Archivio per maggio 2007

Ma come si rinnova senza cambiare i capi?

(30 Mag 07)

Emanuele Macaluso
Giuliano Ferrara sul “Foglio” di lunedì ha scritto un articolo in cui osserva una cosa vera e giusta: i costruttori del Pd dicono che il leader è Prodi, poi invece si assiste alla gara per presentarsi alle primarie e si fanno i nomi che leggiamo. Insomma il leader c’è e non c’è; e, come tutto nel Pd, è incerto e ballerino. Prodi, come presidente del Consiglio, dice Giuliano, complessivamente non ha fatto male: «Il cuneo l’ha fatto, la privatizzazione dell’Alitalia è alle porte, l’extrabudget magari finirà nelle tasche giuste, quelle delle famiglie e dei redditi più bassi, e le liberalizzazioni non sono la grande riforma ma sono state e sono una buona lenzuolata legislativa, il consolidamento bancario è positivo e il governo per principio non è estraneo alle cose positive».
Allora perché Prodi deve andarsene? Perché con lui il Pd non è in grado di confrontarsi «con l’attuale opposizione e la sua guida», cioè il Cavaliere. E no, qui non ci siamo: se bisogna rinnovare e rinsanguare il sistema, il Cavaliere come Prodi dovrebbe andare in pensione (politica). Ma stia certo Giuliano, ce lo confermano anche le reazioni a un dato amministrativo comunque prevedibile: i due non mollano. E tutto si rinvia.

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Cari Chiamparino, Cacciar, Illy…

(30 Mag 07)

Luigi La Spina
Cari (in ordine alfabetico) Bresso, Cacciari, Chiamparino, Illy, Penati, Vincenzi, che cosa aspettate a fondare il partito democratico del Nord? Aspettate che i vertici ds e Margherita, dopo anni di chiacchiere, litigi, invidie, spartizioni, riescano a compromettere l’unico progetto che potrebbe salvare il sistema politico italiano dal pantano dell’immobilismo e della decadenza, condizionato com’è dal ricatto dei piccoli partiti? Non vi siete accorti che, così come si sta costruendo, il nuovo partito non ha nessun fascino elettorale? Non vi bastano gli sconfortanti risultati dei primi test alle urne, compreso quello di domenica scorsa? Non vedete che gli elettori riformisti e moderati non credono alla costituenda nuova formazione, con l’unico effetto di far crescere i voti della sinistra estrema? Perché siete così rassegnati ad accompagnare con sterili e un po’ infantili lamentazioni il declino dei vostri partiti, pieni di ex comunisti nostalgici e di ex democristiani rancorosi? Perché avete così paura di abbandonarli al loro destino? Perché non offrite agli elettori del Nord una alternativa a un dominio assoluto del centrodestra che rischia di durare per molte generazioni? Ci vuole davvero tanto coraggio, passati i cinquant’anni della vostra vita, a rischiare di compromettere una vostra futura carriera politica che, senza una vostra mossa, immediata e decisa, è già al capolinea?

Non si tratta, intendiamoci, di riesumare quel partito degli amministratori bollato, anni fa dal sarcasmo di Giuliano Amato che lo definì «il partito delle cento padelle». Non ci vuole molta immaginazione: basta copiare quello che già funziona in Europa da molti anni, dalla Baviera alla Catalogna. Prendete alla lettera le promesse che Fassino, Rutelli e compagnia vi avevano fatto sul modello federativo per il partito democratico: non aspettate che ve lo concedano, fatelo voi. Con due sole avvertenze: per prima cosa non mettetevi a capo del partito democratico del Nord. Voi avete rilevanti responsabilità amministrative che gli elettori vi hanno affidato e che sarebbe un tradimento abbandonare. Guai se dovremo assistere al dibattito su chi sarà il nuovo presidente, tra Illy o Chiamparino o il nuovo segretario, tra Cacciari o la Bresso. Voi dovete solo fare i promotori di questa nuova formazione, organizzare assemblee costituenti e primarie in tutti i principali capoluoghi e aiutare la disponibilità dei cittadini a entrare nel partito democratico del Nord.

