Archivio per aprile 2007

I vantaggi di pagare l’acqua di più

(30 Apr 07)

Andrea Beltratti

Il prezzo dell’acqua è cresciuto in maniera rilevante negli ultimi anni. Questo aumento può risultare poco comprensibile ai cittadini: mentre pare naturale pagare un bene come il petrolio, si tende a pensare che l’acqua, assieme all’aria, sia risorsa inesauribile e quindi gratuita. In realtà la crescita economica ha modificato l’impostazione tradizionale. Acqua e aria hanno un costo. Gli individui pagano per respirare aria pura sostenendo il costo di una gita e pagano per bere acquistando acqua minerale; molte imprese pagano il diritto di inquinare quando emettono anidride carbonica responsabile dell’effetto serra.

I beni che una volta erano scarsi sono oggi abbondanti e quelli che un tempo erano disponibili a volontà sono diventati scarsi. I prezzi di mercato registrano domanda ed offerta relativa. Il prezzo del petrolio è determinato a livello mondiale. Le sue fluttuazioni risentono della domanda e dell’offerta complessiva. La relazione tra domanda ed offerta di acqua varia da luogo a luogo e quindi il suo prezzo riflette situazioni di scarsità locale. Se la domanda eccede l’offerta, l’aumento di prezzo è il segnale inviato ai consumatori, che li invita ad utilizzare con maggior parsimonia ed attenzione la risorsa sempre più scarsa. Quando aumenta il prezzo della benzina si cerca di usare di meno l’auto.

Perché non adottare una simile logica per l’acqua? L’aumento del suo prezzo attirerebbe maggiormente l’attenzione dei cittadini sulle condizioni di offerta ed in particolare li spingerebbe a esercitare più attenzione sulla qualità delle infrastrutture che consentono la distribuzione dell’acqua, una qualità che spesso è migliorabile. Un aumento del prezzo dell’acqua avrebbe effetti negativi nel breve periodo su molte aziende, in particolare su quelle agricole. Per dare un’idea della rilevanza della domanda agricola basta ricordare che ci vogliono 1000 tonnellate d’acqua per produrre una tonnellata di grano. Un aumento del prezzo si traslerebbe quindi in un aumento dei prezzi dei beni alimentari. Ma ci sarebbero anche effetti positivi dal punto di vista economico. Migliorare l’efficienza complessiva del sistema può essere occasione di crescita. Il settore dell’acqua è uno dei più seguiti dagli investitori. Basta ricordare che nel mondo il business dell’acqua vale più di 400 miliardi di dollari all’anno o pensare alla forte e continua crescita di due imprese come Veolia e Suez, la cui sede è a due passi dalla nostra regione, leader in sistemi di produzione e distribuzione di acqua.

Pensiamo allora che ogni occasione è buona per attivare un circolo virtuoso. Del resto, il Piemonte è una regione che già oggi mostra capacità di sfruttamento economico del ciclo dell’acqua. La società Acque Potabili, quotata alla Borsa di Milano, è controllata per il 43% dalla torinese Smat. Gli investitori si sono rivelati particolarmente attenti ad Acque Potabili, il cui prezzo è cresciuto del 57% nel 2007. Se l’aumento della domanda di acqua è un trend strutturale, seguiamo i segnali dei prezzi ed attrezziamoci per sfruttare tale trend ed esportare le nostre capacità tecniche. Altro che titoli Internet!

Il nuovo cantiere apre senza falce&martello

(30 Apr 07)

Fabrizio Rondolino

La rivoluzione della geografia post comunista

I comunisti in Italia nacquero come corrente organizzata al Congresso di Milano del Psi, nel 1911, in opposizione ai riformisti. Si chiamavano semplicemente la «Sinistra». E «A sinistra», secondo quanto ricostruito da Riccardo Barenghi, si chiamerà probabilmente l’alleanza, o la federazione, delle numerose e variopinte formazioni della sinistra «radicale»: Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, i Verdi e il Correntone ex-Ds (che dalla prossima settimana si chiamerà «Movimento della Sinistra democratica per il socialismo europeo»).

