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Tra Berlusconi e il paese idillio finito nel Pd si deve aprire una nuova fase

31 Ott 08

di Massimo Giannini

Intervista a MassimO D’Alema: “Veltroni coinvolga tutti, il profilo riformista va alzato”
“Walter prenda l’iniziativa altrimenti non ci si lamenti se nascono le fondazioni” ”

“La protesta di massa sulla scuola, la drammatica crisi economica che attanaglia famiglie e imprese. Ormai è evidente: l’idillio tra Berlusconi e l’Italia si sta incrinando e la vicenda della legge elettorale europea, di cui apprezziamo il ritiro, non è solo il risultato della fermezza dell’opposizione ma anche di difficoltà interne alla maggiranza. Di qui dobbiamo partire per rifondare un nuovo centrosinistra, che rappresenti agli occhi dei cittadini un’alternativa vera e credibile per il futuro governo del Paese”. Ammainate le bandiere della grande manifestazione del 25 ottobre, Massimo D’Alema scende in campo e suona la carica al Partito democratico e a Veltroni. “Adesso – dice l’ex premier ed ex ministro degli Esteri – bisogna lavorare per costruire intorno al Pd una vasta coalizione democratica, e che ci permetta di alzare il nostro profilo riformista, di dialogare con tutte le opposizioni, di parlare ai ceti moderati che hanno votato Berlusconi, e che ora capiscono la sua palese inadeguatezza”.

Onorevole D’Alema, non è che state scommettendo un po’ troppo su questa “fine della luna di miele” tra il Cavaliere e gli italiani?
“Nessuna illusione. Ma non possiamo non vedere quello che sta succedendo. L’Italia attraversa una crisi senza precedenti, che sarà di lungo periodo. Si è ormai dissolta l’idea che Berlusconi vivesse una sorta di ‘luna di miele permanentè con il Paese. Stanno esplodendo i primi, seri problemi nel rapporto tra il governo e i cittadini. Sta crollando come un castello di carta la straordinaria ‘fiction’costruita dal governo in questi mesi. Ci sono problemi enormi, il governo li ha gravemente sottovalutati e oggi dimostra di non avere la forza per affrontarli con la necessaria radicalità”.

In realtà, l’unico serio “problema nel rapporto tra il governo e i cittadini”, come lo chiama lei, riguarda la scuola.
“E le pare una cosa da poco? Quello che sta accadendo sulla scuola merita una grandissima attenzione. Un insegnate mi faceva notare una cosa molto giusta: mentre nel �77 in prima fila c’era la parte meno qualificata del corpo studentesco, oggi in testa ai cortei ci sono i primi della classe, che non vedono più una prospettiva per il futuro. Perché questo succede: se tagli gli investimenti nelle università, blocchi il turn over e cacci i ricercatori, rubi il futuro agli studenti più bravi e più capaci. Ora, io penso che l’opposizione debba rispettare e non strumentalizzare i fatti. Ma gli scontri dell’altro ieri a Roma mi hanno enormemente allarmato. Ci sono aspetti che devono essere chiariti e che riguardano anche la condotta della polizia: il centro era tutto bloccato alla circolazione, per chiunque, eppure un furgoncino carico di mazze è potuto arrivare fino a Piazza Navona, dove ha scaricato la sua ‘merce’, e dove un gruppo di squadristi ha atteso il corteo degli studenti. Com’è possibile?”.

Comunque sulla scuola chi è senza peccato scagli la prima pietra.
“E’ evidente, ma da questa crisi non si esce con le scelte primitive della destra. Giusto colpire gli sprechi e i privilegi, ma per farlo non si possono prosciugare le risorse di tutta la scuola. Giusto colpire gli abusi al diritto di assistenza dei disabili, ma per farlo non si può eliminare il diritto. Giusto colpire i casi di ‘baronatò e i corsi universitari con un solo studente, ma per farlo non si può tagliare 1 miliardo di euro a tutta l’università. L’autonomia non è arbitrio. E il fatto che non ci siano i soldi è una scusa. Le scelte compiute dal governo su Alitalia alla fine costeranno 2 miliardi ai contribuenti. La soppressione dell’Ici per i più abbienti è costata 3,5 miliardi. Quei soldi c’erano. Il problema è che sono stati usati per effettuare una politica redistributiva a favore della parte più ricca del Paese. Quindi il governo non è stato costretto a tagliare: ha fatto una scelta, ben precisa. Ed è una scelta di destra che il Paese mostra di non gradire”.

