Posts Tagged 'Ainis'

Fannulloni per decreto

11 Mar 09

Se la fantasia costituisce la prima qualità degli uomini politici, il nostro presidente del Consiglio ne ha da vendere. Il Parlamento va a rilento? È appesantito da troppe votazioni? Le votazioni regalano talvolta brutte sorprese a chi ha il timone del governo? Bene, facciamo votare solo i capigruppo e non pensiamoci più. Ricetta semplice, e probabilmente quantomai efficace. Magari un poco ruvida, un po’ eccessiva per quel migliaio di anime rinchiuse nei palazzi delle due assemblee legislative, che passerebbero così dalla catena di montaggio delle leggi all’ozio più assoluto. Ma che importa, conta solo il risultato. Peccato che questo risultato sia impossibile. Peccato che s’infranga contro i principi che reggono la nostra democrazia costituzionale. Peccato che strida col buon senso.

Anche perché questa soluzione suona ben più drastica del voto ponderato, in uso presso varie istituzioni. A cominciare dall’Unione europea, dove il voto di Germania, Italia, Francia e Regno Unito vale 29 punti, mentre un piccolo Stato come Malta pesa 3 punti appena. Ma in questo caso non c’è alcun esproprio del diritto di voto, non c’è un silenziatore alla voce dei più piccoli. Non c’è nemmeno una ferita al principio d’eguaglianza, perché tale principio – come stabilì Aristotele – s’applica agli eguali, non ai diseguali.

È evidente che gli Stati più popolosi rappresentano un numero più alto di cittadini europei, sicché misurarli secondo il loro peso demografico effettivo evita di sovradimensionare il voto dei maltesi. Ma c’è un’élite di rappresentanti più rappresentativi in Parlamento? C’è un deputato il cui collegio elettorale coincide con l’intera Lombardia, mentre il suo vicino di banco è stato eletto dai soli cittadini di Ragusa? Non c’è, non ci può essere; altrimenti gli elettori verrebbero discriminati a propria volta.

Qui allora viene in gioco un altro cardine delle democrazie costituzionali: l’eguaglianza del voto e dei votanti. In passato qua e là si praticava il voto plurimo, per esempio quello del capofamiglia, che esprimeva un valore superiore all’unità. Ma la Rivoluzione francese lo ha confinato tra i relitti della storia, da quando la Dichiarazione dei diritti del 3 settembre 1791 introdusse il principio del suffragio universale. Poi, certo, ce n’è voluto per tradurre il principio nella prassi. In Italia fino al 1882 votava appena il 2 per cento della popolazione. Nel 1912, mezzo secolo dopo l’unità, fu Giolitti a estendere a tutti i cittadini maschi il diritto di partecipare alle elezioni. Infine nel 1946 venne la volta delle donne, e a quel punto la traiettoria si è compiuta. Imporre una sordina ai parlamentari significa imporla agli elettori, significa perciò riportare indietro le lancette della storia.

E c’è poi un altro punto dolente nella ricetta che propone Berlusconi. Anzi due, anzi tre, anzi quattro. In primo luogo stabiliremmo una gerarchia fra i parlamentari, offendendo la norma conservata nell’art. 67 della Costituzione, secondo cui ogni membro del Parlamento rappresenta – ebbene sì, lui solo – la Nazione. In secondo luogo, anche ad ammettere che le sue personali convinzioni si riflettano come in uno stampo con le convinzioni del suo capogruppo, offenderemmo il principio della personalità del voto, racchiuso a propria volta nell’art. 48 della Carta. In terzo luogo svuoteremmo la regola del voto segreto, che i regolamenti parlamentari prescrivono ad esempio sulle questioni di coscienza, per tutelare l’autonomia di senatori e deputati. In quarto luogo, come mai faremmo noi elettori a valutare l’operato di chi ci rappresenta in seno alle due Camere? La mancata rielezione è l’unica arma che ci rimane in mano rispetto ai voltagabbana, ai traditori delle promesse elettorali, ai fannulloni; ma se diventano tutti fannulloni per decreto, tanto varrebbe privarci del diritto di votare.