A guidare il progetto, per una curiosa ironia della storia, proprio l’ultimo erede della sinistra socialista, nel Psi e poi nel Psiup: Fausto Bertinotti. Che potrà dunque essere ricordato come chi ha rifondato il comunismo, o almeno ci ha provato, e come chi lo ha definitivamente mandato in pensione.

Non c’è alcuna ironia in questa constatazione. Il punto di riferimento politico di Bertinotti e dei suoi quadri più importanti (provenienti non per caso, come Giordano e Vendola, dalla Fgci di Folena, a sua volta promotore con Tortorella di «Uniti a sinistra», la rete associativa che proprio ieri si è riunita a Roma) è sempre stato l’ultimo Berlinguer: quello che in nome della «diversità» e di fronte alla crisi dell’Urss provò a «rifondare» il Pci aprendosi al pacifismo, all’ambientalismo, al femminismo.

Da questo punto di vista, «comunismo» è un termine insieme identitario e limitativo. Nel pantheon di Rifondazione, dopo la scissione dei «togliattiani» Cossutta e Diliberto, è rimasto Gramsci e, soprattutto, Berlinguer: cioè l’inizio leggendario e il vagheggiato oltrepassamento del comunismo italiano; di ciò che sta in mezzo soltanto Pietro Ingrao, l’incarnazione vivente dell’eresia, è riconosciuto come padre nobile.

Che dunque Bertinotti voglia tranquillamente liberarsi del «comunismo» non è in sé una sorpresa e neppure una novità; più complessa, almeno sul piano teorico, la posizione di Diliberto. Nato per sostenere il primo governo D’Alema, dopo che Rifondazione fece cadere Prodi, il Pdci è divenuto in tempi recenti l’ala ultraradicale della sinistra radicale, al punto da farvi fuggire quell’antico gentiluomo togliattiano che è Cossutta.

L’iconografia, tuttavia, è rimasta solidamente comunista: dal simbolo, che ricalca alla perfezione quello del Pci disegnato da Guttuso, al giornale, che si chiama «Rinascita» come il settimanale di Togliatti, fino all’uso insistito del pronome «noi» nella relazione e negli interventi al congresso che si è appena concluso, il Pdci sembra a tutti gli effetti la miniatura del vecchio Pci, quello del Bottegone.

Se tuttavia anche Diliberto accetterà di rinunciare alla denominazione comunista, magari perché costrettovi da una riforma elettorale che renda inutile il magro 2,3 per cento raccolto l’anno scorso, «comunisti» in Italia resteranno soltanto i redattori (e, s’immagina, i lettori) del «manifesto». A via Tomacelli si è tentato più volte di rimuovere dalla testata la targa «quotidiano comunista» (il primo fu Gianni Riotta più di vent’anni fa, sull’onda della trasformazione di «Libération» in Francia), ma la vecchia guardia ha sempre avuto la meglio: come prigionieri di una dispettosa macchina del tempo, gli ingraiani degli Anni Sessanta continuano orgogliosamente a dirsi comunisti e, in questo, presidiano una regione della memoria oramai pressoché deserta.

Il resto è folclore o poco più: il Partito comunista dei lavoratori, fondato dal leader della minoranza trotskista di Rifondazione, Ferrando, si presenterà alle amministrative (per esempio a Genova, Rieti, Monza), ma sarebbe azzardato predirgli un avvenire radioso. Scendendo ulteriormente nella scala decimale, s’incontrano il Partito marxista-leninista italiano, d’ispirazione maoista, che si proclama «l’unico autentico partito comunista»; il Partito comunista italiano marxista-leninista, con sede a Forio (Napoli), stalinista; il Partito d’azione comunista, suo alleato; il Partito comunista internazionale, bordighista, che celebra il Primo maggio spiegando ai militanti che «tutti i partiti dello schieramento parlamentare, dall’estrema destra alla cosiddetta estrema sinistra pacifista, sono complici del militarismo imperialista»; il Partito comunista internazionalista, altrettanto (o più) bordighista, nato da una costola del precedente; il Partito comunista maoista d’Italia, con sede a Taranto.

