Archivio per luglio 2008

L’opposizione utile

31 Lug 08

Francesco Ramella

Esiste per il centro-sinistra italiano una terza via oltre al dialogo subalterno con il governo e l’antiberlusconismo di professione della sinistra populista? È possibile individuare una via di uscita tra un confronto gregario sui temi imposti da Berlusconi – ritagliati sulle sue personalissime priorità – e la contrapposizione barricadera proposta da Di Pietro? È quanto si sta chiedendo in queste settimane Veltroni, pressato da sondaggi che certificano il suo calo di popolarità personale e la riduzione dei consensi per il Pd. In questo tempestoso inizio di legislatura i democratici sembrano disorientati. Mentre si apprestavano ad un «confronto pacifico» si sono ritrovati nel bel mezzo di una guerra sulla giustizia, sotto il fuoco incrociato di «alleati» e avversari. Eppure – nonostante quel che dicono i sondaggi – Veltroni ha fatto bene a rimanere defilato dal campo di battaglia. A non farsi risucchiare da quell’ossessione anti-berlusconiana che per quindici anni ha paralizzato la sinistra italiana; fornendole un alibi straordinario per nascondere, non solo le divisioni interne, ma soprattutto la mancanza di un progetto convincente per governare l’Italia.

La scelta di non cavalcare la protesta giustizialista, che nell’immediato risulta impopolare presso la base di centro-sinistra, appare la più convincente per evitare di entrare nel vicolo cieco di un gioco di rimessa nei confronti delle mosse di Berlusconi. Perché la via di uscita dal dilemma che attanaglia il Pd è quella di imboccare, senza tentennamenti, la strada dell’opposizione utile. Utile non al governo e neppure all’opposizione in sé, bensì al Paese. Questa strategia può risultare vincente, alla distanza, purché siano chiare le condizioni che ne sanciscono il successo. La prima è di sottrarre al centro-destra l’iniziativa sull’agenda politica, dotandosi progressivamente di un programma alternativo a quello del governo. La seconda è di non accettare compromessi al ribasso sulle leggi ad personam, senza però farsi catturare dalla deriva populista. La terza è di fornire basi solide alla strategia scelta, costruendo un partito radicato nella società e delle alleanze funzionali non solo a vincere le elezioni ma anche a governare.

La prima condizione è quella su cui il centro-sinistra deve lavorare, in vista della preannunciata «campagna di autunno». Infatti, è solo recuperando un’autonoma capacità di agenda-setting che il Pd può uscire dalle difficoltà in cui si trova. Deve, in altre parole, mostrare che Berlusconi – assorbito com’è dai temi della giustizia – sta tragicamente distogliendo il Paese dalle sfide cruciali che lo attendono. E per risultare convincenti i democratici devono innanzitutto risintonizzarsi con le priorità, molto concrete, dei cittadini. Dopo tanti anni in cui si è discettato sull’evoluzione post-materialista delle società occidentali, oggi al contrario si delinea la risorgenza di uno scenario neo-materialista: sono le questioni della sicurezza e – sempre di più – i bisogni economici a dominare le preoccupazioni delle persone.

L’ultima inchiesta Eurobarometro (pubblicata lo scorso giugno), ad esempio, mostra un sensibile peggioramento delle aspettative dei cittadini europei per il prossimo futuro. Per quanto riguarda la situazione economica si tratta dei peggiori dati di opinione registrati nell’ultimo decennio. L’agenda delle priorità ne risulta pesantemente condizionata. Specialmente nel nostro Paese. Per il 44% degli italiani, infatti, la questione più importante che il governo dovrebbe affrontare è l’aumento dei prezzi (un dato superiore alla media europea del 7%). Vengono poi la situazione economica (33%, 13 punti sopra la media europea); l’occupazione (29%, 5 punti sopra la media) e le tasse (24%; 14 punti sopra gli altri Paesi). Come si vede tutti temi che riguardano le condizioni materiali di vita.

Particolarmente avvertiti da noi, dove il 36% dei cittadini si sentono a rischio di povertà (contro un dato europeo del 25%) e il 21% di fatto emarginati dalla società (il valore più in alto in Europa, dove la media è del 9%). È su questi terreni che il centro-sinistra dovrebbe incalzare il governo. Perché è solamente dandosi un progetto per l’Italia, capace di tenere insieme sviluppo ed equità sociale, che potrà svolgere un’opposizione utile a modernizzare il Paese.

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Cave canem, cave China

26 Lug 08

Guido Ceronetti

Certo, un governo «che può tutto» come il cinese è unico, nel mondo, ma dovrebbe ricordare che il libro del Tao di Lao-tzu nega sia possibile modellare il mondo (lo Stato) come si vuole, ed esalta il debole (esempio: un qualsiasi governo italiano) come migliore del forte. Il regime cinese non tollera di avere in sé particelle di debolezza: questo ne diminuisce l’invulnerabilità. Ed ecco: un po’ prima e un po’ dopo queste imminenti mai viste Olimpiadi di Pechino (che si annunciano deliranti, ma con variabili compensazioni di sfiga) l’onnipotente governo comanda che dalle prelibatezze da proporre nei ristoranti, non ai turisti occidentali soltanto, vengano escluse tutte le preparazioni a base di carne di cane, specialità asiatica orientale. Vorrei essere meglio informato: il divieto vale soltanto per la città santa delle Olimpiadi e per i formicai maggiori, o per tutto lo smisurato Impero, appassionatamente e tradizionalmente cinofago?

