Archivio per giugno 2007

L’avete vista quell’enorme pubblicità sul Foglio di ieri?

(30 Giu 07)

Andrea’s version
L’avete vista quell’enorme pubblicità sul Foglio di ieri? Ve la riassumo per comodità. Troneggia, al centro della pagina, Sua Santità Benedetto XVI assiso sopra il soglio. A fargli da corona, tutt’intorno, non uno, due, o tre, no, venti libri, dicasi venti, e tutti scritti, dicasi tutti, da Benedetto XVI. Da “La presenza umana cuore della pace” a “Deus caritas est”, da “Al servizio della pace e dello sviluppo di tutti i popoli”, a “L’itinerario quaresimale”, al “Sacramentum caritatis” e insomma, facciamola corta, venti riproduzioni di libri con tanto di copertine, ciascuna col suo bel Benedetto XVI sul frontespizio. E sopra, proprio sopra la grande foto del Papa, c’è scritto in grosso: “Al servizio del Magistero di Pietro”, “Libreria Editrice Vaticana”, con tanto di indirizzo, di telefono, posta elettronica e tutto.
Bon. E allora, si dirà? C’è qualcosa che non va? No, non c’è niente che non va. Siamo un giornale di preti? Benissimo. Perché però, nel giorno dei Santissimi Pietro (appunto) e Paolo, i laicisti romani onorano la festa, chiudono baracca in blocco, e noi devoti qui a scrivere stronzate?

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Medaglie di vergogna per i bulli

(29 Giu 07)

Ferdinando Camon
Dunque: a Palermo uno studente cosiddetto «bullo» fa un sopruso a un compagno, gli impedisce di accedere al bagno dei maschietti durante l’intervallo, sbarrandogli la porta e chiamandolo «gay». La professoressa viene a saperlo, per punizione gli fa scrivere cento volte sul quaderno «sono un deficiente», il padre del ragazzo così punito s’infuria, va dalla professoressa, la chiama «cogliona» e le pianta un processo. Adesso attenzione, perché viene il bello. Il pm chiede per la professoressa una condanna pesante: due mesi di galera. Il pm rappresenta lo Stato. Dunque lo Stato, in quella vicenda, vede il bulletto smargiasso come uno studente perbene, l’ingiuria sessuale (poiché di questo si tratta) a un coetaneo come innocua, e la decisione dell’insegnante, che ha risolto la cosa con una punizione didattica e istruttiva, come un reato.

Tiriamo le somme: lo Stato non sa cos’è la scuola; non sa cosa significa chiamare «gay» un ragazzino in età di scuola media; non sa cos’è il bullismo; non sa come si può e si deve estirparlo. Il bullismo dei maschietti, in età di scuola media inferiore e superiore, ha come posta in gioco la conquista delle compagne. Il bullo vuole emergere sugli altri maschi: vuole entrare nella vista e nel cervello delle compagne. Nelle classi due tipi di scolari guidano le compagnie e formano proseliti: i migliori e i peggiori. I bulli sono i peggiori. Un insegnante ha pochi mezzi per impedire la leadership dei peggiori: le note a casa non servono, il bullo falsifica la firma del papà, le note sul registro non solo non servono, ma ottengono l’effetto contrario. Perché il bullo è in guerra con i compagni perbene e con gli insegnanti, nella guerra ci sono le battaglie, e dopo le battaglie ci sono le medaglie e le decorazioni. Le note sul registro sono medaglie e decorazioni. Più note ha, più alto è il prestigio del bullo sui compagni di gruppo e sulle ragazze conquistate o da conquistare, e più perdente è il professore o la professoressa che gli dà quelle note. Guardate i gruppi davanti alle scuole alla mattina: attendono il bullo, quando il bullo arriva il gruppo si apre per accogliere il capo.

Se il pm del processo avesse vinto e la povera (ma saggia, intelligente) professoressa si fosse beccata due mesi di prigione, quel bullo sarebbe salito sul trono, e quella classe sarebbe diventata incorreggibile: lo Stato si schierava col bullismo e tradiva l’educazione, tradiva la sua scuola. Che bisogna fare, in questi casi? Una sola cosa: trasformare le medaglie al vanto in medaglie alla vergogna, le decorazioni al merito in attestati di ludibrio. Far svergognare il bullo di fronte a tutta la classe. Esporlo al ridicolo. In questo modo, il castello di seduzione che lui sta costruendo sulle ragazzine gli crolla addosso. E lui non farà il bullo mai più. Una buona prassi sarebbe, nei casi di bullismo, far venire il ragazzo col genitore, in piena classe, e riammetterlo solo dopo che ha chiesto (che hanno chiesto) scusa per il disturbo recato alle lezioni. Il padre: cappello in mano, testa bassa. La vergogna personale e la vergogna famigliare sono la morte secca del bullismo, e distruggono la carica erotica che potrebbe esercitare sulle ragazzine.