Fino al più straordinario e irrinunciabile di tutti, sebbene esista (per ora) soltanto sul web: il Partito comunista delle libertà, il cui motto è una frase pronunciata da Berlusconi nel famoso video della «discesa in campo»: «Noi crediamo nella libertà, in tutte le sue forme, molteplici e vitali…».

L’occhio implacabile

(30 Apr 07)

Antonio Scurati

Occhio per occhio ma il secondo occhio è quello della telecamera. Sono le ore 20 del 29 aprile 2007 e, a giudicare da ciò che si vede in televisione, il dilemma tra sicurezza e libertà, tra sorveglianza e privacy, il conflitto che ha agitato le società occidentali al giro del nuovo millennio, sembra risolto una volta per tutte.

Abbiamo deciso per la sicurezza contro la libertà, per la sorveglianza contro la privacy. Abbiamo, in verità, deciso che si trattava di un falso dilemma perché la violenza è la peggiore tra tutte le violazioni della privacy, perché non c’è più grave menomazione della libertà di quella operata dal crimine.

In televisione, infatti, i telegiornali di prima serata stanno trasmettendo le immagini – riprese due giorni fa da una telecamera di sorveglianza della metropolitana di Roma – della giovane assassina di Vanessa Russo, la ragazza ammazzata con un’ombrellata in un occhio.

La fuggiasca è stata arrestata dopo esser stata identificata e rintracciata proprio grazie al filmato che la ritraeva vestita di bianco in fuga dalla Stazione Termini. A illustrazione della notizia dell’arresto i telegiornali trasmettono e ritrasmettono quel filmato, ma non si tratta solo di informazione. E’ qualcosa di più. E’ un sospiro di sollievo che sale nel naso di milioni di cittadini, è l’entusiasmo davanti a una ghigliottina mediatica, è il senso profondo e istintivo di una giustizia amministrata tramite il video. C’è qualcosa di liturgico nell’andamento ossessivo con il quale quelle immagini vengono proposte e riproposte: si sta celebrando un rito collettivo di esorcismo del male, si sta bruciando la strega, si sta dicendo una messa di ringraziamento.

Ascoltando questo sospiro salire dalle case di milioni di italiani, appare evidente che il cittadino delle nostre società opulente non ha più paura dell’occhio onnisciente delle telecamere che ormai accompagnano quasi ogni nostro gesto quotidiano. Al contrario, quel cittadino pacificato e inerme confida nelle onnipresenti tecnologie della visione per ricevere sollievo dalle proprie paure. Spera – più che temere – che su di lui si posi l’occhio onnisciente di una telecamera come un tempo si sperava nella custodia dell’occhio di Dio. Un Dio di vedetta, di vendetta e giustizia. Il conforto che ci dà l’idea di sorveglianza è enormemente superiore alla diffidenza verso il controllo. Il Grande Fratello orwelliano non agita più i sonni degli uomini liberi d’inizio millennio. Al contrario. Si spera in lui come in un fratello maggiore benigno che ci protegga dalla violenza.

Si dovrà certamente stare in guardia dai pericoli insiti in questo atteggiamento, ma si dovranno prima capirne le ragioni. E per capirle bisogna dimenticare per un attimo l’occhio e guardare a ciò che vede: un’immigrata clandestina romena, dedita alla prostituzione sulla Tiburtina, già nota alla polizia per vari reati minori. Ha conficcato la punta di un ombrello nell’occhio della vittima con tale violenza da sfondarle il cranio. Non sarà politicamente corretto dirlo, ma il fatto è che nelle nostre società pacificate e opulente vive una parte della popolazione che, per storia, cultura, condizione e ambienti di vita, ha una consuetudine con la violenza oramai sconosciuta all’altra parte. Nell’Europa occidentale, gli ultimi cinquant’anni della nostra storia hanno completato un secolare processo di ingentilimento del cittadino, di suo ammansimento. Al punto che, oggi, moltissimi di noi hanno, per fortuna, dimenticato le ancestrali consuetudini antropologiche con la violenza inflitta o subita. Di fronte alla violenza siamo perciò completamente inermi. Pensando a essa ci sappiamo immaginare soltanto come vittime passive. Oppure come spettatori, altrettanto passivi. L’atteggiamento del telespettatore è diventato modello di un comportamento generale. Di fronte alla violenza altrui possiamo perciò o offrirci come vittime mute dinanzi al carnefice o assistere con il fiato sospeso alla battuta di caccia.