Insomma l’epilogo non piacerà al presidente del Consiglio. Non piacerà neppure a chi ritiene che il Parlamento sia un ingombro di cui l’Italia dovrebbe sbarazzarsi. E allora rifugiamoci nell’autorità di Montesquieu: le lungaggini parlamentari, le procedure talora estenuanti della democrazia, sono il prezzo che paghiamo per la nostra libertà.

Le riforme (non) possono attendere

9 Dic 08

Michele Ainis

Come Alessandro Del Piero, il gabinetto Berlusconi esibisce un doppio passo. Svelto e deciso se si tratta d’apprestare le regole per i cittadini; lento e molle, quando non proprio fermo al palo, sulle regole di governo. In questi sette mesi di legislatura non c’è emergenza che non abbia ricevuto il suo tampone, dal blocco dei rifiuti all’Alitalia, dall’immigrazione clandestina alle tasse sulla casa, dalla sicurezza in città alla crisi dei mercati. Tuttavia il decisionismo evapora assieme alle buone intenzioni se c’è da chiamare i muratori sulle fondamenta del sistema, sulla governance complessiva di questo Paese, che pure reclamerebbe non meno urgenti correzioni.

Quanto all’edificio istituzionale, l’elenco ha più capitoli dei grani d’un rosario. Il bicameralismo? Con due assemblee gemelle per composizione e per funzioni è diventato più un intralcio che una garanzia, ma intanto l’intralcio è sempre lì, come una carcassa sui binari. I poteri del premier? Prodi non poteva revocare i suoi ministri, né può farlo Berlusconi. La sfiducia costruttiva? Calderoli l’ha promessa il mese scorso, da qualche parte dev’esserci una bozza di riforma, però così segreta che non ne sanno nulla neppure gli agenti segreti. Le procedure con cui decide il Parlamento? Qui invece il testo c’è, e c’è dal 1º luglio, con la proposta di modifica dei regolamenti parlamentari depositata dai capigruppo Pdl; ma è rimasto chiuso in un cassetto, nonostante le polemiche contro la pioggia dei decreti, e benché due Camere efficienti smonterebbero l’alibi dietro al quale si ripara ogni governo, quando abusa per l’appunto dei decreti.

Senza dire della legge elettorale, impresentabile eppure – a quanto pare – inemendabile, dato che la maggioranza non è riuscita a correggere neanche quella con cui voteremo alle prossime europee. O senza chiamare in causa la riforma dei partiti, le oscure modalità con cui avviene la selezione della loro classe dirigente, i poteri degli iscritti, le storture del finanziamento pubblico. O il governo dei giudici, che non è cambiato d’una virgola benché sia stato annunziato già da tempo il progetto di un nuovo Csm. O infine la riforma delle Authority, che sono troppe, e si pestano i piedi a vicenda. E il federalismo fiscale? Sin qui una nebulosa in cui si smarrirebbe perfino un astronauta. E l’abolizione delle province? Sì, o meglio nì, vediamo, non c’è fretta.

Si dirà: ma le riforme istituzionali chiedono tempo, vanno ben ponderate. Giusto, però trent’anni possono bastare, giacché cadeva il 1979 quando Craxi pose per primo la questione. Inoltre se tutti gli altri governi non sono stati fulmini di guerra, su questo fronte l’inerzia del governo Berlusconi è più grave, più vistosa. Sia in rapporto alla velocità supersonica con cui l’esecutivo in carica ha preso di petto ogni altra faccenda. Sia rispetto all’investimento che vi ha operato fin dal suo battesimo, raddoppiando i ministri delegati alle riforme. Questi due ministri (Bossi e Calderoli) sono entrambi della Lega, sicché l’impasse è fonte d’imbarazzo innanzitutto per questo partito. Ma in qualche misura dovrà pur imbarazzare la stessa opposizione, se è vero che le regole del gioco vanno condivise da tutti i giocatori, e se è vero inoltre che il centrosinistra fa muro perfino quando la maggioranza accoglie i suoi suggerimenti (è accaduto per il decreto Gelmini).

