtà”.
Le cronache dei giornali di ieri non riportano queste parole o ne fanno un cenno distratto, eppure esse aprono la relazione di Veltroni all’assise del Partito democratico e il fatto che non si tratti d’uno slogan ma di una drammatica constatazione è documentato da un lungo elenco di cifre e di situazioni che occupano la prima parte del discorso del segretario del Pd.

Sono cifre e situazioni che conosciamo, che provengono da fonti ufficiali e che non raccontano soltanto quanto avviene in Italia ma in tutto l’Occidente e in tutto il pianeta. La settimana scorsa citammo il pensiero di Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’economia che individuava anche lui nella distribuzione malformata della ricchezza la piaga del mondo intero.

Si è scritto e detto che problemi di queste dimensioni non si affrontano soltanto con specifici provvedimenti se alle loro spalle non c’è una scelta culturale. Qual è la cultura della sinistra? Ebbene, è questa la cultura della sinistra: combattere la disuguaglianza sociale con tutti i mezzi che la politica è in grado di mobilitare. Nella relazione del segretario del Pd questi mezzi sono ampiamente elencati. Descritti. Confrontati con le risorse disponibili. Collocati dentro un calendario preciso. Dimostrati compatibili con le regole europee. Calati in un impegno programmatico. Non è questo che tutti gli osservatori e i critici indipendenti suggerivano, chiedevano, reclamavano? Ed ora che la risposta è arrivata ed è stata confortata da un voto quasi unanime, facciamo finta che si tratti solo di parole? Volevate dunque veleni e pugnali? Non siamo proprio noi, osservatori e critici indipendenti, a ricordare che in politica le parole sono pietre?

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L’elenco degli obiettivi concreti, dei mezzi necessari a realizzarli, è lungo ed occupa almeno un terzo di quel documento, ma il punto centrale è questo: bisogna usare la leva del bilancio, la politica monetaria non basta più.

Bisogna cioè mandare il bilancio in deficit per il 2009 che sarà l’anno terribile della recessione. In deficit di un punto di pil, 16 miliardi di euro da aggiungere a quello stentato mezzo punto che Tremonti ha finora stanziato e che è chiaramente insufficiente a far fronte alla tempesta. Si tratta dunque di 22 miliardi complessivi per alleggerire il peso fiscale sul lavoro e sulle famiglie con effetti duraturi, per estendere alla massa di lavoratori precari la cassa integrazione, per istituire un sostegno di disoccupazione che duri almeno due anni. Nello stesso tempo occorre approvare un piano di rientro graduale del deficit nei limiti europei, che ci riporti all’equilibrio nel corso del biennio 2010-2011.

Questa è la proposta nelle sue linee essenziali. Una proposta da sinistra di governo, europea e responsabile, sulla quale raccogliere forza, consenso, alleanze politiche e sociali.

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Ci sono altri punti nel programma di Veltroni: scuola e università, riforma della giustizia, energie alternative al petrolio, regole di mercato a tutela della concorrenza e delle pari opportunità sociali.

Ma i temi sui quali si aspettava al varco il segretario del Pd non erano questi. La mancanza di programmi alimenta la geremiade delle critiche, ma quando quella lacuna viene colmata le teste si voltano subito dall’altra parte perché i programmi annoiano chi è chiamato a dare un giudizio veloce e semplificato. Sicché si aspettava Veltroni al varco sul tema delle alleanze secondo l’adagio “dimmi con chi stai e ti dirò chi sei”. Lo aspettavano al varco i “media” ma anche all’interno del Partito democratico.

Follini aveva presentato un ordine del giorno anti-Di Pietro, Enrico Letta e anche Massimo D’Alema guardavano con favore a quella proposta proponendo un’alleanza stabile con l’Udc di Casini. Altri perseguivano invece accordi con la sinistra di Vendola e di Bertinotti. Prospettive astratte sotto l’apparenza della concretezza.