Il cinese è disciplinato, ha buone ragioni per non disobbedire al suo non sgarrabile governo, ma è anche furbo, ama la maschera e potrebbe, astutamente, in modi difficili da controllare, includere nella carta del menù tutte le povere bestie che tanto piacciono ai cristiani d’Occidente (vitello, tacchino, coniglio, agnello – puledro per i prìncipi…) e servirgli invece l’infelice abbaiatore ammutolito, a prezzi molto maggiorati, in salse irriconoscibili squisite, ed esponendo anche il rassicurante cartello: DOG FREE. In Alice in Wonderland c’è il sorriso del gatto senza il gatto: qui ci sarebbe un inudibile guaito senza la visibilità del cane. Somma bravura, in cucina, è sempre sommo inganno.

In un paese di maschere, di sospetti e di paure, e di altissima sorveglianza truccata di occasionale tolleranza, tutto sorrisi-del-gatto col gatto che spia tutto, una certa diffidenza cucinaria mi sembra giustificata.

Mentalmente, tra voi e la carta, ponete una targa ben nota, l’avvertimento delle cancellate: CAVE CANEM. (E si sa: non tenendone conto arriva spedito il pitbull e ti sbrana). In una misura totalitaria manca sempre il calcolo probabilista della diversità. Ci sarà pur qualcuno che col pretesto delle Olimpiadi, in Cina in verità ci vada per assaggiare asado di cane a bocconi grossi come il pugno.

-Il governo lo aveva severamente proibito! Ma sono riuscito a trovare un posticino dove, pagando, in tavoli a parte, ti danno puro cane. Mi son tolta la voglia. Anche Marcella… Le è piaciuto molto!- Vanti futuri, per il piacere delle facce orripilate. Cave canem, cave China…

Effetto Obama

26 Lug 08

Andrea Romano

Negli stessi giorni dell’incoronazione europea di Barack Obama, la brutale sconfitta di Gordon Brown a Glasgow conferma che una fase si è chiusa per sempre nel nostro immaginario politico mentre un’altra sta per aprirsi.

Per una leadership che tramonta trascinando con sé il fascino più che decennale della Terza Via, una nuova fonte di carisma politico si affaccia sul Vecchio Continente e costringe tutti – a destra come a sinistra – ad aggiornare i propri modelli di riferimento.

Perché è sempre possibile che alla prova del voto di novembre Obama si riveli una specie di Woody Allen, e dunque un grande successo europeo che in patria non riesce a forzare i limiti di minoranze illuminate, ma già il fatto che il suo arrivo tra noi sia da giorni la principale notizia internazionale segnala tutta la nostra sete di una nuova mitologia politica.

Dalla metà degli Anni Novanta quella mitologia è stata incarnata sia in positivo che in negativo dalla Terza Via di Clinton e Blair. Sostenitori e detrattori hanno tarato su quel modello i riferimenti ideali delle proprie strategie. Quintessenza della capacità di innovazione, sintesi virtuosa di centro e sinistra, luogo del coraggio delle convinzioni e del pragmatismo delle soluzioni. O al contrario palude dell’opportunismo e di una modernità moralmente inquinante. Su queste coordinate in Europa si è stati blairisti o clintoniani a destra come a sinistra, ben oltre l’uscita di scena di Bill Clinton e le dimissioni di Tony Blair. Tanto che un sincero conservatore come Sarkozy ha potuto giocare a lungo la carta del blairismo in versione francese e ancora pochi giorni fa Silvio Berlusconi si è autoproclamato erede unico di Blair sul trono della leadership europea.

Da oggi la Terza Via può essere serenamente sistemata tra i modelli del passato. E non solo per la parabola discendente di Gordon Brown, che con ogni probabilità dovrà chiudere già in autunno la propria breve e sfortunata esperienza al numero 10 di Downing Street. Per decenni la Scozia è stata una sorta di Emilia rossa in versione britannica e la perdita del seggio blindatissimo di Glasgow Est rappresenta per i laburisti una catastrofe simbolica da cui sarà difficile riprendersi. Il Labour è in crisi per lo stile appannato e confuso che Gordon Brown ha portato al governo, dopo i fuochi d’artificio di Tony Blair, ma soprattutto perché colpito al cuore dal proprio stesso successo. Gran parte del progetto neolaburista si è tradotto in realtà, in oltre un decennio di buona politica che ha cambiato volto alla Gran Bretagna e costretto gli avversari ad imitare con ottimi risultati la formula della triangolazione tra destra e sinistra che aveva già permesso a Blair di conquistare i ceti medi. Un progetto di governo che dunque si conclude per consunzione fisiologica.

E una mitologia che tramonta consegnando a Barack Obama lo specchio dell’immaginario politico europeo, ancora una volta a destra tanto quanto a sinistra. Se Sarkozy si è affrettato a dichiarare la propria amicizia per il candidato democratico, auspicandone la vittoria elettorale, è certo che di qui a novembre assisteremo ad una moltiplicazione dell’effetto Obama sulla nostra politica. Al netto di ogni inevitabile provincialismo, è un fenomeno da salutare con sollievo. L’Europa che torna ad acclamare in massa la bandiera statunitense, come ha scritto ieri Maurizio Molinari, è finalmente pronta ad archiviare gli anni del velleitarismo antiamericano.

E forse è anche capace di giocare quel ruolo non solo retorico e vanaglorioso nella gestione delle minacce alla sicurezza mondiale che lo stesso Obama ha chiesto con forza a Berlino. Già questo sarebbe un beneficio straordinario che la nostra politica potrebbe ricevere dalla nuova mitologia di importazione, qualunque sia il risultato del voto di novembre per la Casa Bianca.

Bicamerale leghista

26 Lug 08

Federico Geremicca

E’ onestamente difficile dire se l’elezione popolare (o la nomina parlamentare) di una nuova Commissione bicamerale per le riforme sia uno strumento in grado di smuovere davvero «l’impotenza politica che condanna il Paese all’immobilismo» (come scriveva Emanuele Macaluso su La Stampa dell’altro ieri).

