Archivio per settembre 2007

Non vinca il migliore

(30 Set 07)

Massimo Gramellini
Ci siamo. Per degli animali derbivori come noi, l’astinenza è stata lunga e dolorosa. Gli ultimi giorni anche peggio: mica facile aggirarsi per strada incrociando gli sguardi perplessi & depressi dei fratelli granata e i sorrisi obliqui degli juventini. Pigiami in maschera che ti sussurrano messaggi untuosi a prova d’amuleto: «Tanto vincete voi…».

E pigiami sinceri, dunque spietati: «Meglio se stacchi il telefono dopo la partita…». Non ci penso nemmeno: se fossi nato cuor di coniglio, mica avrei scelto il Toro. L’hobbit granata che è in me fende gli eserciti a strisce di Mordor sventolando con orgoglio la cravatta granata come una vela nella tempesta. La barca ha preso un po’ d’acqua, ultimamente, ma resta solida, e non capitava da decenni: un presidente, una società, un grande allenatore mezzo matto ma tutto vero, persino un’idea di squadra. Certo, la difesa sa di burro, l’adorato Rosina ha la bua e farà gol al ritorno come Vailatti e Di Michele, ma intanto adesso si ferma pure lui ai box.

Forse mia moglie verrà per la prima volta allo stadio perché, dice, sono curiosa di vedere come ti comporti durante un derby dal vivo. Come vuoi che mi comporti? Malissimo. L’importante è non prenderla, e non prendersi, troppo sul serio. Però, quando le squadre sbucheranno dal sottopassaggio, so già che per un attimo ritornerò bambino. E quell’attimo vale da solo tutto il resto. Le maglie granata e bianconere che procedono affiancate, a ricordarti visivamente le ragioni di una scelta di coraggio: la prima della vita, presa tanto tempo fa. In quell’attimo rivedi la mamma che ti cuce la prima bandiera del Toro e la mano enorme di papà che serra la tua, piccolissima, quando entrate allo stadio nel giorno del derby. Il film della memoria corre veloce: Combin prende a pugni il cielo dopo Meroni, Agroppi segna il gol della vittoria sotto la curva gobba, Pulici oltrepassa Zoff con un pallonetto che andrebbe esposto nelle gallerie d’arte moderna. E le tre pere sciroppate in 3’, e l’aquilone di Junior & Serena al 90’, e Rizzi Rizzi gol, fino alla buca di Maspero e a quel pallone di Salas che i satelliti della Nasa stanno cercando nell’iperspazio da anni.

Poi le squadre prendono posto in campo, l’attimo svanisce e si precipita nella realtà. Allora, obbedendo a un rito immutabile, ti metti a contare i giocatori del Toro e sono sempre 12. Perché il 12° sei tu. Erano 12 pure gli altri, una volta: con l’arbitro, ovviamente. Ma adesso la sudditanza psicologica ha traslocato a Milano e anche il divario tecnico si è rimpicciolito, come lo stadio. E’ un derby ad armi quasi pari. Meglio che gli juventini non se ne accorgano. Meglio lasciargli credere che sono ancora i padroni del mondo e imitare l’inimitabile Nereo Rocco, che quando qualcuno gli augurava «vinca il migliore» rispondeva: «Sperem de no».

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I difetti della leggerezza

(30 Set 07)

Franco Bruni
La Finanziaria di quest’anno parte dalla condizione favorevole di non dover affrontare l’emergenza di un deficit eccessivo. Siamo quasi comodamente entro il limite europeo del 3% del Pil.Per merito di un ingente prelievo di imposte, dovuto a provvedimenti del precedente governo e sostenuto da uno speciale sforzo contro l’evasione che il governo Prodi ha messo giustamente nelle sue priorità.

Senza l’emergenza deficit ci si può concentrare sulla rimodulazione delle entrate e delle spese. Con un duplice fine: recuperare il consenso al governo nel Parlamento e nel Paese e migliorare l’impatto della finanza pubblica sull’economia. Purtroppo le due finalità non coincidono del tutto: il consenso, magari effimero, si può ottenere anche con provvedimenti che non arrecano benefici al sistema economico ma solo ad alcuni gruppi di pressione o che badano all’apparenza e alla propaganda più che alla sostanza. Ciò causa il rischio di rimodulazioni eccessive e sbagliate. Contro questo rischio la Finanziaria di quest’anno, contrariamente a quella dell’anno scorso, bada a tenersi «leggera», spostando un importo molto inferiore all’1% del Pil. Se la strategia della leggerezza sarà mantenuta durante l’iter parlamentare dovrebbe facilitarne la conclusione favorevole, offrendo meno appigli alle baruffe dei populisti, dei rappresentanti di interessi molto speciali e di chi vuol solo far cadere il governo. A costoro rimarrà comunque la voglia di «appesantire» il provvedimento. A favore del governo giocherà anche la difendibilità di alcune delle misure con cui si propone di spostare gli 11 miliardi in gioco. Fra queste vi è un’intelligente rimodulazione e semplificazione della tassazione dei redditi d’impresa e una giusta attenzione ai redditi minimi nell’alleggerire l’Ici, nel fare sconti fiscali agli affittuari e nell’introdurre una piccola «imposta negativa» sui redditi talmente bassi da non poter beneficiare di detrazioni.

