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Ma se vince Obama, vince anche Walter?

31 Ott 08

Andrea Romano

È il primo pomeriggio di mercoledì prossimo, 5 novembre. Nella sede del PD Walter Veltroni si presenta puntuale e sorridente ai giornalisti convocati in conferenza stampa e annuncia: “Abbiamo vinto anche noi. La trionfale elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, insieme all’enorme maggioranza democratica che si profila al Congresso, rappresenta il segno di un epocale mutamento politico dal quale sarà presto investito anche il nostro paese. Gli Stati Uniti sono cambiati, l’Italia sta per cambiare. Il pendolo si è finalmente rimesso in movimento e il PD guarda con profonda fiducia alle prossime scadenze elettorali, a cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo”.

Forse non saranno esattamente queste le parole del segretario. Forse sarà meno sbrigativo il salto da Chicago a Montenero di Bisaccia. Ma è facilissima profezia immaginare che da Veltroni venga molto più di un biglietto di congratulazioni all’indirizzo del nuovo presidente degli Stati Uniti, nel caso in cui il voto di martedì confermi i sondaggi di questi giorni. Perché la probabile vittoria di Obama sarà per settimane, forse per mesi, uno degli asset fondamentali dell’iniziativa politica veltroniana. All’insegna della teoria del pendolo, per l’appunto. Ma anche del tentativo di associare almeno una piccola porzione dello straordinario valore carismatico di Obama alla leadership personale di Veltroni.

D’altra parte non vi sarebbe niente di male. Nella nostra storia repubblicana è sempre accaduto che quanto di particolarmente rilevante cambiava nella politica d’oltre confine (elezioni democratiche o colpi di stato) diventasse strumento di battaglia interna. Ogni volta con una buona misura di arbitrio e approssimazione, tirando la giacca ora all’icona di Ronald Reagan ora a quella di Tony Blair per adattarle ai costumi italiani. Ma non è questa nostra abitudine ad indurre qualche riflessione, mentre ci prepariamo a vivere l’inevitabile stagione dell’obamismo italiano. Piuttosto, è la fragilità della teoria del pendolo applicata alla concreta situazione italiana di questi anni. Così come l’altrettanto concreta possibilità di miracolare il corpo politico di Veltroni con una dose anche piccola della magia carismatica di Barack.

L’ultimo pendolo che effettivamente funzionò per la nostra sinistra fu quello degli anni Novanta. Anche allora la prima spinta venne dagli Stati Uniti, con un ciclo clintoniano che avrebbe contagiato con i suoi contenuti di innovazione la sinistra britannica e da lì quella italiana, tedesca e francese. Ognuna con la sua specificità nazionale, ma tutte nella condivisione di alcune coordinate ideologiche di fondo: riforma del welfare, scommessa sulla globalizzazione, legame tra crescita e redistribuzione, internazionalismo democratico, etc. Nel caso italiano, il pendolo poté fare bene il suo lavoro anche perché i protagonisti di quella stagione – in gran parte profughi politici dal doppio naufragio PCI e DC – avevano bisogno più del pane di una nuova narrazione unificante che restituisse senso e identità alla loro storia. E tale fu l’ideologia del socialismo europeo di quegli anni, passata per il filtro del blairismo-clintonismo e messa a confronto nell’agone italiano con un berlusconismo ancora acerbo e pieno di ingenuità. Oggi, al contrario, è il berlusconismo ad avere appena iniziato la sua nuova fase espansiva; a mostrarsi capace di fagocitare insegnamenti e travestimenti; ad avere appena abbandonato l’adolescenza per entrare nell’età adulta. Mentre dall’altra parte – intorno al PD di Veltroni – si vivono gli ultimi fuochi delle culture politiche maturate nel corso degli anni Novanta, con le stesse facce e le stesse parole d’ordine che abbiamo ascoltato dal 1996 in avanti.