Il secondo impegno è quello di battervi per un vero federalismo, quello che comincia con una riforma fiscale, appunto, federale e con il ripristino dei collegi elettorali, in modo che gli eletti abbiano un vero, continuativo rapporto con i loro elettori e che i cittadini possano giudicare e quindi scegliere i loro rappresentanti con preferenze di lista. Date un immediato segnale di serietà e di moralità politica: nessuna cooptazione, ma solo incarichi elettivi, temporanei, con impossibilità assoluta di ricoprirli per più di due volte, strutture partitiche ridotte al minimo, fondate soprattutto sul volontariato, massima trasparenza sul finanziamento e sul modo con il quale viene utilizzato.

Che cosa succederà del partito democratico romanocentrico, burocratico che dovrebbe costituirsi il 14 ottobre? Ormai si è capito che al Nord quel tipo di partito non importa molto. Se si vorrà alleare con il vostro e ci saranno impegni precisi e scadenze certe, potreste anche acconsentire a un apparentamento elettorale. Altrimenti, lasciatelo andare al suo destino: non sarà un peccato e non avrete rimorsi.

Cordiali saluti e un augurio sincero.

Il vulcano non tollera i rifiuti

(30 Mag 07)

Mario Tozzi
Non ci avevamo ancora pensato, ma la soluzione del problema dei rifiuti in Campania non è la raccolta differenziata – magari porta a porta -, la eradicazione delle pratiche malavitose, o la produzione di un minor quantitativo di imballaggi, e neppure un termovalorizzatore. Eppure sono almeno duemila anni che il Vesuvio ha mostrato la sua vera natura di vulcano: perché non buttare tutto il pattume generato a Napoli dentro il cratere? Alla base di questo luogo comune straordinariamente diffuso non c’è solo l’inventiva degli uomini di fronte a problemi epocali, ma anche una clamorosa ignoranza su cosa sono e come funzionano i vulcani, oltre all’incapacità di rientrare nell’alveo dei comportamenti che tutti i viventi hanno sempre tenuto sul pianeta prima che si affacciasse l’uomo nella sua veste industriale. È un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto: non elimina l’impiccio, ma almeno non lo vedi.

Intanto i crateri dei vulcani sono relativamente piccoli, centinaia di metri o qualche chilometro (considerandoli nell’insieme). Sotto c’è un condotto piuttosto stretto che arriva a una camera magmatica superficiale fatta di rocce fuse, dicchi e filoni magmatici, non una caverna riempita di fuoco, insomma, come dimostrato dall’assenza di crolli sotterranei anche dopo eruzioni consistenti. Non ci sarebbe poi spazio per infilarci altro materiale. Ma anche sarebbe impossibile introdurre i rifiuti nel camino e costringerli a fare qualche chilometro contro la pressione esercitata dai gas vulcanici, visto che il condotto è, in genere, chiuso. Cosa accadrebbe poi nel caso si collocassero i rifiuti in un lago di lava incandescente? Intanto i laghi di lava perennemente attivi sono pochissimi: un paio nella grande Rift Valley africana e forse, in tutto il mondo, qualche unità. Poi, nel caso di colate di lava (tipo Etna), che hanno temperature superiori ai 1.000°C solo in prossimità della bocca, i rifiuti fonderebbero in parte e sarebbero in parte vaporizzati con conseguenze inquinanti di difficile previsione. Al raffreddamento della colata ritroveremmo comunque anche rifiuti solo parzialmente digeriti.

Inoltre una buona metà dei vulcani continentali della Terra non erutta colate di lava, ma esplode, emettendo nubi ardenti e colate di fango. Sarebbe uno scenario davvero inquietante essere inseguiti non solo da un aerosol rovente e velocissimo come quello di Pompei, ma, in più, tossico: una nuvola di diossine con rottami di varia natura. Il Vesuvio è uno di questi vulcani esplosivi, ma anche uno di quelli in cui le colate di fango causano i danni peggiori. Se pure non eruttasse e stipassimo i rifiuti nel cratere, oggi arriverebbero prima o poi alla sommità colmando il cono e fornendo materia prima per la prossima colata di fango che sarebbe stavolta arricchita di immondizia. Per non parlare del paesaggio distrutto. Anche si riempissero tutti i crateri dei vulcani spenti non avremo risolto il problema: il volume di spazio vuoto a disposizione non è sufficiente e le condizioni logistiche renderebbero il trasporto tanto costoso da avvicinarsi all’ipotesi – pure impossibile – di spedirli nello spazio. La questione è che non si ha un’idea neppure vaga di quanti rifiuti si producano oggi sul pianeta: in Italia, per esempio, sono oltre trentuno milioni di tonnellate l’anno, come si spera di poterne sistemare anche una solo una parte in coni e crateri? Insomma già le discariche non funzionano: l’ipotesi dei vulcani fa assumere connotati grotteschi a quello che è un problema drammatico.

