Archive for the 'Europa' Category

Si può vincere se non ci si guarda dietro

(25 Gen 08)

Stefano Menichini

La prima riforma del Partito democratico: basta con lo sconfittismo.
Basta con l’idea di essere predestinati a perdere, a meno che non si parta con un vantaggio nei sondaggi tale che nessuna campagna elettorale sbagliata lo possa rovinare (2006). E basta con la paura del voto degli italiani.
Seconda riforma del Partito democratico: basta con recriminazioni, rancori, rivalse interne. Basta col gusto perverso di azzoppare il proprio campione prima ancora che cominci a correre. Basta con le richieste di autocritica rivolte a un partito che ha cinque mesi di vita e a un segretario eletto da tre, da parte di chi ha innescato la caduta del governo ponendogli sul capo la spada di Damocle referendaria che ha scatenato Mastella.
Il Pd non è solo l’unica reale risorsa in mano al centrosinistra per arginare la rimonta delle destre. Troppo poco. Fermare Berlusconi è certo necessario, ma è altrettanto noioso, e comunque un’apocalisse che si ripete cinque volte in quattordici anni non può essere una vera apocalisse.
Il Pd può essere – se non viene sabotato e se viene guidato con mano ferma – molto di più. La novità che scombina le previsioni, sorprende gli italiani, gli fa intravedere una politica che non è solo Prodi e Berlusconi che si contendono Dini e Mastella.
Si sono viste rimonte più difficili di quella che aspetta Veltroni.
Rispetto al 2001, per esempio, non avrà sulle spalle l’eredità pesante di cinque anni con tre diversi premier, ma la fine di una legislatura impossibile da rimpiangere: ci si può rammaricare per Prodi, per le finanze risanate, per i bravi ministri. Ma le cifre testimoniano di un’abulia legislativa inevitabile, visto che un ramo del parlamento era impraticabile. Chi se la prende con Veltroni dovrebbe dimostrare che il quadro politico defunto giovedì avrebbe consentito di dare all’Italia ciò che l’Unione aveva promesso.
Altrimenti parlare di democrazia governante è pura retorica.
Se abbiamo perso tutto non dobbiamo neanche difendere il sottogoverno stile Udeur, il malgoverno dei rifiuti, l’ipergoverno delle 102 poltrone.
La rivolta contro la politica vecchia, che ha anche le facce della destra, la può fare il Pd. Basta crederci.

Un evento forte che ha già cambiato la politica

(22 Apr 07)