Però il vuoto di riforme non danneggia unicamente la credibilità dei partiti. Ci danneggia tutti, perché l’Italia soffre di cattivo rendimento (49º posto, dietro il Portorico e le Barbados, secondo il Global Competitiveness Index 2008-2009), nonché di scarso ricambio nelle classi dirigenti (con il record europeo di settantenni, come attesta il Rapporto Luiss 2008). A tale riguardo le riforme istituzionali sono la prima pietra, tuttavia non certo l’ultima. C’è bisogno di una nuova governance che impedisca per esempio d’incontrare rettori in carica da 25 anni (a Brescia) o da 22 (a Napoli). C’è bisogno, in una parola, di governi forti e rinnovati a ogni livello. Perché il pesce, come dicono al Sud, puzza sempre dalla testa.

Villari e l’elettore schiavo

25 Nov 08

Michele Ainis

Tutto sommato dovremmo essergli grati. Non tanto per aver resuscitato Kafka in Parlamento, come ha detto il presidente del Consiglio; benché in quei corridoi qualche lettura in più, diciamo così, non guasterebbe. Quanto perché la strenua resistenza del senatore Villari ci fa spalancare gli occhi su un buco nero della nostra vita pubblica. Lui magari avrà tutte le ragioni, deve pur esserci un limite all’arroganza dei partiti, che prima ti fanno papa e il giorno dopo vorrebbero degradarti a sagrestano. Ha dalla sua pure il vocabolario, che contempla la voce «mi dimetto», ma non anche quella «ti dimetto». La sua elezione a presidente della Vigilanza Rai è stata assolutamente regolare, nel pieno rispetto delle forme e delle procedure. Infine il regolamento della commissione, pur dopo le tre modifiche approvate dopo il 1975, non menziona le dimissioni coatte del presidente eletto. E dunque perché mai l’eletto dovrebbe liberare la poltrona, solo perché glielo domanda l’elettore?

Ecco, è esattamente in questo punto che s’allarga il buco nero. Ed è questa voragine che ingoia i nostri poteri d’elettori, ogni volta che siamo chiamati a esercitarli. Vale per i parlamentari, come dimostra per esempio il caso Mele, che nessuno ha potuto schiodare dal suo seggio pur dopo aver scoperto come il moralista pubblico fosse in privato un immorale. Ma vale altresì per il rettore, per il presidente d’un Rotary club, per il rappresentante dei genitori in consiglio di classe. Tu lo voti, lì per lì ti dà fiducia, poi il minuto dopo lui rovescia ogni promessa nel suo opposto. Oppure dà di matto, e di nuovo tu non ci puoi far nulla. Sicché ti risuona nelle orecchie la sentenza di Rousseau: «Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia. È libero soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, il popolo diventa schiavo, non è più niente».

Eppure un anticorpo ci sarebbe: la revoca, la mozione di sfiducia. Ipotesi dichiarata «irresponsabile» dai capigruppo Pdl, in una lettera ospitata ieri dal Corriere della sera. Se oggi fosse praticata contro Villari – si legge in quella lettera – domani potrebbero restarne vittima gli stessi presidenti di Camera e Senato. Ma irresponsabile è in realtà il potere senza responsabilità, il potere che non deve rispondere a nessuno delle proprie decisioni, perché ha rotto il cordone ombelicale con il popolo votante. E d’altronde la Costituzione italiana tiene quel cordone teso sia verso il governo (che ha l’obbligo di dimettersi dopo un voto di sfiducia delle Camere), sia verso il Capo dello Stato (attraverso l’impeachment). Perché mai la regola che governa i piani alti del nostro ordinamento dovrebbe eclissarsi ai piani bassi? Perché mai se cambio idea posso revocare l’avvocato, ma non anche il deputato?

