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L’avviso di Rutelli e degli ex Dl: avanti così e ci sarà la scissione

15 Feb 09

Il presidente del Copasir: non accetteremo il ruolo di «partito contadino» alla polacca né un derby tra Ds

Sono soci fondatori del Pd e non intendono diventare quello che furono gli indipendenti di sinistra ai tempi del Pci. Non vogliono cioè morire da «indipendenti di centro » in una forza egemonizzata dagli ex Ds. Insomma, non accettano il ruolo del «partito contadino polacco», per usare l’espressione di cui Rutelli si serve per esorcizzare il rischio. Ma il rischio è altissimo, almeno così è avvertito dagli esponenti democratici di area moderata, dopo l’investitura di Bersani fatta ieri da D’Alema. Con la sua mossa l’ex ministro degli Esteri ha reso pubblica un’operazione di cui tutti erano a conoscenza. E infatti non è da ieri che si respira un clima di scissione nel Pd. Da giorni, per esempio, nei suoi colloqui riservati l’ex leader della Margherita osserva sconsolato l’orizzonte: «Abbiamo faticato tanto per dar vita a una cosa nuova e ora dovremmo andare alle primarie per la segreteria con due candidati dei Ds? È impensabile. Basta. Così non si va da nessuna parte». Rutelli non riduce il problema a una questione nominalistica, «non è solo l’infinita lotta tra Walter e Massimo, a cui ora si aggiunge Pier Luigi. E non si può nemmeno ridurre tutto allo scontro fra centristi e sinistristi. Qui — ha spiegato ad alcuni colleghi — c’è la difficoltà di un partito che fa fatica su tutto, fatica a parlare con il Paese, e si rifugia magari nelle piazze, negli slogan, oppure dietro la Cgil. O ancora nel laicismo. E appena provi a esprimere una tesi, c’è chi dà una lettura caricaturale del rapporto tra i cattolici e la Chiesa. Come fossimo teleguidati dai cardinali. Mi chiedo, allora, cos’è il Pd se non possono avere patria i contributi di idee di quanti militavano nella Margherita? Non è un caso infatti se un terzo degli elettori dei Dl se n’è andato».

Sono rimasti loro, quelli del gruppo dirigente, i nuovi «indipendenti di centro», ridotti al ruolo di spettatori nella sfida tra post-diessini. Una sfida che si preannuncia cruenta e che li vede peraltro divisi. Lunedì scorso le crepe sono diventate ancor più evidenti durante una discussione avvenuta nello studio di Castagnetti e voluta da Marini. Eluana Englaro non era ancora morta, e l’area cattolica tentava di arrivare a una linea condivisa sul provvedimento del governo. Tranne Rutelli, escluso, c’erano (quasi) tutti: Franceschini, Fioroni, la Bindi, Follini, Lucà, Zanda, e anche Tonini. Ma siccome un punto di vista comune non si trovava, la discussione si è accesa. Finché — durante l’intervento della Bindi che invitava a non votare il ddl — Fioroni è sbottato: «Parla, Rosi, parla. Vai avanti così che ci rimani solo tu a portare la bandiera dei cattolici nel Pd dopo le Europee ».

