Posts Tagged 'Barenghi'

Gli struzzi italiani

8 Ago 08

Riccardo Barenghi

Si può anche far finta di credere che il presidente Berlusconi non sia andato a Pechino per dimostrare così, con la sua assenza eloquente, l’indignazione dell’Italia contro il regime cinese e le sue infinite violazioni dei diritti umani, le libertà individuali e collettive calpestate, la repressione di qualsiasi forma di dissenso, la pena di morte usata con la facilità di chi uccide una mosca.

Se fossimo bambini al di sotto degli otto anni, forse – forse – ci avremmo pure creduto. Purtroppo però è stato lo stesso premier a fugarci qualsiasi dubbio. Primo perché non ha mai detto una parola che potesse alimentare questo dubbio.

E secondo perché ci ha candidamente spiegato che «mi è stato sconsigliato di andare visto che lì ci sono 50 gradi…».

Comunque a rappresentare il nostro Paese è già sul posto il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il quale non si è spinto oltre qualche timida dichiarazione in favore dei diritti umani, spiegando però a destra e a manca che lo sport con la politica non c’entra: «I nostri atleti sono qui per vincere, oggi siamo qui per giocare». Neanche le richieste di una parte della maggioranza – la ministra Giorgia Meloni e il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri – affinché dai nostri atleti arrivasse un gesto di dissenso, sono riuscite a smuovere il nostro, anzi il loro governo. D’altra parte non era molto sensato scaricare sugli sportivi all’ultimo momento l’onere di rappresentare la politica: se si voleva mandare un segnale era proprio la politica che doveva mandarlo. Tre mesi di governo sono pochi per cambiare il Paese, ma sono pure troppi per dire pubblicamente che in Cina qualcosa, anzi molte cose non vanno bene (neanche Tremonti ha detto niente, eppure lui con la Cina ha un conto aperto…).

Ma il tempo perso poteva ancora essere recuperato in questi ultimi giorni per far sentire la propria voce nell’occasione più importante che la Cina offre al mondo, un palcoscenico sportivo che però non è, né può essere, immune dalla politica. Non a caso, quello che per Berlusconi è un amico fedele, un faro da seguire ovunque (anche in guerra), ossia il presidente George Bush, è sbarcato in Cina chiedendo al regime di Pechino di liberare i dissidenti. La dichiarazione ha colpito nel segno, la risposta polemica è arrivata in tempo reale: «Non interferite negli affari nostri». Stesso discorso vale per il presidente francese Nicolas Sarkozy, anche lui come Bush e Berlusconi uomo di centro-destra, che ha inviato al regime cinese una lista di detenuti politici ingiustamente reclusi.

Noi invece niente, ci mancherebbe che ci mettessimo a disturbare il grande circo olimpico con inutili e sterili polemiche. Lo sport unisce, la politica divide, e oggi è lo sport che deve trionfare. Figuriamoci se possiamo rischiare di «sporcare» le prestazioni dei nostri atleti con polemiche fuori luogo. D’altra parte così accadde anche nel 1976, quando la nostra squadra di tennis giocò la finale di Coppa Davis in Cile nonostante il golpe di Pinochet fosse ancora fresco delle sue stragi e malgrado in Italia in moltissimi (e non solo a sinistra) invocassero il boicottaggio.

Ci sarà tempo, ha spiegato Frattini, per far sentir la nostra voce sui diritti umani. Sarà come dice lui, ma per come si sono comportati negli ultimi decenni i governi italiani, di destra o di sinistra che fossero, c’è da dubitarne parecchio. Ci ricordiamo male o solo pochi mesi fa l’allora premier Romano Prodi non ricevette il Dalai Lama in visita in Italia? E questo nonostante i fiumi di parole versati nei mesi e negli anni precedenti contro le ingiustizie e le violenze subite dal popolo tibetano per mano del regime cinese. Solo che disturbare quel regime con un incontro non gradito o con una dichiarazione ostile a Pechino era ed è rischioso. Per la nostra diplomazia e, soprattutto, per gli affari che il sistema Italia conduce da anni con quell’enorme Paese (non a caso lo stesso Prodi, accompagnato dai ministri D’Alema e Di Pietro, portò a Pechino nel settembre 2006 un’enorme delegazione di imprenditori e banchieri). Un Paese che ormai contende agli Stati uniti la supremazia economica mondiale, e chissà che non sia anche questa la ragione dell’uscita di Bush, visto che il capo degli Usa non si è mai rivelato molto sensibile ai diritti umani, nel suo Paese (vedi Guantanamo) e all’estero (vedi l’Iraq).