Anche se dagli Stati Uniti oscillasse verso di noi ben più di un pendolo, persino una gigantesca palla d’acciaio, sarebbe difficile immaginare un qualche effetto sulla sinistra italiana così come essa si mostra nella sua antropologia contemporanea. Perché anche in politica l’innovazione migliore deve trovare un ambiente favorevole per impiantarsi e produrre buoni risultati. E già oggi, dalle nostre parti, l’innovazione obamiana viene raccolta e interpretata da chi testimonia tutt’altra storia con la propria narrativa politica e personale.

Da ultimo l’ha scritto con lucidità Giuliano Da Empoli nel suo libro su Obama pubblicato da Marsilio: il caso Barack ci dice che “i grandi leader politici sono quelli che riescono a raccontare le storie più belle”. Da questo punto di vista c’è ben poco da fare. La sua storia più bella Veltroni l’ha già raccontata. In varie puntate, dalla fine degli anni Ottanta in avanti. All’ultima ci hanno creduto in molti, ma sempre meno della maggioranza degli italiani. E anche per questo il confronto con Obama rischia di essere impietoso, non solo per lui ma per l’intero gruppo dirigente che si è istallato ai vertici del PD. Sommessamente, ci permettiamo un consiglio. Invece di vestire i panni davvero troppo stretti del Barack italiano, si decida ad avviare un percorso che con tutte le cautele del caso possa creare le condizioni ambientali favorevoli all’impianto di qualcosa di simile nella sua parte politica. Anche prendendosi tutto il tempo necessario. Perché oggi, se anche si presentasse in Largo del Nazareno l’incarnazione romana di Super Obama, sarebbe certamente lasciato fuori al freddo. Ben lontano dal governo ombra e in attesa del via libera di Veltroni, D’Alema o Franceschini.

Il popolo del PD c’è sempre. A quando il partito?

26 Ott 08

Andrea Romano

È una robusta dose di tonificante quella che la grande manifestazione di ieri ha consegnato nelle mani della leadership del PD. Più esattamente, è un aumento di capitale sottoscritto da un popolo che si mostra ancora una volta più generoso dei propri dirigenti. Ma di questi tempi, si sa, anche le ricapitalizzazioni più sostanziose rischiano di durare lo spazio di un mattino. E il Partito democratico dovrà attrezzarsi rapidamente per non disperdere nel giro di pochi mesi la carica di entusiasmo e partecipazione raccolta al Circo Massimo.

Dovrà farlo lavorando già da oggi ad un profilo riformista chiaro e netto, che dia sostanza ai temi evocati da Veltroni in un discorso che è stato in molti punti convincente e condivisibile. Dovrà farlo provando a non sprecare il tempo che lo separa dalle prossime elezioni, come invece accadde tra il 2001 e il 2006 quando un’intera legislatura di opposizione venne buttata via nella ricerca di quel compromesso culturale che avrebbe condannato fin dall’inizio l’ultimo governo Prodi. Dovrà farlo, infine, mostrandosi all’altezza della frase di Vittorio Foa che è stata scelta come fondale: “Pensare agli altri oltre che a sé stessi. Pensare al futuro oltre che al presente”. Poche parole ma molto impegnative, sotto le quali non si poteva fare a meno di notare i volti di quegli stessi dirigenti che con la propria granitica immutabilità hanno contribuito a stroncare qualsiasi meccanismo di ricambio politico e generazionale.

Non sappiamo cosa ne avrebbe pensato Foa, ma certo è che alla vigilia della manifestazione abbiamo ascoltato con stupore l’affermazione di Veltroni secondo la quale un’eventuale sconfitta alle elezioni europee non avrebbe alcuna ricaduta sulla sua leadership. Preferiamo pensare che si sia trattato di un incidente di comunicazione, visto che “pensare al futuro oltre che al presente” significa quanto meno mostrarsi responsabili verso i risultati del proprio lavoro. E dunque mettere in conto, come avviene in tutti i partiti normali, che la sconfitta elettorale spinga qualsiasi condottiero a mettere in discussione se stesso e la propria conduzione. Che poi Berlusconi non l’abbia mai fatto, come ha voluto ricordare lo stesso Veltroni, non dovrebbe significare gran che. A meno di non volersi scegliere il Cavaliere come modello comportamentale, mentre si guarda a Barack Obama come fonte di ispirazione ideale.