Insomma viva Villari. Perché il suo caso, comunque si concluda, può impartirci una lezione. E a sua volta la lezione riguarda un pubblico più vasto dei segretari di partito, dei loro delegati dentro la commissione di Vigilanza Rai. Ci coinvolge tutti, e coinvolge la nostra vita associativa. Sicché delle due l’una: o la libertà dell’elettore, oppure quella dell’eletto. O la reversibilità delle scelte elettorali, oppure un tram senza ritorno. O un matrimonio rinnovato di ora in ora, oppure la negazione del divorzio. Ma dopotutto al divorzio fra moglie e marito siamo già arrivati. Ora non sarebbe male conquistarsi il divorzio dagli eletti.

Solo una dea bendata ci salverà

9 Nov 08

Michele Ainis

All’università telefoni bollenti. Smistare il traffico era già un’impresa prima, con 4 professori da eleggere in ciascuna commissione di concorso, e con 4.020 posti da assegnare; ora che c’è da eleggerne il triplo, chi ci guadagna è di sicuro la Telecom. Ma ci guadagna altresì la trasparenza, l’imparzialità, la regola del merito nel reclutamento dei docenti. Non solo perché s’allarga la platea dei commissari potenziali, quanto piuttosto perché sarà un sorteggio a decidere i signori dei concorsi. Ne eleggi 12, infili i loro nomi dentro un bussolotto, ne tiri fuori 4 a caso. Insieme col membro designato dall’ateneo che ha pubblicato il bando, in commissione saranno sempre in 5 a giocare la partita delle cattedre; ma per quattro quinti spetterà alla dea bendata assegnare i posti in tavola.

E dunque stop alle cordate, alle scalate, agli scambi di posti e di favori. Via il potere dei gruppuscoli (ce n’è in ogni disciplina) che passano tutto il tempo a tessere concorsi mentre gli altri frequentano convegni. Potenza del sorteggio, giustamente auspicato da Gavazzi in un fondo del 3 novembre sul Corriere della Sera, ma anche da chi scrive in un elzeviro ospitato il 19 ottobre dalla Stampa. Perché il sorteggio soddisfa un’esigenza che altrimenti rimarrebbe inappagata – l’esigenza di rendere ogni singola scelta il più possibile neutrale, di liberarla dal sospetto d’intrallazzi, combine, favoritismi. Sia pure a scapito – almeno in questo caso – della celerità.

Nella Atene di Pericle
Qualche ritardo si sconterà per forza, dato che in molti raggruppamenti concorsuali non esistono abbastanza professori per riempire tutte le caselle; sicché c’è da attendersi un’elezione suppletiva, e magari un’altra ancora, attingendo dai raggruppamenti affini. E allora meglio un unico concorso nazionale, purché sia celebrato tirando in aria i dadi.

D’altra parte non è affatto un caso se il sistema dei sorteggi venne impiegato in lungo e in largo nell’epoca di Pericle, quando la democrazia diffuse i suoi primi vagiti. Nel V secolo ad Atene era formato per sorteggio il Consiglio dei Cinquecento, cui spettava l’iniziativa delle leggi, la gestione delle finanze pubbliche, il controllo dell’esercito, le relazioni estere, la sicurezza cittadina. Gli arconti, che via via assorbirono le prerogative degli antichi re, venivano anch’essi estratti a sorte in ragione di uno per tribù. Erano parimenti sorteggiati i magistrati, quantomeno nel loro maggior numero. E infatti Aristotele, nella Retorica, definisce la democrazia come il regime nel quale le cariche si distribuiscono col sorteggio; mentre nella Politica aggiunge che quando le magistrature vengono elette, anziché sorteggiate, c’è allora un’aristocrazia. Questo medesimo concetto, del resto, affiora già nella Repubblica di Platone, dove il sorteggio si lega all’idea dell’eguaglianza fra tutti i cittadini.