Si sarà trattato di uno sfogo dettato dalla concitazione del momento, ma è indicativo della situazione. Fioroni è preoccupato che l’offensiva di D’Alema «cambi il progetto del Pd». Quale sia il progetto dalemiano è chiaro agli «indipendenti di centro»: Bersani alla guida del partito che aggreghi pezzi di sinistra radicale e in prospettiva lanci un candidato- premier espressione del mondo cattolico o comunque moderato. «Ma noi non potremmo fare gli indipendenti di centro in un partito troppo di sinistra», commenta Follini: «Se fossimo costretti ad assistere dalla tribuna al derby tra Veltroni e Bersani, vorrebbe dire che il Pd ha preso la deriva della “Cosa 4”. E noi lì non potremmo approdare». Più o meno quanto avrebbe spiegato a D’Alema giorni fa con una battuta: «Massimo, non è pensabile che noi stiamo in Italia con la Cgil, in Europa con il Pse e in Medio Oriente con Hamas». Tra i democrats la parola «scissione » non è più un tabù, ma un’eventuale prospettiva da analizzare. «E D’Alema — secondo Lusetti — ha messo in conto una scissione dal centro nel Pd. Se ha lanciato un’Opa sul partito è colpa della debolezza di Veltroni. Ma se i post-comunisti pensano di rimettere una “S” alla sigla del Pd, un pezzo di noi se ne andrà». È da chiarire dove. E comunque non tutti prenderebbero questa decisione. Marini potrebbe restare. Certo, in caso di una transumanza di cattolici, non gli sarebbe facile accettare una soluzione Bersani, sebbene abbia stretto di nuovo con D’Alema e giudichi «disastrosa» l’attuale gestione. Perciò ha ripreso a dire «mo’ vediamo » e invita i suoi alla «prudenza »: «Niente cedimenti di nervi». I nervi sono invece a fior di pelle, e ognuno si muove in proprio. Fioroni ha serrato ancor di più l’asse con Veltroni, testimoniato dal rimpasto nella giunta del Lazio che garantisce al leader del Pd la maggioranza regionale del partito. L’operazione è stata fatta ai danni di Enrico Letta, davanti al quale Veltroni ha recitato la parte di chi cadeva dalle nuvole: «La giunta del Lazio? Non ne so niente. Vado a informarmi». Letta attenderà le Europee per informare delle sue mosse il segretario, intanto ha divorziato da Bersani, con il quale per anni aveva fatto coppia fissa. Il progetto di «Pier Luigi» non gli piace: «Per uscire dall’isolamento non ci si può rinchiudere a sinistra». Nel tempo le cose cambiano. È solo questione di tempo.

I tormenti di Silvio che scruta i sondaggi

3 Dic 08

Francesco Verderami

S cagli il primo decoder chi è senza peccato, e sul «caso Sky» né Berlusconi né il Pd sono immuni da colpe e omissioni. Il premier giura che non sapeva nulla della norma sulla pay-tv, «Tremonti non me ne aveva parlato». A parte la smorfia di La Russa, che non ci crede, il Cavaliere non poteva non sapere.
In politica il teorema vale, specie per chi è presidente del Consiglio. Infatti Berlusconi è subito caduto nei sondaggi: tre punti secchi in meno, nel giro di ventiquattr’ore. Lui solo però, non il suo governo. Ed è la prima volta che un simile fenomeno accade. Tanto che l’altra sera il premier se n’è lamentato ad alta voce per telefono con Tremonti: «Pago solo io in termini di consenso. Capisci? Solo io. Ho perso cinque punti», gli ha spiegato gonfiando il crollo per drammatizzare la faccenda…
L’aumento dell’Iva sulla tv satellitare ha fatto da moltiplicatore alla delusione dell’opinione pubblica. Perché il «decisionista» Berlusconi aveva annunciato il pacchetto anti-crisi come «un’iniezione di fiducia e ottimismo»: ma la detassazione delle tredicesime — a cui teneva — non c’è stata, e la social card non l’ha convinto del tutto prima ancora di non convincere gli italiani.
Poi è esploso il «caso Sky», che ha sfidato il Cavaliere con le sue stesse armi: marketing e spot, il volto di Ilaria D’Amico e la campagna di mail da inviare per protesta a palazzo Chigi. Un’operazione che ha stupito persino un duro come Confalonieri, silenzioso con la stampa, non con l’amico di una vita: «…Perché di iniziative a difesa di Mediaset ne ho fatte tante, Silvio, ma senza perdere mai il senso della misura».
E ci sarà un motivo se anche il democratico Follini ha censurato l’offensiva mediatica di Sky. Nessuno può scagliare decoder in questa vicenda, nemmeno il Pd. Tremonti l’ha inchiodato al suo passato, al governo Prodi, rivelando il carteggio tra l’Ue e il Professore, che si era impegnato con Bruxelles a cambiare l’aliquota alla tv satellitare. Così Berlusconi ha provato a distogliere l’attenzione dalla trave che ha nel proprio occhio, il conflitto d’interessi, denunciando in pubblico i «rapporti privilegiati del centrosinistra con Sky», e ricordando in privato che «Prodi quando stava a palazzo Chigi si faceva intervistare solo dal tg di Murdoch, mica dalla Rai».
Molti esponenti del Pd ieri alla Camera evocavano i trascorsi «privilegiati» con il famoso «squalo». Come la festa per cento persone in una splendida villa romana sul Gianicolo, organizzata da Murdoch in onore dei maggiorenti diessini e diellini subito dopo la vittoria elettorale dell’Unione nel 2006. Terminata la cena, il tycoon si ritirò sotto un gazebo per ricevere a uno a uno i dirigenti del centrosinistra, dalla Melandri in giù. Ed è emblematico il gesto con cui Carra — che fu testimone del frenetico via vai sotto quel pergolato — preferisca sorvolare sull’episodio. Questione di bon ton.
«Mi limito a dire — commenta l’esponente del Pd — che noi oggi difendiamo i privilegi di un miliardario australiano contro gli asseriti privilegi di un miliardario italiano. È una storia che ci riporta ai tempi del Medioevo, quando si chiamava da fuori confine l’imperatore per regolare i conti con un signorotto di casa. È una storia che dovrebbe analizzare non un politologo ma il professor Cardini. Rende l’idea, incredibile, che noi non pensiamo a regolare il sistema, ma che pur di battere Berlusconi siamo disposti a mantenere il sistema scompensato».
Il centrodestra, per nascondere l’evidente scivolone, insinua sul passato ma anche sul presente «rapporto privilegiato» del Pd con Murdoch. «Noi della Lega non abbiamo una tv», ha detto ieri Bossi. Traduzione del forzista Napoli: «Si riferisce alle tv del Pd, che stanno nel bouquet di Sky. A una in particolare, Youdem, quella di Veltroni, che ha ottenuto un trattamento privilegiato e dal canale 787 sta per passare al 550, assai vicino a Tg24». D’un colpo il Pd si è ritrovato sulla difensiva, con Tremonti che si è scagliato contro «quelli che hanno criticato i 40 euro della social card e ora difendono un paio di euro per Sky». In un impeto di sincerità il veltroniano Realacci ha ammesso che «avrei fatto altre battaglie prima di questa, battaglie che interessano un maggior numero di cittadini e con maggiori problemi».
Nonostante la confusione nelle file dei Democratici, sono i conti nel centrodestra a non tornare. Perché è il premier che è caduto nei sondaggi, perché era stato il premier in mattinata ad aprire uno spiraglio alla trattativa, tranne rimangiarsi tutto dopo lo stop arrivato da Tremonti. Perché La Russa è il testimonial della rabbia di An, visto che «avevo chiesto quale fosse la copertura del decreto ma nessuno mi ha avvisato prima». Perché dentro Forza Italia sono molti i dirigenti di primissimo piano a sussurrare quel che l’ex ministro Martino dice, e cioè che «Silvio si è dato la zappa sui piedi. Anzi gliel’ha data Tremonti».
E nei capannelli in Transatlantico i berlusconiani si sono subito divisi, tra quanti ipotizzano che il ministro dell’Economia abbia ambizioni politiche, e quanti invece vedono nel suo rigore finanziario un primo passo per una carriera internazionale. Intanto va in onda lo scontro tra il Cavaliere e lo Squalo. Ma non erano amici?