Ma oggi è il momento di prendere sul serio il Veltroni del Circo Massimo. È il momento di dar credito a chi è voluto tornare ai temi del Lingotto parlando di riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, di riforma dello Stato e di investimenti nelle politiche educative per un’università diversa da quella che abbiamo, di un partito che sa far crescere i propri dirigenti dal paese reale. Sono temi con cui il segretario del PD intende riempire di contenuti quello che ha definito “il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto”, con un’insistenza sul riformismo che non può che rallegrare un giornale che esibisce con orgoglio la propria testata. Ma se già il discorso del Lingotto aveva alimentato – in chi scrive, ma soprattutto in moltissimi elettori – entusiasmi poi rapidamente smentiti dalla sostanza della navigazione veltroniana, non si può che guardare con fiducia sorvegliata al nuovo tentativo di decollo politico che Veltroni è sembrato annunciare ieri.

D’altra parte il 25 ottobre è pienamente riuscito a far ritrovare il PD intorno al proprio corpo militante, così come era accaduto per il centrodestra a Piazza San Giovanni nel dicembre 2006 e alla CGIL nel marzo 2002. Grandi manifestazioni popolari che non hanno scalfito di un millimetro gli equilibri delle maggioranze di governo, come invece poteva accadere ai tempi della prima repubblica. I tre milioni di Cofferati furono l’avvio di una legislatura berlusconiana sostanzialmente serena e i due milioni di Berlusconi non accelerarono in alcun modo la crisi di Prodi, che sarebbe caduto un anno dopo per consunzione interna. Anche i milioni di Veltroni possono essere spesi per ristrutturare l’appartamento del PD, impegnandosi a fondo per farsi trovare pronti quando verrà il momento di chiedere il voto agli italiani. Sarà solo quello il momento per verificare se il PD avrà fatto diventare maggioranza reale quell’“Italia migliore” che ieri è stata evocata a ripetizione, anche con qualche concessione rituale ai soliti temi della superiorità morale e antropologica del proprio popolo su quello del centrodestra. Se mai ci sono stati due popoli rinchiusi nei propri confini, da anni sappiamo che non è più così. Così come sappiamo che Berlusconi è riuscito a conquistare quel popolo mobile che il centrosinistra si è lasciato sfuggire. Anche per questo da oggi per Veltroni comincia una partita politica che non avrà un secondo tempo, nonostante le rassicurazioni che egli ha voluto indirizzare soprattutto a se stesso.

L’opinione pubblica, signora mia

21 Ago 08

Andrea Romano

Signora mia, non c’è più l’opinione pubblica di una volta». Viene spontaneo rifarsi ad Alberto Arbasino leggendo i molti necrologi che in questi giorni ci hanno raccontato di un’Italia ormai docile e incapace di dissenso. Ha iniziato un Nanni Moretti più prevedibile del solito, lamentando una realtà italiana grossolana e un’opinione pubblica ridotta all’impotenza. Ha proseguito Walter Veltroni, con molte citazioni colte e un unico messaggio politico: il Paese è ridotto ad «un’informe massa nera», l’Italia è vittima di uno «sfarinamento morale e sociale» e tutti stiamo ormai precipitando in un «vuoto di senso e di memoria».

Ohibò, è in corso una catastrofe e non ce ne siamo neanche accorti! Non sarà invece che le lenti degli apocalittici sono appannate dalla mancanza di risposte, dall’incapacità di comprendere il Paese o anche solo dall’assenza di quell’umiltà necessaria a mettersi in discussione? In realtà proprio Moretti, quando torna a parlare da regista, si mostra assai più capace di cogliere i segni di novità che si muovono intorno a sé.

E riconosce giustamente nel cinema di Sorrentino, Garrone, Munzi e altri i tratti di «una nuova generazione di autori, produttori e sceneggiatori», che hanno saputo restituire vitalità ad un cinema italiano che fino a pochi anni fa era snobbato innanzitutto dal pubblico.