Il governo ha tacitato proteste da sinistra, rinviando i provvedimenti attuativi dell’accordo sulle pensioni. Provvedimenti tutt’altro che eccellenti: ma le richieste di chi li ostacola sono peggio di loro. Speriamo che le consultazioni sindacali permettano di superare presto il problema ed è positivo che gli oneri dell’accordo siano stati chiaramente contabilizzati nella Finanziaria. Preoccupazioni e pressioni provenienti più «da destra» hanno inoltre portato a rinviare quasi tutta la razionalizzazione che il governo aveva progettato per la tassazione degli interessi e dei dividendi, nonché l’eliminazione di sussidi e trasferimenti alle imprese da scambiarsi con la riduzione generalizzata della loro tassazione. Su entrambi i fronti le idee del governo vanno in una direzione giusta e importante. Speriamo che si traducano presto in nuovi provvedimenti.

Nella sua prima, stupenda Lezione americana, Italo Calvino inneggia alle «ragioni della leggerezza» solo perché su di esse trova «più cose da dire che sulle ragioni del peso», che non considera meno valide. Anche per la Finanziaria, come per la letteratura, la leggerezza è insieme un merito e un limite. Il merito risalta finché ci si ferma a constatare che non c’è più l’emergenza del deficit eccessivo. Il limite, la carenza di peso, emerge se ci si ricorda che la finanza pubblica italiana ha altre tre emergenze.

La prima è quella del debito, che rimane altissimo in rapporto al Pil e il cui ritmo di riduzione non soddisfa nemmeno i parametri molto permissivi dell’Ue. Per affrontare l’emergenza debito, il deficit andrebbe ridotto con decisioni molto più «pesanti». In altri termini: l’entità del debito impedisce di dire che l’emergenza deficit è davvero sparita. La seconda è l’emergenza della quantità della spesa pubblica, che continua a salire. È davvero peccato che nella Finanziaria la spesa al netto degli interessi appaia addirittura in aumento in rapporto al Pil. Nel medio periodo, comunque venga finanziata, essa rappresenta un eccessivo prelievo di risorse dal settore privato dell’economia. Per tagliare la spesa occorrerebbero leggi di bilancio e riforme strutturali ben più «pesanti». Che servirebbero anche per la terza emergenza: la qualità miserevole della spesa e dei servizi pubblici. Dal punto di vista di queste tre emergenze la Finanziaria è troppo leggera. Pare fra l’altro accantonato un interessante discorso che si era avviato circa la riduzione degli occupati nel settore pubblico.

Insistere su questa carenza di «peso» del provvedimento significa però sparare sulla Croce Rossa, che corre al capezzale di una coalizione debole e divisa. Viene allora quasi da consolarsi col fatto che proprio Padoa-Schioppa è stato sempre chiaro nell’affermare che i problemi del debito, della quantità e della qualità della spesa, si devono affrontare insieme, con riforme strutturali incisive dell’insieme della pubblica amministrazione, che ne riducano il costo mentre ne aumentano la produttività. E col fatto che si comincia a vedere il risultato di un minimo di riordino nel modo con cui i capitoli di spesa sono presentati, premessa indispensabile per riformarli radicalmente. Canteremmo più volentieri, come Calvino, la leggerezza, se potessimo sperare in un’evoluzione del quadro politico che permetta presto provvedimenti di maggior peso.

Tornare al mondo reale

(30 Set 07)

Barbara Spinelli
La guerra contro il terrorismo in cui siamo ormai immersi da anni sta assumendo aspetti bizzarri, senza precedenti nella storia recente. È un’offensiva sempre più ideologica, che perentoriamente abroga fatti, protagonisti scomodi, antinomie. Ideologizzare vuol dire inventarsi un mondo, sostituirlo alla realtà, installandovisi come ci si insedia nell’universo virtuale di Second Life, dove gli abitanti si chiamano avatar. Questa sottrazione di fatti e persone seccanti contamina anche le parole, trasformandole in stereotipi cui si resta affezionati perché il pensiero scorre come un fiume facile quando gli argini son fatti di cliché.