Tentazioni a sinistra

(30 Mag 07)

Luca Ricolfi
Chiedersi chi ha vinto l’ultima tornata di elezioni amministrative significa porsi una domanda retorica: solo uno specialista in autoinganno può non vedere quel che è successo domenica e lunedì. Il centro-sinistra ha perso terreno, molto terreno, non solo rispetto alle scorse elezioni amministrative del 2002, ma anche rispetto alle recentissime Politiche del 2006. Così il quotidiano Libero poteva titolare, senza eccessive forzature, «L’Italia s’è destra». Mentre l’Unità, impermeabile ai fatti, preferiva parlare di «pareggio», di «sostanziale tenuta».

Già, perché quel che sfugge a molti politici dell’Unione è innanzitutto il trend, ossia il segno e la forza delle tendenze elettorali in atto. Nel 2001-2002 il centro-destra era ancora sulla cresta dell’onda. Contrariamente a quel che molti ritengono, la tornata amministrativa del 2002 non era andata male per la Casa delle libertà, semplicemente non aveva replicato pienamente l’eccezionale risultato delle precedenti elezioni regionali (2000) e politiche (2001).

Il declino della Casa delle libertà e la grande avanzata dell’Unione si sviluppano dopo il 2002, soprattutto nella seconda metà della legislatura scorsa. Alla fine del 2005, dopo le vittorie alle Europee e alle Regionali, l’Unione ha un vantaggio molto ampio sulla Casa delle libertà, e una vittoria alle imminenti Politiche – una vittoria larga, se non trionfale – appare ormai a portata di mano. Invece nei mesi immediatamente precedenti le elezioni del 2006 il trend si inverte, la destra recupera, e solo per un soffio manca una vittoria che sarebbe suonata come una clamorosa sorpresa per (quasi) tutti.

Nei primi mesi del governo Prodi, e in particolare ai tempi del decreto Bersani sulle liberalizzazioni (fine giugno), il trend favorevole alla destra si interrompe per un po’, ma riprende vigoroso già alla fine dell’estate, dopo il varo dell’indulto (fine luglio) e la presentazione della Finanziaria (fine settembre).

Da quel momento i sondaggi mostrano un sensibile e progressivo spostamento del pendolo elettorale verso destra, uno spostamento di cui tuttavia risulta difficile stabilire il grado di realtà: spesso gli elettori scontenti (del governo Prodi, in questo caso) «abbaiano» nelle interviste telefoniche, ma poi non «mordono» nelle cabine elettorali. Di qui l’importanza – almeno sondaggistica, se non proprio politica – del test amministrativo che si è appena svolto: esso certifica, proprio perché avvenuto su un terreno tradizionalmente favorevole alla sinistra (elezioni locali), che il pendolo sta effettivamente oscillando verso destra e, complice forse il vento antipolitico delle ultime settimane, non sembra segnalare la benché minima inversione di tendenza. Se non interverranno novità clamorose, la sconfitta della sinistra alle prossime elezioni potrebbe assumere proporzioni tali da far rimpiangere il risultato di lunedì.

Che questo scenario di tracollo della sinistra sia salutare, pernicioso, o semplicemente irrilevante per il futuro del Paese nessuno può dirlo con certezza. C’è però un aspetto paradossale, che mi colpisce profondamente, nella storia elettorale recente dell’Italia. In tutti gli anni in cui al governo c’era la Casa delle libertà, ossia dal 2001 al 2006, la Lega e il suo progetto federalista sono stati accusati di attentare all’unità del Paese, di rompere il patto costituzionale, di voler dividere gli italiani. Tutte le forze di sinistra e molti dei maggiori quotidiani hanno guardato con diffidenza al referendum sulla devolution, come se da esso dovesse scaturire una catastrofe del nostro vivere civile. Oggi che, con la vittoria dei no, il progetto federalista è stato sconfitto, le riforme istituzionali di cui si torna a parlare assomigliano in modo impressionante a quelle sdegnosamente respinte due anni fa.

Soprattutto, oggi diventa sempre più chiaro che è l’incapacità della sinistra di capire il Nord la maggiore fonte di divisione del Paese. Un’incapacità che riguarda tutto – tasse, infrastrutture, meritocrazia, criminalità, immigrazione – e non è esclusiva della sinistra massimalista, ma tocca lo stesso Partito Democratico, mestamente moribondo ancor prima di nascere.