Di fronte all’impasse riformatrice, infatti, l’idea di ricorrere a luoghi altri rispetto al Parlamento non rappresenta certo un inedito: ma non è affatto detto che, poiché non nuova, la proposta non mantenga una sua attualità. A maggior ragione se a caratterizzarla fosse una novità che potrebbe rappresentare, da un lato, la presa d’atto di una realtà politica difficile da negare e, dall’altro, una possibile «assicurazione» contro i rischi dell’ennesimo fallimento: e cioè, che la presidenza del nuovo organismo venga stavolta affidata alla Lega.

A prescindere dalla condivisione delle proposte leghiste in materia di riforme (alcune certamente condivisibili, altre assai meno) attribuire al partito di Umberto Bossi la guida della Commissione potrebbe assicurare, infatti, un duplice risultato. Il primo consiste nel garantire una iniezione di sicuro attivismo (e probabile concretezza) ad un organismo spesso utilizzato, in passato, più per sterilizzare la questione-riforme che per affrontarla davvero: salvo smentite, è infatti difficile immaginare una Lega che si presti a giochini e insabbiamenti ai danni di un tema che ne è da sempre la bandiera. Il secondo possibile risultato sarebbe quello di sottoporre il partito di Bossi a una sorta di «prova della verità» circa la sua reale volontà riformatrice: sono almeno quindici anni, infatti, che la Lega fa leva (anche elettoralmente) sul suo anelito federalista e innovatore, eppure – pur avendo passato almeno la metà di questo tempo al governo del Paese – il suo «bottino» riformatore è desolantemente scarso. Metterla alla prova in un ruolo di sicura direzione potrebbe permettere – tra le altre cose – di valutarne una volta per tutte la coerenza e l’onestà delle intenzioni (fare riforme e federalismo davvero, e non tenerli nel limbo per utilizzarli ciclicamente come cavalli di battaglia elettorali).

Al momento, naturalmente, nessuno può prevedere se l’approdo dell’interminabile confronto sulla Grande Riforma sarà – appunto – una nuova Bicamerale: certo, se così fosse, non si comprenderebbero né veti su una eventuale presidenza leghista né la rinuncia da parte del partito di Bossi a reclamarne la guida. E neppure si capirebbero, in fondo, obiezioni – o addirittura opposizioni – alla messa in campo di uno strumento quasi senza alternative, considerata l’incomunicabilità (se non peggio) che già regna in Parlamento. Non le si capirebbero da parte di Silvio Berlusconi, che vedrebbe – tra l’altro – collocate in luogo diverso da Camera e Senato tensioni che alla lunga potrebbero provare la sua maggioranza; e a maggior ragione non si comprenderebbero da parte di Veltroni: questo sistema – elettorale e istituzionale – è infatti l’abito meno adatto al suo Pd a «vocazione maggioritaria», e dunque forte dovrebbe essere l’interesse a modificarlo. Ripartire da capo, inoltre, permetterebbe o di cercare una sintesi tra le diverse proposte sul tappeto o perfino di aprire davvero il confronto su un sistema elettorale a doppio turno (così caro al segretario del Pd) e su un semipresidenzialismo che tenga conto della realtà italiana.

Tutto questo, ovviamente, se si ritiene di dover tener fede all’impegno elettorale di una «legislatura costituente». In caso contrario, l’alternativa sembra chiara fin da ora. Da una parte – considerata l’ampia maggioranza di cui gode alle Camere, l’assenza di Fini dal governo e la perdurante sofferenza di Bossi – il consolidarsi di una sorta di «dittatura parlamentare» in cui Berlusconi potrà fare, più o meno, quel che gli pare: e infatti lo fa. E dall’altra, andare dritti verso il referendum della prossima primavera, che consegnerà al Paese una legge pasticciata e al Parlamento l’obbligo di intervenire comunque per renderla in qualche modo accettabile. A meno che, certo, non si preferisca appunto il pasticcio continuo: cioè il perdurare di un sistema che – in fondo – salvaguarda l’intera classe politica, nel quale ognuno resta a galla e nessuno perde mai davvero. Eppure un sistema nel quale, anche senza accorgersene, protagonisti e comprimari rischiano di affondare lentamente assieme…

Di male minore in male minore

25 Lug 08

Carlo Federico Grosso

La maggioranza targata Berlusconi ha fatto nuovamente tombola. D’un colpo solo ha approvato definitivamente il lodo Alfano sull’immunità del presidente del Consiglio e il decreto sicurezza. Una dimostrazione indiscutibile di forza e, nel contempo, di capacità di operare. Terminato il primo round, dichiarazioni bellicose annunciano che a settembre s’inizierà la sistemazione definitiva del capitolo giustizia. Alla luce di quanto è accaduto nei primi mesi di governo, è verosimile pensare che anche in questo caso Berlusconi potrebbe fare centro. Se dovesse proseguire con le stesse modalità con le quali ha agito fino ad ora, per giustizia e Stato di diritto potrebbe essere, tuttavia, il disastro.

Nella fase riformatrice che si è appena conclusa la maggioranza parlamentare ha sparato altissimo. Per salvare Berlusconi dall’incalzare dei suoi procedimenti penali, essa ha dapprima deciso d’inserire nel decreto sicurezza l’emendamento blocca processi: per fermare i suoi processi, prevedeva di bloccare, nella sostanza, una porzione cospicua di giustizia italiana. Contemporaneamente, il Guardasigilli ha predisposto un rinnovato lodo Schifani diretto a coprire d’immunità le quattro più alte cariche dello Stato senza incorrere, per quanto possibile, nelle censure espresse a suo tempo dalla Corte Costituzionale. Il nuovo lodo è stato immediatamente approvato dal Consiglio dei ministri e trasmesso al Parlamento per l’approvazione.