Le reazioni a quel che è accaduto l’ultima settimana, con il sequestro e il ferimento di due agenti italiani in Afghanistan, sono tipiche di questo accomodarsi con l’irreale ideologico. I soldati sono evocati per dire che la guerra deve continuare immutata, essendo le alleanze un sacro tempio e la missione non paragonabile all’irachena, dal momento che fu benedetta da Nato e Onu. È una missione non finita, tutt’al più: non da rivedere. Rimetterla in questione è vizio d’una sinistra pacifista e inaffidabile. Difenderla è invece riformista, encomiabile.

Importa chi parla e le parole più o meno ortodosse che usa, non quel che il parlante dice. D’altronde questa predilezione ideologica impregna da principio le guerra del terrore, come rivelò nel 2004 lo studioso Ron Suskind sul New York Times. Già nel 2002, prima della guerra in Iraq, un consigliere di Bush gli disse: «Il mondo come funziona è ormai un altro. Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservatori studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora». Gli avversari-sabotatori sono accusati d’appartenere alla cosiddetta «reality-based community», la comunità che si basa sulla realtà anziché sulla fede (faith-based community). I realisti vedono cose incontrovertibili: disastro iracheno, caos afghano, potenza iraniana in ascesa. Ma quel che vedono son fole, assicurano gli avatar. Gli avatar non amano né l’illuminismo né la sinistra, ma hanno qualcosa che li accomuna a Sartre: i danni dell’ideologia (ieri era il comunismo sovietico) meglio nasconderli «per non disperare l’operaio Renault» (pour ne pas désésperer Billancourt).

La realtà tuttavia rimane e resiste: la guerra afghana non è semplicemente incompiuta, ma prossima a fallire per vari motivi. Perché attorno tutto sta scompigliandosi: l’Iraq stravolto, l’Iran che s’è visto spuntare ali e aspira all’atomica senza in fondo temere interventi Usa. E perché le divergenze si moltiplicano, tra gli alleati che sconfissero i talebani nel 2001: gli europei puntano i piedi, il Giappone è sull’orlo di congedarsi, la Corea del Sud ha annunciato il ritiro. La realtà è una diffusa sconfitta dell’occidente, con effetti ineluttabili sull’Afghanistan: solo i fideisti parlano di incidenti di percorso credendo che il resto possa restar imperturbato.

I governanti democratici hanno di sicuro le loro ragioni, quando dissimulano i tracolli: ammetterli darebbe ragione a Al Qaeda e Al-Zawahiri, enumeratore delle disfatte Usa. Ma nei dialoghi a quattr’occhi tra europei e americani urge un chiarimento, che rompa con le fantasie e si riconnetta alla comunità dei realisti. Urge ridefinire le missioni, compresa l’afghana che è in bilico. Urge riconoscere e analizzare gli errori, non per disfattismo ma per migliorare presente e futuro. Ma soprattutto urge riconoscere che inviare più truppe in luoghi di conflitto può accentuare le irresponsabilità dei dirigenti locali, e che l’Iran di Ahmadinejad, avversario particolarmente agguerrito, estende oggi la propria influenza sino a Kuwait e Arabia Saudita grazie alla fine di Saddam, al potere sciita in Iraq, all’allontanamento dei talebani sunniti lungo i confini orientali. Probabilmente converrà occuparsi ancora dell’Afghanistan, ma non basta ripetere il cliché secondo cui la guerra è diversa da quella irachena e non ha alternative. Anche questa è realtà immaginata. L’avallo di Onu e Nato giustifica il passato, non il presente mutato. Ridiscutere la missione occorre in ogni caso, quale che sia la sua originaria legittimità.

In Italia è specialmente difficile, perché l’ideologia impregna ogni cosa più che altrove. Se dici che la guerra non ha molto senso o va ridiscussa sei un classico fedifrago di sinistra. Un’accusa che paralizza sinistra e governo, timorosi di rompere una continuità che esiste solo nelle menti e che consente a Berlusconi di egemonizzare perfino la nostra politica estera. Che chiude l’Italia in una camera a porte chiuse, impedendole di vedere le crescenti divergenze occidentali sull’Afghanistan. Le descrive un rapporto del Servizio di Ricerca del Congresso Usa (Crs), presentato il 16 luglio scorso. In esso si elencano discordie sempre più profonde fra alleati, su natura e obiettivi della missione. Il nostro governo è il più prudente. Praticamente non c’è Paese coalizzato con gli Stati Uniti, oggi, che ne condivida l’azione e le finalità.