Insomma, è paradossale ma fino a ieri, con la destra al governo, le pulsioni secessioniste della Lega erano tenute a freno da due partiti meridionalisti come Alleanza nazionale e l’Udc. Oggi che la devolution è naufragata e al governo c’è la sinistra, quelle medesime pulsioni tendono a risorgere anche perché non esiste nessun partito, nessun leader, nessun ministro che sia in grado di tenere a freno le pulsioni antinordiste dell’Unione. Dove per pulsioni antinordiste dobbiamo intendere due cose molto semplici, e più precisamente un’omissione e un comportamento: nessun taglio alle tasse sui ceti produttivi, rilancio in grande stile del partito della spesa. Due tentazioni che potrebbero risultare fatali per il futuro del Paese, ma che proprio la sconfitta elettorale rischia di rendere irresistibili per chi ci governa (specie se vuol continuare a farlo a qualsiasi costo).

“La mia cura è quella giusta, basta liti o me ne vado”

(30 Mag 07)

Massimo Giannini

Il premier e il verdetto delle urne: “Non lo nego, speravo meglio nelle città del Nord”
“Invece è aumentato il divario con la destra nelle zone dove già eravamo in minoranza”
Prodi avvisa gli alleati. “E sul Pd si fa come dico io”

“Il risultato del voto? Certo che non mi è piaciuto. E certo che mi preoccupa il calo di consensi nel Nord. Ma sa che le dico? Questo Paese era ed è ancora malato. Io gli ho fatto una bella operazione chirurgica. E non ho mai visto un malato che, dopo l’operazione, si mette a correre e ti dice “come godo”. Quindi io vado avanti, perché sono sicuro che la terapia è quella giusta. E se c’è qualcuno che ne ha un’altra, si accomodi pure…”. Chiuso nella sua “trincea” di Palazzo Chigi, seduto in maniche di camicia al tavolo di lavoro, Romano Prodi è un concentrato di rabbia e di orgoglio. Il giorno dopo la batosta delle amministrative il premier, insieme al fumo del solito toscano, sbuffa tutta la sua insofferenza. Avverte gli alleati: “Più coesione, o avanti un altro”. E lancia un durissimo altolà sul Partito democratico: “D’ora in poi cambia la musica. Si fa come dico io, prendere o lasciare”.

Presidente Prodi, lei ha perso le amministrative. Si immaginava questa Caporetto, oltre la linea del Po?
“Mi aspettavo un risultato un po’ peggiore al Centro-Sud, ma non lo nego, speravo che saremmo andati meglio al Nord. Invece, nelle zone in cui il centrosinistra era già in minoranza alle ultime elezioni politiche, il nostro divario rispetto al centrodestra è ulteriormente aumentato”.

E come se lo spiega? I problemi di comunicazione, ormai, non nascondo anche un problema politico?
“Non c’è dubbio. Cosa si rimprovera al governo? Che non ha saputo spiegare bene le cose che ha fatto e quelle che voleva fare, giusto? E allora io le dico: come si fa a dare un’immagine di buongoverno, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c’è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito. Basta che il mio portavoce parli a nome di tutti, e cinque minuti dopo c’è sempre qualcuno che parla a nome proprio. Quando questo accade, neanche Leonardo da Vinci o Niccolò Machiavelli possono risolvere il problema”.

È un atto d’accusa senza appello ai suoi alleati.
“È la constatazione dei fatti. Il “panino” dei tg è il simbolo di questo pessimo andazzo: se dissenti ci sei dentro, se no sei fuori. Ma io voglio avvertire tutti: un governo non va lontano, e non raccoglie consensi, se i primi a non riconoscere le sue iniziative e i suoi meriti sono quelli che ne fanno parte. Più si dissente, più si confonde e si delude l’elettorato”.

Non tocca a lei mettere in riga i dissidenti?
“Io non ci posso fare molto. Non possiedo né giornali né tv. La legge elettorale è quella che è. Ma così non si può andare avanti. Non si può accettare che ogni misura venga infilzata dalla tua maggioranza, a volte ancora prima che abbia visto la luce”.