Lei ha qualche dubbio sul referendum contro la legge Gelmini. Perché?
“Non è questione di dubbi. Penso che il referendum è uno strumento monco e improprio, perché i tagli alla scuola approvati in Finanziaria non sono materia da referendum, e le norme della Gelmini, se e quando il referendum si facesse, cioè all’incirca nel 2010, avranno già prodotto i loro effetti. Quindi io dico: raccogliamo pure le firme, ma impegniamoci davvero, qui ed ora, per costringere il governo a un cambiamento di rotta”.

Quali altri segnali vede, di questa incrinatura tra il governo e il Paese?
“C’è il profondo malessere che sta crescendo dentro la stessa maggioranza sulla riforma delle legge elettorale per le europee. Su questo abbiamo fatto una riunione con tutti i gruppi parlamentari. Ebbene, oltre a una convergenza sul tema specifico, è emersa la preoccupazione condivisa sulla visione della democrazia di questa maggioranza: questa idea oligarchica, presidenzialista e plebiscitaria del potere, indebolisce la democrazia e produce solo una parvenza di decisionismo”.

Ma la denuncia di questa situazione, e tutti i no che ne derivano, basta a voi dell’opposizione per mettervi l’anima in pace?
“No, non basta. E qui veniamo al cuore del problema. Questa crisi, drammatica, non è solo della maggioranza, è del Paese. E questo da un lato getta le basi per una prospettiva politica nuova, dall’altro lato carica l’opposizione di una grande responsabilità. Dobbiamo alzare nettamente il nostro profilo riformista. Dobbiamo ridefinire il progetto politico dell’opposizione, e aprire una fase nuova che ci consenta di creare un campo di forze per l’alternativa. E non sto parlando di nomenklatura, ma di pezzi della società italiana, di ceti moderati, di classi dirigenti, che devono tornare a guardare a noi come a un nuovo centrosinistra di progetto e di governo, che non riproduca i limiti e gli errori del passato. La costruzione di questa coalizione va di pari passo con la nostra capacità di parlare al Paese, che non è solo quello che scende in piazza”.

La vostra piazza del 25 ottobre non doveva servire proprio a questo?
“E’ stata una piazza molto bella, soprattutto perché è stata festosa. Tuttavia, dopo il grande sforzo comune di quella manifestazione, mi piacerebbe adesso che l’insieme del gruppo dirigente fosse coinvolto in una riflessione per il rilancio della nostra prospettiva. Capisco l’appello di Veltroni all’unità, ma è innanzitutto da lui che deve venire l’iniziativa per favorirla e renderla efficace. Siamo in uno scenario che sta cambiando profondamente. Siamo passati dall’illusione di una partnership con Berlusconi per fare le riforme (quello che Ferrara sul Foglio sintetizzava con l’espressione ‘Caw’), ad una aspra conflittualità, di cui innanzitutto il premier porta la responsabilità. Ora, però, è molto importante dare anche forza propositiva alla nostra iniziativa e rilanciare la capacità di dialogare con l’intera società italiana”.

Partiamo dall’opposizione. Il suo ragionamento implica che, a partire da Di Pietro, vadano ridiscusse le alleanze. E’ così?
” Prima ancora di questo occorre mettere a fuoco un nuovo progetto riformista e riformatore per l’Italia, sul quale cercare il massimo dei consensi possibili, e non solo nell’opposizione. I temi non mancano: dai meccanismi per il voto europeo al federalismo, dal referendum sulla legge elettorale al Mezzogiorno. Insomma, anziché una inutile discussione tra di noi se si debba guardare a destra o a sinistra, ciò che dobbiamo fare è accrescere la nostra capacità di attrazione, a partire dal nostro progetto riformista e dall’iniziativa politica che mettiamo in campo. L’obiettivo, certamente, è quello di allargare il campo delle alleanze”.

E cosa intende quando parla di riflessione sul Pd e sulla sua organizzazione interna? Siamo di nuovo alla diarchia conflittuale D’Alema-Veltroni?
“No, nessuna diarchia e nessun conflitto. Ma per il Pd il problema non pienamente risolto continua ad essere quello della piena valorizzazione delle sue risorse. Andiamo verso la conferenza programmatica, e quello sarà un momento di verifica importante proprio per marcare il nostro profilo riformista. Questo richiederebbe il contributo di tutti, perché in caso contrario è inevitabile che le forze si disperdano. Se non è il partito a chiamare ed impegnare tutti, non ci si può lamentare se nascono fondazioni, associazioni, e iniziative di vario segno”..