La stessa lucidità con cui Moretti guarda al suo mestiere potrebbe essere utilmente applicata alla sua visione di un Paese che qualche mese fa ha eletto in Parlamento una maggioranza di centrodestra e punito un Partito democratico incapace di innovare e convincere. Perché di questo si è trattato e non di una catastrofe di civiltà da cui la società italiana non si riprenderà più.

Chi come Veltroni si occupa di politica e non di cinema potrebbe smettere i panni lamentosi del Savonarola e dedicarsi con maggiore impegno a comprendere come e perché la sua offerta sia risultata tanto impopolare. In questo senso prendersela con il Paese invece che con sé stessi risulta una scorciatoia priva sia di fascino che di verità. Perché l’opinione pubblica italiana è viva e vegeta, carica di dissenso e fermenti critici che attendono di essere intercettati e tradotti in politica da una proposta che sia finalmente all’altezza di tempi nuovi e non ancora del tutto compresi.

Un esempio tra tutti: negli stessi giorni in cui si celebrava il funerale della società civile un sondaggio Gallup, citato ieri dal Corriere della Sera, descriveva i giovani italiani come i più pessimisti d’Europa. Cos’è questo se non il sintomo di una società tutt’altro che quieta e addomesticata, che reclama di essere sedotta da una politica finalmente capace di offrire fiducia e innovazione? A quei sintomi Veltroni, Moretti e gli altri apocalittici rispondono con un’alzata di spalle insieme altezzosa e moralistica, scambiando per assenza di vitalità civile quello che è invece l’inaridirsi di strategie e risposte politiche che hanno cessato da tempo di essere leggibili, ma che non di meno continuano ad essere replicate come se niente fosse.

È in quelle risposte il nodo del problema e non certo nel vigore di un’opinione pubblica tutt’altro che rassegnata. Così come è facile immaginare che un Paese costretto ancora una volta a scegliere tra berlusconismo di ritorno (eventualmente trasformato in tremontismo) e veltronismo terminale possa guardare con interesse ad una proposta che esca da questo arcinoto seminato, che sappia innovare uomini e prospettive, che riesca a fare quanto avviene in qualunque Paese normale: archiviare finalmente ciò che non funziona e scommettere su ciò che risponde meglio al proprio dinamismo.

Crepe a sinistra

6 Ago 08

Andrea Romano

Sono trooooppo d’accordo! (ndb)

Veltroni rischia di essere ricordato come l’ultimo segretario del PD, un partito sempre più fragile e diviso.

Sostiene Tremonti che «in senso storico dieci anni sono un tempo breve… in una dialettica che si sviluppa fisiologicamente nella sequenza tesi, antitesi e sintesi». Viene da chiedersi se il neohegelismo tremontiano non sia già il catechismo ufficiale dei dirigenti del Partito democratico. Che in questi giorni mostrano di voler affidare ai tempi lunghi della storia la soluzione della malattia che li affligge, fingendo di non vedere l’esplosione di sintomi che entro pochi mesi potrebbe mandare in pezzi il Pd.

Altro che un armonico dispiegarsi di tesi, antitesi e sintesi. Qui si moltiplicano le crepe in un edificio apparso fragile fin dall’inaugurazione e che rischia di non passare la prossima primavera, se ognuno dei maggiorenti persevererà nella strategia che si è scelto. Quella di D’Alema è al solito la più razionale. Dopo avere nuovamente collocato Veltroni al posto di comando come aveva già fatto nel 1998, benedicendone la carica di novità dieci anni dopo la prima investitura, ha deciso di tagliargli gli alimenti e di attenderne il completo logoramento. Quale sia la sua alternativa non è dato sapere, visto che D’Alema si guarda bene dal fare ciò che sarebbe normale in qualsiasi partito per l’appunto normale: si contesta il leader, ci si candida apertamente a prenderne il posto, si cerca il consenso necessario. Ma la normalità non sembra essere di questo mondo. E D’Alema un po’ si balocca di televisione e di filosofia, un po’ fa l’esatto contrario di quanto predica Veltroni e un po’ manda avanti ora questo ora quest’altro «junior partner» nella speranza di ripetere lo schema di cui fu vittima Piero Fassino: piazzare un segretario convinto di governare il partito ma in realtà commissariato dall’alto.