A questo punto, con la mediazione preziosa del Capo dello Stato, si è raggiunto un compromesso. L’emendamento blocca processi è stato sostituito con un nuovo emendamento meno sconvolgente. Il lodo Alfano, pur giudicato anch’esso illegittimo da numerosi autorevoli costituzionalisti, ha avuto disco verde in Parlamento ed è stato velocemente approvato dalla maggioranza parlamentare e quindi promulgato dal Presidente della Repubblica. Male minore, hanno osservato molti commentatori. Di fronte all’esigenza, giudicata imprescindibile dalla maggioranza di governo, di bloccare per la durata della carica i processi penali del presidente del Consiglio, si è quantomeno evitato di rinviare assurdamente migliaia di altri processi penali.

Stabilito di cancellare l’emendamento blocca processi, non più necessario per salvaguardare Berlusconi, la maggioranza non ha, per altro verso, preso la decisione più ragionevole: eliminarlo e basta. Ha sostituito l’emendamento originario con un nuovo, più circoscritto, provvedimento di sospensione discrezionale di alcuni processi. Gli osservatori più attenti hanno subito rilevato che, nella sua specifica configurazione, anche il nuovo emendamento avrebbe rischiato di creare non pochi inconvenienti all’ordinato esercizio della giurisdizione. Comunque, anche in questo caso, male minore, hanno osservato numerosi commentatori. L’importante era che fosse spazzato l’obbrobrio del salva processi originario.

In questi giorni si è cominciato a discutere in commissione Giustizia della Camera il disegno di legge sulle intercettazioni. Si tratta di un provvedimento che contiene una novità importante: l’obbligo di espungere dagli atti processuali le intercettazioni che riguardano terzi estranei ai processi e il divieto della loro pubblicazione. Un’esigenza sacrosanta, diretta a evitare abusi nei confronti della privatezza delle persone. Nel contempo, tale provvedimento prevede peraltro novità preoccupanti, come il totale divieto di pubblicare notizie concernenti indagini penali in corso e la previsione di pesanti pene detentive nei confronti dei giornalisti, con buona pace del diritto-dovere di informare e del controllo popolare sull’esercizio dell’attività investigativa. Ieri sono apparsi sui giornali cauti segnali d’apertura, in materia, da parte di taluni esponenti politici: non più divieto totale d’informare, non più galera per i giornalisti; semmai, semplici restrizioni e, soltanto, forti sanzioni pecuniarie per gli editori in caso d’infrazione. Poiché pesanti sanzioni pecuniarie a carico degli editori sono, in ogni caso, inevitabilmente destinate a provocare rilevanti turbative sulla libertà di stampa, dovremo, ancora una volta, acconciarci a commentare che, fortunatamente, è stato garantito il minor male possibile data la temperie del momento?

Di mediazione in mediazione, il quadro delle riforme compiute o in gestazione in questo primo spicchio di legislazione è comunque desolante. Si è trasformato il presidente del Consiglio in una sorta di Principe liberato, sia pure a termine, dalle normali, doverose, responsabilità giudiziarie per i fatti dei quali è accusato. Si è introdotto un meccanismo inutile, se non addirittura nocivo, di sospensione facoltativa dei processi di primo grado concernenti i reati minori. Con la nuova disciplina delle intercettazioni si rischia di turbare, in un modo o nell’altro, l’esercizio della libertà di stampa.

Ecco perché, di fronte alle baldanzose dichiarazioni sulla ventilata riforma d’ottobre della giustizia italiana, vi sono motivi di grande preoccupazione. Non vorrei che Berlusconi, nella sua radicata volontà di ribaltare i rapporti di forza fra i poteri dello Stato, sparasse nuovamente più in alto possibile, per addivenire poi, nel quadro di una mediazione resa artatamente necessaria, a risultati che costituiscono comunque un male, sia pure minore di quello paventato. Sarebbe, come dicevo, il disastro per la giustizia e per lo Stato di diritto.

A questo punto non credo che le pur utili mediazioni realizzate fino ad oggi potrebbero più essere d’aiuto. Nessuna copertura, nessun salvacondotto potrebbe più essere accettato o condiviso.

Dall’urbanistica all’economistica

18 Lug 08

Sergio Brenna

Tratto dal sito http://eddyburg.it

“Verso un uso di città e territorio eterodiretto dal mercato senza più progetto pubblico complessivo”: questa la tesi argomentata nell’articolo scritto per eddyburg.

I deputati milanesi Maurizio Lupi (allora FI, oggi PdL) e Pierluigi Mantini (allora Margherita, oggi PD), nel dicembre del 2005, presentarono all’Urban Center del Comune di Milano il loro libro “I nuovi principi dell’urbanistica” (Edizioni Il Sole/24 ore), in cui provavano a teorizzare l’orizzonte tecnico-giuridico e politico-culturale – quello della “consensualità” degli atti amministrativi tra amministrazione pubblica e proprietà fondiario-immobiliare – che connotava loro inusitata iniziativa di un disegno di legge bipartisan di maggioranza e opposizione sul governo del territorio, ispirato dall’esperienza lombarda delle leggi regionali Vega e Adamoli e dall’estensione nazionale fattane con l’emendamento Botta-Ferrarini (deputati DC e PSI) all’art. 16 della L. 179/92, istitutivo dei Programmi Integrati di Intervento (PII).

Com’è noto il Ddl Lupi/Mantini fu poi approvato da uno dei due rami del Parlamento, ma non riuscì a giungere ad approvazione nell’altro prima della fine della legislatura, nel 2006; mentre nello scorcio di legislatura succedutasi, i due si dovettero acconciare a presentare disegni di legge distinti, ancorché ispirati da forti affinità elettive nei contenuti.