Accendiamo speranzosi i televisori come un tempo si accendevano i fuochi ai margini del villaggio a tenere lontani i lupi.

Un voto che pota i cespugli

(30 Apr 07)

Luca Ricolfi

La raccolta delle firme per il referendum elettorale è partita da meno di una settimana e già il mondo politico è in subbuglio. Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti si spinge ad affermare che il referendum sulla legge elettorale è «una minaccia per la democrazia, perché il suo esito può mettere in discussione i partiti». Da parte loro i referendari, molto sobriamente, si limitano a tre affermazioni difficilmente controvertibili: primo, un eventuale successo del referendum darebbe all’Italia una legge elettorale imperfetta ma comunque migliore di quella attuale; secondo, il referendum ha già ottenuto il risultato di risvegliare il Parlamento dal suo torpore; terzo, la raccolta delle firme non impedisce in alcun modo al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, migliore di quella attuale e migliore di quella che risulterebbe dal referendum. Su queste tre affermazioni dei referendari concordano la stragrande maggioranza degli studiosi indipendenti. Su quella di Bertinotti, invece, ci sarebbe molto da riflettere. È vero che il referendum «mette in discussione i partiti»?

Intanto occorrerebbe ricordare che, da anni ormai, i partiti sono l’istituzione meno rispettata del Paese e che ciò è imputabile esclusivamente ai partiti stessi e agli uomini che li guidano: vanitosi, dimentichi delle promesse, nemici della verità, autoreferenziali, affamati di poltrone, tutt’altro che trasparenti e democratici nella scelta dei candidati. Di per sé un indebolimento dei partiti non sarebbe affatto un male e lo potrebbe diventare solo se coincidesse con il rafforzamento di meccanismi di rappresentanza ancora peggiori dei partiti (impresa ardua, visto il punto cui siamo giunti).

Da questa angolatura mi sembra che il referendum abbia effetti sostanzialmente neutrali: purtroppo non toglie ai partiti la loro capacità di occupare la Rai, di nominare i medici negli ospedali, di comandare nelle municipalizzate, di intrufolarsi nelle fondazioni e nelle istituzioni culturali.

Ma per fortuna non rafforza forme di rappresentanza ancora più pericolose e antidemocratiche dei partiti.

È vero, però, che un eventuale successo del referendum potrebbe anche cambiare i rapporti di potere fra i partiti, facendo contare di più i grandi partiti, di meno i partiti piccoli, e poco o niente i cespugli. Questo esito non dipende meccanicamente dal referendum, ma potrebbe essere aiutato dall’idea centrale del referendum: dare il premio di maggioranza al partito più votato, anziché alla coalizione più votata come attualmente avviene. Certo questa regola è aggirabile con listoni-insalata, ossia finti partiti che si sciolgono subito dopo il voto; ma provate a immaginare che cosa succederebbe se, anziché farsi ricattare dai piccoli partiti e dai cespugli, i maggiori partiti di centro-sinistra e centro-destra dessero vita a due grandi partiti capaci di attirare su di sé il 30-35% dei consensi qualsiasi cosa facciano i loro alleati potenziali. Se il referendum spingesse a questo, se fra un anno ci fossero a sinistra il Partito democratico (Pd) e a destra il Partito della libertà (Pl), anche un’eventuale trattativa con i partiti minori si svolgerebbe in condizioni del tutto nuove: ad avere il coltello dalla parte del manico sarebbero le due grandi corazzate, e le piccole imbarcazioni dovrebbero venire a più miti consigli.

È questa, probabilmente, la prospettiva che tanto spaventa il club dei piccoli. I quali hanno anche, naturalmente, le loro buone ragioni: ci sono sicuramente, in Italia, segmenti di elettorato che da un eventuale Partito democratico e da un eventuale Partito della libertà non si sentirebbero adeguatamente rappresentati. Ma è difficile credere che le tradizioni politiche in cui tali elettorati si riconoscono siano alcune decine, e soprattutto che un parlamento debba riprodurre come una fotocopiatrice ad alta definizione tutte le distinzioni che – spesso artificiosamente – i professionisti della politica cercano di far sopravvivere nella società civile. Oggi, a quasi vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, ci sono ancora in Italia quattro partiti comunisti (due presenti in Parlamento), quattro partiti di matrice cattolica (tutti presenti in Parlamento), almeno tre partiti socialisti, diversi partiti di matrice fascista, un medio partito post-comunista (Ds), un medio partito post-fascista (An).