Un sistema già sperimentato
Insomma per coltivare il nuovo seme c’è bisogno di un po’ di terra antica. Ma sul fronte dei concorsi l’esperimento non è del tutto inedito, neppure all’università. Fino agli anni Novanta del secolo trascorso il sorteggio funzionava con una procedura variabile a seconda che fossero messi in palio posti da ordinario o da associato: o s’eleggeva un numero doppio di professori, sorteggiandone successivamente la metà; oppure ne veniva sorteggiato il doppio, e in seguito si procedeva a elezione fra i docenti sorteggiati. Dopo di che il sorteggio è andato per molti anni in naftalina, con le nefaste conseguenze che sappiamo. Sempre il sorteggio decideva un tempo le commissioni per selezionare i dirigenti ospedalieri: la legge n. 148 del 1975 stabiliva infatti che vi sedesse un professore universitario estratto a sorte dagli elenchi nazionali, tre primari della materia anche loro sorteggiati, un medico ministeriale e un rappresentante dell’amministrazione locale. Sarà stato anche questo un effetto della sorte, ma da quando il sistema dei sorteggi non c’è più la politica si è impadronita delle nomine, lottizzando camici e pigiami.

Si tratta allora d’estendere la regola in questione, di renderla sempre vincolante quando un’amministrazione vara un bando di concorso. La sorte sarà pure cieca, avrà pure le sembianze d’una dea bendata e capricciosa, ma qualche volta è meglio non vederci anziché vedere soltanto i propri cari.

Il Parlamento non decide? Perda un turno

20 Ott 08

Michele Ainis

C’è un modo per uscire dallo stallo, dal gioco di reciproci dispetti e di veti incrociati che sta paralizzando le due Camere? C’è una soluzione tecnica all’impasse della politica? Sì che c’è, e andrebbe sperimentata con urgenza. Perché sta di fatto che il Parlamento è moribondo. Pensavamo d’aver scoperto l’assassino, dopo il monito del Capo dello Stato contro l’abuso dei decreti, ospitato sulle colonne di questo giornale. Ma non è colpa del governo lo spettacolo che è poi andato in scena nei giorni successivi. Non è un caso d’omicidio quello cui assistiamo da dietro le vetrate del Palazzo. No, si tratta piuttosto di suicidio. E la 19ª fumata nera per eleggere il successore di Vaccarella alla Consulta, nonché il blocco prolungato sul presidente della Vigilanza Rai, ne offrono la prova più eloquente.

Insomma il Parlamento non sa più fare le leggi (soltanto 6 in 6 mesi, ma 4 per ratificare trattati internazionali stipulati dal governo) e non sa decidere le nomine, pur costituzionalmente doverose. Sicché muore d’inedia, come un corpo che rifiuti gli alimenti. Oltretutto, non è neppure un suicidio dignitoso. Le Camere da giovedì scorso convocate a oltranza, ma sconvocate venerdì. Sempre giovedì, sciami di parlamentari che ondeggiano contro il bancone della presidenza, supplicando d’annullare la terza votazione, perché coincide con la cena. I trolley accatastati uno sull’altro nel guardaroba di Montecitorio, dato che il giorno dopo c’è uno sciopero dei voli. Gli sms di Cicchitto e Gasparri sui cellulari dei peones, per invitarli a disertare il voto. Le 87 anime presenti in aula venerdì mattina, meno del 10% di tutto il Parlamento. Lo striscione dei radicali, con il vicepresidente della Camera Leone che chiede per due volte di rimuoverlo e l’altra vicepresidente Bonino che s’oppone, finché non intervengono i commessi. E sullo sfondo l’improprio baratto fra la Consulta e la Rai, fra l’acqua santa e il diavolo.