Il vero Paese riluttante non è l’Italia, ma la Germania di Angela Merkel, osserva il rapporto smentendo gli oppositori di Prodi. È quest’ultima ad avere più obiezioni (i caveat); a non volere la fusione reclamata da Bush fra la ricostruzione affidata dalla Nato all’Isaf e l’operazione antiterrorista americana Enduring Freedom. È Berlino a non voler spostare i propri soldati, né cambiare la propria missione. Quasi tutti inoltre son convinti che il male maggiore «non siano insorti, ma l’assenza di un governo afghano funzionante»: i talebani sono tornati a dominare il Sud-Est perché il governo centrale latita. Germania e Olanda protestano poi per il trattamento Usa dei prigionieri di guerra a Abu Ghraib e Guantanamo. Solo in Italia la discussione seria è uccisa prima di nascere, falsata com’è da assurde commistioni fra politica interna ed estera. La vera discussione, che dovrà un giorno cominciare, concerne alcuni punti fondamentali: la perdita di leadership americana, e la vittoria strategica dell’Iran.

La perdita di leadership americana ha più cause. C’è in primo luogo l’incompetenza dell’amministrazione Bush. E c’è l’ignoranza dei neoconservatori a proposito dell’Islam: gli sciiti in Iraq, secondo Wolfowitz, non avevano nulla a vedere con l’Iran. Errori simili sono misfatti. Ci sono infine le bugie di Bush, irrefrenabili: ieri sulle armi di distruzione di massa, oggi sui successi in Iraq, in Afghanistan, sugli aiuti che Ahmadinejad fornirebbe ai sunniti in Iraq o ai talebani in Afghanistan. Nessuno gli crede più, e questo riduce in cenere la leadership Usa. Lo stesso imperialismo americano s’è fatto fittizio. L’imperialista ha poteri d’azione e influenza che Washington al momento non possiede. Al massimo è capace di quello che Michael Ignatieff chiama impero light, imperialismo «fatto in fretta» e per il palcoscenico.

Il secondo punto è la vittoria strategica dell’Iran. Quel che è accaduto fa impressione: lo spiega bene Peter Galbraith sul New York Review of Books dell’11 settembre. Con la sua guerra, Bush ha permesso a Teheran di ottenere quel che gli ayatollah non avevano ottenuto nella lunga battaglia con Saddam, negli Anni Ottanta: ha facilitato eventi a Baghdad che ora giudica pericolosi; ha dato forza alle milizie Badr e allo Sciri (Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq), la cui fedeltà all’Iran è totale. Il risultato è che l’Iran non crede che Washington sia in grado di attaccare, e non solo perché Bush non ha truppe sufficienti ma perché rischierebbe la vita dei propri soldati in Iraq, visti i legami fra Baghdad e ayatollah. La bomba iraniana da questo punto di vista è inarrestabile e anche se nasce da progetti iraniani antichi, risalenti allo Scià, è stata facilitata dalle sconfitte occidentali. Per questo è essenziale tornare alla realtà, ammettere errori di calcolo e azione. Restaurare una dissuasione verso l’Iran non può avvenire altrimenti.

L’Europa non ha torto quando tenta di mediare: premendo su Teheran, vegliando sull’Afghanistan per evitare derive. Ma i fatti occultati impongono scenari ben diversi. L’Iran vincente ha bisogno di trattare direttamente con Washington, ora che – grazie all’America stessa che ha eliminato tutti i suoi rivali regionali – il suo contenzioso non è più con Stati vicini. Davanti a Ahmadinejad ci sono gli Stati Uniti e mezzo secolo di rapporti impestati, cominciati con l’assassinio nel ‘51, ai tempi di Eisenhower, del premier Mossadeq. La voglia di bomba ha radici in quell’evento: l’Iran, antichissima civiltà, non vuol esser terra di conquista e di umiliazione ininterrotta. L’Europa avrà come compito quello di incalzare l’America, perché ritrovi non una leadership ma almeno un po’ di buon senso: perché cessi questa mistura mortifera tra sentimentalismo e ideologia, fra l’emozione del sentirsi bene (il fattore feel good) e l’obbligo del far bene (do good). Perché sia restituito diritto di cittadinanza alla comunità che la politica vuol edificarla sul principio di realtà.

