Posts Tagged 'Add new tag'

Quando un’utopia si trasforma in realtà

11 Nov 08

Adriano Sofri

L’ America – la Merica – e il sogno americano sono diventati via via sinonimi. L’ Europa, benché abbia fatto un gran balzo, non è diventata il sogno europeo, se non per qualcuno di quelli che annegano nel canale di Sicilia. Da noi il sogno è in ribasso, vanno forte i surrogati. Il sogno vero non sopporta l’ invidia, tutt’ al più la smaschera. Il surrogato del sogno si bea della disgrazia altrui. Il sogno segreto dei corvi d’ Orvieto è mettere a morte i corvi di Orte. Che perdano gli altri, è già qualcosa, ma non è un sogno. Il bello della campagna di Obama è che la sua vittoria, proprio la sua, è diventata molto più importante della sconfitta di Bush. Era il nostro campione, il campione della città. Da noi non è successo. C’ è una lezione nel fatto che i tre personaggi contemporanei che hanno trattato con più confidenza il sogno avevano un’ ascendenza africana: Martin Luther King, Nelson Mandela e ora Barack Obama. Mandela dice che tutti devono permettersi il proprio sogno. Il suo è un esempio. Ha avuto molto tempo per coltivarlo, il suo sogno, la sua aspettativa. Martin Luther King ha evocato un sogno nel sogno, il sogno dei neri dentro il sogno americano, e l’ ha incarnato in vita e in morte. Obama descrive l’ America come un grande sogno per azioni, in cui ciascuno abbia la parte che gli spetta. Nei suoi discorsi migliori, la redistribuzione del sogno americano assieme alla redistribuzione del reddito. Nella sua retorica, il sogno conserva un suono esattamente democratico. Per giunta, il richiamo al sogno a occhi aperti è venuto nel mezzo di una tempesta planetaria. Robert Kagan aveva appena pubblicato il suo pamphlet intitolato al Ritorno della storia e la fine dei sogni – the end of dreams – avendo di mira la formula di Fukuyama sulla fine della storia, ma soprattutto la sfida di Obama.

La storia, per il saggista neoconservatore, si reinsedia sul deserto dei sogni, dell’ illusione suscitata dal crollo dell’ Urss e dal trionfo dei commerci. La storia è il brusco risveglio. Obama l’ ha smentito. Obama fa appello al sogno nell’ occhio del tifone finanziario, di un’ asfissia del pianeta, di guerre senza fine, di una ricaduta di guerra fredda, del terrorismo, della proliferazione nucleare e del declino imperiale. L’ invocazione riservata ormai alle curve degli stadi e tutt’ al più a qualche pubblico ministero – Facci sognare – ha investito da ogni angolo della terra il candidato americano. Un evento così travolgente e increscioso per il realismo politico che se ne vuole già vendicare preannunciando la delusione. Per il realismo, il sogno non è che la premessa del risveglio, e l’ illusione annuncia la delusione. È tempo, si dice, di passioni fredde. Il più premuroso filosofo della speranza, Ernst Bloch, descriveva la storia come un’ alternanza di correnti calde e fredde, di esaltazione e di banalità. Pensava che si fosse esagerato un po’ nel passaggio del socialismo dall’ utopia alla scienza, e che valesse la pena di rifare un po’ di cammino a ritroso, come i salmoni, ma per non morire. Viene in mente la difficoltà che si incontra in certe vecchie vasche da bagno a mescolare l’ acqua fredda e calda. Il dignitoso Mc Cain ha puntato su Joe l’ idraulico e la sua supposta concretezza competente. Obama ha incentrato il più bello dei suoi discorsi sul pastore Jeremiah Wright per prendere le distanze dal suo fanatismo e insieme confermarlo della propria famiglia, ed estendere quell’ esempio rischioso al razzismo bianco e cattivo e ai suoi buoni moventi. Due retoriche, due biografie, e quella di Mc Cain non mancava certo di passato, ma quella di Obama incarna passato presente e futuro. Piuttosto che il soviet più l’ elettrificazione, il sogno più internet.

La speranza, il sogno diurno, ricorda che davanti a ogni essere umano c’ è molto, guarda alla riuscita piuttosto che allo scacco -l’ ottimismo di maniera, devoto al successo, e al sorriso da commesso, ne è la parodia. Noi riserviamo poco ai sogni, quelli notturni, quelli di cui siamo in parte responsabili e che si dichiarano irresponsabili di noi: poco tempo, troppo da fare. Il rango dei sogni non ha fatto che decadere. Lo misura la distanza fra il Lotto e il Superenalotto. 100 milioni di euro non sono il premio di un sogno: solo un oltraggio al pudore. I sogni non sono più profetici o ammonitori, e nemmeno più rivelatori.