Cossiga e le «nozze necessarie» tra Berlusconi e D’Alema

13 Lug 08

Francesco Verderami

Il ruolo del presidente emerito per un nuovo incontro tra i due leader

Se Francesco Cossiga si propone da sensale è perché davvero pensa che stavolta si possa combinare il matrimonio tra Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, connubio di cui si parla da più di un decennio con cadenza regolare. Perciò ha discusso con i «promessi sposi», e racconta di non averli trovati riluttanti.

«Al Cavaliere ho detto che aveva sbagliato interlocutore. Si era fidato di Gianni Letta, che gli aveva apparecchiato l’intesa con Walter Veltroni, mentre dovrebbe tornare con D’Alema, lui sì che ha statura. Eppoi hanno molte cose in comune. Massimo, per esempio, è l’unico anti-giustizialista del Pd. Quando alla Camera ha riconosciuto l’esistenza del nodo politica-magistratura, si è tirato dietro persino Edmondo Bruti Liberati. E il fatto ha destato scalpore».

Cossiga non dice se sia riuscito a convincere Berlusconi, «ma ci sono buone speranze. Perché durante la nostra conversazione il premier mi ha confidato che D’Alema resta a suo avviso “il migliore”. Proprio così, “un vero uomo politico, uno che se prende un impegno lo mantiene sempre”». E non c’è dubbio che i due abbiano «la stessa sensibilità», almeno così sostiene l’ex presidente della Repubblica: «Sulle questioni giudiziarie, tanto per dire, solo Massimo può capire Berlusconi, perché con certi pm ha rischiato e rischia ancora di rimanere vittima di una macchinazione per il caso Unipol-Bnl. Solo D’Alema può capire cosa patisce uno come Silvio, che appena tornato a palazzo Chigi ha visto ripartire la caccia all’uomo. Ha tentato di difendersi ma lo hanno già colpito nell’immagine, tanto da esser stato sputtanato dal dossier-stampa presentato dagli americani al G8».