Le due caste

(29 Set 07)

Luca Ricolfi
Sulla «casta» dei politici, il suo funzionamento, i suoi costi, i suoi privilegi e le sue malefatte, ormai sappiamo moltissime cose. E le sappiamo in tanti – giornalisti, studiosi, militanti politici, semplici cittadini – innanzitutto grazie a due libri seri e ben documentati, pieni di passione civile e mai sfiorati dal qualunquismo o dalla demagogia: Il costo della democrazia, di Salvi e Villone (Mondadori 2005) e La casta, di Rizzo e Stella (Rizzoli 2007). Il libro di Salvi e Villone contiene la prima stima del costo della casta (almeno 4 miliardi di euro), e una spiegazione puntuale dei meccanismi giuridici e amministrativi con i quali il ceto politico ha trovato il modo di rendere legale il «drenaggio» (chiamiamolo così…) di risorse economiche e di potere, un’attività che – prima di Tangentopoli – comportava quasi sempre la violazione delle leggi. Il libro di Rizzo e Stella è un’illustrazione puntuale e agghiacciante di alcuni clamorosi casi concreti, una sorta di antologia dell’insostenibile spudoratezza del ceto politico. Chiunque legga uno dei due libri con animo sgombro da idee preconcette, difficilmente ne esce senza un senso di nausea e di impotenza. E non stupisce che il più provocatorio fra i due, ossia La casta di Rizzo e Stella, viaggi verso il milione di copie vendute e stia diventando una sorta di manifesto della rivolta morale contro il ceto politico.

Un manifesto che piace a destra e a sinistra, ai militanti e ai non schierati, ai girotondini e ai grillini. Da un po’ di tempo, tuttavia, specie nei mezzi di informazione vicini al governo, ho l’impressione si vada profilando un’interessante operazione parallela. La protesta contro la casta viene riconosciuta sacrosanta, ma nello stesso tempo viene anche problematizzata, smorzata, neutralizzata, controbilanciata. Si dice, ad esempio, che la società civile non è migliore del ceto politico. Si fa notare che la casta dei politici non è l’unica casta. Si denunciano le altre lobby che paralizzano il paese. Si richiamano gli imprenditori alle loro responsabilità e alle loro colpe. Ma soprattutto si mettono nel mirino nuove caste, quasi a voler trovare un «doppio» della casta. Un paio di mesi fa ci ha provato l’Espresso, mettendo in croce i sindacalisti e i loro privilegi, e definendo il sindacato come «l’altra casta». Ieri ci ha riprovato Repubblica, con un articolo di Curzio Maltese in cui, abbastanza scopertamente, si suggerisce che c’è in Italia anche una seconda casta, quella della Chiesa. Proprio come quelli della Politica, i privilegi della Chiesa costano ai contribuenti (almeno) 4 miliardi l’anno. Dunque ci sono due caste, entrambe riprovevoli.

Uno a uno e palla al centro, dunque? Credo proprio di no. Il tentativo di trovare una seconda casta su cui scaricare l’ira dell’opinione pubblica si scontra con un’asimmetria fondamentale, che molti di noi avvertono istintivamente. Sindacalisti, imprenditori, sacerdoti hanno le loro colpe, i loro limiti, le proprie «mele marce». In ciascuna delle categorie che dovrebbero contendere alla casta dei politici il suo triste primato ci sono individui indegni del ruolo che ricoprono: sindacalisti parassiti, imprenditori senza scrupoli, preti pedofili. E in ciascuna delle organizzazioni in cui operano ci sono disfunzioni, privilegi, abusi. Eppure nessuna di esse, nemmeno dopo le denunce dei media, nemmeno dopo gli episodi più disgustosi, ci suscita gli stessi sentimenti di ripulsa, di disistima, di disprezzo, che proviamo per il ceto politico nel suo complesso. Come mai ?

Le ragioni a me sembrano due. La prima è che in nessuna delle caste rivali è così diffusa come fra i politici l’ostentazione dei simboli del potere: la stragrande maggioranza dei sindacalisti vive nell’ombra e gode di privilegi tutto sommato modesti; gli imprenditori ubiqui in tv e nel jet set sono una piccola minoranza, e di norma non gravano sui contribuenti; nessun prete sgomma su potenti auto blu per raggiungere la parrocchia o il seminario. Ma c’è un’altra ragione, la più importante, che rende unica la casta dei politici e toglie loro il rispetto del cittadino. Il sindacato italiano può non piacermi, ad esempio perché protegge solo gli iscritti, ma non posso certo dire che non faccia il sindacato. Gli imprenditori possono sembrarmi poco illuminati, o poco classe dirigente, ma è difficile sostenere che non facciano gli imprenditori. La Chiesa mi fa orrore quando nasconde i misfatti dei suoi membri, e può darmi fastidio per le sue posizioni sulle questioni bioetiche, ma non posso negare che fa la Chiesa, e che proprio quel che non mi piace fa spesso parte del suo mestiere.