Tutti necessari? No, perché – come mostrano gli studi sull’opinione pubblica – i segmenti elettorali veramente diversi fra loro non sono più di sei o sette, e la frammentazione del voto è il frutto non voluto della disperazione: la gente vota con fantasia, spesso rifugiandosi nei partiti minori, non perché è divisa in mille fazioni, ma semplicemente perché non ha fiducia in nessun partito e ogni volta che è chiamata a votare cerca disperatamente l’anfratto del «meno peggio».

Da questo punto di vista il referendum è anche una sfida. Può condurre i partiti ad aggirarlo e a ripresentarci la solita minestra delle coalizioni-ammucchiata, che si uniscono prima del voto e si dividono immediatamente dopo. Ma può anche essere l’occasione per riflettere, per iniziare a potare la selva delle sigle di partito, senza aspettare il «decespugliatore» di una nuova legge elettorale.

Se questa riflessione portasse a qualche risultato, e fra un anno ci trovassimo con un’offerta politica meno rigogliosa, la maggior parte dei cittadini apprezzerebbero, e il referendum avrebbe vinto senza colpo ferire.

Il Prc vuole fare il king maker

(28 Apr 07)

Massimo Franco

Il presidente della Camera gioca d’anticipo candidando il sindaco di Roma

Il «voto» di Fausto Bertinotti per Walter Veltroni nuovo leader del centrosinistra è una mossa d’anticipo, destinata a spiazzare altri candidati; e soprattutto, a fare apparire lente e farraginose le procedure che i fondatori del Partito democratico, Ds e Margherita, stanno discutendo. L’idea che il successore di Romano Prodi sarà designato dal solo Pd, è scontata a metà. L’indicazione del presidente della Camera, nonché leader del Prc, dice che gli alleati avranno una parola decisiva nel «suggerire» il candidato; e che il limbo dei prossimi mesi espone il Pd alle incursioni esterne. Colpisce anche che non sia più Prodi l’unico baricentro dell’Unione. Finora, l’attuale premier era stato voluto perché vincente; e perché evitava la competizione fra diessini ed era ritenuto garante dell’alleanza con l’estrema sinistra. Ma è stato lui ad archiviare la propria leadership per il futuro. E a Bertinotti non dispiace di investire il sindaco di Roma a «guidare una coalizione che unisca riformisti e sinistra radicale rinnovati». Veltroni «come altri, naturalmente», concede con un pizzico di diplomazia il presidente della Camera. Sa, infatti, che il numero degli aspiranti già sfiora la decina. Si tratta di diessini ed esponenti della Margherita. E le loro mire scoperte spiegano perché, nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, abbia riesumato la finzione del «leader che già c’è, ed è Prodi».
Temeva l’inizio di una guerra nel partito maggiore dell’Unione. Basta pensare al segretario dei Ds, Piero Fassino, che ha ammonito a non scrivergli «il coccodrillo», ossia lodi postume: nel senso che le sue ambizioni rimangono intatte. O al ministro Pierluigi Bersani, disponibile «al cento per cento». O al presidente dei senatori dell’Ulivo, Anna Finocchiaro. L’elenco non include i candidati «coperti», a cominciare da Veltroni; né dirigenti della Margherita come Rutelli, Parisi e Rosy Bindi. Ma se questo è lo sfondo competitivo, l’obiettivo di Bertinotti diventa più comprensibile. Esprimendo una semplice opinione, il capo del Prc entra nelle manovre per il dopoProdi. Tende ad influenzarlo. E opta per un Veltroni che ufficialmente non si è fatto avanti; eppure viene percepito come uno dei leader più forti, se non altro per la virulenza con la quale da settimane il centrodestra attacca a freddo il Campidoglio. Ma prevale la sensazione di una strategia che punta a riplasmare la sinistra; e che, nelle intenzioni del presidente della Camera, assegna al Prc il ruolo di perno, insieme col Pd. Quando stimola le frange più radicale ad unirsi, Bertinotti pensa a questo; e gli applausi dei «compagni separati» del Pdci sono una risposta. E additando Veltroni come candidato-cerniera fra Pd e antagonismo, tenta di legittimarsi come king maker. Vuole esorcizzare «la deriva centrista», negata anche ieri da Prodi ma diventata un’ossessione: un chiodo fisso e comodo, al quale appendere i dubbi dei diessini in bilico. Per poi, magari, accoglierli nel paradiso bertinottiano.

