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La tv non è la terza Camera

16 Mag 08

Oliviero Diliberto

Non siamo più in Parlamento. Colpa nostra, certo. Ma anche per via dello sbarramento previsto dalla legge elettorale. Ma quale legge ha stabilito la soglia di sbarramento anche per l’accesso alla televisione?

A La Stampa va il merito di aver aperto il dibattito sulla rappresentazione delle forze politiche dopo la tornata elettorale del 13 e 14 aprile. Marcello Sorgi – «Ridateci Bertinotti (alla tv)» – ieri ha rotto una sorta di tabù: quello di un autentico arbitrio che si sta consumando, in un lugubre silenzio, non già ai danni di alcune forze politiche, ma a danno di tre milioni di elettori. Stiamo infatti assistendo all’espulsione dalla televisione di chi non è più in Parlamento. Ma che continua ad esistere nella società. Pongo una domanda semplice: è giusto tutto ciò? E poi, chi lo ha deciso? In campagna elettorale abbiamo, giustamente, ascoltato la voce di tutti, dai più grandi ai più piccoli. Scopo era – ripeto: giustamente – quello di dare la più larga rappresentazione delle forze in campo, garantire il pluralismo e la dialettica in un sistema che non è bipartitico. Perché l’Italia è diversa dai Paesi a due soli partiti (perfino la Gran Bretagna, ormai, non lo è più), è plurale, vivace, ha una tradizione di grande ricchezza nel confronto politico e sociale.

Ciò che sta avvenendo non è la semplificazione del sistema, ma il suo azzeramento, una sorta di avvelenamento dei pozzi, l’idea che se non sei in Parlamento – ancorché non piccolo, tutt’altro che insignificante, ben radicato nella società italiana – non hai diritto di svolgere le tue argomentazioni dalle tribune televisive. Alcuni esponenti politici sono in televisione tutti i giorni. Chi scrive queste righe – è noto – non è mai stato amante del «minutaggio». La quantità non sempre coincide con la qualità. Né alcuno può ragionevolmente sostenere che io e la forza politica che rappresento siamo mai stati sovraesposti mediaticamente: anzi. Ma un conto è il senso della misura, un altro la cancellazione dagli spazi che – piaccia o no – consentono di parlare al Paese. Noi non siamo più in Parlamento, ma continuiamo a fare attività politica. Non siamo più in Parlamento, ma siamo nella società. Qualche giorno fa, mentre Berlusconi incontrava Napolitano per riceverne l’incarico (e giù fiumi di dichiarazioni in tv), io ero fuori dei cancelli della Bosch, fabbrica metalmeccanica di Bari. Non era la rappresentazione di come una forza politica cerca di riallacciare, con fatica, ma anche con caparbietà, il filo disperso con i propri elettori?

Tutto ciò è stato espulso dalla televisione pubblica, come in quella commerciale. Unanimità di censura.

Il problema è, dunque, molto serio. È il problema generale di come funziona in Italia l’informazione televisiva: si tratta di temi delicatissimi, quali il pluralismo e la libertà d’informazione. Di cui spesso si parla, ma per i quali pochissimo si fa. Temi che riguardano i diritti dei cittadini ad essere informati non a senso unico e non sulla base di una sorta di duopolio del pensiero unico, rappresentato da Pdl e Pd.

Le forze della sinistra italiana, passate attraverso quella sorta di linea d’ombra del 13 e 14 aprile, si stanno cimentando in un nuovo inizio. Per quanto ci riguarda, lo stiamo facendo con uno straordinario, necessario, anzi indispensabile, bagno d’umiltà. Vorremmo che tutto ciò venisse valutato almeno con un po’ di rispetto e di obiettività. Perché gli spazi di libertà che oggi vengono negati ad uno, domani potrebbero essere negati anche ad altri: e il danno, alla fine, sarà di tutti.
segretario del partito dei comunisti italiani


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