Dall’altra parte, prendersela con il povero Veltroni rischia ormai di apparire banale. Eppure non sembra esserci fine all’agonia di un leader che qualche mese dopo avere preso in mano il Pd è già costretto a rifugiarsi nella nostalgia del bel tempo che fu. Nella conferenza stampa di fine stagione, ad esempio, ha rievocato con malinconia il «perduto entusiasmo dei primi mesi» e ci ha soprattutto informato che d’ora in avanti il Pd dovrà rimpiangere il risultato raggiunto alle ultime e già disastrose elezioni. Il che significa che si prepara ad incassare risultati sempre peggiori. Formulata da un leader di partito, non è esattamente una profezia destinata ad infondere entusiasmo nei militanti o nell’opinione pubblica. Soprattutto perché somiglia molto da vicino alla verità. Se le cose continueranno così – e non si vede perché debbano cambiare, considerando l’attuale condotta dei dirigenti – il Pd è destinato a sprofondare sia alle europee del 2009 che alle regionali del 2010. E forse per allora la carta della nostalgia non basterà più a far scattare quel minimo di solidarietà a cui Veltroni forse puntava.

Nel frattempo già oggi il Pd mostra di non avere alcuna consistenza in importanti aree del Paese. Cos’altro significa, se non che in Campania quel partito semplicemente non esiste, l’annuncio di Bassolino di non avere intenzione di firmare la petizione contro il governo? La giustificazione è del tutto discutibile – non essendo Bassolino un prefetto tenuto all’imparzialità ma un governatore eletto con pieno mandato democratico –, ma la sostanza rivela che persino la più alta carica politica di quella regione ritiene di non tenere in alcun conto le indicazioni del suo partito affidandosi invece alla benevolenza del governo pur di restare in sella. E cosa dire del rifiuto di partecipare alla festa torinese del Pd venuto ieri da Chiamparino, uno dei sindaci più autenticamente popolari del centrosinistra costretto (forse proprio per questo) a difendersi dal cannoneggiamento quotidiano del suo stesso partito?

La verità è che di questo passo Veltroni sarà ricordato come il primo e ultimo segretario del Partito democratico. Colui che si era trovato per le mani una delle poche innovazioni reali della politica italiana di quest’ultimo decennio e che ha invece contribuito – in concorso con altri – a seppellirne le fragili spoglie. Colui che invece di prendere atto del disastro e di convocare un congresso per discutere linea e leadership, come avviene in tutto il mondo democratico, ha scelto di tirare a campare affidandosi ai tempi lunghi della storia. Ma il Pd non può contare sulle virtù terapeutiche della dialettica ma solo su quel coraggio delle scelte che ad oggi sembra mancare del tutto dalla visione di coloro che si trovano ancora a dirigerlo.

Riforme e modello Prodi

21 Lug 08

Andrea Romano

Con l’intervista a Pier Ferdinando Casini, pubblicata ieri dalla Stampa, è ormai chiaro il panorama di tutto ciò che non rientra nell’orbita politica del centrodestra. Un’opposizione unitaria a Berlusconi non esiste né è ragionevole immaginare che possa miracolosamente costituirsi entro questa legislatura. Troppo distanti le posizioni di ciascun partito, piccolo o grande che sia, sulle principali questioni della vita italiana. E troppo diverse le aspirazioni di ciascun leader sul breve e medio periodo. Colpisce, ad esempio, la nettezza con cui Casini ha liquidato come una «ingenua furberia» il tentativo di D’Alema di ammiccare alla Lega o a Tremonti per mettere in crisi la maggioranza e come una «battuta ottimistica» la profezia di Veltroni sulla fine del berlusconismo.