Come si esce da questo vicolo cieco? Come si risponde in positivo, per esempio alla questione settentrionale?
“Sul piano politico, serve più coesione tra di noi. Dopo un anno di governo mi aspettavo meno litigiosità, e più senso di una missione comune. Sul piano delle cose da fare, c’è un modo sano e un modo insano per fronteggiare l’emergenza. Il modo insano è cavalcare tutti i malesseri, inseguire tutte le proteste, soddisfare tutte le richieste. Il modo sano è continuare a risanare il Paese, per garantirgli un futuro di stabilità e di sviluppo. Per riportarlo ad essere competitivo con gli altri grandi paesi europei. Io non ho dubbi su quale sia la scelta da fare”.

Ma se la gente non condivide, lei rischia di fare come diceva Brecht: “il popolo ha chiesto al comitato centrale di cambiare le sue decisioni, il comitato centrale ha deciso di cambiare popolo”…
“Ho il massimo rispetto delle scelte degli elettori. In questo voto ci sono elementi che devono spingerci a una riflessione seria. Ma una cosa deve esser chiara. Io non ho nulla da perdere, ho messo a disposizione del Paese le mie esperienze, e ho già annunciato che alla fine della legislatura lascerò. Ma voglio governare cinque anni. E voglio lasciare a chi verrà dopo di me un Paese migliore”.

E i risultati dell’altro ieri, al primo anno di legislatura, le sembrano un buon viatico?
“Non si governa sull’oggi, non si governa sulle emozioni. Ho piantato una vite che deve dare i suoi frutti. C’è bisogno di tempo. Se qualcuno vuole seminare un po’ d’erba e poi falciarla subito, faccia pure. Io non ho vinto le primarie e poi le elezioni del 2006 per fare una politica di corto respiro. Sapevamo fin dall’inizio qual era la nostra missione: riportare il deficit sotto il 3%, quando l’abbiamo trovato al 4,4%, e ricominciare a ridurre il debito. Garantire al Paese il risanamento, per rimetterlo nel frattempo sul sentiero della crescita”.

Le faccio un esempio: vi siete accorti troppo tardi dell’emergenza sicurezza. L’indulto non vi ha penalizzato, proprio al Nord?
“L’indulto è l’unico provvedimento che mi sento rimproverare spesso, anche se non ha affatto prodotto gli sfaceli che gli vengono attribuiti. Io ci ho pensato giorno e notte, prima di firmarlo. Le carceri scoppiavano. Papa Wojtyla, alle Camere riunite, aveva chiesto molto di più: amnistia e indulto. Mi ricordo bene quel giorno: tutti i parlamentari in piedi, ad applaudire il Pontefice. Poi, quando ho varato l’indulto, si sono seduti tutti, e parecchi sono scappati. Non è un comportamento responsabile. Io non cerco la popolarità per seguire il senso comune. Non mi adagio sui vizi del Paese. Il mio dovere è cercare di guarirli, con serietà e rigore”.

Un altro esempio: firmare il contratto degli statali qualche giorno prima non vi avrebbe aiutato?
“Sì, ho sentito anche questa. Dunque mi si rimprovera di non aver fatto il furbo? Non ci sto. Io non mi gioco lo stipendio degli statali per un interesse elettorale. La politica a breve termine non mi appartiene. Certo, sarebbe molto più facile: ma se l’avessi adottata nel ’96 avrei portato il Paese alla bancarotta. E invece l’ho portato nell’euro”.

Un ultimo esempio: concedere subito gli sgravi dell’Ici, come chiedeva Rutelli, non sarebbe stato più utile?
“Senta, sono stato il primo a dire che il nostro impegno assoluto è ridurre la pressione fiscale. Le tasse le abbiamo già in parte ridotte: 3 punti in meno di Irap per le imprese non sono uno scherzo. Vogliamo ridurle ancora, e le ridurremo. Ma io non posso abbassare le imposte, se prima non abbatto il livello indecente di evasione fiscale. E non posso abbassare l’Ici, se prima non intervengo in quelle fascia di sub-povertà che in questi anni si è allargata drammaticamente. Non siete stati proprio voi a raccontare su Repubblica la tragedia di milioni di italiani che vanno a prendere il cibo alla Caritas? E allora, prima di eliminare l’Ici io mi devo occupare dei più poveri”.

