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Ma così è nato Google

27 Set 08

Francesco Giavazzi

In Svezia vent’anni fa fallirono tutte le banche, anche allora a causa di una crisi del mercato immobiliare. Il reddito scese di oltre il 5% e la disoccupazione salì dal 2 al 10%. La crisi durò tre anni. Lo Stato nazionalizzò le banche e per salvarle spese 6 punti di pil, più o meno quanto costerebbe il piano del Segretario Paulson negli Stati Uniti. Si avviò anche un ripensamento profondo del modello sociale svedese: nei quindici anni successivi l’economia crebbe a un tasso medio di oltre il 3% l’anno, quasi il doppio dei Paesi europei continentali, trascinata da un boom di produttività.

Le crisi scuotono i Paesi, ma talvolta consentono quelle riforme che in tempi normali è impossibile realizzare. Un punto di crescita in più per un decennio significa guadagnare quasi 15 punti di reddito, più che sufficienti a compensare la recessione nei tre anni di crisi. Dopo qualche anno il governo di Stoccolma rivendette le banche e recuperò quasi per intero quanto aveva speso per salvarle. Con il piano Paulson il Tesoro acquisterebbe dalle banche (mediante un’asta) mutui immobiliari con uno sconto del 60-70% sul loro valore nominale. I prezzi delle case americane sono scesi del 20%: anche ammettendo che scendano ancora, acquistando per 30-40 centesimi mutui che valgono un dollaro, Paulson — e quindi i contribuenti americani — fanno un buon affare: oggi risolvono la crisi e domani, quando il Tesoro rivenderà i mutui, potrebbero incassare una plusvalenza sufficiente a cancellare una parte del debito pubblico. Non solo: il Tesoro scambia titoli pubblici su cui paga un interesse del 2% con obbligazioni che rendono il 10%. Un incasso netto di quasi 50 miliardi di dollari l’anno (meglio ancora, il Tesoro potrebbe acquistare azioni delle banche, come accadde in Svezia: oggi ne rafforza il capitale, a crisi finita le rivende incassando un premio).

Fra 5 anni potremmo esserci dimenticati della crisi e ricominciare a guardare con ammirazione gli Usa che crescono più di noi e con meno debito pubblico. L’opinione comune in Europa è che la «deregulation selvaggia» dei mercati finanziari americani abbia rovinato il mondo: se Washington avesse seguito l’esempio europeo, si dice, i guai che oggi osserviamo non sarebbero accaduti. Vero, ma la deregulation degli anni 80 consentì anche a investitori audaci («barbari» li chiamò Tom Wolfe in un libro che divenne famoso) di comprare aziende a debito, smontarle come i pezzi di un meccano e poi rivenderle lasciando che il mercato le rimontasse in modo più efficiente. Senza i leverage buy-out di quegli anni, gli straordinari guadagni di produttività degli anni 90 non si sarebbero mai realizzati: tra i due decenni la crescita negli Stati Uniti accelerò di un punto, dal 3 al 4% mentre l’Europa continentale rallentava dal 2,5 al 2,2%.

E senza le banche di investimento, oggi tanto criticate, forse non vi sarebbe stata la «bolla» del Nasdaq, ma non sarebbe neppure nata Google, un’azienda che ha per sempre cambiato il mondo. I «derivati» hanno creato guai gravi, ma negli anni passati hanno anche consentito alle banche americane di offrire mutui a famiglie recentemente immigrate alle quali le vecchie banche non avrebbero mai fatto credito. Queste famiglie hanno potuto acquistare una casa e integrarsi più rapidamente nella società. Alcune di loro, una minoranza, oggi la perde, ma nel frattempo (grazie ai mutui con interessi differiti nel tempo) ha abitato gratis per alcuni anni: ora deve semplicemente restituire le chiavi (il sito youwalkaway. com spiega come) e acquistare (a un prezzo conveniente) una casa più consona al suo reddito. I politici, sia in Europa che negli Stati Uniti, oggi reclamano il diritto di riscrivere le regole dei mercati finanziari. In una democrazia è normale, ma può essere anche pericoloso. La «deregulation selvaggia » oggi tanto biasimata non è piovuta dal cielo.