La sua Red come la vogliamo giudicare?
“Io mi occupo della Fondazione Italianieuropei. Red è un’associazione che ci aiuta a sviluppare i nostri progetti, e sta coinvolgendo molte persone anche fuori dal Pd. Non c’è nulla di anormale in questo. E’ sbagliata l’immagine di un partito che si identifica in un principe buono, minacciato da un gruppo di pericolosi oligarchi cattivi”.

E questa idea chi la mette in giro, se non tutti voi messi insieme?
“Io non mi riconosco tra i diffusori di questa immagine. Veltroni è il leader del Pd. Come sa io non ho incarichi e non ne cerco. Sono uno dei pochi che ha lasciato incarichi per favorire il rinnovamento. Ma in questo partito c’è un gruppo dirigente formato da molte personalità, e non da oligarchi cattivi. Questo gruppo dirigente è anche una garanzia del rapporto tra il Pd e il Paese. Mettere al lavoro queste persone, vecchie e giovani, non indebolisce Veltroni, ma al contrario lo rafforza”.

E il congresso straordinario che fine ha fatto? Ormai si farà dopo le europee.
“Non ho mai chiesto che si tenesse un congresso straordinario. Il congresso com’è previsto dallo statuto, si terrà dopo le europee”.

Comunque di tempo ne avete. Il Cavaliere vi consiglia un riposo di 5 anni.
“Berlusconi non ha molto da ironizzare. I sondaggi dicono che le difficoltà della maggioranza sono serie, il governo ha perso 18 punti. Ma la fine dell’idillio non si traduce in un travaso di consensi dalla maggioranza all’opposizione. Quando un Paese non ha fiducia né nel governo, né nell’opposizione significa che c’è il rischio di una democrazia più debole. Anche per questo è urgente rilanciare non solo la nostra battaglia di opposizione, ma il nostro progetto politico. Il partito del centrosinistra riformista è nato per questo”.

Il Cavaliere ecomunenico

14 Mag 08

Massimo Giannini

L’Unto del Signore che invoca in Parlamento “l’aiuto di dio” è la rappresentazione plastica della quarta reincarnazione del leader. È un vezzo culturale da antico presidenzialismo americano, ma è anche il sigillo politico del nuovo “ecumenismo berlusconiano”.

Dopo quindici anni di avventura politica vissuta pericolosamente, il Cavaliere che chiede alla Camera la fiducia al suo nuovo governo usa un linguaggio da papa laico, e lancia un messaggio da pontefice repubblicano. Questo giornale non ha mai risparmiato critiche a Silvio Berlusconi, e a tutto quello che di negativo ha rappresentato e di anomalo continua a rappresentare nell’eterna transizione italiana, cominciata e mai finita dopo il terremoto di Tangentopoli.

E continuerà a non risparmiargliele, ora che si accinge a governare per la terza volta il Paese con una maggioranza solida e un esecutivo compatto, che non gli consentono più alibi di sorta. Ma in tutta onestà, nel discorso pronunciato ieri dal premier si farebbe qualche fatica a trovare una nota dissonante nei toni, o un aspetto discordante nei contenuti. Naturalmente ci sarebbe molto da obiettare, sulle questioni di merito che il Cavaliere ha eluso o affrontato in modo poco chiaro o troppo sommario.

Ma specularmente c’è qualcosa da dire, sulle questioni di metodo che invece ha indicato con un’attitudine al confronto (e non più allo scontro) e una disponibilità all’accordo (e non più al conflitto) per lui del tutto ignote.

Dal “tempo nuovo della Repubblica”, che deve investire tutte le sue energie sulla crescita, all'”aria nuova” di dialogo politico-istituzionale, da “respirare a pieni polmoni” per arrivare alle riforme condivise necessarie a modernizzare il Paese. Dal superamento delle differenze ideologiche e persino “antropologiche” tra i poli al riconoscimento della funzione politica dell’opposizione e persino del ruolo strutturale suo governo-ombra. Berlusconi inaugura la legislatura con un’apertura di gioco che, se il paragone non suonasse troppo azzardato e per certi versi blasfemo, avrebbe un respiro quasi moroteo.