Tutto come prima

(29 Apr 07)

Tito Boeri

La telenovela Telecom si arricchisce di una nuova puntata. Non sarà l’ultima. Né la più avvincente. In questa puntata vedremo uscire nuovamente di scena chi era alla guida del gruppo nel mezzo di una fitta serie di inquietanti vicende di spionaggio. Da qui in poi le deviazioni societarie collegate alle intercettazioni telefoniche potranno essere affrontate, speriamo dipanate, senza la sua presenza ingombrante. Bene. Non appaiono però nuovi protagonisti all’orizzonte, non si vedono volti nuovi. Anche gli stranieri di questa puntata, gli spagnoli di Telefonica, c’erano già, paradossalmente chiamati in causa proprio da chi oggi esce di scena. Il resto del cast è già stato ampiamente sperimentato, peraltro senza grande successo di critica e di pubblico. Tutti gli attori di questa puntata appaiono soddisfatti, distesi. Chi esce di scena, la Pirelli di Tronchetti Provera, si vedrà riconosciuto il prezzo pattuito con gli americani e i messicani.

La porta di ingresso in Telecom verrà ristrutturata: Olimpia potrà uscire da una situazione finanziaria che si era fatta molto intricata, con l’azzeramento delle riserve, l’agenzia delle entrate alle costole e un debito salito a tre miliardi da ripianare. E i difensori dell’italianità potranno vantarsi di avere difeso la patria, schierando le loro truppe fin oltre la foce dell’Isonzo. Ma per il grande pubblico non c’è di che gioire. Non si vede alcuna rivoluzione alle porte per un’azienda che ha dimezzato il proprio valore di mercato negli ultimi 5 anni. Mediobanca, Generali e Intesa erano già nel patto di sindacato di Pirelli, con una quota superiore al 22 per cento. Saranno ancora loro a controllare Telecom. Non a caso, hanno trovato un escamotage per non pagare alcun premio di controllo. Chi lo pagherà, e salato, è solo Telefonica, destinata a versare più di quei 2,82 euro per azione che erano stati promessi da AT&T e American Movil. Perchè Telefonica ha accettato di pagare un premio di controllo così alto per acquisire una quota di minoranza, che non offre neanche la possibilità di designare i nuovi vertici di Telecom? Lo scopriremo forse alla prossima puntata. Una cosa è certa: Telefonica è anche l’unico componente del nuovo gruppo di controllo che ha le idee chiare sul da farsi. Operando da tempo nel settore, a differenza dei nostri banchieri e assicuratori, conosce quali siano le opportunità del mercato, sia in Italia che in America Latina. Speriamo che voglia davvero valorizzare Telecom e non stia pensando ad altro. La domanda è lecita perchè la struttura piramidale di Telecom esce solo rafforzata da questo accordo. Questo significa che ci sarà ancora una netta separazione fra diritti di controllo e interesse alla valorizzazione dell’azienda. Nulla vieta che si continui ad assistere a una sequenza di nuovi risultati deludenti succeduti dalla beffa finale di cambiamenti nel gruppo di controllo senza alcun premio per gli azionisti Telecom. Sono proprio queste strutture societarie che rendono ottimale per chi ha il controllo cederlo senza che ciò crei valore per tutti gli azionisti. Il Governo avrebbe fatto bene allora ad occuparsi delle scatole cinesi, ricordando che il suo programma di legislatura contemplava la necessità di «incidere sulle forme di chiusura proprietaria come gruppi piramidali, accordi e patti di sindacato», proponendo l’adozione di misure che limitassero l’oggetto dei patti di sindacato «a questioni proprietarie e non gestionali». È un problema che trascende la vicenda Telecom e che andava affrontato comunque, ma che la vicenda Telecom (due cambi del gruppo di controllo avvenuti senza alcun beneficio per gli azionisti di minoranza) ha portato drammaticamente alla ribalta, dando un pessimo segnale ai lavoratori che stanno in questi mesi valutando l’opportunità di partecipare ai mercati finanziari. E’ un problema grave, perchè dalla scelta dei lavoratori potrebbero nascere quegli investitori istituzionali, i fondi pensione, che garantirebbero gli intessessi dei piccoli azionisti presso il management e i gruppi di controllo, mettendo in moto un processo virtuoso per la nostra corporate governance e la dimensione dei nostri mercati finanziari.