In occasione della presentazione di quel libro, essi raccolsero con favore l’indicazione di alcuni interventi che coglievano il nucleo fondante dei nuovi principi annunciati dal titolo nell’abbandono della concezione di un progetto pubblico dell’uso di città e territorio, tipico della – a loro avviso obsoleta – visione dell’ urbanistica e nell’avvento di una nuova visione dettata dall’economistica.

Non deve quindi sorprendere che, in questa legislatura, a promuovere l’evoluzione dell’urbanistica in economistica – pur nello spirito dell’invincibile attrazione fatale tra i due, nuovamente eletti in Parlamento in schieramenti dai programmi politici virtualmente alternativi su tutto eccetto le regole istituzionali – sia, ancor più che un nuovo ddl sul governo del territorio, il Documento Economico Programmatico Finanziario di Tremonti, approvato dal Governo per decreto-legge nel giugno scorso.

Tremonti, del resto, aveva già dato prova del suo modo subalterno di considerare l’uso della risorsa territorio rispetto alle contingenti esigenze del bilancio economico quando, nel 2005, in risposta ad un quesito dell’Associazione Nazionale delle Tesorerie al Ministero delle Finanze sulla mancata riproposizione nel Testo Unico sull’edilizia (DPR n. 380/2001, a seguito della Riforma Bassanini delle procedure amministrative) dell’obbligo imposto dalla L. n. 10/77 (Bucalossi) di allocare gli oneri di urbanizzazione in un apposito capitolo di bilancio vincolato alla esecuzione di tali opere, fece rispondere che se nel testo quel disposto non c’era (ancorché illegittimamente !), l’obbligo doveva considerarsi decaduto. Si aprì per i Comuni la manna della possibilità di far fronte alle ristrettezze contingenti dei bilanci, consentendo nuove previsioni edificatorie a sostegno delle spese correnti; a onor del vero, occorre aggiungere che nemmeno il Governo Prodi ha posto rimedio a questa illegittima stortura, anzi, nella sua ultima Finanziaria, ne ha esplicitamente previsto la prosecuzione per il prossimo triennio.

Nel DPEF di giugno si stabilisce, quindi, che, nell’attuale congiuntura economica di riduzione del potere d’acquisto di salari e stipendi e di ristagno della produttività delle imprese, gli Enti pubblici facciano fronte alla sempre più pressante domanda di servizi sociali in campo socio-abitativo in una condizione di crescenti ristrettezze economiche dei propri bilanci, per un verso massimizzando la redditività delle loro alienazioni patrimoniali anche in deroga alle destinazioni urbanistiche vigenti e, per altro verso, consentendo ai privati di edificare edilizia sociale, a prezzo convenzionato per un decennio, sulle aree vincolate a uso pubblico ma ancora di loro proprietà; infine, per incentivare la produttività delle imprese, si vorrebbe consentire loro di autocertificare la conformità dei propri immobili alle norme urbanistiche, in modo da accelerarne costruzione e trasformazione. Su quest’ultimo aspetto, il rischio, in parte già sperimentato con istituti quali quello dello “sportello unico” per le imprese, è che, di fronte ad autocertificazioni sbarazzine e comuni distratti o conniventi, le associazioni e i cittadini non possano nemmeno più ricorrere alla tutela del giudizio del tribunali amministrativi (TAR), perché le autocertificazioni non rientrerebbero nelle loro competenze giurisdizionali. Tuttavia, anche sugli aspetti più consueti delle procedure urbanistiche i TAR e il Consiglio di Stato (in istanza d’appello, cui costantemente ricorrono le proprietà se soccombenti, mentre è assai difficile e oneroso farlo per i singoli cittadini) tendono sempre più a limitare la possibilità di associazioni e cittadini di intromettersi nelle trattative dirette tra amministrazioni comunali e proprietà fondiarie, ponendo sempre maggiori requisiti di legittimazione a ricorrere.

Insomma, come già anticipato dai principi della recente legislazione regionale lombarda (dalla LR 12/05 con i PGT quinquennali senza più piano di struttura, e le successive ripetute integrazioni – sino alla L. n. 4/08, che in un empito di proto-federalismo urbanistico stabilisce di disapplicare l’odiato decreto ministeriale nazionale sugli standards pubblici; alla legge regionale per l’edilizia sociale sulle aree private a vincolo pubblico decaduto), si propone di affidare alle contingenze del mercato l’esito della costruzione dell’assetto urbano urbano e territoriale, aggirando o disarticolando in modo incoerente il patrimonio giuridico-lesgislativo e di strumenti e disperdendo un demanio di aree ed opere pubbliche che dalla Legge urbanistica n. 1150/42 alla Legge n. 10/77 sul regime dei suoli e col Piano decennale per la Casa della L. 865/71, sia pur lentamente e non senza irrisolte contraddizioni (durata e indennizzo dei vincoli espropriativi, separazione tra proprietà e diritti edificatori, diritto di superficie, ecc.), si era andato definendo e consolidando.

Come sarà possibile, in questa prospettiva, dare un senso reale alle procedure di Valutazione Ambientale Strategica imposte agli strumenti pianificatori dalle direttive UE e, a parole, recepiti nei percorsi procedurali prescritti: che “sostenibilità strategica” potrà mai esserci in un orizzonte quinquennale, di volta in volta mutevole e, oltre tutto, derogabile in itinere e ad libitum da strumenti derogativi più o meno recenti (Programmi Integrati di Intervento (PII), Accordi di Programma, ecc.) e dai nuovi incentivi di valorizzazione economica del patrimonio fondiario-immobiliare ?