Invece la politica no. La politica non fa il suo mestiere, ed è per questo che – a un certo punto – i suoi privilegi sono diventati insopportabili. Qual è il mestiere della politica? In un mondo ideale, sarebbe di occuparsi disinteressatamente del bene comune. Nel mondo reale, il mestiere della politica è – più prosaicamente – prendere decisioni: promettere ciò che si può mantenere, e mantenere ciò che si è promesso. È questo che la politica, da parecchi anni, è sempre meno capace di fare. Non lo ha fatto con Berlusconi, che non è stato in grado di onorare il «Contratto con gli italiani», non lo sta facendo con Prodi, che non ha ancora mantenuto neppure una delle promesse fondamentali del suo programma: ridurre il cuneo fiscale a tutti i lavoratori dipendenti, non aumentare le tasse, cancellare le cosiddette leggi vergogna, porre fine alla lottizzazione della Rai e della Sanità, giusto per ricordarne qualcuna.

Per questo, nonostante il tentativo di scovare altre caste, o di fare della Chiesa la seconda casta, credo proprio che la Politica non perderà il suo primato. Solo al ceto politico, infatti, riesce il doppio miracolo: smettere di fare il proprio mestiere, e moltiplicare i privilegi che a quel mestiere sono riconosciuti.

Riparte la giostra

(28 Set 07)

Michele Ainis
Come ogni anno, e per sei mesi l’anno, siamo caduti in uno psicodramma collettivo. Ma in questo caso la colpa non è di un comico politico, né di politici involontariamente comici.

La colpa è di uno strumento al passo con i tempi quanto una macchina da scrivere nell’era dei computer: la legge finanziaria. Quella dell’anno scorso rimane memorabile come il primo bacio. D’altronde era la prima finanziaria del gabinetto Prodi, anche se il medesimo copione era già andato in scena negli anni precedenti: l’esecutivo presenta alle Camere un progetto più corposo d’un libro illustrato; i parlamentari scrivono un’enciclopedia di emendamenti; il governo vara un maxiemendamento, sul quale pone la fiducia, prendere o lasciare. Il Parlamento prende, un po’ perché siamo ormai a Natale, dopo di che s’andrebbe all’esercizio provvisorio del bilancio. Un po’ perché nessuno ha voglia di mettere l’esecutivo in crisi, liberando le 102 poltrone occupate dagli amici. Un po’ perché ogni partito trova il pasto caldo nel ricchissimo menù cucinato dalle leggi finanziarie. Un po’ perché in queste circostanze i parlamentari non sanno nemmeno cosa votano: conoscono solo le norme che toccano il loro collegio elettorale.

Quanto all’ignoranza, non gli si può dar torto. La Finanziaria 2007 è stata un guazzabuglio di disposizioni eterogenee, nel quale c’era spazio per interventi sulla brucellosi, sui campionati di nuoto, sulla carta d’identità. Totale: 338 pagine di legge, impossibili da leggere. Tali interventi venivano messi in fila come cognomi sull’elenco telefonico: un solo articolo, ma con 1365 commi (record del mondo). Tanto che il Servizio studi di Montecitorio s’è accorto solo a cose fatte che tra i vari strafalcioni, ormai entrati in vigore, c’era anche la ripetizione della stessa norma in due distinti commi (436 e 438). Repetita iuvant. Ma non giova né alle istituzioni né al Paese questo buco nero che assorbe in un unico atto tutta l’attività legislativa dello Stato. Non giovano la rissa fra i partiti, i venti di crisi, i reciproci ricatti che di anno in anno accompagnano una legge trasformata in ordalia, in un giudizio di Dio.

Se n’è accorto perfino il governo. Già a novembre il ministro Chiti ha promesso agli italiani che non avrebbero mai più sperimentato un’altra finanziaria battezzata con queste procedure. A gennaio, nel conclave di Caserta, il ministro Padoa-Schioppa ha illustrato ai colleghi il progetto di riforma. La stessa Finanziaria 2007, al comma 474, ha varato una commissione per modificare il meccanismo. Tra gennaio e febbraio la riforma è rimbalzata per tre volte in Consiglio dei ministri: tre sedute a vuoto. I presidenti di Camera e Senato hanno levato l’indice sull’esigenza d’accorciare la sessione di bilancio, che s’allarga da giugno a dicembre. A febbraio il governo ha licenziato un documento d’indirizzo, consegnandolo alle commissioni parlamentari competenti. Risultato? Zero. L’ennesima prova d’impotenza, con l’aggiunta di un po’ di strafottenza. Sicché la giostra ricomincia: il ministro Mussi ha già annunciato norme in finanziaria per vietare ai rettori più di due mandati. Sarà anche giusto, ma che ci azzecca con la manovra di bilancio? E i ministri sono così certi che quest’insalata mista verrà poi digerita dal Capo dello Stato? Napolitano ha già fatto capire in più occasioni che non promulgherà un’altra Finanziaria come quella del 2007, con la tecnica del maxi-emendamento su un maxi-provvedimento. Siccome adesso è tardi per correggere le nostre maxi-procedure, limitiamoci almeno ad applicare quelle vigenti in modo rigoroso. A prenderle sul serio, vi s’incontra il divieto d’introdurre nella legge finanziaria norme localistiche o troppo settoriali, comunque prive d’effetti sull’erario. Ma in Italia la vera rivoluzione dei costumi sarebbe l’applicazione delle leggi.