E’ il risultato di una legge (il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999) fatta approvare dal senatore repubblicano Phil Gramm, un politico che fino a qualche settimana fa John McCain pensava di nominare segretario al Tesoro, e che negli anni è stato ricompensato dall’industria finanziaria con 4,6 milioni di dollari di contributi elettorali. Il Gramm-Leach-Bliley Act trasferì la responsabilità per la sorveglianza delle banche di investimento dalla Federal Reserve alla Sec (la Consob americana), la quale da quel giorno sostanzialmente dormì. Da sei-sette anni il Comitato di Basilea e il Financial Stability Forum ripetono che le banche d’investimento sono fragili perché hanno troppo poco capitale in rapporto ai rischi cui si sono esposte. Ma gli allarmi dei banchieri centrali sono caduti inascoltati o non hanno voluto essere ascoltati (fino all’anno scorso i politici non si preoccupavano delle banche, ma dei fondi hedge, tra le poche istituzioni che sono uscite quasi intatte dalla crisi). Siamo davvero convinti che il senatore Gramm scriverebbe regole migliori del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke? I guai cui oggi assistiamo non sono intrinseci al capitalismo, ma a «un» capitalismo, quello corrotto dalla politica.

Le forbici intelligenti

8 Ago 08

Francesco Giavazzi

Le forbici intelligenti

In Veneto vi sono sette conservatori, una densità sconosciuta persino nella ricca Germania, paese con ben altra tradizione musicale. I tagli alle spese dello Stato decisi nei giorni scorsi significano che verrà eliminato il corso di tromba a Castelfranco, quello di percussioni a Vicenza, e così via, ma ciascun conservatorio continuerà a funzionare. Risultato: musicisti più scadenti e qualche risparmio. Forse perché quei professori di tromba e percussioni non potranno essere licenziati. Perché, invece, non chiudere cinque conservatori e concentrare risorse e studenti nelle due sedi migliori? Le scuole chiuse potrebbero essere vendute, con un’entrata, questa sì certa per lo Stato.
Le Forze Armate svolgono compiti essenziali, ma godono anche di alcuni privilegi. L’arsenale di Venezia ha perduto la propria funzione strategica quando si è dissolta la ex Yugoslavia. E tuttavia continua ad ospitare un ammiraglio, un paio di motovedette e qualche decina di marinai. I tagli non impongono che l’arsenale venga chiuso: riducono solo il denaro a disposizione dell’ammiraglio. Ma egli prenderà esempio dalla Sanità su come si possono aggirare i limiti alla spesa: le sue motovedette continueranno a navigare e si riforniranno di nafta a debito. (D’altronde che altro potrebbe fare: finché il suo presidio non viene dismesso egli ha la responsabilità di farlo funzionare). Tagli indiscriminati alla Difesa colpiranno anche le nostre missioni all’estero: perché trattare i marinai in Libano come quelli all’arsenale?
Abbiamo cento università, ciascuna con i suoi corsi triennali, biennali e di dottorato. A Roma ad esempio vi sono quattro corsi di dottorato in economia. I tagli significano che anziché avere sei studenti ciascuno ne avranno solo tre. Il risparmio c’è: dodici borse di studio in meno, ma non è certo questo il modo efficiente per organizzare dei corsi di dottorato. Sono solo esempi di cattiva organizzazione, ma ve ne sono di ben più scandalosi e vergognosi.
Giulio Tremonti pensa che i suoi tagli imporranno la razionalizzazione della spesa. Può essere. In effetti se non si comincia le spese non scenderanno mai. Ma così come sono stati attuati, i tagli verranno applicati pro-quota e colpiranno in egual misura un po’ tutti: sia le attività che sono puri sprechi e dovrebbero essere chiuse, non ridotte, sia quelle che invece dovrebbero essere potenziate. Il ministro dell’Economia non è responsabile solo per quanto si spende ma anche per come si spende. Sta a lui il compito, ingrato, di obbligare i ministri ad operare scelte incisive che assicurino l’efficacia dei tagli. Perché tagliare senza riorganizzare, spesso equivale a non tagliare.
Si poteva, ad esempio, accompagnare al decreto sui tagli un provvedimento che impone l’applicazione delle misure identificate dalla Commissione Muraro. Nominata dal precedente governo (che non la utilizzò) la commissione ha individuato, ministero per ministero, come riorganizzare le attività per ridurre la spesa, ma quelle indicazioni molti ministri neppure le conoscono. L’immagine che da qualche giorno Tremonti usa, la «gabbia di Faraday» che protegge il bilancio dello Stato, è suggestiva, ma non basta una bella immagine per riorganizzare la spesa. Quattro anni fa anche il ministro Domenico Siniscalco si affidò ad una bella immagine, la «regola di Gordon Brown»: il risultato fu che l’anno successivo la spesa crebbe due punti più dell’inflazione.