Se il partito di Casini si alleasse stabilmente con il Pd perderebbe a dir poco metà dei suoi elettori che sarebbero risucchiati nell’area berlusconiana. E se il Pd si alleasse stabilmente con la sinistra di Vendola, perderebbe gran parte degli ex Margherita che sarebbero risucchiati da Casini. Proposte di questo genere non sono dunque politicamente apprezzabili.
E vero invece che il Pd è oggettivamente il partito più forte dell’opposizione. Se riuscirà a rilanciare la sua immagine, le altre opposizioni, ciascuna nei suoi modi e nei suoi tempi, troveranno elementi di raccordo per marciare separati e colpire uniti il comune avversario.

Resta il problema Di Pietro che però non è la causa ma l’effetto della crisi del Pd. Di Pietro ha intercettato il “grillismo” che è l’effetto della debolezza dei partiti della sinistra e del riformismo democratico. Se il riformismo non delude, il “grillismo” declina e di Pietro anche. Con lui comunque l’alleanza è rotta da un pezzo. Alleanze locali non fanno testo anche se è meglio limitarle al minimo.

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Veltroni ha fatto molti errori. Ha perso troppo tempo e non ha avuto idee chiare sulla natura del partito da creare. Ha ragione D’Alema di lamentare un’amalgama senza strutture. Ha ragione Chiamparino di reclamare un ascolto finora scarso delle esigenze del Nord. Hanno ragione i molti che reclamano rigore e non tolleranza verso le pastette di molti amministratori meridionali Il dibattito è stato vivace e in certi momenti aspro.

Contributi di valore sono venuti da D’Alema, Reichlin, Ruffolo, Bersani. Bassolino ha parlato anche lui senza neppure una volta nominare Napoli e la Campania. Una reticenza di queste proporzioni non si era mai vista prima da parte di un vecchio dirigente politico. A volte il vino migliora con gli anni ma altre volte svapora e diventa aceto. Il caso Bassolino è uno di questi.

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Non si può eludere la domanda se Veltroni esca rafforzato da questo dibattito e se il Partito democratico possa superare la pessima congiuntura delle ultime settimane. Se è vero che la questione morale e quella della disuguaglianza sociale costituiscono il cuore del problema italiano (e mondiale), aver messo tutte e due al primo posto nell’agenda del Pd dà buone prospettive al rilancio di quel partito. In parte dipende da Veltroni, D’Alema, Bersani, Franceschini, Marini e gli altri dirigenti vecchi e nuovi. In parte dai giovani di seconda e terza fila per i quali è venuta l’ora di farsi avanti. Ma in grandissima parte da tutti quelli che sperano e vogliono un riformismo serio, audace e vorrei dire allegro, impegnato, competitivo, creativo. Il partito deve fornire le infrastrutture affinché il riformismo divenga adulto e sia luogo di rinnovamento di una società spaventata e atterrita.

Se il riformismo pianterà le sue radici anche la destra cambierà. La società italiana cambierà. Al di là delle diverse opinioni, questa dovrebbe essere una speranza comune nella direzione che ogni giorno ci indica Giorgio Napolitano insieme con lui Ciampi e Scalfaro. Per il bene della democrazia e della Repubblica.

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Post Scriptum. Ieri sera Berlusconi ha lanciato l’ennesima provocazione: ha proposto l’elezione diretta del Capo dello Stato, cioè un plebiscito sul suo nome. Ha aggiunto che lo metterà in votazione tra qualche tempo. Si completerebbe così il disegno che da tempo porta avanti di uno stravolgimento costituzionale culminante nel cesarismo. Davanti ad un personaggio di questa natura non si capisce come possa nascere il Partito della libertà, cioè l’unione tra Forza Italia e An con dentro Fini che pochi giorni fa ha condannato il cesarismo mentre Bossi dichiarava: “Non vogliamo monarchie”. O sono tutti ipocriti o sono tutti ammattiti.