Il Mastella espiatorio

(27 Set 07)

Lucia Annunziata
Mastella prende l’aereo di Stato per andare alla Formula Uno, va in vacanza in barca con famosi e ricchi imprenditori amici, e si fa anche fotografare mentre galleggia sul mare tranquillo, sistema moglie e figli in posti politici, compra una megacasa a costo scontato. Mastella è tutto questo, con in più una caratura, sottile ma non poi tanto.

Una caratura che deriva dalla sua attuale posizione politica: è (agli occhi della destra) il padre dell’indulto, nonché (agli occhi della sinistra) l’autore di una richiesta di «punizione» di un giovane giudice che indaga su di lui nonché sul governo di cui è parte. Aggiungiamo la ribalderia delle sue minacce di crisi di governo, in proporzione esattamente rovesciata al peso elettorale del suo partito, e si capisce bene perché Mastella è tutto quello che può essere dato in pasto con gusto all’attuale ondata di antipolitica: il suo esercizio del privilegio senza accortezza, e la sua navigazione a braccio su un crinale di spinto pragmatismo, lo rendono perfetto simbolo di tutto quello che non va nel sistema.

Tutte queste ragioni lo rendono però anche perfetto simbolo di qual è la potenziale deriva che la giustissima protesta antipolitica può imboccare: la strada della semplificazione. Dove, puntando il dito sul simbolo più semplice, si permette a molti altri, con uguali responsabilità dentro la nostra società, di rivestire i panni delle vergini. Una plastica rappresentazione di tutto questo si è potuta ammirare l’altra sera in televisione a Ballarò, quando il direttore del Giornale, Belpietro, ha fatto la sua morale al ministro Mastella, con convinzione e coraggio. Lo stesso Belpietro tuttavia, in anni precedenti, non ha applicato la stessa convinzione a un’altra deformazione del sistema da parte della politica, quale il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, leader ben più rilevante (ieri, oggi e domani) di Mastella.

Insomma, in un’Italia in cui i salari arretrano, è giusto che il salario e i privilegi dei politici, uomini e donne inviati in Parlamento per rappresentare proprio coloro i cui salari diminuiscono, siano monitorati e ristretti. Ma non vorremmo che le bastonature dei Mastella di tutto il mondo diventassero una sorta di deviazione del traffico.

L’Italia è un Paese in cui il 48 per cento circa, cioè quasi la metà, dell’economia è in nero. Quanta illegalità, quanto potere, quanta distanza sociale nutre questa netta divisione del nostro Paese fra chi opera legalmente e chi opera illegalmente? Altro esempio: quante corporazioni in Italia gestiscono con assoluta immobilità il loro potere di controllo di mercato? E quanto contribuisce questo controllo a creare condizioni di lavoro ineguali? Se di privilegi, ingiustizia, incapacità e storture si parla, basta allargare lo sguardo e si vedrà che i favoleggiati 13 mila euro netti al mese dei parlamentari, pur somma importante, impallidiscono rispetto ai guadagni e alle distanze sociali che tale sistema genera ogni giorno.

Certo, questo non è un invito a giustificare la politica. Il fatto che, come spesso ripetono ora i politici per difendersi, ci siano tante «caste» non è ovviamente una scusa per i limiti e i vizi della Casta. Basta che ci si ricordi che la politica non è l’unica responsabile, e che la protesta può diventare uno di quei giochi circensi con cui Nerone teneva buona la plebe.

La casta e la rabbia

(26 Set 07)

Luigi La Spina
Perché gli italiani sono così furibondi nei confronti della loro classe politica? Perché quando Grillo parla, su Internet, in tv o nelle piazze, l’adesione è così entusiastica e contagiosa? Perché il libro di Stella e Rizzo, La casta, ha avuto un così meritato successo? Queste domande hanno già avuto molte risposte, alcune convincenti, altre meno, ma certamente non tali da esaurire il mistero per cui, in apparenza all’improvviso, i nostri concittadini sono diventati così intolleranti di fronte all’arroganza del potere, ai privilegi del ceto politico, alle piccole e grandi furbizie di chi li governa.