Però Bush ha parlato, un gesto l’ha fatto, un gesto di un notevole peso politico e mediatico. E proprio su un tema così caro a Berlusconi che il Cavaliere ci ha costruito sopra la sua immagine e le sue vittorie politiche: la libertà.

Il lodo Olmert

1 Ago 08

Riccardo Barenghi

Sono fiero di essere cittadino di un Paese che permette alla polizia di investigare i suoi premier, che non sono sopra la legge ma neppure al di sotto». Leggendo queste parole viene voglia di trasferirsi in quel Paese così civile dove tutto va così bene che un capo del governo indagato non solo apprezza che lo si indaghi, ma si dimette anche dal suo incarico per permettere ai giudici di appurare la verità e a se stesso di difendersi meglio. Quel Paese si chiama Israele e non vive certo una vita facile da quando è nato sessant’anni fa.

Non la vive lui, non la vivono i palestinesi che non trovano pace, non la vivono i Paesi arabi che circondano quel Paese e che certo non lo fanno stare tranquillo. Stiamo parlando insomma di un Paese in cui la guerra è all’ordine del giorno nel vero senso della parola – e lasciamo perdere in questa sede le ragioni e i torti -, una guerra che a volte viene subita e a volte agitata da Israele, e che in ogni caso provoca morti, feriti, distruzioni. Una guerra in casa insomma, che quando uno gira per strada ha sempre la sensazione che qualcosa possa succedere, una bomba, un kamikaze, un attentato.

Eppure, in un Paese del genere succede che la democrazia sia così radicata e forte che un premier indagato si dimette senza drammi, aprendo la strada alla successione e a nuove elezioni. Noi non siamo israeliani, non abbiamo per fortuna la guerra in casa, non dobbiamo tremare perché l’Iran ci vuole distruggere o gli hezbollah libanesi ci sparano contro i loro razzi, non abbiamo carri armati per le strade, non bombardiamo i nostri nemici interni o esterni. Noi viviamo in pace. Ma da noi non è mai esistito che un presidente del Consiglio lasciasse l’incarico perché indagato – attenzione, solo indagato e non condannato – dalla magistratura. Ve li immaginereste voi Berlusconi o Prodi che, come ha fatto Olmert, convocano una conferenza stampa per dire: «Sono fiero di essere cittadino di un Paese che permette alla polizia di investigare i suoi premier…»?

Il nostro stile è un altro, si respingono sdegnosamente le accuse (e fin qui la reazione è sacrosanta, spesso le accuse si sono rivelate infondate), si denunciano complotti, si accusano i magistrati di essere politicizzati, di indagare su commissione per conto di tizio o di caio, avversari politici o poteri forti che siano, magari si apre contro di loro un bel procedimento disciplinare con conseguente trasferimento per incompatibilità ambientale. Non ci si dimette neanche con le cannonate: «Resistere, resistere, resistere». E alla fine, se proprio si mette male, ecco un bel lodo Alfano che garantisce l’immunità e buonanotte ai suonatori.

Azzardando un paragone illecito e pure offensivo per israeliani e palestinesi, diciamo che anche noi siamo un Paese in guerra. Una guerra che fortunatamente non provoca morti (tranne quelli che si sono suicidati in carcere ai tempi del Di Pietro magistrato), e che però avvelena l’aria della politica e della convivenza civile, stronca carriere e ne crea altre, disfa governi e ne promuove altri. Una guerra cominciata quindici anni fa e che è servita a scoperchiare la gigantesca pentola della corruzione politica e industriale, ma della quale non si riesce a intravedere la conclusione. Che potrebbe verificarsi solo in un caso (escludendo ovviamente l’ipotesi che da oggi in poi tutti diventiamo uomini onesti e probi). Ossia che i politici comincino a fidarsi dei magistrati anche quando li mettono sotto inchiesta e i magistrati smettano di attaccarsi a qualsiasi cosa pur di indagare un politico e apparire sulla scena.

Ma un esito del genere appare molto improbabile, così improbabile che forse faranno prima gli israeliani a fare la pace con i palestinesi.

Un punto per Tremonti

16 Mag 08

Riccardo Barenghi

Bisognava aspettare Giulio Tremonti per riuscire ad ascoltare qualcosa di sinistra, o quantomeno di buonsenso progressista da un ministro dell’Economia.