La psicoanalisi è crollata più bruscamente del marxismo, e la crisi delle Borse rianima Marx più che Freud. Chiedete in giro. “Tu fai dei sogni?” “No, sono sottosegretario ai trasporti”. Ai sogni si bada quando ci si mette in malattia, e allora si cerca qualcuno che ce li spieghi, cioè ci spieghi come mai non ci sentiamo tanto bene. Che cos’ è un sognatore, per noi? Uno abbastanza innocuo da non poter essere un terrorista, abbastanza coglione da non poter diventare uno statista. Succede per le notti, e a maggior ragione per la vita pubblica. Si fa fatica a convincere, e convincersi, che il riformismo possa essere radicale e non accomodante e compromissorio; così si fa fatica ad ammettere che la democrazia, mediocre com’ è, sappia sognare e far sognare. È sempre in agguato la concorrenza cialtronesca del massimalismo e del populismo. Il sogno civile ha sempre meno fortuna. L’ abbiamo chiamato utopia, ce ne siamo ubriacati, e poi abbiamo giurato di non farlo più, nemmeno una goccia. Surrogati di sogni si spacciano indisturbati – superstizioni, popolarità lisciate nel verso del pelo – la demagogia che chiede alla gente di dare il peggio di sé, e di coincidere così coi suoi capi. Il sogno evocato da Obama è quello di chi, riuscendo finora a dare il meglio di sé, chiede agli altri di fare altrettanto, di farlo insieme, e sostiene che ce la possono fare. Non importa che sia anche uno slogan, e che a coniarlo sia stato un gran pubblicitario come Axelrod. Si sente che è vero, si ha voglia che sia vero.

Hillary era troppo competente, troppo dinastica. Sarebbe stato nuovo avere una donna presidente, non era nuova lei. Il sogno e la fiaba femminili si fermano ancora ai rotocalchi, ci vogliono principesse altere bellissime e sventurate, come Grace Kelly, o infantili sventate e sventurate, come Diana. Le donne in politica non fanno ancora sognare: devono essere competenti, preparate, più brave degli uomini, magari dure. Il sogno è ancora virile, benché gli uomini ne siano molto meno capaci, nelle donne sembra ancora una debolezza, o un grillo per il capo. La corrente calda della vita pubblica, il sogno a occhi (ben) aperti, è nato con la religione, e la religione vorrebbe riannetterlo senza resto. Ma non è la sola via, è solo la più facile. Che la vita abbia un senso, e che il senso abbia un respiro più lungo della fatica quotidiana, è il desiderio più umano. Bisogna, come esortava il Gandhi citato dai radicali, “essere il cambiamento che si vorrebbe vedere nel mondo”. Non si ammettono copie di Gandhi – né di Obama. Obama e il mondo sono arrivati a un imprevedibile appuntamento. Non era detto che succedesse, non era detto che succedesse con la persona giusta. Nel famoso spot di Spike Lee, Gandhi parlava nella sua capanna, e lo stavano ad ascoltare in tutto il pianeta, nella Piazza Rossa e in un ufficio londinese, nella prateria africana e a New York, al Colosseo e al mercato di Canton. Finiva con la domanda: «Se avesse potuto comunicare così, che mondo sarebbe?». Il discorso di Gandhi diceva: «Se volete di nuovo dare un messaggio all’ Occidente – parlava a una folla di indiani – dev’ essere un messaggio di amore, di verità. Voglio catturare i vostri cuori. Fate battere i vostri cuori all’unisono con quello che dico. Ieri un amico mi ha chiesto se credessi davvero in un mondo unito. Come potrei fare altrimenti? Certo che credo in un mondo unito». Ecco: a parte la pubblicità, è successo. Con un tipo giovane e con le maniche della camicia arrotolate. Hanno votato per lui, quelli che usano il web, con percentuali tra l’ 80 e il 95 per cento in tutto il mondo. Quelli che non usano nemmeno la luce elettrica l’hanno votato in cuor loro ancora più fervidamente. E adesso ci deluda pure, Obama. Quando era stata l’ultima volta che qualcuno ci aveva illusi?

Annunci

Cossiga e le «nozze necessarie» tra Berlusconi e D’Alema

13 Lug 08

Francesco Verderami

Il ruolo del presidente emerito per un nuovo incontro tra i due leader

Se Francesco Cossiga si propone da sensale è perché davvero pensa che stavolta si possa combinare il matrimonio tra Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, connubio di cui si parla da più di un decennio con cadenza regolare. Perciò ha discusso con i «promessi sposi», e racconta di non averli trovati riluttanti.

«Al Cavaliere ho detto che aveva sbagliato interlocutore. Si era fidato di Gianni Letta, che gli aveva apparecchiato l’intesa con Walter Veltroni, mentre dovrebbe tornare con D’Alema, lui sì che ha statura. Eppoi hanno molte cose in comune. Massimo, per esempio, è l’unico anti-giustizialista del Pd. Quando alla Camera ha riconosciuto l’esistenza del nodo politica-magistratura, si è tirato dietro persino Edmondo Bruti Liberati. E il fatto ha destato scalpore».