Ma, soprattutto, non si intravede alcuna figura interna a questi partiti che possa ritenersi capace di ricondurre a unità ciò che è destinato a rimanere politicamente separato. E allora vale la pena domandarsi se presto o tardi il centrosinistra non sarà costretto a replicare quello che fu nel 1996 il «modello Prodi». Ovvero la scelta di una figura esterna che abbia un mandato federativo. Una personalità che faccia perno sulla propria leadership per dare visione e omogeneità a un cartello di entità diverse. Si dirà che in questo modo è destinata a perpetuarsi l’anomalia italiana di partiti incapaci di esprimere per via normale un candidato alla guida del governo. E si lamenterà tra l’altro il fallimento della «vocazione maggioritaria» che avrebbe avvicinato il Pd a quanto viene fatto dai grandi partiti occidentali.

Tutto vero. Ma guardiamo a ciò che di altrettanto vero sta accadendo nel centrosinistra reale, non in quello immaginario. Di Pietro sta benissimo dov’è, impegnato a godere i frutti della rendita di posizione dell’intransigenza antiberlusconiana che Veltroni gli ha regalato con l’alleanza elettorale. Casini, al contrario, ha appena chiarito di voler incalzare Berlusconi su alcune fondamentali riforme mentre è impegnato a dare alla sua Udc una convincente ragione per restare all’opposizione. Vedremo poi se e come Rifondazione si riprenderà dal trauma del voto con la nuova guida di Vendola. Quanto al Pd, siamo al festival dei solisti. O meglio, per riprendere quanto scritto ieri da Goffredo Bettini sull’Unità, a una «fase di sospensione, un presunto contrasto nel gruppo dirigente su punti non secondari della nostra strategia». È una formulazione in pura neolingua orwelliana che non nasconde il vero punto politico: «Da soli non rivinceremo mai». L’autocritica del principale ideologo del veltronismo è piena e totale. La vocazione maggioritaria può essere serenamente archiviata in attesa di tempi migliori. Tutto questo mentre il Pd non sembra avere alcuna intenzione di accennare nemmeno un passo per preparare un candidato leader diverso e più appetibile di Veltroni, neanche di qui a qualche anno, condannandosi di fatto a una nuova subalternità.

È in questo quadro la vera ragione per cui il centrosinistra sarà costretto a cercare all’esterno del proprio perimetro una figura in grado di guidarlo alla prossima sfida per la guida del Paese. Nel 1996 il nome di Prodi nacque da una precisa cultura politica, quella della sinistra democristiana, che con lui ha espresso la sua ultima stagione di vitalità. Oggi si tratterà necessariamente di guardare al paese reale, quello da cui il Pd ha scelto di distanziarsi con il proprio elitarismo, cercando una figura in grado di dare un autentico valore aggiunto a un campo di forze diverse e tutte minoritarie. I volti possibili sono pochi ed è ancora prematuro lanciarsi nella giostra dei nomi. Ma quello che già oggi è possibile fare è lavorare affinché quel candidato non sia ancora una volta un profeta disarmato. E dunque mettere in cantiere una riforma elettorale che dia al capo del governo gli strumenti indispensabili per guidare la propria coalizione, indipendentemente dal numero di soggetti politici che lo sostiene. Sarebbe, questa sì, una riforma che potrebbe essere condivisa dai due poli con effettivi benefici per la futura salute della politica italiana.

L’emergenza è l’economia

17 Lug 08

Andrea Romano

Siamo proprio sicuri che gli elettori che hanno votato centrodestra si aspettassero questa agenda di governo? E davvero si può credere che un Paese che avverte ormai tutto il peso della crisi finanziaria e produttiva possa essere rassicurato in questo modo? Perché da una parte abbiamo un ministro dell’Economia che annuncia i venti catastrofici della grande depressione e dall’altra un presidente del Consiglio che ci comunica che la vera emergenza italiana è la riforma della giustizia. O meglio, una riforma che lo metta al riparo dalla persecuzione giudiziaria. Governare è una questione di priorità, nazionali prima che personali.