Scuola, il tabù dei concorsi

15 Giu 08

Francesco Giavazzi

Ha fatto bene il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, a porre la questione della motivazione, anche economica, degli insegnanti. Nessuna azienda privata penserebbe mai di aver successo con dipendenti sfiduciati, senza entusiasmo per il loro lavoro. Tanto meno la scuola che ha il compito di formare il capitale umano e sociale (cioè insegnare le regole di una convivenza civile), beni che non si producono senza motivazione, dedizione, orgoglio per il proprio mestiere. Sono pagati troppo poco i nostri insegnanti? A Milano forse sì, a Noto, dove la vita costa la metà, non so. Ma se gli stipendi fossero davvero così bassi, perché ci sono le code ai concorsi, perché cinquantamila precari premono per essere assunti nella scuola anziché cercare lavoro altrove?

La realtà è che la scuola oggi offre un contratto perverso: un salario modesto in cambio di nessun controllo, neppure se l’insegnante è evidentemente incapace, neppure se passa da una assenza per malattia all’altra. Gli ottimi insegnanti, e sono moltissimi, in particolare negli asili e nelle scuole elementari, non lo sono per effetto di un sistema di incentivi ben disegnato. Sono semplicemente dei «santi». Questo, ognuno lo vede, non può essere il criterio sul quale fondare un sistema scolastico. Prima ancora di affrontare il problema dei criteri con i quali determinare le retribuzioni degli insegnanti, la scuola deve chiedersi se il modo in cui oggi li assume sia adatto a selezionare gli insegnanti migliori.

Perché se si assumono le persone sbagliate non c’è alcun sistema di valutazione capace di rimediare a quell’errore. Persino le aziende di modesta dimensione oggi dedicano grande attenzione alla selezione del personale; e la scuola invece che fa? Si affida ai concorsi pubblici, un sistema palesemente incapace di evitare l’assunzione di persone che non dovrebbero fare gli insegnanti. In un concorso pubblico chi sceglie, cioè la commissione preposta al concorso, non subisce le conseguenze di una scelta sbagliata. Nella migliore delle ipotesi i commissari si limitano alla verifica dei requisiti formali, non si chiedono se il candidato sia adatto all’insegnamento, tanto meno all’insegnamento in una particolare scuola — né d’altronde potrebbero, dato che lo stesso vincitore è assegnato indifferentemente ad una scuola media di un quartiere ad alta immigrazione e difficili problemi di integrazione, o ad un liceo scientifico sperimentale in cui si insegna matematica avanzata.