Cossiga non dice se sia riuscito a convincere Berlusconi, «ma ci sono buone speranze. Perché durante la nostra conversazione il premier mi ha confidato che D’Alema resta a suo avviso “il migliore”. Proprio così, “un vero uomo politico, uno che se prende un impegno lo mantiene sempre”». E non c’è dubbio che i due abbiano «la stessa sensibilità», almeno così sostiene l’ex presidente della Repubblica: «Sulle questioni giudiziarie, tanto per dire, solo Massimo può capire Berlusconi, perché con certi pm ha rischiato e rischia ancora di rimanere vittima di una macchinazione per il caso Unipol-Bnl. Solo D’Alema può capire cosa patisce uno come Silvio, che appena tornato a palazzo Chigi ha visto ripartire la caccia all’uomo. Ha tentato di difendersi ma lo hanno già colpito nell’immagine, tanto da esser stato sputtanato dal dossier-stampa presentato dagli americani al G8».

«A Massimo ho consigliato la stessa cosa, l’ho invitato a tornare a parlare con Berlusconi. Se si fossero sentiti in questi giorni, la partita sulla giustizia l’avrebbero giocata insieme e diversamente. Sarebbe bastato un colpo di telefono. Se l’avesse fatto, se il Cavaliere avesse chiamato D’Alema, avrebbe evitato la fesseria di introdurre lo scudo per le alte cariche dello Stato. Oh, fosse venuto il morbillo a Niccolò Ghedini… A parte il fatto che i pm proveranno a friggerselo lo stesso, vorrò vedere se la Consulta non affosserà il “lodo Alfano”. Perché, come all’Anm, è alla Corte Costituzionale che si annidano i peggiori nemici del Cavaliere. Dicono che Giorgio Napolitano abbia dato la parola, e che non accadrà nulla. Bene, verificheremo fino a che punto il capo dello Stato sarà in grado di far valere la sua moral suasion sui giudici antiberlusconiani».

Resta da capire cosa sarebbe successo se il premier avesse alzato il telefono e parlato con D’Alema. «Massimo — prosegue Cossiga — gli avrebbe consigliato di non perder tempo e di ripristinare l’immunità parlamentare. Perché, come scriveva lo storico François Guizot, in politica l’abuso dell’immunità è meno lesivo del governo dei giudici. E non aveva visto il governo dei pm…». Sì, ma Guizot non vota in Parlamento. «D’Alema sì, e avrebbe votato a favore, lo so per certo. Lui avrebbe avuto il coraggio di farlo. Veltroni no, visto che si è legato ad Antonio Di Pietro. E uno che si è legato a Di Pietro, mi domando e domando a Berlusconi, che garanzie può dare?». D’Alema invece, «D’Alema sì. È uno serio. È con lui che il Cavaliere deve parlare». Insomma, si parlano o non si parlano? Sostiene Cossiga che «per ora non si parlano direttamente»: «Siccome Massimo è uno serio, mica si siede a discutere senza sapere su cosa si tratta». In che senso? «Beh, in tutti i sensi. Anche sulle grandi riforme, ovviamente. Lui ogni volta che ci vediamo mi racconta della Bicamerale, sospira che se non fosse fallita avremmo ora una repubblica semi-presidenziale e la separazione delle carriere per i magistrati. Vecchia storia quella, e dolorosa per D’Alema, secondo il quale sarebbe stato Berlusconi a mandare tutto all’aria. Ma questa è la versione ufficiale. L’altra, quella vera, è che fu l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro a far saltare l’operazione.

Però oggi le cose sono cambiate, dunque ci sarebbe la possibilità di arrivare al matrimonio». Piccolo particolare: in mezzo ci sarebbe Veltroni, «ecco… non so se D’Alema se lo sia già cucinato. Questo proprio non lo so. Appena ne faccio cenno, Massimo mi risponde “ma no, presidente, Walter è un bravo ragazzo…”». Vuol dire che se lo sta cucinando a fuoco lento? «Autorizzo a scrivere che Cossiga, posto dinanzi alla domanda, sorride storto, tipico di quando non vuole dissentire né apertamente assentire».