Eppure, il popolo italiano è stato abituato, da secoli, a sbuffare ma a pazientare davanti ai soprusi di chi li comanda. Le classi dirigenti italiane, inoltre, al di là delle nostalgie di chi, per età o per smemoratezza, tende a edulcorare il passato in una mitica «età aurea» del costume pubblico, non si sono mai distinte per alto senso civico. La domanda, perciò, ritorna insistente: perché la demagogia di un bravo comico, la capacità investigativa e la piacevolezza della scrittura di due ottimi giornalisti hanno trovato una così pronta e incendiaria accoglienza nell’opinione pubblica?

Le indagini sociologiche subito avviate dai principali centri di ricerca hanno colto un motivo «politico» sicuramente fondato: la delusione per gli effetti della cacciata di Berlusconi da Palazzo Chigi ha suscitato un acuto malessere in chi si era illuso che un cambio di maggioranza bastasse a risolvere almeno alcuni dei problemi che affliggono gli italiani.

La plausibilità di questa interpretazione non sembra sufficiente, però, a motivare una indignazione così estesa e profonda, l’urgenza di uno sfogo così violento, speriamo solo negli eccessi verbali, un’ipersensibilità che non ammette reazioni proporzionate ai fatti, tali da omologare, per esempio, una infrazione stradale, sia pure grave, come quella del presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, alla più infamante motivazione di immediate dimissioni. Ecco perché la ricerca delle cause meno superficiali di questo pesante disagio italiano, forse, dovrebbe indirizzarsi anche sulle condizioni economiche, sociali, ma anche psicologiche, di due grandi categorie del nostro Paese: i giovani e la piccola e media borghesia, soprattutto quella che vive di reddito fisso. Una attenzione che, tra l’altro, alla vigilia della Finanziaria, il governo Prodi dovrebbe privilegiare per non sbagliare clamorosamente l’indirizzo dei provvedimenti di aiuto alle classi veramente in difficoltà in questo momento.

Queste parti della nostra società, innanzi tutto, costituiscono la sezione «mobile» dell’elettorato, quella che non vota sempre allo stesso modo, per fedeltà ideologica o per abitudine familiare. Quella più sensibile ai cambiamenti di umore collettivo, più abituata a esprimere, anche politicamente, la protesta. Giovani e piccola-media borghesia, inoltre, sono le vittime quasi esclusive della «grande illusione» del secolo scorso: quella per cui una maggiore istruzione dei figli avrebbe garantito una migliore condizione di vita rispetto ai genitori. Ormai il Duemila ha svelato il grande inganno: non solo la mobilità sociale è proibita dalle caste professionali e dal loro potere di perpetuazione, ma, nella grande maggioranza dei casi, solo le rendite, le pensioni e le cure dei padri e persino dei nonni consentono ai giovani di poter campare, sia pure a fatica.

Alla frustrazione dei figli, nell’ultimo decennio, si è aggiunta, ora, la paura dei genitori, perché quelle risorse che consentivano alla piccola-media borghesia italiana di integrare l’affitto e la spesa dei figli, si sono paurosamente assottigliate: rispetto al reale costo della vita, l’impoverimento delle classi medie è stato drastico. È una constatazione che si fa tutti i giorni, a partire dalle esigenze più elementari, quelle della casa, per esempio. Solo l’eredità consentirà ai figli il possesso di quella abitazione che i loro genitori avevano conquistato mediamente già dopo 10-15 anni di lavoro. Ecco perché il circolo di mutua assistenza che garantiva la sopravvivenza della famiglia borghese italiana, dalla nonna-baby sitter alla figlia badante dei vecchi genitori, rischia di spezzarsi in uno stato, magari dignitoso e silente, ma di vera disperazione.

È questo lo stato d’animo, esteso e profondo, che rende intollerabile ogni ingiustizia, ogni privilegio. Uno stato d’animo acuìto, poi, dal ricordo di recenti abitudini di vita più confortevoli, da piccoli lussi una volta considerati normali e ora divenuti proibitivi. Finché erano possibili la speranza di un futuro migliore, l’attesa del dovuto riconoscimento dei sacrifici fatti, la verifica di una competizione sociale non completamente truccata dai «jolly» che possono mettere sul tavolo coloro che sono già privilegiati, l’indulgenza poteva essere ammessa. Finché sopravviveva l’illusione «protoleghista» di poter far da soli, di poter fare a meno dello Stato, si poteva essere meno esigenti nei confronti di chi rappresenta il nostro Stato. Ora che il cortocircuito di queste speranze le ha improvvisamente spente, l’urlo di Grillo si confonde, minacciosamente, con quello disperato di tanti giovani e di tanti loro genitori. Peccato che il primo faccia tanto rumore e il secondo si estingua nell’indifferenza di tutti.


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