Il primo passo per una riforma della scuola è quindi l’abbandono dei concorsi pubblici e la loro sostituzione con un sistema in cui le assunzioni vengono decise da chi poi sopporta le conseguenze di un’eventuale decisione sbagliata, in primo luogo i presidi di ciascuna scuola. Come ha scritto Andrea Ichino su http://www.lavoce.info, il maggior limite del Libro Bianco sulla Scuola pubblicato dal governo Prodi è la sua reticenza sui concorsi, frutto di un’ideologia che fa fatica ad accettare che gli incentivi, il «mercato » possano funzionare meglio dello Stato. Spero che il nuovo ministro sia più coraggioso. Chiamiamoli pure concorsi locali, stabiliamo pure alcuni requisiti formali, ma lasciamo spazio ad una valutazione discrezionale da parte del preside; se vuole offrire un corso di biologia deve poter assumere, magari a tempo parziale, un dottorando biologo, non essere costretto ad accettare il primo della graduatoria che ha raggiunto quel posto solo per anzianità.

Oltre ai casi di negligenza e assenteismo, anche un insegnante che si limita alla noiosa routine quotidiana crea un danno irreparabile perché viene meno al suo compito di formare un cittadino responsabile. Un bravo preside deve saper scoprire se il candidato sia un buon insegnante, talento che non tutti hanno in egual misura e che nessuna scuola di formazione professionale può insegnarti se non lo possiedi. Concorsi locali si svolgono da alcuni anni nell’Università, con risultati disastrosi. Ma l’errore, nell’Università, non è stata l’abolizione dei concorsi nazionali e la loro sostituzione con concorsi locali. L’errore è non aver accompagnato questa riforma con un serio sistema di valutazione. I presidi di scuola e le facoltà devono poter assumere gli insegnanti che ritengono più adatti, ma se sbagliano devono subire le conseguenze dei loro errori. Altrimenti, come accaduto nell’Università, assumeranno i raccomandati o i figli e i nipoti dei colleghi. La selezione e i poteri dei presidi devono evidentemente cambiare.

Oggi i dirigenti scolastici sono di frequente burocrati senza potere: non è quindi sorprendente che siano spesso scadenti. Stabilizzare cinquantamila insegnanti precari, come il ministero si appresta a fare, è un errore che avrebbe conseguenze irreparabili sulla scuola. Magari sono tutti ottimi insegnanti, ciascuno il più adatto per la scuola in cui insegna, ma questo deve essere deciso dai presidi, non dall’automatismo delle graduatorie. La valutazione (obbligatoria per tutte le scuole, non effettuata a campione su poche scuole) è complemento essenziale dell’abolizione dei concorsi. Ma valutare le scuole senza averle prima poste nella condizione di scegliere i propri insegnanti non ha alcun senso. Né ha senso valutare le scuole senza aver prima introdotto maggior flessibilità nei percorsi di studio. Siamo davvero sicuri che il ministro o una commissione ministeriale siano capaci di scegliere i programmi migliori? Non funzionerebbe meglio—come dimostra l’esperienza dei Paesi anglosassoni e scandinavi — un sistema nel quale gli insegnanti, investiti della responsabilità di progettare i loro corsi, decidano che cosa insegnare e in che sequenza?

Percorsi differenziati valorizzano la professionalità degli insegnanti. Introducono anche un po’ di concorrenza fra le scuole e richiedono che le famiglie si informino sui percorsi offerti dalle varie scuole e sulla loro qualità. Allo Stato rimane il compito di valutare ex post. Oggi invece accade l’esatto contrario: nessuna autonomia degli insegnanti e nessuna, o quasi, valutazione conseguente. Il risultato sono i test PISA dai quali le scuole italiane (con importanti eccezioni, come le scuole del Trentino Alto Adige, della Valle d’Aosta e di alcune province lombarde) emergono fra le peggiori d’Europa. Ma la valutazione non basta, neppure se accompagnata da forti incentivi alle scuole migliori. Per essere efficace l’informazione sulla qualità deve essere disponibile alle famiglie e queste devono poter scegliere in che scuola iscrivere i propri figli.