Quella professoressa ha fatto bene. Il giudice che l’ha assolta ha fatto bene. Un’altra cosa però doveva fare, quel giudice: i due mesi di condanna doveva affibbiarli al padre del bullo, per quel «cogliona» scagliato sulla professoressa. Così non solo nella classe, ma in tutta quella scuola i bulli sparirebbero sotto terra. Le ragazzine potrebbero indirizzare il loro nascente eros su maschi più degni. È quel che a loro auguro.

Se i vescovi ora parlano più piano

(30 Giu 07)

Franco Garelli
Da qualche mese sembra essersi attenuata la voce dei vertici della Chiesa italiana sui temi di rilevanza pubblica. Non mancano ovviamente i richiami di fondo, come sulla centralità della famiglia o sulla questione – che si profila all’orizzonte – del testamento biologico, ma essi vengono formulati con maggior cautela rispetto al recente passato, quando la Chiesa non perdeva occasione per affermare con forza le proprie posizioni, quasi a porsi come un nuovo soggetto «cultural-politico nella società italiana.

Questo mutamento di strategia può avere molte spiegazioni. Le più contingenti chiamano in causa le numerose e scomposte reazioni che si sono innescate nella società a seguito del nuovo protagonismo della Chiesa cattolica, che avrebbero indotto i vescovi ad agire con maggior prudenza nel farsi portavoce dei valori cattolici e del bene comune sulla scena pubblica. Il riferimento in questo caso non è soltanto alla campagna d’intimidazioni che ha colpito monsignor Bagnasco all’inizio del mandato da capo dei vescovi italiani; ma anche alla recente prova di muscoli che si è consumata nella piazza più famosa d’Italia, quando una folla mai vista ai Gay Pride ha invaso S. Giovanni a Roma proprio per contrapporsi al Family Day cattolico celebrato nello stesso luogo pochi giorni prima; o ancora, al montare dell’anticlericalismo di cui emergono vari segni sia nella produzione di pamphlet che scalano le classifiche dei libri più venduti sia in trasmissioni televisive (come quella di Santoro sulla pedofilia dei preti) che vanno a fare le pulci in casa ecclesiale.

Altri motivi sembrano indurre i vescovi italiani a un atteggiamento di maggior prudenza pubblica. La Chiesa sta vivendo una nuova fase, dopo il cambio di chi la dirige. Monsignor Bagnasco non ha una linea diversa da quella del cardinal Ruini, ma l’interpreta più in termini pastorali che con l’idea d’incidere sugli equilibri del Paese. Oltre a ciò, il cattolicesimo più impegnato è alle prese con tensioni e riflessioni interne, per il peso di alcune scelte ecclesiali maturate nel tempo.

Negli ultimi anni la Chiesa ha promosso una serie di grandi eventi pubblici, sia per meglio far sentire le sue proposte nella società della comunicazione, sia per far emergere il consenso sociale attorno ai valori che promuove. In parallelo, sui temi caldi del dibattito pubblico sono sorti vari Comitati (Forum delle famiglie, delle associazioni, Scienza e vita, ecc.), con lo scopo di rappresentare un punto di riferimento organizzativo e culturale per la battaglia sui valori. Queste nuove formule organizzative hanno creato non pochi problemi alla vita delle grandi associazioni cattoliche da tempo radicate nel Paese. Realtà come Azione cattolica, Acli, Cl, scout, movimenti spirituali, Comunità di Sant’Egidio sono state chiamate a mobilitarsi su campagne particolari e temi emergenti, a farsi carico di compiti impropri o non previsti, ad aderire a iniziative che non rientravano nei loro progetti; tutti aspetti che hanno creato disagio nel mondo della militanza cattolica, che si è sentita esposta alla dispersione dell’impegno e fors’anche a un ruolo di cinghia di trasmissione di progetti pensati altrove. Inoltre, i forum e le strutture nati dai grandi eventi ecclesiali, o per sostenere le diverse battaglie sui valori promosse dalla Chiesa, possono entrare in concorrenza con i movimenti e le associazioni che da sempre rappresentano l’asse portante del cattolicesimo impegnato. Talvolta, infine, i grandi eventi consacrano leader (come nel caso di Savino Pezzotta per il Family Day) che possono sentirsi investiti di un ruolo pubblico che scompagina gli equilibri già precari che si riscontrano nell’associazionismo cattolico organizzato.

Non mancano dunque le ragioni interne al mondo cattolico che orientano i piani alti della Chiesa a una presenza più cauta nella società italiana. Il cattolicesimo impegnato corre il rischio della frammentazione, proprio in un momento storico in cui più si avverte l’esigenza di gruppi e associazioni che s’impegnino dal basso a testimoniare i grandi valori e a costruire positive condizioni di convivenza.