E qualsiasi ragione possa avere il cittadino Berlusconi per ritenersi perseguitato dalla magistratura, i tempi della politica se non proprio il rispetto per le regole dovrebbero spingerlo a maggiore prudenza nel volgere in senso così smaccatamente personale l’esigenza di una nuova politica giudiziaria. Perché evidentemente ci sbagliavamo a pensare che il lodo Alfano bastasse a tranquillizzarlo. Oggi sappiamo che da settembre, cascasse il mondo (eventualità che non è affatto da escludere, almeno per quanto riguarda i nostri risparmi), il governo italiano sarà lanciato nell’impresa che sta più a cuore a Berlusconi. Con buona pace di ogni più fosco scenario economico.

In questo senso dovremmo apprezzare tutti, qualunque sia stato il nostro voto, il ruolo che in questi giorni sta svolgendo la Lega. Vuoi per ragioni di bottega, vuoi perché si è resa conto di rischiare proprio su questi temi una buona fetta del suo elettorato, la formazione di Bossi ha assunto una posizione di rigorosa difesa del programma con il cui il centrodestra si è presentato alle urne. Che formalmente significa prima il federalismo fiscale e solo dopo il resto. Ma che in senso più generalmente politico equivale a porre un argine al sequestro a fini personali a cui Berlusconi ha sottoposto l’esigenza di una seria e condivisa riforma della giustizia. Un’esigenza che non riguarda solo la magistratura, ma l’intero funzionamento di un’azienda che non fornisce più un prodotto all’altezza di un Paese avanzato come dovrebbe restare l’Italia. È questione di organizzazione, costi, tempi e produttività della giustizia. E solo in fondo alla lista è un problema di rapporti tra politica e magistratura, che hanno subito nell’ultimo quindicennio una torsione innaturale, ma che rischiano di restare congelati in questa posizione ancora a lungo se l’iniziativa di Palazzo Chigi continuerà ad essere dominata da preoccupazioni private.

Il reciproco assedio tra Berlusconi e la componente militante della magistratura può essere spezzato già in questa legislatura, con enormi benefici per tutto il Paese. Ma non certo grazie alla nuova offensiva personale del Cavaliere, che rappresenta al contrario la migliore garanzia per la tutela dello status quo. Intorno alla necessità di avviare un’ampia riforma del funzionamento della giustizia convergono infatti le voci più avvedute del centrosinistra. Voci che fanno fatica a farsi ascoltare, mentre una parte del Pd è nuovamente tentata dall’abbaglio della «questione morale», ma che nondimeno offrono una via d’uscita a tutta la politica italiana. Leggiamo ad esempio che Luciano Violante – che è fuori dal Parlamento ma che un qualche ruolo continua ad avere nell’orientare la propria parte politica su questi temi – insiste da tempo sull’urgenza di «una scelta seria e innovativa di politica giudiziaria» che «aumenti la credibilità e la competitività» di tutto il settore (come ha affermato ieri al Corriere della Sera).

«Non mi fermerà nessuno», avverte Berlusconi. E invece, Presidente, farebbe meglio a fermarsi. Provando a rassicurare un Paese spaventato da ben altre emergenze, ascoltando la Lega e coloro che anche nel centrosinistra hanno a cuore una riforma della giustizia che non sia solo la soluzione ai suoi problemi personali.

Tonino dà le carte

9 Lug 08

Andrea Romano

I girotondi in versione 2008 sono dominati dal moralismo impotente, contraltare perfetto del berlusconismo. E Veltroni si limita a dare lezioni di buona educazione.

L’ultimo miracolo di Silvio Berlusconi si realizza con la resurrezione dei girotondi, che sotto le bandiere di Antonio Di Pietro si avviano a diventare un elemento permanente della nostra scena politica. Evidentemente si sbagliava chi aveva guardato alle «alme sdegnose» come ad un fenomeno transitorio legato ai tormenti della sinistra dopo la sconfitta del 2001. In realtà il teatro stabile della politica italiana scarseggia di fenomeni transitori. E in questo nostro eterno presente ci tocca rivivere il neo-girotondismo accanto al neo-berlusconismo. Anche se a ben guardare il tempo è passato per tutti, non solo per il presidente del Consiglio. E ieri lo sguardo sull’Italia di questo movimento ormai stanziale appariva dominato da un’atmosfera assai più cupa e rassegnata che in passato.