In quel “nessuno deve sentirsi escluso”, e in quella continua chiamata al centrosinistra ad assumersi insieme “le comuni responsabilità”, si coglie un’intenzione positiva che va raccolta e gli va rilanciata come sfida per il futuro: se questo è davvero il nuovo spirito bipartisan che anima il presidente del Consiglio, e se questo è davvero lo zeitgeist repubblicano che deve aleggiare sulla legislatura, serviranno molti fatti concreti e non più solo alcune enunciazioni di principio.

Ma intanto, con questo suo discorso quasi “epifanico”, il Cavaliere sembra voler dismettere le pessime abitudini di questi anni. L’usufrutto personale dell’istituzione e l’utilizzo congiunturale della Costituzione. Il populismo mediatico al posto del riformismo politico. L’uso plebiscitario del Parlamento e l’abuso proprietario sulla televisione. Tutto questo, a prendere per buone le sue parole, sembra appartenere al passato.

Per la prima volta, dopo una campagna elettorale che erroneamente avevamo giudicato “sotto tono” mentre evidentemente era già l’espressione di un “altro tono”, la corsa a Palazzo Chigi non era più l’assalto al Palazzo d’Inverno. E per la prima volta, dopo le rovinose e rissose esperienze del 1994 e del 2001, la guida del governo non è più vissuta come “presa del potere”. Non sembra esserci più un “nemico alle porte”: un “comunista” da liquidare, una “toga rossa” da cacciare o un sindacalista da combattere.

Con questo “nuovo Berlusconi”, sempre che nei prossimi giorni e nei prossimi mesi la realtà non smentisca l’apparenza, la “rivoluzione” sembra farsi istituzione.

Semmai viene da chiedersi dov’era nascosto, in tutti questi anni, il responsabile “uomo di Stato” che abbiamo visto ieri a Montecitorio. Dov’era riposto, mentre si trasfigurava nell’esasperato tribuno che nel 2006 gridava “i magistrati sono un cancro da estirpare”, o nel capo-popolo che solo sei mesi fa a piazza San Babila arringava le masse dal predellino di una Mercedes. Certo, si potrebbe rispondere che il “nuovo Berlusconi”, dopo il trionfo del 13 aprile, è davvero “stanco di guerra” semplicemente perché ha risolto tutti i problemi che lo convinsero a scendere in campo: ha ormai praticamente definito i suoi guai giudiziari, ed ha anche felicemente risolto i problemi finanziari della sua azienda.

Ma questa, ancorché parzialmente vera, sarebbe comunque una lettura riduttiva del berlusconismo, sia pure declinato nella concezione leaderistica che ha impresso alla nostra democrazia. Resta il fatto che ha plasmato una destra corporata e radicata nel territorio, e ha dimostrato una sintonia profonda e costante con il Paese. Resta il fatto che oggi questa sua “vocazione istituzionale”, sorprendente perché sconosciuta, lo proietta quasi naturalmente verso il Quirinale. E questa proiezione spiega forse più di ogni altra cosa le ragioni della sua “offerta” di collaborazione e di condivisione al Pd di Veltroni.

E qui, per il centrosinistra, c’è insieme un’opportunità e un pericolo. L’opportunità è quella di rientrare e di partecipare alla dialettica democratica, dopo una sconfitta elettorale cocente, senza rinchiudersi nella torre d’avorio del riformismo elitario o, peggio ancora, nella pregiudiziale dell’illuminismo minoritario. Il rischio è quello di appiattirsi, per banale debolezza o per becero calcolo, fino a snaturarsi e a far scomparire del tutto l’idea stessa di opposizione, parlamentare e sociale.

Servirà un doppio registro: confronto se possibile, scontro se necessario. Due soli esempi. Il primo, sulle riforme istituzionali: è giusto cercare un’intesa sulla nuova legge elettorale, ma è doveroso combattere un federalismo fiscale che disarticola definitivamente l’unità nazionale e crea una cesura irreparabile tra regioni ricche e regioni povere. Il secondo, sulle leggi ordinarie: non si può votare no a una detassazione degli straordinari e a una cancellazione dell’Ici (solo per una questione di bandiera identitaria o di filibustering parlamentare) se queste misure erano anche nel programma del Pd, ma non si può accettare un pacchetto-sicurezza purchessia (solo per far finta di sedare le ansie legittime dell’opinione pubblica) se scardina i principi giuridici del diritto interno e internazionale.

Oggi più che mai, come spiegava proprio Aldo Moro alla Dc dei primi anni Sessanta, “non bisogna aver paura di avere coraggio”. Per il Pd è una buona lezione, nell’era del neo-moroteismo berlusconiano.


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