A questo riguardo, occorre segnalare che il panorama dei PII approvati in deroga alle prescrizioni di PRG va costellandosi in Piemonte, Lombardia e Veneto di indagini delle Procure penali di competenza in relazione ad ipotesi corruttive, concussive e collusive su come siano stati determinati ed approvati dai Comuni i relativi contenuti, in particolare quando inferiori a quelli dei PRG vigenti in termini di aree pubbliche realizzate, e sui criteri di quantificazione del valore delle aree non cedute e monetizzate o convertite in maggiori opere. Il caso più noto per dimensione e clamore è quello del PII Citylife sull’area dell’ex Fiera di Milano, dove la Procura di Milano indaga sia in relazione ad illecito smaltimento dei detriti delle demolizioni in corso negli scavi dei cantieri per la TAV, ma anche in relazione ad irregolarità dei contenuti urbanistici approvati che potrebbero aver procurato un illecito arricchimento di Fondazione Fiera, a fronte di un peggioramento della qualità urbana ed ambientale del contesto urbano. Molti altri, tuttavia sono i casi più minuti, più diffusi e meno noti su cui vi sono indagini in corso; e c’è da chiedersi cosa accada in Regioni più condizionate dal peso della criminalità organizzata.

Non si tratta, tuttavia, solo di singoli episodi degenerativi: i Comuni, quasi senza più differenza tra amministrazioni di destra o di sinistra e sempre più diffusamente di fronte alle ristrettezze di bilancio, sembrano ritenere di poter ricorrere “ad libitum” alla modifica dei PRG tramite lo strumento dei PII, a patto di dimostrare che una quota stabilita discrezionalmente del vantaggio economico che ne deriva al privato venga devoluta loro e che dell’utilizzo di tale quota possano poi disporre a piacimento. Il territorio è visto un supporto “corvéable à merci” rispetto alle esigenze di valorizzazione economica richieste dal mercato, visto che le ricadute negative si vengono a manifestare molto più in là nel tempo rispetto a quelli della congiuntura economica e delle scadenze politico-amministrative.

Ad esempio, i Comuni di Milano e di Sesto S.G., pur con maggioranze amministrative alternative, competono allegramente tra loro nel proporre previsioni edificatorie di 1 mq/mq di indice territoriale, con il quale è impossibile non solo attuare i 26,5 mq/abitante di spazi pubblici della gloriosa Legge Regionale del 1975 (la prima ad essere approvata dopo l’avvento delle Regioni nel 1970; tutte le altre, poi, si sono attestate su standards pubblici tra i 24 e i 28 mq/ab.), ma quasi neppure i 18 mq/abitante del DM del 1968; e, comunque, i 17,5 mq/abitante di servizi pubblici generali dei PRG si attuerebbero così a carico dei cittadini, tramite l’aumento del carico edificatorio, anziché dei promotori fondiario-immobiliari, come voleva la Legge Ponte del 1967.

A mio avviso occorre contrastare il diffondersi di questo nuovo “senso comune”, in quanto i contenuti del PRG, attraverso il complesso ed articolato meccanismo di formazione che ha come orizzonte il progetto urbano complessivo, rivestono un carattere di interesse pubblicistico generale rispetto al quale i contenuti dei PII debbono dimostrare di conseguire, almeno localmente, dotazioni quantitativamente valutabili e comparativamente maggiori, sia in termini di aree pubbliche che di valore delle opere pubbliche proposte, rispetto a quelle previste dal PRG.

E’ questo il senso pregnante del disposto dell’art. 16 della L.179/92 (Programmi integrati di intervento) che “al fine di riqualificare il tessuto urbanistico, edilizio ed ambientale”consente ai comuni di promuovere “la formazione di programmi integrati relativi a zone in tutto o in parte edificate o da e destinare anche a nuova edificazione al fine della loro riqualificazione urbana e ambientale.”

Altrimenti, può accadere che gruppi di pressione convergenti in veri e propri “comitati di affari”, con maggioranze spesso anche trasversali ai programmi politico-elettorali, possano tentare di indirizzare contingentemente le scelte dei Comuni, contraddicendo l’interesse pubblicistico generale garantito dal progetto urbano generale del PRG senza perseguire nemmeno localmente quell’ incremento delle dotazioni di spazi ed attrezzature pubbliche, in grado di garantire il “fine della riqualificazione urbana e ambientale” che solo giustifica il ricorso al PII in alternativa ai contenuti del PRG o sue eventuali varianti.

Sono proprio le logiche del PRG e quelle dei PII ad essere contrastanti: per il PRG i conti devono “tornare” per l’intero territorio comunale; per il PII basta che i conti ”tornino” all’interno della propria area di intervento. Se il PRG ha una quantità di standards abbastanza sovrabbondante, con alcuni PII si possono un po’ limare i margini di “grasso” eccedente, ma se l’uso dei PII si diffonde o se si è vicini ai minimi di legge, bisogna cercare di non far vedere che ciò che si fa coi PII collide col PRG; che ciò che si consente ad alcuni non è ciò che può valere per tutti, e che il bilancio finale, strutturale, la sostenibilità strategica o ambientale di quelle “attuazioni” senza progetto complessivo è in perdita.

Insomma, quella “città occasionale” di cui Francesco Indovina indicava i guasti in un suo libro di qualche anno fa, non sarebbe più legata alla necessità di dover periodicamente escogitare eventi eccezionali in grado di giustificare deregolamentazioni episodiche, ma diventerebbe la regola di un assetto urbano e territoriale eterodiretto dalla prevalenza del mercato, senza più progetto pubblico complessivo.

In fondo, è una situazione non molto diversa da quella già vissuta negli Anni Cinquanta/Sessanta con le “convenzioni” senza Piano regolatore e che si concluse con il clamoroso episodio della frana di Agrigento nel 1966, simbolo dell’esito generalizzato un uso subalterno delle risorse territoriali rispetto allo sviluppo economico durante il “boom” del dopoguerra: occorrerà un evento ancor più catastrofico (magari, questa volta, non di carattere edilizio, ma ecologico-ambientale) per rendersi conto della strada su cui ci si è tornati a mettere ?