Di altro sembra, invece, essersi occupato il Governo in queste settimane, tra le visite a Ibiza e le telefonate a Trieste. L’eroe tutto francese della battaglia per l’italianità di Telecom, il presidente di Generali Antoine Bernheim, ha ieri dichiarato di essere stato contattato dal Ministro Padoa Schioppa riguardo alla vicenda Telecom e di avere chiesto un sostegno al Governo per un’eventuale cordata italiana. Speriamo che la prossima puntata ci sveli che il Ministro si è in quella occasione astenuto dal prendere alcun impegno e che l’esecutivo davvero non intervenga in alcun modo, dovesse la cordata italo-iberica trovare sulla strada qualche ostacolo inaspettato. Altrimenti finiremmo una volta di più per alimentare i sospetti che dissuadono molti investitori stranieri dall’intervenire nel nostro Paese, che ha già subito dalla vicenda AT&T un forte danno alla propria immagine.

La metamorfosi di Silvio

(29 Apr 07)

Augusto Minzolini

Saranno passati anni, ma se c’è qualcuno che gli «anti-berlusconiani» di professione non riescono a comprendere e prevedere è proprio il Cavaliere. Due settimane fa l’interessamento di Berlusconi per la Telecom è stato interpretato come un riflesso «pavloviano» con il tradizionale cliché: il Cavaliere usa la politica per arrivare agli affari. In realtà quella partecipazione per salvaguardare l’italianità dell’azienda, quel chip «costoso» senza puntare al comando (una mezza parolaccia nella filosofia imprenditoriale dell’uomo di Arcore), era uno dei primi elementi della metamorfosi berlusconiana. L’operazione non è andata in porto (e forse l’interessato ne sarà anche contento), ma intanto quel «sì» annunciato durante il congresso dei Ds è servito al Cavaliere a dare di sé un’immagine diversa. Questa volta gli «affari» sono stati lo strumento per cambiare politica.