Per salvare il moribondo, e per salvare inoltre ciò che resta del comune senso del pudore, la terapia può essere una sola: poteri sostitutivi. Formula ermetica, che tuttavia ricorre già nella Costituzione italiana così come in altri sistemi federali. In sintesi, significa che quando una regione o qualche ente locale rimanga inerte circa un particolare adempimento, lo Stato vi provvede al posto suo. La macchina pubblica, difatti, non può arrestarsi solo perché il conducente di turno schiaccia un pisolino. In questi casi si cambia conducente. E allora perché non dovremmo togliere il volante pure al Parlamento? Quando s’incarta sulle nomine basta fissare un tempo massimo, oppure un massimo di votazioni a vuoto: facciamo 10, benché la metà sarebbe già abbastanza.

Semmai il problema è individuare il sostituto, senza ledere la dignità delle assemblee legislative, senza inventarci un salvatore della Patria. Ma non è affatto un problema insormontabile. Rispetto al quindicesimo giudice costituzionale potremmo farlo scegliere ai 14 che hanno già un ufficio alla Consulta: è il sistema della cooptazione, in uso per il Senato dell’antica Roma. Oppure potrebbe entrare in gioco il Capo dello Stato, anticipando la sua futura nomina salvo poi restituirla la volta dopo alle due Camere; in questo modo gli equilibri costituzionali non verrebbero alterati. Più arduo rimediare alla paralisi quando si tratta d’eleggere il presidente della Vigilanza Rai, così come di qualsiasi altra commissione formata in Parlamento. Qui ogni soccorso esterno suonerebbe come un’invasione dell’autonomia parlamentare, dunque la soluzione va trovata dentro le mura della stessa commissione. Potremmo assegnare la poltrona al commissario più anziano, come del resto avviene in occasione della prima riunione delle Camere, presieduta per l’appunto dal decano; ma l’età non è mai un segreto, e sapendo come andrà a finire ci sarebbe sempre un partito cui conviene lo stallo. Meglio il sorteggio, quindi, meglio una puntata ai dadi. Dopotutto nell’antica Grecia le cariche pubbliche erano quasi sempre sorteggiate, fu con questo sistema che la democrazia diffuse i suoi primi vagiti. Usiamolo di nuovo, trasformiamo il moribondo in un neonato.

Chi scalpella il Quirinale

6 Ott 08

Michele Ainis

Serve ancora alla Repubblica italiana un presidente della Repubblica italiana? Domanda impertinente, se non fosse che la politica ci sta recando in pasto un ultimo frutto avvelenato; e il veleno goccia a goccia intossica la nostra più alta istituzione. Perché scalfisce i suoi poteri, ne diminuisce il peso. Senza attacchi frontali, senza una lapidazione in piazza come sperimentarono Scalfaro e Cossiga. No, l’avvelenamento piuttosto si consuma svuotando il ruolo che ricoprì per primo Enrico De Nicola, sottoponendolo a un processo d’erosione, di neutralizzazione progressiva.

In questo, la vicenda del quindicesimo giudice costituzionale suona quantomai eloquente. Manca da un anno e mezzo, ma in Parlamento non si trovano mai i numeri per eleggere il successore del dimissionario Vaccarella. Uno scandalo istituzionale, che ha indotto Napolitano a un pubblico richiamo, dopo lo sciopero della sete inaugurato da Marco Pannella. Tuttavia lo scandalo dipende dal fatto che maggioranza e opposizione vogliono saziarsi entrambe, e allora temporeggiano in attesa che il menù raddoppi. Succederà a febbraio, con la scadenza del giudice Flick.

A quel punto uno a te, uno a me. Da qui il gioco delle coppie, perché il successo di ciascun candidato si lega al profilo del candidato proposto dallo schieramento avverso: un tecnico tira la volata a un tecnico, un uomo di partito s’accompagna giocoforza a un uomo di partito.

Niente di nuovo, la politica ci ha ormai resi avvezzi a questi mercatini. Peccato tuttavia che il successore di Flick non lo designi il Parlamento, bensì il Capo dello Stato. Se i partiti ne contrattano la nomina, se i vari candidati fanno capriole e giravolte per ottenere la benedizione dei partiti, con ciò stesso oltraggiano le prerogative del nostro Presidente. Ma c’è qualcuno che ancora si rammenti del galateo istituzionale? Nessuno, né a destra né a sinistra. Almeno in questo caso, l’oltraggio non chiama in causa un unico imputato.