Navigando a vista

(30 Giu 07)

Mario Deaglio
Alla base dei confronti politico-sociali che hanno condotto alla messa a punto di un sofferto Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) c’è una crescente e generalizzata mancanza di conoscenza della realtà economico-sociale del Paese. Lo dimostra chiaramente il dibattito recente: il sindacato è in allarme per la caduta del reddito di fasce consistenti di lavoratori dipendenti che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e le organizzazioni dei lavoratori autonomi denunciano lo scivolamento verso il basso del potere d’acquisto di un numero rilevante dei loro aderenti e l’iniquità degli studi di settore, alla base della tassazione del loro reddito.

Si tratta di situazioni gravi che richiederebbero azioni incisive e mirate sul piano della tassazione, ma è molto difficile, quasi impossibile, passare dal racconto di casi singoli alla stima complessiva dei fenomeni. E non si può non rimanere perplessi quando si confrontano questi segnali di impoverimento con le notizie di milioni di automobilisti in marcia, in questo primo fine settimana delle «grandi vacanze», o con le centinaia di migliaia di imbarcazioni da diporto ormeggiate nei porticcioli turistici italiani. Una mancanza di conoscenza ancora maggiore riguarda la situazione effettiva dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale.

In altre parole, il quadro economico-sociale sul quale si dovrebbe basare il Dpef è così pieno di incoerenze e di zone d’ombra che i suoi estensori sono costretti a lavorare quasi al buio. Le forze politiche non conoscono più il Paese e il Paese non conosce più se stesso. Non si ha alcuna chiara nozione di quanti e quali italiani abbiano sensibilmente migliorato o peggiorato il proprio reddito negli ultimi anni e quest’ignoranza è alla base delle recenti sorprese elettorali. In queste condizioni, risulta difficile mettere a punto, come sta cercando di fare il nascente Partito Democratico, programmi politici che non siano semplici collezioni di buone intenzioni e ancora più difficile redigere un Dpef, documento che si vorrebbe pensato e meditato per mesi e che assomiglia invece sempre più a una lavagna sulla quale si scrive e si cancella affannosamente fino all’ultimo minuto.

Il buio del Dpef non riguarda soltanto l’ambiente economico interno ma anche quello esterno: troppo spesso si scommette su una ripresa internazionale che non si realizza oppure svanisce. Nell’ultimo decennio, quasi tutti i Dpef (come i corrispondenti documenti di previsione e programmazione degli altri Paesi) sono stati costruiti su previsioni rivelatesi errate, a cominciare da quando, nel giugno del 2001, si puntò su una forte ripresa nel 2002, poi travolta dagli attentati dell’11 settembre, fino al Dpef del 2006 che ha significativamente sottostimato la ripresa in corso. Il quadro laboriosamente tracciato per arrivare puntualmente alla scadenza di fine giugno viene quindi spesso sconvolto e reso inutile dal carattere non assestato della congiuntura internazionale. Precisamente l’instabilità internazionale rende vano il carattere programmatorio del documento che forse andrebbe sostituito con una sorta di «dichiarazione di intenzioni» o di «linee guida» e con l’indicazione, più realistica, di priorità e di alternative da seguire nella mutevolezza della situazione corrente.

A queste difficoltà strutturali, il 2007 aggiunge l’insolita presenza del cosiddetto «tesoretto», derivante dalla sottostima della crescita e del gettito fiscale nel Dpef precedente. L’imprevista intensità della crescita europea e mondiale ha spinto all’insù, ben oltre le previsioni, anche la crescita italiana e quest’effetto internazionale, combinato con una politica fiscale più severa di quella del governo precedente, ha dato vita non già a un avanzo – come si sarebbe portati a credere – bensì a un minor disavanzo. Il dibattito su come spendere il «tesoretto», che ha assorbito quasi tutte le energie che i partiti e le parti sociali hanno dedicato alla politica economica, è in realtà un dibattito su come riportare il disavanzo alla quota prevista e concordata a livello europeo; si tratta sempre di spendere qualcosa che non si ha.

In questo dibattito si è tranquillamente ipotizzato che le tendenze che hanno dato origine al «tesoretto» continuino nei prossimi anni e che quindi se ne possa disporre a piacimento con riduzioni fiscali e/o aumenti di spesa destinati a permanere nel tempo. Questa tranquillità è fuori posto: il «tesoretto» potrebbe essere una «una tantum», ossia un bonus irripetibile che una congiuntura mondiale capricciosa ha regalato a un’Italia di recente tartassata dalla malasorte. Non vi è alcuna garanzia che si ripresenti puntualmente nel 2008 o nel 2009. Alcuni, sia pur piccoli, segnali di stanchezza della congiuntura europea e americana, comparsi nelle ultime settimane, indurrebbero a una certa prudenza. Vi è invece il pericolo che a fronte di vantaggi temporanei si stabiliscano oneri permanenti che il bilancio pubblico faticherà poi a sopportare; questo pericolo è stato colto anche da varie organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Unione Europea.