Giusto. Ma intanto, come dimostra il voto del Nord, avete perso i contatti col mondo delle imprese. E non si può dire che Montezemolo non vi avesse avvertito.
“Da Montezemolo non solo io, ma tutti si aspettavano un minimo di equilibrio in più. Tutti si aspettavano che parlasse un po’ più dei problemi dell’economia produttiva e del ruolo dell’industria. Così si dialoga in modo costruttivo. Certo, se avessi dirottato altrove, persino sulla lotteria, i 5 miliardi di euro di riduzione del cuneo fiscale per le imprese, ci avrei guadagnato di più, perché di quella misura Confindustria non ci ha dato alcun riconoscimento. Ma io so che è stata comunque una scelta giusta per il bene del Paese. Perché vede, io sono un economista. So bene come si fa a rilanciare il sistema produttivo: infrastrutture efficienti, ricerca e sviluppo, sostegni all’export, aiuti all’innovazione tecnologica”.

E allora, se lo sa, perché non lo fa?
“Come si fa a distribuire risorse, se prima non si fa un po’ di sana accumulazione? Se non si accumula, se non si cresce, non ci sono tesoretti da redistribuire nè “risarcimenti” sociali da elargire. Possibile che un Paese non sa ciò che deve e ciò che può fare? Una famiglia, quando si deve comprare l’automobile nuova, sa che per un certo periodo dovrà fare un po’ di risparmi. Perché non si applica al giudizio sulla cosa pubblica lo stesso approccio che si usa in famiglia? Allunghiamo l’orizzonte. Un Paese che vive solo sul breve è un Paese finito”.

A parte le imprese, non le pare che anche il sindacato sia assai poco incline ad accettare la sfida della modernizzazione?
“Lo voglio dire con grande chiarezza: i sindacati si devono convincere che questo Paese deve cambiare. Se io, se noi tutti ci mettiamo in gara, devono farlo anche loro”.

Vuol dire che la riforma delle pensioni va fatta entro giugno?
“Voglio dire che, sgomberato il campo dal contratto degli statali, il governo non va certo in vacanza. La riforma è necessaria, deve garantire l’equilibrio finanziario del sistema previdenziale e deve dare sicurezze di lungo periodo non solo agli anziani ma anche ai giovani. Su questa base non solo il governo, ma tutte le parti sociali devono sentirsi impegnate”.

Dica la verità: col senno di poi, se tornasse indietro farebbe una Finanziaria un po’ più morbida, come si rammarica l’ala sinistra?
“Una Finanziaria più morbida? Poi cosa andavo a raccontare all’Ue, all’Fmi, alle agenzie di rating, ai mercati? Se non avessi dato subito un segnale forte della nostra volontà si risanare i conti, a quest’ora il Paese sarebbe in rovina. No, questi ragionamenti proprio non li accetto. Non accetto che mi si dica che non si sapeva a cosa saremmo andati incontro. Lo dissi subito: volete giustamente più crescita, più equità fiscale, più aiuti ai ceti deboli, scuole migliori, più asili nido? E allora serve una terapia d’urto, immediata. I benefici verranno più in là”.

Il problema è questo. Più in là quando?
“Ma io sto governando l’Italia, mica la Francia! Noi abbiamo un debito pubblico al 106% del Pil, un’evasione fiscale indecente, una crescita insufficiente, una produttività bassa, una carenza di infrastrutture. E come se non bastasse, un sistema politico frammentato e una legge elettorale scandalosa, che ha solo acuito le divisioni tra i partiti. Se nel Paese c’è la coscienza civica di tutto questo, allora possiamo ancora farcela. Altrimenti, avanti un altro”.

Il voto dimostra che all’opinione pubblica questa coscienza non l’avete trasmessa. Si chiede il perché?
“Se l’opinione pubblica si aspetta l’impossibile, da me non lo otterrà. Io mi ricordo il dramma degli anni ’80. E non inganno il Paese, promettendo quello che non posso dare. Se va bene è così, se no mi si mandi via”.

Appunto. È proprio quello che vuole fare Berlusconi, andando al Quirinale a chiedere la sua cacciata.
“Nella passata legislatura il Cavaliere ha preso botte da olio santo in tutte le elezioni amministrative, e nessuno gli ha detto niente. Vuole andare da Napolitano? Che vada. Tanto poi torna indietro. La Cdl non è un’alternativa di governo: in un quinquennio hanno fatto solo disastri. Abbiamo fatto crescere il Pil più noi in quest’ultimo anno che loro nei 5 precedenti. Cos’è, fortuna anche questa?”.