In queste condizioni il Pd e le altre forze di opposizione sono la sola diga che possa trattenere l’Italia in un quadro democratico europeo impedendo un’avventura con sbocchi autoritari. La grande crisi del 1929 produsse due soluzioni politiche nel mondo occidentale: quella democratica di Roosevelt e quella fascista e nazista. Le condizioni attuali non sono quelle di allora ma la scelta è ancora una volta questa. Noi italiani abbiamo già dato.

Di Pietro leader a sinistra

17 Dic 08

Lucia Annunziata

E se fosse proprio Di Pietro il leader che gli elettori del Pd vorrebbero? Domanda provocatoria, ma necessaria per provare a uscire dalla ripetitività della discussione interna al Pd. Al voto in Abruzzo il Pd (in tutte le sue componenti) ha risposto con la lettura di sempre – il dualismo Veltroni-D’Alema, il nuovo contro il vecchio, la necessità di fare piazza pulita della vecchia guardia – e con lo stesso dilemma dell’ultimo anno: rompere o no con Di Pietro? Se è tutto quello che il centro sinistra riesce a dire sul proprio declino, ha davanti una sola possibile conclusione: la rottura. Fra Pd e Di Pietro, e\o dentro il Pd fra dalemiani e veltroniani, ma anche fra ex popolari ed ex Ds, e fra rutelliani ed ex popolari. Una spaccatura in un organismo così fragile scuoterebbe come un terremoto tutti gli equilibri che ora rimangono a stento in piedi.

La vittoria di Di Pietro in Abruzzo, parte di una veloce crescita del suo partito, andrebbe forse guardata non solo come una «reazione» a qualcosa che il Pd non fa, ma anche come un’indicazione su quello che la base vorrebbe che facesse. L’ex magistrato sta costruendo la sua base nazionale su un paio di temi, non di più, che hanno molta risonanza nel Paese: la giustizia e la critica alla classe dirigente. È difficile non guardare a queste due questioni (Abruzzo docet) intrecciate. L’astensionismo – il dato maggiore del voto di due giorni fa, ma che di fatto dissangua il centro sinistra da tempo – cos’altro è se non un voto di sfiducia nel Pd proprio a causa della questione morale? In fondo, un identico giudizio d’inadeguatezza etica ha fatto crollare il consenso ai partiti della sinistra estrema quando i loro rappresentanti erano al governo.

Se questo è il senso dell’astensionismo, evidentemente Di Pietro è l’unico politico che, direttamente e indirettamente, appare circondato da approvazione. Perché l’unico di tutta la classe dirigente considerato al di sopra di ogni questione «morale»: sia colpa giudiziaria o responsabilità di consociativismo politico o anche solo di eccessiva integrazione nel sistema.

Il fenomeno Di Pietro appare così, in questa luce, come l’unico vero erede di quella rivolta che mesi fa venne chiamata l’antipolitica. Si disse allora che il fenomeno era contro tutta la classe politica, ma nella sostanza si è rivelato quasi esclusivamente scagliato contro il centro sinistra. Quelle critiche costituivano una richiesta di coerenza in particolare alle forze politiche che della questione morale avevano fatto una bandiera, un loro segno di «diversità». In questo senso, l’antipolitica, morta nelle sue forme più folkloristiche, non solo non è mai finita ma si è ben radicata nella coscienza profonda della sinistra, diventando richiesta più complessa. Al di là dell’attacco alle furbizie della casta e dell’omaggio alle procure, in quella protesta si è riversata e sedimentata tutta la domanda di ristabilire una vera giustizia sociale. Giustizia richiesta in varie forme: dal rispetto dei deboli nelle questioni economiche all’affermazione di meritocrazia sociale contro i privilegi dei pochi, alla riscoperta dello spirito di servizio da parte della politica.