In queste settimane la «metamorfosi» è continuata consegnandoci un Berlusconi sempre più «istituzionale», meno Masaniello e, soprattutto, meno «bipolare». Addirittura, tre giorni prima della sentenza che lo ha assolto sul «caso Sme», il Cavaliere ha praticamente capovolto lo spartito a cui ci ha abituato in questi anni, la strategia usata in tanti processi. Invece di mettere le mani avanti, di mettere l’opinione pubblica sull’avviso nei confronti della giustizia a orologeria, ha dichiarato l’esatto contrario: «È finita la stagione dei magistrati politicizzati». Berlusconi che, come ha ricordato Massimo D’Alema sul palco del congresso di Firenze, coglie al volo i cambiamenti, ha capito prima degli altri che un «Cavaliere condannato» nella nuova fase che si sta aprendo non serve a nessuno: ci sarebbe stata la solita polemica al vetriolo con la magistratura, la solita crociata, ma nulla sarebbe mutato, i colpevolisti a priori sarebbero restati tali come pure gli innocentisti. Del resto un’opinione pubblica assuefatta a una guerra senza quartiere durata 13 anni ha un’idea della giustizia confusa. Tant’è che, rispondendo ai tanti che si sono complimentati con lui nel giorno dell’assoluzione, lo stesso Berlusconi ha descritto con una battuta ironica questa strana – e preoccupante – situazione piena di paradossi: «Ma io ero colpevole – ha scherzato -, sono stati bravi i miei avvocati… La verità è che questo processo non si doveva fare: è stato Prodi e non io a tentare di svendere in una notte la Sme a De Benedetti. Ma ormai è acqua passata». Appunto, ormai è acqua passata. E nessuno, a quanto pare, ha nostalgia dell’ultimo decennio. Tutti sono esausti della Seconda Repubblica, quelli che l’hanno voluta e quelli che l’hanno subita. Tutti non vedono l’ora di metterci una pietra sopra. E nella nuova fase che si apre il Berlusconi «condannato» non serve più a nessuno: non serve a chi lo vuole ancora in politica, a chi lo vuole «potabile» come interlocutore per superare un bipolarismo che avendo perso il suo campione del Male è difficile da immaginare; e non aiuta neppure chi ne vuole favorire l’uscita di scena. In fondo un Cavaliere messo alla sbarra, sul banco degli imputati, non si sognerebbe mai di mollare. Un Berlusconi «innocente» e magari con un segno tangibile della riconoscenza delle istituzioni, a settant’anni suonati potrebbe invece anche farci un pensierino. «Nel Palazzo – confida il segretario della nuova Dc, Gianfranco Rotondi – gira l’idea di fare lui e Prodi senatori a vita». Idee originali a parte, il Cavaliere sta già coniugando la sua proposta politica con la nuova fase. E, coerente con la sua logica che fonde la razionalità con la fantasia, porta tutto alle estreme conseguenze. È sempre più tentato dal proporzionale (con sbarramento) ed è sempre meno bipolarista.

Ha capito che per lui l’attuale sistema può diventare una gabbia: se non riuscirà a imporre le elezioni nei prossimi due anni è difficile – non fosse altro per motivi anagrafici – immaginarlo come il candidato anti-Veltroni. E lui, che è un uomo di potere, sa quanto è ingrato il mondo: il giorno dopo aver lasciato lo scettro a un delfino non conterebbe più niente. Così il personaggio che ha fatto del bipolarismo in questo paese un referendum sulla sua persona, vuole esplorare altre strade. Sta tentando di capire se quelli che dall’altra parte possono restare prigionieri, cioè gli emarginati dall’avvento del «veltronismo», hanno voglia di osare: in primis, D’Alema e Marini, ma non solo. La partita sulla legge elettorale è tutta qui. Come pure l’idea di fare di Forza Italia il partito più grande («incontournable», non aggirabile, è l’aggettivo che il Cavaliere ha importato dal lessico politico francese) di un sistema politico che, come nella prima Repubblica, sia governato dal centro, magari in collaborazione e in competizione con un altro grande partito moderato ma più spostato a sinistra, come il Partito democratico. Un ritorno al futuro. Insomma, lui ci sta provando. E, come al solito, l’uomo di Arcore, quando segue un’intuizione, non guarda in faccia a nessuno. Né si preoccupa dei dubbi che tormentano i suoi consiglieri quando gli chiedono se ha degli interlocutori dall’altra parte: «No – è la riposta infastidita – non ho nessuno. Ma mi sono rotto le scatole con il solito tran-tran. Con gli alleati che vogliono la federazione del centrodestra e con quelli che non la vogliono. Sono discorsi noiosi e controproducenti. Per cui ci voglio provare. E ne avrò pure il diritto, o no?». Come sull’«affare Telecom», Berlusconi ci prova. In fondo cos’ha da rimetterci? Se gli interlocutori sull’altra sponda si faranno vivi, il quadro politico italiano sarà rivoluzionato, la Seconda Repubblica sarà considerata un incidente della Storia e nascerà un sistema politico e una nuova alleanza al centro che ricorderanno i tempi che furono. Altrimenti il Cavaliere tornerà a essere uno dei campioni del bipolarismo nostrano ultima versione, grazie al fatto che Forza Italia è di gran lunga il partito più forte del centrodestra. «Sono l’unico – ripete spesso – che può permettersi due politiche». Può essere l’uomo della Terza Repubblica o del ritorno alla Prima. Corretta.


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