Certo, le norme scaturite dalla Legge Ponte del 1967 e il conseguente decreto ministeriale del 1968 su quantità minime di spazi pubblici, densità edificatorie, altezze e distanze tra gli edifici sono ancora tutte all’interno di una concezione pre-ambientalista che, entro quei limiti imposti, consentirebbe tuttavia di coprire l’intero territorio nazionale, e vanno, quindi, aggiornate e sussunte entro una valutazione di sostenibilità ambientale del fenomeno urbano.

Ma convergere con il neoliberismo economico, oggi prevalente, nel ritenere un lusso insostenibile le regole di un progetto pubblico di territorio e città, socialmente individuato e condiviso (come con scarsa pervicacia mi sembrano fare quelle sensibilità ambientaliste – dai “pentiti” alla Chicco Testa ai “collaborazionisti” di Legambiente, a istituzioni tradizionalmente di sinistra come la Regione Toscana che prevede sconti sugli oneri urbanizzativi sino al 50% per edifici ad alto risparmio energetico; che direste se proponessi che a fronte di contenuti urbanistici più gravosi, si potesse inquinare di più ?) – che ne accettano la progressiva demolizione a fronte della promessa di edifici “intelligenti”, “verdi”, “energeticamente autosufficienti”, in uno scambio ineguale tra libertinaggio pubblico e virtù privata – credo sarebbe la resa ad un “pensiero unico” (tanto il territorio ha “spalle grosse”, non c’è più sensibilità diffusa a volerlo proteggere, non è reato abusarne) cui è colpevole rassegnarsi.

Proprio in questi giorni l’Associazione nazionale dei produttori di pasta e pane lancia l’allarme sul fatto che le risorse autoctone di cereali coprono solo sette mesi di autonomia, che il mercato globale di cereali è sotto tensione di fronte a nuova domanda di consumo e crescita dei prezzi del petrolio, ed è, quindi, necessario accrescere le aree interne coltivate a cereali.

Ma c’è ancora qualcuno che voglia davvero dar seguito coerente alle parole d’ordine di “città e territorio come beni comuni”, risorsa strategica da sottrarre, quindi, alla dominanza univoca del mercato ?

Un’estate afosa

19 Lug 08

Rossana Rossanda

Lo scenario dell’Italia nel luglio 2008, a due mesi dalle elezioni politiche che la segneranno per cinque anni, è fin troppo semplice. Una maggioranza di ferro è stata consegnata a una destra senza confini, arbitrata da Silvio Berlusconi, nella quale è scivolata senza più identità l’ex Alleanza Nazionale, ammesso che ne avesse una negativa o positiva. La Lega invece l’ha conservata, funziona da minoranza nella maggioranza di governo, fuori di esso non avrebbe peso, ma parla con voce sua. Un’alleanza, quella fra Berlusconi e Bossi, fra due che necessitano l’uno dell’altro, senza grande empatia.