Il sistema dei «buoni scuola» che una famiglia può spendere nell’istituto che preferisce, pubblico o privato, può funzionare, purché accompagnato da verifiche indipendenti e severe. Altrimenti, come è accaduto in alcune regioni durante le esperienze effettuate dal ministro Moratti, i «buoni» sono solo un regalo alle scuole private che promettono facili promozioni (vedi Tullio Jappelli e Daniele Checchi su http://www.lavoce.info). Questa settimana il governo approverà un progetto triennale per i conti pubblici. Come sempre accade in queste occasioni, i vincoli di spesa imposti dal ministro dell’Economia si scontrano con i programmi dei suoi colleghi, in primis del ministro dell’Istruzione, dal quale dipende quasi la metà di tutti i dipendenti pubblici. L’esperienza di molti esercizi simili svolti da governi passati — incluso il precedente governo Berlusconi — è che in assenza di riforme radicali del modo di agire delle amministrazioni pubbliche questi numeri sono cifre scritte sull’acqua e presto dimenticate. Il ministro Gelmini difende la scuola, ma per essere credibile deve avere il coraggio di abbandonare il tabù dei concorsi pubblici.

Il primo test della libertà

3 Giu 08

Francesco Giavazzi

Il governo ha annunciato che «attorno al 20 giugno, insieme a un decreto per anticipare la Finanziaria 2009, adotterà un piano triennale per la stabilizzazione della finanza pubblica e lo sviluppo economico». Il piano comprenderà provvedimenti su privatizzazioni, delegificazioni e semplificazioni, a partire da quelle necessarie per facilitare l’avvio delle attività di impresa. La parola «liberalizzazioni » non compare, ma il ministero dell’Economia osserva che «sta prendendo forma in maniera non virtuale ma sostanziale un vero e proprio piano Attali », ricordando la commissione incaricata dal presidente francese Sarkozy di individuare i provvedimenti di liberalizzazione dei mercati necessari per modernizzare l’economia.
I primissimi passi del governo Berlusconi in economia sono stati di segno alterno. La scorsa settimana il commissario europeo Peter Mandelson è arrivato a Roma preparato ad ascoltare richieste protezioniste. Invece Adolfo Urso, sottosegretario al Commercio internazionale, lo ha sorpreso affermando che le attuali trattative sul Doha Round (il negoziato internazionale per la liberalizzazione degli scambi) sono «una bozza senza ambizioni, molto deludente per chi crede nell’apertura dei mercati» e chiedendo che l’Europa «accetti alcuni sacrifici in cambio di una reciprocità che porti all’apertura dei mercati dei Paesi emergenti».
Il ministro Brunetta ha affrontato la riforma della pubblica amministrazione con determinazione, presentando norme che consentirebbero di premiare il merito: «Per quanto riguarda i premi ci sarà lo zero e il massimo, perché l’incentivo uguale per tutti non è un incentivo. I minimi devono essere molto minimi e i massimi molto massimi ». Ascoltato il progetto del ministro, la Cigl se ne è subito andata, dicendo che con quelle idee non si cominciava neppure a parlare. Ma due giorni dopo ci ha ripensato. Per Brunetta un primo successo.