Contro l’antipolitica s’infranse il governo Prodi. Grazie allo scontento della base Pd ha avuto la sua rivincita Berlusconi, e per rispondere al malessere espresso da quel movimento è nato il «rinnovamento» di Veltroni. Ma l’aspetto drammatico delle vicende di oggi è che nulla di quello che il Pd ha fatto appare ancora sufficiente a recuperare la fiducia della base. Di questo si fa forte Di Pietro: della sua fedeltà ai magistrati, dei suoi modi e apparenze da leader totalmente fuori dalle modalità della classe dirigente, con la sua parlata grezza, le semplificazioni, i pronunciamenti senza mediazioni. E a questo deve stare attento il Pd: l’ex magistrato è un leader che il popolo della sinistra può condividere o meno, ma che capisce meglio di quanto capisca tutti loro.

Più che litigare su come liberarsene (o su come liberarsi dei propri nemici con la scusa di Di Pietro), i dirigenti del Partito democratico farebbero bene a chiarire innazitutto a se stessi cosa intendono fare sui temi che Di Pietro rappresenta. Ad esempio, ci sono pochi dubbi che sulla giustizia l’elettorato Pd appare molto più intransigente dei suoi leaders. È un problema reale di differenza: ma in ogni caso è molto meglio che il centro sinistra dica immediatamente un sì o un no alla riforma, senza manovre per prendere tempo, come la commissione di 60 giorni. Lo stesso vale per la questione morale: il Pd può difendere i suoi dirigenti o può aprire bocca e sostituire chi vuole, ma non restare nel limbo dell’indecisione. Nell’ormai molto attesa riunione di venerdì in cui la direzione del Pd dovrebbe affrontare un «chiarimento», basterebbe forse fare chiarezza su questi due punti.

Pd, la sfida è adesso

9 Dic 08

Federicio Geremicca

Da una parte l’incudine di una questione morale salita agli onori della cronaca, dall’altra il martello berlusconiano di una riforma della giustizia brandita come una spada.

In mezzo c’è il Pd che cerca di mettere ordine nell’agenda delle sue emergenze politiche e fatica a trovare il bandolo della matassa. Tale difficoltà non è del resto incomprensibile, se solo si pensa che la settimana scorsa si era aperta con l’ennesima polemica tra veltroniani e dalemiani e si era poi invece chiusa con le immagini del sindaco di Firenze incatenato a un palo per protesta. E prima c’erano stati la querelle sulla collocazione europea del partito, l’interminabile confronto su congresso sì-congresso no, la lacerante discussione intorno alla necessità (o all’inopportunità) di un «Pd del Nord», e chi più ne ha più ne metta. Un avvitamento polemico che stenderebbe un partito forte e in salute come un toro: e dunque figuriamoci una formazione politica che ha avuto il suo battesimo elettorale appena otto mesi fa ed è ancora alla ricerca di una più netta identità… Il fatto, però, è che nulla – in verità – lascia presagire che la settimana appena aperta sarà meno avara di dispiaceri per Walter Veltroni e il suo partito.

Il Pd è alla vigilia di una sconfitta elettorale (quella abruzzese) che, per quanto largamente scontata e attesa, rischia di acuire ulteriormente lo stato di tensione tra i democratici. È prevedibile che anche dal voto di domenica in Abruzzo qualcuno trarrà motivi di polemica (per la scarsa difesa di Del Turco, magari, o per aver deciso di far correre il Pd dietro le insegne di un candidato-presidente dipietrista…), aggiungendo così confusione a confusione. Ma soprattutto dalla partita che si va aprendo sulla riforma della giustizia rischiano di arrivare i guai maggiori. Accettare di affrontare oggi un confronto sul più antico e tradizionale terreno di scontro col Cavaliere – la giustizia, appunto – espone infatti il Pd a due rischi. Il primo è che l’apertura al dialogo possa essere interpretata come una sorta di «vendetta» nei confronti della magistratura, che mette sotto inchiesta i suoi amministratori dalla Calabria fino alla Liguria; il secondo è di lasciare ad Antonio Di Pietro l’esclusiva dell’«antiberlusconismo giustizialista»: una miscela che con il riemergere di vere o presunte questioni morali potrebbe tornare a esercitare un qualche fascino su settori non proprio marginali dell’elettorato.