Stefano Menichini

Niente male, signori, queste prime quarantott’ore di vita del Partito democratico. Freddo? Leggero? Burocratico? Oligarchico? Marginale? Trovate qualcos’altro, voi che siete critici o che volete sempre qualcosa di più. Perché tra Firenze e Roma s’è consumato un enorme fatto politico e umano. Dovrebbe averlo capito chi ha affollato i congressi di Ds e Margherita, sicuramente l’hanno capito gli avversari del centrodestra, se ne accorgeranno coloro che nel centrosinistra e tra gli opinion makershanno sempre trattato con sufficienza questa vicenda.
Può darsi che non fossero così le premesse. Anzi, è sicuro. Ds e Margherita, per essere i due principali partiti di governo, si erano presentati piuttosto malconci all’appuntamento. Di nuovo tormentati su di sé e sulle proprie ambizioni frustrate sotto la Quercia, colpiti nell’intimo da una rottura interna poco motivata. Risucchiati i diellini da vizi antichi e inquietudini recenti, tra la conta di tessere improbabili e le critiche politiche alla conduzione rutelliana.
E come finisce? Limitandosi fino ad adesso a Firenze, è finita ballando, tra lacrime di gioia e gli occhi di tutta l’Italia politica addosso.
Piero Fassino ha chiuso l’ultimo congresso della storia postcomunista con uno slancio che tre giorni fa non aveva avuto, rimettendosi al passo con Rutelli, Veltroni e D’Alema. L’allontanamento di una porzione della sinistra è stato molto ridimensionato nei numeri, ma già nel dolore del commiato di Mussi c’è un primo dato, una prima smentita: il Partito democratico nasce caldo, emozionato, con un gesto sofferto.
La platea del Forum Mandela ha dovuto attingere a ogni argomento della ragion politica, per contrastare l’istinto antico ad anteporre l’unità a tutto. Non gli è stato agevole, sciogliersi nel Partito democratico: vuol dire che è una cosa seria.
D’altronde, se solo ci si ferma un attimo a ri- flettere, al suo primo passo il Pd ha già avuto un impatto potente sul sistema politico. Il presidente del consiglio, leader del centrosinistra da dodici anni, ha annunciato che lascerà la mano. Pare poco? Nel centrodestra se lo sognano, un passaggio di consegne così dichiarato. Prodi l’aveva già detto? Sì, ma ripeterlo nella giornata in cui Rutelli rialza la testa, Veltroni scende dal Campidoglio e D’Alema ritorna dalemiano, fa tutt’altro effetto. Non suscita emozioni, suscita conseguenze politiche. E, a proposito di centrodestra: in questi giorni non sono forse stati Berlusconi e Fini i primi testimonial di un cambio di clima politico? Non nella direzione dell’inciucio che tanto angusta i girotondini, ma perché il Partito democratico torna a essere la locomotiva di trasformazioni che riguardano anche loro.
Quanto alla leggerezza. Il dibattito fra Firenze e Roma è stato ricco, non banale. Ieri a Cinecittà Rosy Bindi ha proposto la versione fin qui più rotonda e convincente del ruolo che i cattolici vogliono giocare nel partito nuovo. La sua è un’impostazione che sicuramente anche la sinistra può accogliere in pieno.
Del tema, com’è noto potenzialmente divisivo, ha parlato con grande orgoglio Fioroni, oggi toccherà a Marini e a Franceschini: piaccia o no, la linea teodem in senso proprio è stata battuta, il confronto s’è trasferito sulla sostanza delle politiche per la famiglia.
E siccome discussioni e polemiche non vertevano su astrattezze teologiche, ma su scelte precise, come si farà a dire che il Partito democratico non prende di petto i nodi più sostanziosi – “pesanti” – dell’agenda? Anzi, che è l’unico in grado di affrontarli per scioglierli? Il Pd nasce oligarchico? Arturo Parisi ieri non ha ritirato neanche uno dei suoi noti dubbi, ma non s’è attardato su lamentazioni iperuliviste: per lui si apre ora il terzo tempo della battaglia, quello finalizzato al bipartitismo e all’elezione diretta del premier, e il Partito democratico è lo strumento da utilizzare. Oggi si richiude la Margherita, sbocciata cinque anni fa. La vita dei fiori è breve. Ma le spore viaggiano a migliaia, il vento democratico è forte. C’è già un’altra inseminazione in corso.

Il Pd arriva sui giornali. Anche troppo

(13 Apr 07)

Nicola Piepoli, oltre a essere persona simpatica nonché il primo ad aver parlato di sondaggi politici in tv, s’è incaricato ieri di un compito importante.
Dimostrare che coi numeri, volendo, si può fare tutto.
Così, dopo i mal di pancia del 23 o 25 per cento assegnati al Partito democratico virtuale da alcuni eminenti istituti, ieri Piepoli ha tirato su il morale.
Secondo lui, saremmo a metà tra il 25 e il 30: che è già qualcosa, per un partito che nel 2007 si ispira a Craxi, Berlinguer e De Gasperi.
Ma non basta. Perché poi il grande Piepoli fa una previsione sul cui valore scientifico non azzardiamo valutazioni, ma che ha un grande potere onirico: con Walter Veltroni leader, infatti, il Pd balzerebbe al 45 per cento.
Cioè governo assicurato per una vita, e senza dipendere dalla sinistra rossoverde (per parte sua impegnata, apprendiamo da Liberazione, a rifare Epinay 1971, senza avere né Mitterrand né Veltroni, né senso della misura e del tempo che passa).
Ci scusiamo per l’ironia, che non vuole colpire né Piepoli né tanto meno Veltroni (fossimo matti: e se poi è tutto vero?). Il fatto è che in questi giorni – fra cifre, polemiche, terze gambe, scambi epistolari e riabilitazioni – il Pd è esplososulle pagine di giornali che per mesi l’avevano ignorato. Ed ecco l’impressione immediata per centinaia di migliaia di lettori, cioè l’opinione pubblica più avvertita: un casino totale.
L’evento appare lanciato mediaticamente allo sbaraglio, senza la minima regia. Non c’è un messaggio condiviso, uno slogan, un coordinamento fra le parti su cosa dire o non dire.
Bravi a vincere i congressi, i leader si sono dimenticati di spiegarsi con gli italiani. Se sperano nei fuochi d’artificio di Firenze e Roma sbagliano, perché i messaggi passano secondo altri tempi e canali. Noi, in attesa che Veltroni ci porti al 45 per cento e nonostante gli inglesi non vadano di moda, ci acconteremmo di un Mandelson de noantri a fare comunicazione.


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