Berlusconi tende a modellare il paese su un’immagine aziendale, Fini segue, Bossi ha invece un’ipotesi federalista. Tremonti è tanto suo quanto berlusconiano. Berlusconi ha per priorità la garanzia di non essere disturbato dal sistema giudiziario, del quale quel che più teme è l’obbligo dell’azione penale. E’ rapidamente riuscito a mettere in riparo se stesso, celandosi fra altre cariche pubbliche (Presidente della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato, questi due in verità non più che transitori speaker), nessuna delle quali ha obiettato. A settembre cercherà di riportare i pubblici ministeri sotto l’egida del Ministero della giustizia, come in altri paesi che peraltro evitano di abusarne. Se potesse farebbe di tutta la giustizia una funzione del governo e non un suo contropotere. Ai vizi, che ci sono, della casta dei giudici si dovrebbero sostituire solo quelli dell’esecutivo, anzi degli esecutivi, inclusi quelli periferici. La Lega starà al gioco, anche se non le facilita la popolarità. Essa è più vicina culturalmente a Di Pietro che al Cavaliere,ma ha bisogno assolutamente del federalismo fiscale, al quale Berlusconi non terrebbe gran ché, mentre le sinistre non sanno proporre una politica pubblica trasparente, unitaria e perequativa; per cui avremo un crescere delle differenze fra livelli regionali di vita (istruzione e sanità) e di rapporti sociali. Se a questi si aggiunge la tendenza del governo e della Confindustria, mortale per la Cgil, ad abolire il contratto nazionale, la frammentazione in regioni e corporazioni sarà ricostituita dopo poco più di mezzo secolo di primato nazionale unitario e repubblicano. Questo andazzo, unito al grandinare di misure legislative, fra le quali primeggiano i decreti e viene privilegiato il voto di fiducia – vizi dei quali il certosinistra non si era privato – hanno determinato in tre mesi una modifica della Costituzione di fatto che non credo abbia precedenti altrove. Anche se Nicolas Sarkozy persegue una analoga ridefinizione dei poteri, ma non senza incontrare qualche difficoltà in una più robusta tradizione dello stato. Comune è la tendenza antiparlamentare, e poggia su un’opinione pubblica che è tornata a prediligere il decisionismo nella speranza che le risolva alcuni problemi urgenti di vita, fra i quali primeggiano la concreta difficoltà di arrivare alla fine del mese e il fantasmatico bisogno di sicurezza che, agitato dalla destra, viene coperto per ignavia dalle opposizioni. Che Berlusconi e Sarkozy siano stati eletti a furor di popolo e perdano non pochi consensi alcuni mesi dopo depone di una crescente immaturità dei cittadini, sempre più determinati da scontentezza e risentimento perché non trovano nel supermercato della politica il prodotto che più gli conviene, l’interesse generale non costituendo più una priorità nella società individualista e «mucillaginosa ». Questo equilibrio di malumori fra ceti medio bassi emedio alti, che ha messo le redini del governo in Italia in un personaggio di bassa cultura e in Francia in uno di stile un po’ meno volgare, non sembra facilmente intaccabile a tempi brevi. E’ vero che riceverà sul muso l’onda d’urto della crisi,ma non c’è più una sinistra in grado di trasformare il malcontento in coscienza e proposta alternativa. Questo è l’appordo della famosa «transizione » delle repubbliche postbelliche. Restano i movimentima, da noi, eccessivamente locali, quindi strutturalmente minoritari, separati e quindi non in grado di esercitare un’egemonia. A quarant’anni dal trionfo del 1989 le magnifiche sorti e progressive della società liberista, aperta e aconflittuale, si sono ridotte a questo piccolo e un po’ ripugnante cabotaggio. Sarebbe fin divertente, sotto il profilo storico, constatare – come negli Usa gli studi Paul Krugman e in Italia quelli di Isidoro Mortellaro – che non c’è mai stato un così ingente ritorno in campo di una proprietà pubblica protezionista, deprivata di ogni qualità sociale, mera forma statale di sostegno a un sistema proprietario inciampato in qualche sua trappola, dalla guerra del petrolio alla crisi dei subprime. Nonché in presenza di due giganti asiatici in fieri, i mostri della «democrazia» indiana e del «comunismo » cinese, sui quali il vittorioso Occidente riflette il meno possibile. Tanto più che le sedi storiche di riflessione del Novecento, le sinistre, non esistono più. O ne esistono deboli tracce, come in Francia e in Spagna. Può darsi che lo scandalo italiano – totale scomparsa delle sinistre radicali dalle Camere – venga sanato dalle elezioni europee del 2009 attraverso un sistema elettorale a bassa quota di sbarramento; ma si deve ammettere che una sinistra che appare o scompare grazie al puro meccanismo elettorale è mal ridotta. Solo caso a parte la Germania, dove sorge dopo oltre mezzo secolo una Linke, per ora non molto di più che come difesa sociale elementare. Meglio che niente, dopo quasi un secolo fra nazismo e il tormentoso dopoguerra. In Italia non c’è stato alcun tormento. Il Pci si è dissolto, più lentamente ma in modo analogo all’Urss, e non con una maggiore elaborazione culturale, negando alla propria storia altra qualità che di essere stato un «errore», più o meno delittuoso. Non è humus sul quale ricostruire qualcosa. Quanto al Partito socialista nel dopoguerra italiano è sempre stato debole, né il Pci aveva colto l’interesse di lasciargli uno spazio, per cui neanche da quella parte viene uno straccio di cultura che possa chiamarsi tale.
La fusione a freddo fra Ds e Margherita si è tentata su un terreno culturalmente basso e reticente, e socialmente subalterno a un capitalismo debole. Sono diversamente instabili sia l’anima cattolica, sia quella ex Ds, vaga in Veltroni, un poco più solida in D’Alema, lontane ambedue dalla relativa solidità delle pur indebolite socialdemocrazie nordiche. Per qualche tempo qualcuno di noi, chi scrive inclusa, ha pensato che fosse l’ora del centro, ma credo che ci siamo sbagliati. C’è, mi si perdoni il termine, un incarognimento di molti livelli di società diversamente risentiti, che toglie spazio alla tradizione democratica e si intesse nel restringersi dei margini di mediazione sociale – fra debolezza intrinseca dell’Italia e rombo di una crisi occidentale crescente. Il tutto nel silenzio del sindacato e delle sinistre «radicali» seguito alla sconfitta politica. Non so che cosa avvenga in Corso d’Italia, non essendovi più la scusa del governo amico. L’assenza di reazione del più grande sindacato italiano al tempestoso muoversi del governo fa paura. L’isolamento della Fiom non ha più spiegazioni. La gestione del caso Alitalia e oggi quella del pubblico impiego sotto l’impazzare di Brunetta, sono sconcertanti. E sconcertante è il silenzio di Rifondazione. Si è arrivati da viale del Policlinico persino a dire che la priorità era riflettere rifugiandosi in un buco mentre fuori grandinava di tutto. Come se si potesse parlare o tacere solo se si è o non si è rappresentati alle Camere. Ed è meglio ignorare quel che ogni tanto si sente provenire dalla stanza in cui le mozioni di Rc si sono sbarrate. Non è bello quel che ogni tanto ne arriva. Altro che eccesso di astrattezza e razionalità della politica, i partiti sono famiglie passionali in cui scorre il sangue e più piccole sono più sangue scorre. C’è solo da sperare che un sussulto di responsabilità metta fine alla lotta di tutti contro tutti e ricostruisca per Rc un terreno di sopravvivenza.
In questo quadro non si può risparmiare una flebile riflessione sulla stampa scritta e parlata. Essa è oggi una pura cronaca suggerita dal governo o dalla pochezza politica di tutto il resto. Dove sta l’indipendenza del giornalismo, di una sua visione o griglia di lettura? Non occorrerebbe essere eroi per far qualcosa di più che appiattirsi sui portavoce dei ministri. Dei famosi grandi quotidiani indipendenti uno, il Corriere, è passato senza esitazione con il governo, e Repubblica è imbranata quanto il Veltroni che aveva ardentemente sostenuto. Salvo il rispetto per l’Unità e Liberazione, comunque legati ai partiti, nulla resta sulla scena di una sinistra riflessiva in Italia se non il manifesto. Ma ci rendiamo conto? Anche se in difficoltà, anche se inquieto e infelice. Ma soltanto il manifesto e basta. Ansimante ma non morto. Sarebbe da intrecciare una frenetica danza. Forse lo faremo dopo questa pesante estate. Nella quale tutti gli umani si riposano al mare o sotto il fogliame. I gatti si ritirano sotto un mobile, e così si appresta a fare il vostro affezionato micio settimanale.


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