Più variegati i primi passi del ministro dell’Economia. Il progetto di procedere con la privatizzazione di Fincantieri è un passo importante, considerando che da anni l’unico ostacolo a quella vendita è l’opposizione dei sindacati. Ma nel piano per lo sviluppo ritorna il progetto di creare una Banca del Sud. Ne abbiamo già sperimentate due, il Banco di Sicilia e quello di Napoli: prima di spendere altro denaro pubblico occorrerebbe almeno chiedersi (come si è chiesto sabato il Governatore della Banca d’Italia) che vantaggi ne siano venuti per il Mezzogiorno e quanto siano costati ai contribuenti i fallimenti di quelle due banche (uno per cento del Pil solo Napoli).
La scelta di Intesa-Sanpaolo come consulente del governo per l’ennesimo tentativo di privatizzare Alitalia è davvero sorprendente. Fino a pochi mesi fa quella banca partecipava alle trattative per acquistare Alitalia dal lato dei possibili acquirenti. Inoltre, per procedere alla scelta di un consulente senza una gara, il governo ha dovuto adottare un decreto legge che dispone una «deroga alla legge 474/94 sulle modalità di dismissione delle partecipazioni del Tesoro», una norma che ci era stata imposta da Bruxelles e la cui soppressione scopre il fianco a una contestazione che rischierebbe di far saltare la nuova procedura di vendita e perdere altri mesi. Sarebbe quindi opportuno che il ministro Tremonti ci ripensasse.
L’accordo con le banche sulla possibilità per i clienti di trasformare i mutui a tasso variabile in mutui a tasso fisso con la rata bloccata al 2006 dimostra assai poca fiducia nella concorrenza. La legge già consente ai cittadini di spostare il loro contratto da una banca all’altra se altrove vengono loro proposte condizioni migliori (si legga a questo proposito Angelo Baglioni su http://www.lavoce.info).
Se le banche ostacolano la «portabilità dei mutui» occorre far rispettare la legge. E’ solo la concorrenza fra le banche che farà scendere il costo dei mutui, non gli accordi negoziati dal ministro con l’Associazione bancaria — il cui entusiasmo per il nuovo patto è per lo meno sospetto.

La scelta di ridurre le tasse partendo dall’eliminazione dell’Ici sulla prima casa va in direzione opposta al federalismo fiscale. Solo riducendo la distanza che separa i cittadini dagli amministratori pubblici è possibile qualche forma di controllo sull’efficacia della spesa. Se tutte le tasse finiscono a Roma come può un cittadino valutare il modo in cui vengono spesi i suoi soldi? E infatti i sindaci hanno già cominciato a dire che se paesi e città non funzionano è solo colpa di Roma. Ma c’è un rischio ben più grave. L’unica risorsa propria che ora rimane al sindaco sono gli oneri di urbanizzazione che il comune incassa se trasforma un terreno da zona verde o agricola in area edificabile. E’ certamente più facile cementificare e distruggere coste, parchi e ambiente — come abbiano già abbondantemente fatto — che tagliare qualche spesa superflua. Che ne pensa Stefania Prestigiacomo, ministro per l’Ambiente e la tutela del territorio? E Sandro Bondi, ministro per i Beni culturali, che è stato così sollecito nell’impegnarsi a difendere il paesaggio di Monticchiello? (Occorre dare atto al ministro Matteoli di aver lanciato l’allarme, in un’intervista ieri alla Stampa, per gli effetti che la cementificazione ha sul territorio).
Un anno fa Giulio Tremonti aveva criticato le liberalizzazioni di Bersani affermando che in molte materie, in primis le professioni, la riforma della Costituzione assegna le competenze alle Regioni: Bersani legiferava su materie che non erano più di sua competenza, quindi perdeva solo tempo. Il 21 dicembre scorso la sentenza n. 443 della Corte costituzionale ha bocciato i ricorsi della Sicilia e del Veneto che sostenevano quanto affermato dal ministro dell’Economia. Scrive la Corte: «La tutela della concorrenza è riservata alla competenza esclusiva dello Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera e) della Costituzione».

La responsabilità di ulteriori passi avanti nella liberalizzazione delle professioni è quindi tutta del governo. Così anche per i servizi pubblici locali. Il governo non può obbligare Comuni e Province a vendere autostrade, società elettriche e del gas, né a ridurre posti e compensi nei consigli di amministrazione di queste società, moltiplicati da che si è inventata la «governance duale». Ma può annunciare che prima vendono le loro quote e solo dopo possono chiedere soldi allo Stato. Niente denari per la quarta linea del metro a Milano finché il Comune deterrà quote di A2A, l’azienda elettrica lombarda. Né denari alla Provincia finché non venderà la sua quota nell’autostrada Milano-Serravalle.