Si tratta di rischi che però, giunti al punto cui sono arrivate le tensioni anche all’interno della magistratura, il Pd ha l’obbligo di correre. Per troppi anni il vecchio Pci ha pagato – in termini di evoluzione riformista – il dogma secondo il quale la propria linea politica non doveva mai lasciar spazi occupabili alla propria sinistra: sarebbe davvero paradossale se il Pd – che è naturalmente tutt’altra cosa dal Pci – si ponesse oggi un problema simile, e per di più nei confronti del partito personale di Antonio Di Pietro. Del resto, la richiesta di una riforma del funzionamento della giustizia in Italia arriva ormai da settori sempre più ampi della stessa magistratura; per non parlare, naturalmente, di quanto la necessità di un intervento sia reclamata – e non da oggi – da chiunque abbia la sventura di metter piede in un’aula di tribunale.

Dunque, tra le tante cose che potranno aiutare il Pd di Walter Veltroni a uscire dal guado, forse c’è anche questo: il superamento della barriera che ha fin qui reso impossibile un confronto sulla giustizia, ogni volta che a proporlo è stato Silvio Berlusconi. Ma intendiamo un confronto, certo: non un diktat, un decreto da votare, come è accaduto per la manovra prima e per il pacchetto anti-crisi poi. In questo caso, rifiuti e ritirate sarebbero inevitabili, oltre che comprensibili. E la possibilità di un dialogo vero non potrebbe che sciogliersi di nuovo come neve al sole.

Le riforme (non) possono attendere

9 Dic 08

Michele Ainis

Come Alessandro Del Piero, il gabinetto Berlusconi esibisce un doppio passo. Svelto e deciso se si tratta d’apprestare le regole per i cittadini; lento e molle, quando non proprio fermo al palo, sulle regole di governo. In questi sette mesi di legislatura non c’è emergenza che non abbia ricevuto il suo tampone, dal blocco dei rifiuti all’Alitalia, dall’immigrazione clandestina alle tasse sulla casa, dalla sicurezza in città alla crisi dei mercati. Tuttavia il decisionismo evapora assieme alle buone intenzioni se c’è da chiamare i muratori sulle fondamenta del sistema, sulla governance complessiva di questo Paese, che pure reclamerebbe non meno urgenti correzioni.

Quanto all’edificio istituzionale, l’elenco ha più capitoli dei grani d’un rosario. Il bicameralismo? Con due assemblee gemelle per composizione e per funzioni è diventato più un intralcio che una garanzia, ma intanto l’intralcio è sempre lì, come una carcassa sui binari. I poteri del premier? Prodi non poteva revocare i suoi ministri, né può farlo Berlusconi. La sfiducia costruttiva? Calderoli l’ha promessa il mese scorso, da qualche parte dev’esserci una bozza di riforma, però così segreta che non ne sanno nulla neppure gli agenti segreti. Le procedure con cui decide il Parlamento? Qui invece il testo c’è, e c’è dal 1º luglio, con la proposta di modifica dei regolamenti parlamentari depositata dai capigruppo Pdl; ma è rimasto chiuso in un cassetto, nonostante le polemiche contro la pioggia dei decreti, e benché due Camere efficienti smonterebbero l’alibi dietro al quale si ripara ogni governo, quando abusa per l’appunto dei decreti.

Senza dire della legge elettorale, impresentabile eppure – a quanto pare – inemendabile, dato che la maggioranza non è riuscita a correggere neanche quella con cui voteremo alle prossime europee. O senza chiamare in causa la riforma dei partiti, le oscure modalità con cui avviene la selezione della loro classe dirigente, i poteri degli iscritti, le storture del finanziamento pubblico. O il governo dei giudici, che non è cambiato d’una virgola benché sia stato annunziato già da tempo il progetto di un nuovo Csm. O infine la riforma delle Authority, che sono troppe, e si pestano i piedi a vicenda. E il federalismo fiscale? Sin qui una nebulosa in cui si smarrirebbe perfino un astronauta. E l’abolizione delle province? Sì, o meglio nì, vediamo, non c’è fretta.