E prosegue: «Il fatto è che D’Alema ha una visione politica opposta. Lui vuol portare il Pd nel Pse. Vuol tornare alla prima Repubblica, cioè ai partiti strutturati. Rivuole la proporzionale con il recupero dei resti. Vuole riformare la Costituzione che a mio avviso — e lo dico sottovoce — è la peggiore di tutte le costituzioni. E mentre Walter gioca nel loft, D’Alema gioca a tutto campo, inciucia con Bossi, aspetta la telefonata di Berlusconi. E aspetta di tornare a vincere, sapendo di contare sui buoni rapporti con gli Stati Uniti, dove ha lasciato un buon ricordo». Con Condoleezza Rice? «Macché, quand’era premier e marciò su Belgrado a fianco di Bill Clinton. Quelle sono cose che a Washington non dimenticano».

Crolla la Chiesa-ponte

12 Lug 08

Filippo Di Giacomo

Come insegna Agostino, «la Chiesa vive di molti misteri». Prima degli scismi del XV e XVI secolo infatti, i sacramenti erano undici. E la lista comprendeva anche l’acqua benedetta, le esequie, la lavanda dei piedi, la professione religiosa ed altro. I protestanti li hanno ridotti: i più «larghi» ammettono il battesimo, la cena e – parzialmente – la confessione; i più rigoristi sono anabattisti, cioè non praticano il battesimo. Dopo il Concilio di Trento, secondo la dottrina trecentesca di Pietro Lombardo, i cattolici ne hanno scelto sette. Gli ortodossi ne praticano altrettanti, ma senza fissarne il numero, continuano a chiamarli «misteri» e restano aperti ad altre intuizioni.

Il problema delle ordinazioni femminili anglicane è tutto qui: se nella lista dei sacramenti una Chiesa pone anche quello dell’Ordine, secondo la tradizione dei primi concili, per avere quel segno sacramentale che permette alla comunità di celebrate l’eucaristia, il vescovo e il prete devono essere maschi perché tale era Cristo. Se invece nella lista dei sacramenti ordine ed eucaristia diventano istituzioni, racconti di ciò che Cristo ha fatto, allora può anche essere affidato a una donna.

I cattolici e gli ortodossi sono convinti di non poter rinunciare al sacerdozio ordinato.

Invece i protestanti – prima i calvinisti, poi i luterani e ora gli anglicani – pensano che per i ministri di culto il passaggio da sacramento a istituzione sia già stato decretato dalla coscienza e dalla cultura dei fedeli. Come dire: anche la dottrina si forma ed evolve con le stesse regole che formano, e fanno evolvere, l’opinione pubblica. Una tesi, affascinante e moderna sulla quale, però, gravita un dubbio sostanziale: è proprio così che dice il Vangelo?

Mentre i dottori disputano, la Chiesa d’Inghilterra crolla. La Comunione Anglicana ha lungamente coltivato il sogno di svolgere un ruolo di Chiesa-ponte tra il cattolicesimo, l’ortodossia e le varie riforme protestanti. La sua parte tradizionalista, la «Chiesa alta», ha tentato di mantenere un profilo cattolico anche quando l’altra anima, quella calvinista, ha iniziato a mettere in crisi quel movimento ecumenico che, alla fine del XVIII secolo, l’anglicanesimo aveva aiutato a portare alla luce.

Certo, nel frattempo il Papa di Roma è stato ricevuto in quella cattedrale di Westminster dove Elisabetta II impersona ancora il simulacro di capo dell’anglicanesimo. La regina, a sua volta, è stata tre volte in Vaticano. Nelle grandi cerimonie reali inglesi, il primate cattolico è sempre al fianco del primate anglicano. Tuttavia, visto che l’unione tra i cristiani non si fa a colpi di cerimonie e di bei discorsi, la crisi dell’anglicanesimo sta sempre più conferendo agli uomini del Papa l’onere di costruire mediazioni e ponti, spostando verso l’orbe cattolico quel ruolo di conciliazione fra tradizione e modernità che i grandi teologi inglesi, dalla scuola di Oxford in poi, hanno svolto nel XIX e XX secolo.

Roma ha sempre resistito, e probabilmente lo farà ancora per molto, alla fondazione di una Chiesa cattolica di rito anglicano. Accoglie, grazie a norme date da Giovanni Paolo II nel 1980, i vescovi e i pastori anglicani che fuggono le liti rifugiandosi nel cattolicesimo, concedendo che continuino ad esercitare il ministero pur restando sposati. Ma, nel frattempo, manda i cardinali Kasper e Dias alla Lambeth Conference, la riunione decennale dei primati anglicani di tutto il mondo che si riunirà a Canterbury dal 16 luglio al 4 agosto. Forse, un ennesimo tentativo di far comprendere agli anglicani che per essere moderni non bisogna per forza correre da soli.


PD podcast

Per abbonarsi al podcast Copia il link associato a questa immagine in un aggregatore tipo iTunes, Juice, FeedReader....
Sottoscrivi il podcast nello store di iTunes... Su iTunes

Feed RSS

Per abbonarsi al podcast
ottobre: 2017
L M M G V S D
« Lug    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Blog Stats

  • 38,177 hits
website counter