Scomparsa l’aria gioiosa e supponente del 2001, i toni sono quelli di una disperata apocalisse. Per Sabina Guzzanti «tutti i settori della nostra società sono corrotti», per Nanni Moretti «è cambiato il Dna degli italiani», per il solito Grillo siamo alla «bancarotta dello Stato italiano». Insomma, c’è poco da fare: è il Paese che fa schifo. Sarà perché nel frattempo è scomparso il legame con la Cgil di Cofferati, che nel 2001 aveva fornito al movimento una sorta di sponda sociale.

Sarà il segno dell’egemonia sull’antiberlusconismo militante finalmente raggiunta da Di Pietro oppure l’efficacia con cui l’erosione antipolitica ha lavorato sui depositi di fiducia collettiva. Fatto sta che i girotondi in versione 2008 sono dominati da una cappa di moralismo impotente che appare come il contraltare perfetto alla fiera esibizione di immoralità che viene dall’accampamento berlusconiano. Perché chi pretende di possedere il monopolio della morale in politica finisce per essere doppiamente immorale: non dice la verità su se stesso e priva la collettività di risorse etiche che devono restare condivise.

Ma se la rinascita della compagnia girotondina è stato un nuovo miracolo berlusconiano, il concorso dell’imperizia di Veltroni è stato fondamentale: l’alleanza con l’Italia dei Valori ha consegnato a Di Pietro un enorme capitale politico, che l’ex magistrato sta facendo valere con grande intelligenza tattica sulla pelle viva dei Democratici. E fin qui, si potrebbe ricordare a Veltroni che chi è causa del suo mal deve solo piangere se stesso. Ma anche oggi, quando le strade del Pd e dei dipietristi tendono inevitabilmente a divaricarsi, il leader democratico non appare perfettamente consapevole della strada da seguire. Da una parte, come ha ripetuto nell’intervista alla Stampa, grandi omaggi ai «girotondi componente vitale della democrazia». Dall’altra, eleganti reprimende alle grida e ai toni troppo infiammati usati qua e là dai dipietristi. Come se la distanza dai girotondi fosse tutta nel volume della protesta e non nella sostanza della lettura del Paese. Come se il valore da rivendicare fosse solo la buona educazione. Come se non vi fosse altro da dire – di propriamente politico – rispetto a chi come Di Pietro sostiene che in Italia vi sia «una dittatura alle porte» e che le discutibili misure volute dalla maggioranza possano essere serenamente definite come «mafiose».

L’inevitabile effetto è quello di posizionare il suo Pd appena un’ottava sotto il livello della protesta girotondina. Con differenze che, a dispetto di quanto vorrebbe Veltroni, stentano a farsi riconoscere. Di Pietro convoca già oggi la sua manifestazione? Noi invece la faremo in autunno. Di Pietro si prepara a lanciare la sua battaglia referendaria? Noi invece raccoglieremo milioni di firme contro Berlusconi. Di Pietro urla? Noi invece sì che ci comportiamo come si deve: usiamo il giusto tono di voce e portiamo il dovuto rispetto alle più alte cariche dello Stato. È una diversità di accenti che non riesce a sostituire l’iniziativa politica di quella che rimane la principale forza d’opposizione. Un ruolo che all’indomani della manifestazione di Piazza Navona qualsiasi osservatore farebbe fatica ad attribuire al Pd invece che all’Italia dei Valori. Non tanto per le poche o tante migliaia di manifestanti che quel piccolo partito è riuscito a portare in piazza, ma per la sua capacità di definire l’agenda dell’opposizione. Perché oggi è Di Pietro a dare le carte, con Veltroni confinato al ruolo di raffinato maestro d’eleganza.


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