Possibile che lei sia soddisfatto al 100% di come vanno le cose?
“Io non sono soddisfatto al 100%. Alcuni errori li ho commessi. Già in Finanziaria avrei potuto fare qualcosa di più per i tagli alla spesa pubblica. Ma ora stiamo recuperando. Il tema dei “costi della politica”, di cui in questi giorni si parla tanto, l’ho inventato io. Entro giugno vareremo un disegno di legge”.

Basterà a calmare l’ondata dell’anti-politica?
“Se basterà non lo so. So che il fenomeno è serio, e che mi preoccupa moltissimo. Ma so anche che il rimedio migliore è la buona politica, non la demagogia”.

Parliamo proprio di rimedi. Cosa pensa di fare per risalire la china dei consensi? Non è il momento di cambiare passo?
“È il momento di andare avanti per la strada che abbiamo intrapreso”.

Sempre più ostaggi della sinistra radicale, come dice la Cdl?
“Ma questa è una balla! E poi: la sinistra radicale dice che abbiamo perso per colpa di Padoa-Schioppa, la Cdl dice che abbiamo perso perché siamo troppo di sinistra. Insomma, che almeno si mettano d’accordo!”.

Resta il nodo vero, che forse spiega più di tutti gli altri la vostra sconfitta: il partito democratico. Su questo non siete troppo in ritardo, e troppo divisi sulle formule?
“È vero. Ma il partito democratico arriva al momento giusto, ed è la soluzione per tutti questi problemi. A una condizione, però: che sia veramente un partito nuovo. E finora sono stato timido a dirlo, ma dopo le amministrative non ho più remore: deve nascere come partito federale. Deve esserci un Pd emiliano, piemontese, lombardo, laziale, e così via. Deve nascere come un partito concorrenziale, contendibile, non garantito, aperto. Dobbiamo arrivare all’appuntamento del 14 ottobre con tante belle liste, dove nessuno è garantito. Anche il signor Prodi va a correre nel suo collegio 12 di Bologna, come ogni altro cittadino”.

Bella immagine. Ma intanto con il comitato dei 45 avete creato solo nuovo malcontento.
“Quello è stato un brutto errore. Ma quante volte ho detto che i partecipanti a quel comitato non dovevano avere incarichi nei partiti? “Levatrici” del Pd, dovevano essere: così avevo detto, e mi hanno attaccato in tanti. Ma adesso basta. D’ora in poi cambia la musica. O si fa come dico io, o prendere o lasciare”.

Nonostante il suo ultimatum, ora c’è il dissenso di chi vuole anticipare i tempi, ed eleggere insieme alla costituente anche il leader. Lei non è d’accordo?
“Per me l’idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile. È un modo di riproporre i vizi della vecchia politica. Le due figure, il leader e il candidato premier, devono coincidere: è nella natura stessa del partito democratico, che nasce come partito per il governo e per la governabilità”.

Quindi la costituente chi può nominare, se non un leader?
“Nominerà un coordinatore, un reggente. Meglio ancora uno speaker. Il vero leader sarà nominato più in là, e sarà anche il candidato premier. Questo è il patto”.

Opta per questa scelta “minimalista” perché teme un pericoloso dualismo. Non è così?
“La mia storia parla per me. Io non faccio battaglie personali. Voglio uno spazio per governare davvero, e poi me ne andrò come ho promesso. Ma se non ho lo spazio per governare, me ne vado subito. A fare il Re Travicello proprio non ci sto”.

Ha guardato i risultati elettorali “con serenità”.

(30 Mag 07)

Andrea’s version

Ha guardato i risultati elettorali “con serenità”. Ventiquatt’ore dopo li ha guardati “con preoccupazione”. Ha dichiarato una prima volta che il responso delle urne è stato esattamente quello che si aspettava. Ha dichiarato in seconda battuta che un nord così penalizzante nei confronti del centrosinistra non se lo aspettava. “In fin dei conti i risultati sono positivi”, ha detto lì per lì. Ha precisato più tardi che i risultati tanto positivi non erano. Ha detto che le cose stavano andando per il verso giusto perché non c’era stata la spallata. Ha precisato subito dopo che, spallata o non spallata, Berlusconi aveva preso una quantità di spallate senza mai dimettersi. E che perciò anche lui. Ha detto, prima, che il voto era amministrativo e basta. Ha precisato un’oretta dopo che bisognerà ovviamente avviare una seria riflessione politica. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ne ha dette e ne ha ridette. Ciò che non scandalizza affatto. Ciascuno è libero di dire e disdire, di giurare che è bianco e, cinque minuti dopo, che è nero, e di fare il casino che crede. Ma non è bello togliere anche quest’ultima delega a Piero Fassino.