Federalismo a singhiozzo

18 Mag 08

Francesco Giavazzi

Nella cittadina americana in cui vivo, nello stato del Massachusetts, il sindaco ha deciso di costruire una nuova scuola. Sostituirebbe un edificio del 1970, che funziona ma comincia a mostrare i suoi anni. Costo stimato del progetto, circa 200 milioni di dollari (130 milioni di euro). Poiché negli Usa le scuole sono interamente finanziate dalle città — non solo gli edifici, anche gli stipendi degli insegnanti— per far fronte a questa spesa il sindaco ha deciso di aumentare per qualche anno l’Ici. (Oggi l’aliquota è l’1%, non del valore catastale, come in Italia, ma del valore di mercato della casa, aggiornato ogni anno tenendo conto dei prezzi di abitazioni simili vendute nel corso dell’anno).

I cittadini (circa 80.000 famiglie) si sono ribellati e hanno chiesto un referendum. Il 20 maggio voteranno su tre proposte: (1) accettare la decisione del sindaco, (2) cancellare il progetto della nuova scuola e non aumentare l’Ici, (3) accettare l’aumento dell’Ici, ma destinare il maggior gettito all’assunzione di nuovi professori per migliorare la qualità delle loro scuole. (Sul sito internet del Massachusetts, http://www.mass.edu/mcas, si può consultare una classifica delle scuole dello Stato, compilata sulla base di un test che viene svolto ogni anno dagli allievi di ciascuna scuola. Si è osservato che, se le scuole di una città peggiorano, il prezzo delle case scende, il gettito dell’Ici si riduce e la città declina). Questo è federalismo! «Crescere vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista», ha detto Silvio Berlusconi la scorsa settimana presentando il suo programma al Parlamento.

Ma allora perché il primo atto del nuovo governo è la cancellazione dell’Ici? Di tutte le imposte l’Ici è la più federalista, e anche la più efficiente. Il gettito non va a Roma, rimane ai Comuni. E se con quel gettito il sindaco non aggiusta le strade, i cittadini, incontrandolo in piazza, possono chiedergliene conto e avvisarlo che se continua così non verrà certo rieletto. Chi può controllare come sono utilizzate le imposte che affluiscono al governo centrale? A chi può rivolgersi il cittadino se pensa che i servizi che riceve dallo Stato centrale non valgano le tasse che paga al governo di Roma? Ieri il sottosegretario Vegas ha detto che i Comuni verranno compensati per il gettito perduto. Doppio errore: innanzitutto perché se così fosse le tasse evidentemente non scenderebbero. E poi perché quel sindaco che non aggiusta le strade potrebbe dire che non è colpa sua, ma del governo che gli lesina risorse.

Come ha scritto l’ex-rettore dell’università di Padova, Gilberto Muraro (www.lavoce.info), «l’abolizione dell’Ici è una vittoria dell’apparenza sulla sostanza. Il minor gettito dei Comuni sarà compensato con trasferimenti dal centro. Ma l’Ici si autocontrolla, perché il sindaco deve soppesare la popolarità resa dai maggiori servizi con l’impopolarità creata dalla più pesante imposta. Un sussidio per definizione non basta mai sul piano politico e genera una domanda unanime di incremento, alimentando tensioni tra centro e periferia». Fanno bene Berlusconi e Tremonti a iniziare tagliando le tasse. Purché lo facciano davvero, non per finta: lo avessero fatto nel 2001, forse cinque anni dopo non avrebbero perso le elezioni. Ma qualcuno mi spiega perché di tutte le imposte vogliono cominciare proprio dall’Ici?

18 maggio 2008


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