Non è un oltraggio viceversa la proposta del governo – anticipata da Ghedini – di dividere il Csm in due, sottraendone la presidenza al Quirinale. Non un oltraggio, ma un errore di grammatica (costituzionale). Perché il Presidente ha un ruolo di cerniera fra i diversi poteri dello Stato. Perché presiedendo il Csm evita di conseguenza che la magistratura divenga un corpo separato. Perché infine nel 1947 i costituenti gli assegnarono il compito di moderare le tensioni fra politica e giustizia, e chissà come potrebbe mai provarci rimanendo fuori della porta. Dice Ghedini: ma con la nostra riforma Napolitano nominerà un terzo dei futuri componenti. E allora? Pure il Consiglio supremo di difesa viene presieduto dal Capo dello Stato, che però volta per volta ne decide altresì la composizione, invitando altri ministri in aggiunta a quanti vi fanno parte di diritto. Dovremmo perciò togliergli anche tale presidenza? Senza dire che la pressione dei partiti impedisce nomine serene. Ma forse il disegno sotterraneo è proprio questo: regaliamo pure al Presidente un’altra nomina, purché per interposto partito.

C’è poi il capitolo dei decreti legge, dove l’abuso si è ormai trasformato in un sopruso. Dall’avvio della legislatura le Camere hanno approvato la miseria di due leggi: il rinnovo dell’Antimafia e il lodo Alfano. Il resto del tempo è andato via per convertire 12 decreti del governo, senza contare quelli che s’aggiungono al paniere (5 nel solo mese di settembre). Una prepotenza contro il Parlamento, come è stato denunziato da più voci. Ma anche contro il Presidente, cui vengono confiscati i poteri di controllo in sede di promulgazione. Infatti i decreti scadono dopo 60 giorni, le assemblee legislative li convertono sempre all’ultimo minuto, e dunque se il Presidente rinviasse la legge di conversione al Parlamento provocherebbe la decadenza dei decreti, finendo alla berlina come traditore della Patria.

E la moral suasion? Napolitano ha già alzato la voce contro la pioggia di decreti, contro lo stallo alla vigilanza Rai, contro la rissa quotidiana fra i partiti. Semplicemente non gli danno retta. D’altronde sono caduti nel vuoto anche gli appelli su una riforma costituzionale condivisa. C’è forse chi abbia visto un testo, un’ipotesi, un progetto? L’aria che tira è questa: ossequio formale, irriverenza sostanziale. Il Quirinale resta l’istituzione più popolare fra la gente, ma nel Palazzo è come il cavaliere inesistente di Calvino.

Voglia di ordine

23 Set 08

Michele Ainis

L’Italia come una caserma? Lo fa temere una litania di fatti, che stanno rovesciando molte nostre abitudini sociali. Te n’accorgi alla partita di pallone, con i divieti di trasferta decretati dal ministro Maroni, e con la tolleranza zero negli stadi. Nelle relazioni con domestici e badanti, da quando sempre Maroni espelle gli immigrati a brutto muso, smantella i campi nomadi, confisca gli appartamenti in affitto ai clandestini. A scuola, dopo il ritorno del 7 in condotta stabilito dal ministro Gelmini. Al mercatino, perché il ministro Scajola ha dichiarato guerra a chi acquista griffe contraffatte. Camminando nei quartieri periferici, dove il ministro La Russa ha inviato ronde di soldati. In fila allo sportello, dal giorno in cui il ministro Brunetta ha cominciato a licenziare gli impiegati troppo lavativi. Nei rapporti di lavoro, come mostra la mano dura del ministro Sacconi con i sindacati di Alitalia. Perfino nei costumi sessuali, giacché il ministro Carfagna ha deciso d’arrestare su due piedi lucciole e clienti.