Si dirà: ma le riforme istituzionali chiedono tempo, vanno ben ponderate. Giusto, però trent’anni possono bastare, giacché cadeva il 1979 quando Craxi pose per primo la questione. Inoltre se tutti gli altri governi non sono stati fulmini di guerra, su questo fronte l’inerzia del governo Berlusconi è più grave, più vistosa. Sia in rapporto alla velocità supersonica con cui l’esecutivo in carica ha preso di petto ogni altra faccenda. Sia rispetto all’investimento che vi ha operato fin dal suo battesimo, raddoppiando i ministri delegati alle riforme. Questi due ministri (Bossi e Calderoli) sono entrambi della Lega, sicché l’impasse è fonte d’imbarazzo innanzitutto per questo partito. Ma in qualche misura dovrà pur imbarazzare la stessa opposizione, se è vero che le regole del gioco vanno condivise da tutti i giocatori, e se è vero inoltre che il centrosinistra fa muro perfino quando la maggioranza accoglie i suoi suggerimenti (è accaduto per il decreto Gelmini).

Però il vuoto di riforme non danneggia unicamente la credibilità dei partiti. Ci danneggia tutti, perché l’Italia soffre di cattivo rendimento (49º posto, dietro il Portorico e le Barbados, secondo il Global Competitiveness Index 2008-2009), nonché di scarso ricambio nelle classi dirigenti (con il record europeo di settantenni, come attesta il Rapporto Luiss 2008). A tale riguardo le riforme istituzionali sono la prima pietra, tuttavia non certo l’ultima. C’è bisogno di una nuova governance che impedisca per esempio d’incontrare rettori in carica da 25 anni (a Brescia) o da 22 (a Napoli). C’è bisogno, in una parola, di governi forti e rinnovati a ogni livello. Perché il pesce, come dicono al Sud, puzza sempre dalla testa.