«A Massimo ho consigliato la stessa cosa, l’ho invitato a tornare a parlare con Berlusconi. Se si fossero sentiti in questi giorni, la partita sulla giustizia l’avrebbero giocata insieme e diversamente. Sarebbe bastato un colpo di telefono. Se l’avesse fatto, se il Cavaliere avesse chiamato D’Alema, avrebbe evitato la fesseria di introdurre lo scudo per le alte cariche dello Stato. Oh, fosse venuto il morbillo a Niccolò Ghedini… A parte il fatto che i pm proveranno a friggerselo lo stesso, vorrò vedere se la Consulta non affosserà il “lodo Alfano”. Perché, come all’Anm, è alla Corte Costituzionale che si annidano i peggiori nemici del Cavaliere. Dicono che Giorgio Napolitano abbia dato la parola, e che non accadrà nulla. Bene, verificheremo fino a che punto il capo dello Stato sarà in grado di far valere la sua moral suasion sui giudici antiberlusconiani».

Resta da capire cosa sarebbe successo se il premier avesse alzato il telefono e parlato con D’Alema. «Massimo — prosegue Cossiga — gli avrebbe consigliato di non perder tempo e di ripristinare l’immunità parlamentare. Perché, come scriveva lo storico François Guizot, in politica l’abuso dell’immunità è meno lesivo del governo dei giudici. E non aveva visto il governo dei pm…». Sì, ma Guizot non vota in Parlamento. «D’Alema sì, e avrebbe votato a favore, lo so per certo. Lui avrebbe avuto il coraggio di farlo. Veltroni no, visto che si è legato ad Antonio Di Pietro. E uno che si è legato a Di Pietro, mi domando e domando a Berlusconi, che garanzie può dare?». D’Alema invece, «D’Alema sì. È uno serio. È con lui che il Cavaliere deve parlare». Insomma, si parlano o non si parlano? Sostiene Cossiga che «per ora non si parlano direttamente»: «Siccome Massimo è uno serio, mica si siede a discutere senza sapere su cosa si tratta». In che senso? «Beh, in tutti i sensi. Anche sulle grandi riforme, ovviamente. Lui ogni volta che ci vediamo mi racconta della Bicamerale, sospira che se non fosse fallita avremmo ora una repubblica semi-presidenziale e la separazione delle carriere per i magistrati. Vecchia storia quella, e dolorosa per D’Alema, secondo il quale sarebbe stato Berlusconi a mandare tutto all’aria. Ma questa è la versione ufficiale. L’altra, quella vera, è che fu l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro a far saltare l’operazione.

Però oggi le cose sono cambiate, dunque ci sarebbe la possibilità di arrivare al matrimonio». Piccolo particolare: in mezzo ci sarebbe Veltroni, «ecco… non so se D’Alema se lo sia già cucinato. Questo proprio non lo so. Appena ne faccio cenno, Massimo mi risponde “ma no, presidente, Walter è un bravo ragazzo…”». Vuol dire che se lo sta cucinando a fuoco lento? «Autorizzo a scrivere che Cossiga, posto dinanzi alla domanda, sorride storto, tipico di quando non vuole dissentire né apertamente assentire».

E prosegue: «Il fatto è che D’Alema ha una visione politica opposta. Lui vuol portare il Pd nel Pse. Vuol tornare alla prima Repubblica, cioè ai partiti strutturati. Rivuole la proporzionale con il recupero dei resti. Vuole riformare la Costituzione che a mio avviso — e lo dico sottovoce — è la peggiore di tutte le costituzioni. E mentre Walter gioca nel loft, D’Alema gioca a tutto campo, inciucia con Bossi, aspetta la telefonata di Berlusconi. E aspetta di tornare a vincere, sapendo di contare sui buoni rapporti con gli Stati Uniti, dove ha lasciato un buon ricordo». Con Condoleezza Rice? «Macché, quand’era premier e marciò su Belgrado a fianco di Bill Clinton. Quelle sono cose che a Washington non dimenticano».


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