Eppure il centrosinistra ha governato questo Paese per sette anni, e di ministri intelligenti, capaci e anche progressisti ne ha avuti addirittura quattro (Ciampi, Amato, Visco e Padoa-Schioppa). Ma non è mai successo che uno di loro dicesse quel che Tremonti ha avuto il coraggio di dire ancor prima di essere entrato nel pieno delle sue funzioni. Ossia il coraggio di dire che i sacrifici stavolta toccano alle banche, ai petrolieri e ai supermanager che guadagnano cifre da capogiro.

Demagogia, facile populismo, parole al vento alle quali non seguiranno i fatti? Può darsi, magari il neo responsabile dei conti pubblici non riuscirà a fare quel che ha detto, probabilmente le lobby si muoveranno (si stanno già muovendo) con tutte le loro armate per impedire questo «esproprio proletario» ai loro danni. Ma intanto Tremonti l’ha detto, e non è un caso che nel suo mirino siano finiti due settori (banche e petrolieri) tra i più discussi del capitalismo. Quelli che fanno soldi con i soldi (degli altri) o con il bisogno primario di tutti gli italiani di muoversi, produrre e far muovere le merci. E insieme con loro, quei grandi gestori delle imprese che, pur non essendo affatto parassitari, guadagnano cifre poco sostenibili per l’opinione pubblica.

Ci voleva molto per i ministri dell’altro campo dire una cosa analoga, dodici anni fa (entrata nell’euro pagata a caro prezzo da tutti gli italiani), dieci anni fa quando si trattava di consolidare il rientro dal deficit, otto anni fa quando bisognava prepararsi alle elezioni del 2001 (perdute). O due anni fa quando le tasse sono invece state aumentate per tutti (tranne che per le banche e i petrolieri)? Purtroppo sì, ci voleva molto. Ci voleva uno sforzo titanico per vincere la paura della propria ombra.

Pensate a quale putiferio si sarebbe scatenato, alle reazioni violente di tutta l’opposizione (magari anche dello stesso Tremonti), quelle di molti opinion makers che su giornali e televisioni si sarebbero indignati contro il «dirigismo comunista che vuole tarpare le ali al capitalismo dinamico», che non ha il coraggio di tagliare la spesa pubblica, di licenziare i fannulloni, che vuole colpire i ricchi per ragioni ideologiche, e così facendo provoca recessione e deprime i consumi…

Ma oggi nessuno osa prendersela con Tremonti per queste stesse ragioni, certo non lo si può accusare di essere un bolscevico, al massimo un colbertista no global. E allora applausi e apprezzamenti, finalmente qualcuno che ha il coraggio di colpire chi non è mai stato colpito. Ce l’avessero avuto i suoi predecessori di centrosinistra questo stesso coraggio forse oggi, chissà, Berlusconi non avrebbe vinto le elezioni. Perché magari alcuni milioni di elettori che avevano votato per quella parte politica si sarebbero sentiti rappresentati dai loro eletti e forse, chissà, anche una parte di quelli del centrodestra, ché pure loro fanno mutui, pure loro pagano benzina e gasolio sempre più cari, pure molti di loro non amano chi si arricchisce senza sforzo.

Invece niente, poche parole, pochissimi fatti (la lotta all’evasione fiscale ne è forse l’unico esempio), nessuna suggestione ideale, programmatica, alla fine politica. Potevano quantomeno provarci e pure se non ci fossero riusciti sarebbe stato quantomeno apprezzato il tentativo. Macché, troppo attenti a non farsi sparare addosso, spasmodicamente sensibili a qualsiasi refolo provenisse da quei settori del capitalismo che li guardavano con sospetto, tragicamente tremebondi di fronte a ogni articolo di fondo uscisse sui giornali, troppo legati psicologicamente al loro passato per non avere paura che qualcuno glielo ributtasse addosso. Basti ripensare a cosa è accaduto dopo quell’infelice e goliardico manifesto di Rifondazione – «Anche i ricchi piangano» – dentro l’Unione: prese di distanza, critiche impietose, condanne morali: noi non vogliamo far piangere nessuno, per carità, ma far ridere tutti. Invece piansero tutti (tranne le banche e i petrolieri) e tra una lacrima e l’altra votarono per Berlusconi (e per Tremonti).


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