Questo atteggiamento muscolare, quest’indirizzo delle maniere forti si propaga per cerchi concentrici, come l’onda sollevata da un sasso sulla cresta del lago. Ha origine in un atto del governo, viene poi subito emulato da tutti gli altri apparati dello Stato. Dalla polizia stradale, che ha iniziato a prendere sul serio le norme contro l’alcolismo. Dalla magistratura, che senza l’altolà di Alfano avrebbe processato la Guzzanti per aver spedito all’inferno il Santo Padre. Da 8 mila sindaci travestiti da sceriffi, che in nome del decoro urbano proibiscono l’accattonaggio (Assisi), il tramezzino in pubblico (Firenze), le massaggiatrici in spiaggia (Forte dei Marmi), la sosta in panchina per più di due persone (Novara), le effusioni in auto (Eboli), le bevande in vetro nelle ore serali (Genova). Ma il giro di vite risponde a una domanda ormai corale da parte di chiunque sia investito di qualche responsabilità sulla nostra vita collettiva: è un ritornello, un tic. L’ultima proposta viene dal presidente della Lega calcio Matarrese, che reclama celle negli stadi, anche perché le patrie galere hanno esaurito i posti a sedere.

Fosse successo appena l’anno scorso, non si sarebbero contati gli scioperi, i sit-in, i presidi antifascisti. Invece tutti zitti, contenti e applaudenti. Il vento dell’autoritarismo gonfia le vele del governo, trasforma la sua navigazione in gara solitaria, senza scogli, senza avversari: l’ultima rilevazione di Euromedia gli assegna un gradimento record del 67,1%. C’è in questo l’unanime condanna del lassismo, che fin qui ci sommergeva. C’è in secondo luogo il lascito del biennio Prodi, una reazione di rigetto contro la chiacchiera elevata ad arte di governo, contro lo stallo, la non decisione. C’è in terzo luogo il tarlo dell’insicurezza, che rode le nostre esistenze individuali. Insicurezza anzitutto economica, con l’impoverimento della classe media e con l’affamamento dei ceti popolari; ma l’incertezza sul futuro si traduce in un bisogno d’ordine, scarica pulsioni intolleranti, imputa al maghrebino che raccoglie pomodori tutta la colpa se il lavoro è poco. E c’è in quarto luogo l’espulsione dalle assemblee parlamentari delle due sole tradizioni politiche schiettamente antiautoritarie, quella liberale e quella della sinistra libertaria e anarchica. A fare opposizione dura e pura resta Di Pietro, però il suo movimento non ha mai osteggiato l’uso del manganello sulla testa degli indisciplinati.

Questi elementi non bastano tuttavia a spiegare il nuovo clima che ha attecchito sui nostri territori. Perché tale fenomeno s’accompagna a una mutazione antropologica, e perché è stato l’uomo nuovo a generare il nuovo clima, non il contrario. Riecheggia a questo riguardo la lezione d’uno psicologo nazista, Jaensch, poi rilanciata da Fromm e Adorno: ogni governo autoritario ha bisogno di una «personalità autoritaria», ossia d’un popolo zelante verso i superiori, sprezzante nei confronti dei più deboli. Non è forse questa la chiave di lettura del razzismo che soffia come un mantice sulla società italiana? E non sgorga da qui la doccia di gesso che ha spento le vampate d’odio sulla Casta? Improvvisamente la nostra società si è risvegliata docile, addomesticata. Alla cultura del conflitto, il sale dei sistemi liberali, abbiamo sostituito tutt’a un tratto il culto del potere, delle gerarchie, dell’ordine. E il centro-destra si è limitato a intercettare questo sentimento, a dargli sfogo, sia pure riesumando fossili come le case chiuse o la verga del maestro. L’obbedienza non è più una virtù, diceva nel 1965 don Milani. Infatti: quarant’anni dopo, si è tramutata in vizio.


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