Nella migliore delle ipotesi, questo Dpef lascia invariato il quadro globale della finanza pubblica e dell’economia italiana. Non viene affrontato il problema principale della finanza pubblica italiana che è quello di ridurre la spesa, a cominciare dalle pensioni, e questo perché la spesa pubblica non può essere ridotta senza una riorganizzazione dell’amministrazione pubblica che è politicamente molto scomoda. Non si avverte, alle sue spalle, alcun grande disegno di cambiamento, alcuna vera progettualità; potrà rivelarsi, al massimo, l’opera di un diligente timoniere, costretto a navigare a vista, alla guida di un’imbarcazione vecchiotta e attempata, nella speranza che non arrivi nessuna tempesta.

Socialisti riformisti, vil razza dannata

(28 Giu 07)

Emanuele Macaluso
Veltroni e Bertinotti sono persone amabili, gentili, con autentiche passioni politiche e civili. È difficile non stimarli e non voler loro bene. E, tra di loro, se ne vogliono molto. Entrambi sono amici miei, e – non è un paradosso – sono simili nell’approccio leggero alla politica e hanno in comune un convincimento: l’avversione al socialismo democratico, alla sua storia e alla sua attualità. Quel socialismo non è considerato fonte di idealità, di identità, di passioni, di generosità, ma solo di un piatto pragmatismo riformistico entro cui covano opportunismi e corruzione. Eppure non è così né Europa e né in Italia. Ma il fatto non riguarda solo loro due. Martedì sul “Foglio” la senatrice Rina Gagliardi ha scritto che «se il costituendo Pd ha bisogno di uno scatto, di una fisionomia più definita e di un leader più popolare, tutto questo non può che essere Walter Veltroni».

Il quadro che si vuole delineare è questo: un partito di centrosinistra, moderato ma popolare, di «riformismo radicale» da una parte; un partito di sinistra «alternativa» dall’altra. Il socialismo riformista è invece morto in Italia e infrequentabile in Europa. Cari amici, è un quadro che non regge. E saranno i fatti a dircelo.

Rottura nella notte sulle pensioni.

(28 Giu 07)

Andrea’s version

Rottura nella notte sulle pensioni. La trattativa era a oltranza, l’intesa sembrava vicina. L’accordo sull’attenuazione dello scalone a portata di mano. Gli scalini al posto dello scalone. L’ottimismo serpeggiava. Prodi: “Penso che stanotte troveremo l’accordo”. Padoa-Schioppa: “Un conto è fare la dieta, un altro è diventare anoressici”. Fine politico. Invece si è rotto. Perché? Noi sappiamo il perché. Prima la giacca. Poi la camicia. Come nello strip-poker. Durato fino a ieri. Prodi si spogliava. Padoa-Schioppa si spogliava. Guardingo, il sindacato puntava. Via la canotta, via la cintura. Tanto il tempo passava. Volarono le scarpe, scomparvero le calze, l’ora X che si stava avvicinando. Si approssima la sera, cala tosto la notte. Prodi è in mutande. Padoa-Schioppa è in mutande. La tensione che sale chiede un ultimo sforzo. Via le mutande, dice qualcuno al tavolo. Anche le mutande? Anche le mutande.
Sono le tre del mattino. Prodi fa volare gli slip. Padoa-Schioppa si sfila le sue. I due sorridono. Nudi. Occhi puntati. Proprio là. Sconcerto. Finché un commento si è alzato: “Va là, tutto qui?”.

Noi, che abbiamo letto come con Veltroni…

(27 Giu 07)

Andrea’s version

Noi, che abbiamo letto come con Veltroni il Partito democratico potrebbe passare dal 23/25 per cento al 35/36, perché la zona che oscilla tra i Poli pesa il 14 per cento. Noi che abbiamo letto come il 23/25 di oggi sia formato dal 18/19 di elettori di Ds e Margherita, dal 2 per cento di “altri partiti” e dal 3 di indecisi o astenuti, e come il potenziale apporto di Walter potrebbe assommare un +5 di elettori della coalizione di centrosinistra che attualmente non voterebbero Margherita o Ds, un +1 della coalizione di centrodestra, un +2 di altri diessini o della Margherita stessa e un +3 di astenuti/indecisi, così da arrivare a quel +11 che sarebbe il totale potenziale dell’apporto personale di Walter al Partito democratico, che passerebbe appunto dal suddetto 23/25 al suddetto 35/36.

Noi, dicevamo, non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere in Renato Mannheimer, l’uomo strapagato per farsi le pippe, il nostro perfetto modello di vita.


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