I tormenti di Silvio che scruta i sondaggi

3 Dic 08

Francesco Verderami

S cagli il primo decoder chi è senza peccato, e sul «caso Sky» né Berlusconi né il Pd sono immuni da colpe e omissioni. Il premier giura che non sapeva nulla della norma sulla pay-tv, «Tremonti non me ne aveva parlato». A parte la smorfia di La Russa, che non ci crede, il Cavaliere non poteva non sapere.
In politica il teorema vale, specie per chi è presidente del Consiglio. Infatti Berlusconi è subito caduto nei sondaggi: tre punti secchi in meno, nel giro di ventiquattr’ore. Lui solo però, non il suo governo. Ed è la prima volta che un simile fenomeno accade. Tanto che l’altra sera il premier se n’è lamentato ad alta voce per telefono con Tremonti: «Pago solo io in termini di consenso. Capisci? Solo io. Ho perso cinque punti», gli ha spiegato gonfiando il crollo per drammatizzare la faccenda…
L’aumento dell’Iva sulla tv satellitare ha fatto da moltiplicatore alla delusione dell’opinione pubblica. Perché il «decisionista» Berlusconi aveva annunciato il pacchetto anti-crisi come «un’iniezione di fiducia e ottimismo»: ma la detassazione delle tredicesime — a cui teneva — non c’è stata, e la social card non l’ha convinto del tutto prima ancora di non convincere gli italiani.
Poi è esploso il «caso Sky», che ha sfidato il Cavaliere con le sue stesse armi: marketing e spot, il volto di Ilaria D’Amico e la campagna di mail da inviare per protesta a palazzo Chigi. Un’operazione che ha stupito persino un duro come Confalonieri, silenzioso con la stampa, non con l’amico di una vita: «…Perché di iniziative a difesa di Mediaset ne ho fatte tante, Silvio, ma senza perdere mai il senso della misura».
E ci sarà un motivo se anche il democratico Follini ha censurato l’offensiva mediatica di Sky. Nessuno può scagliare decoder in questa vicenda, nemmeno il Pd. Tremonti l’ha inchiodato al suo passato, al governo Prodi, rivelando il carteggio tra l’Ue e il Professore, che si era impegnato con Bruxelles a cambiare l’aliquota alla tv satellitare. Così Berlusconi ha provato a distogliere l’attenzione dalla trave che ha nel proprio occhio, il conflitto d’interessi, denunciando in pubblico i «rapporti privilegiati del centrosinistra con Sky», e ricordando in privato che «Prodi quando stava a palazzo Chigi si faceva intervistare solo dal tg di Murdoch, mica dalla Rai».
Molti esponenti del Pd ieri alla Camera evocavano i trascorsi «privilegiati» con il famoso «squalo». Come la festa per cento persone in una splendida villa romana sul Gianicolo, organizzata da Murdoch in onore dei maggiorenti diessini e diellini subito dopo la vittoria elettorale dell’Unione nel 2006. Terminata la cena, il tycoon si ritirò sotto un gazebo per ricevere a uno a uno i dirigenti del centrosinistra, dalla Melandri in giù. Ed è emblematico il gesto con cui Carra — che fu testimone del frenetico via vai sotto quel pergolato — preferisca sorvolare sull’episodio. Questione di bon ton.
«Mi limito a dire — commenta l’esponente del Pd — che noi oggi difendiamo i privilegi di un miliardario australiano contro gli asseriti privilegi di un miliardario italiano. È una storia che ci riporta ai tempi del Medioevo, quando si chiamava da fuori confine l’imperatore per regolare i conti con un signorotto di casa. È una storia che dovrebbe analizzare non un politologo ma il professor Cardini. Rende l’idea, incredibile, che noi non pensiamo a regolare il sistema, ma che pur di battere Berlusconi siamo disposti a mantenere il sistema scompensato».
Il centrodestra, per nascondere l’evidente scivolone, insinua sul passato ma anche sul presente «rapporto privilegiato» del Pd con Murdoch. «Noi della Lega non abbiamo una tv», ha detto ieri Bossi. Traduzione del forzista Napoli: «Si riferisce alle tv del Pd, che stanno nel bouquet di Sky. A una in particolare, Youdem, quella di Veltroni, che ha ottenuto un trattamento privilegiato e dal canale 787 sta per passare al 550, assai vicino a Tg24». D’un colpo il Pd si è ritrovato sulla difensiva, con Tremonti che si è scagliato contro «quelli che hanno criticato i 40 euro della social card e ora difendono un paio di euro per Sky». In un impeto di sincerità il veltroniano Realacci ha ammesso che «avrei fatto altre battaglie prima di questa, battaglie che interessano un maggior numero di cittadini e con maggiori problemi».
Nonostante la confusione nelle file dei Democratici, sono i conti nel centrodestra a non tornare. Perché è il premier che è caduto nei sondaggi, perché era stato il premier in mattinata ad aprire uno spiraglio alla trattativa, tranne rimangiarsi tutto dopo lo stop arrivato da Tremonti. Perché La Russa è il testimonial della rabbia di An, visto che «avevo chiesto quale fosse la copertura del decreto ma nessuno mi ha avvisato prima». Perché dentro Forza Italia sono molti i dirigenti di primissimo piano a sussurrare quel che l’ex ministro Martino dice, e cioè che «Silvio si è dato la zappa sui piedi. Anzi gliel’ha data Tremonti».
E nei capannelli in Transatlantico i berlusconiani si sono subito divisi, tra quanti ipotizzano che il ministro dell’Economia abbia ambizioni politiche, e quanti invece vedono nel suo rigore finanziario un primo passo per una carriera internazionale. Intanto va in onda lo scontro tra il Cavaliere e lo Squalo. Ma non erano amici?


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