La Batosta

(29 Mag 07)

Riccardo Barenghi
Non è la spallata che invocava Berlusconi per abbattere il governo Prodi, e neanche poteva esserci visto il tipo di voto e il numero di elettori chiamati alle urne (un quinto del totale). Tuttavia la botta per il centrosinistra c’è stata, eccome. Al Nord si può anche definire una batosta, visto che, a parte Genova dove l’Unione ce la fa – ma di strettissima misura, ed è pure costretta al ballottaggio in Provincia – il centrodestra vince praticamente ovunque, strappando città come Verona, Monza, Alessandria, Asti…

Il governo e la sua maggioranza possono consolarsi con i risultati del Sud, anche se ad Agrigento vincono solo perché hanno candidato un esponente dell’Udc che ha cambiato sponda. E a L’Aquila e Taranto arrivano primi grazie a due candidati della sinistra radicale, il primo passato alle primarie (effetto Vendola), imponendosi nella battaglia interna contro i riformisti dell’Unione. In altre parole contro il Partito democratico in via di sviluppo, autodefinitosi il timone del governo.

Il segnale politico che arriva dal voto di ieri e domenica è dunque brutto per chi governa il Paese e che solo un anno fa ha vinto le elezioni politiche (sul filo di lana). Se non si può parlare di generale sfiducia popolare, che comporterebbe gesti seri e gravi – come fece D’Alema nel 2000 dimettendosi da premier e come non fece Berlusconi nonostante tutte le sconfitte subite mentre governava – certamente gli elettori hanno voluto lanciare un avvertimento pesante. Soprattutto quelli del Nord, zona del Paese giudicata decisiva sotto tutti i punti di vista sia dalla destra che dalla sinistra.

Ma non solo loro, non ci si può infatti dimenticare il risultato siciliano di sole due settimane fa che non fu certo incoraggiante per la maggioranza di governo. Così come sarebbe miope non valutare il calo dell’affluenza, che seppur ridotto segnala comunque un ulteriore aumento della disaffezione per la politica in crisi.

Che fare?, si chiederebbe Lenin se fosse vivo. Che abbiamo fatto?, dovrebbero invece chiedersi gli attuali leader del centrosinistra. Parecchi errori, dovrebbero rispondersi con onestà intellettuale senza nascondersi dietro il patetico dito della comunicazione che non ha funzionato. Il governo in realtà ha comunicato benissimo, ed è proprio per questo che perde. Perde perché i cittadini hanno capito benissimo (sanno leggere la busta-paga) che la legge finanziaria ha penalizzato più o meno tutti senza premiare nessuno. Perde perché le liberalizzazioni, se ci sono state, nessuno le ha ancora viste. Perde perché ha varato una misura impopolare come l’indulto e non è stato capace nemmeno di difenderlo. Perde perché sulle unioni di fatto ha innestato una clamorosa marcia indietro, dimostrandosi pavido di fronte alle vigorose pressioni della Chiesa e cercando affannosamente un recupero fuori tempo massimo sulla famiglia (Prodi sabato scorso). Perde perché sulla sicurezza e sulla droga (i carabinieri di Livia Turco) si è mosso tardi e male, inseguendo la linea del centrodestra: ma l’elettore preferisce l’originale alle imitazioni.

Perde insomma perché ha promesso molto e ha mantenuto poco, spesso rimangiandosi impegni presi in campagna elettorale. E non solo: perde perché l’immagine che ha dato di sé, un’immagine molto sostanziosa, è quella di una Babele in cui si parlano mille lingue e nessuno capisce quale sia la principale. Se ce n’è una principale.

Fortunatamente per il centrosinistra, queste elezioni non sono la fine del mondo, né la fine della storia. Sono però una sonora lezione di fronte alla quale sarebbe suicida far finta di niente, liquidarla come un test locale, alzare spallucce e andare avanti come se nulla fosse. In una direzione o nell’altra, su tutte le questioni che gli si presentano di fronte, il governo deve ora scegliere la sua strada. Meglio rischiare di cadere per aver scontentato qualcuno, piuttosto che tirare avanti da una sconfitta all’altra, sempre più deboli e logorati. Fino a quella definitiva.


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