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Pd, la sfida è adesso

9 Dic 08

Federicio Geremicca

Da una parte l’incudine di una questione morale salita agli onori della cronaca, dall’altra il martello berlusconiano di una riforma della giustizia brandita come una spada.

In mezzo c’è il Pd che cerca di mettere ordine nell’agenda delle sue emergenze politiche e fatica a trovare il bandolo della matassa. Tale difficoltà non è del resto incomprensibile, se solo si pensa che la settimana scorsa si era aperta con l’ennesima polemica tra veltroniani e dalemiani e si era poi invece chiusa con le immagini del sindaco di Firenze incatenato a un palo per protesta. E prima c’erano stati la querelle sulla collocazione europea del partito, l’interminabile confronto su congresso sì-congresso no, la lacerante discussione intorno alla necessità (o all’inopportunità) di un «Pd del Nord», e chi più ne ha più ne metta. Un avvitamento polemico che stenderebbe un partito forte e in salute come un toro: e dunque figuriamoci una formazione politica che ha avuto il suo battesimo elettorale appena otto mesi fa ed è ancora alla ricerca di una più netta identità… Il fatto, però, è che nulla – in verità – lascia presagire che la settimana appena aperta sarà meno avara di dispiaceri per Walter Veltroni e il suo partito.

Il Pd è alla vigilia di una sconfitta elettorale (quella abruzzese) che, per quanto largamente scontata e attesa, rischia di acuire ulteriormente lo stato di tensione tra i democratici. È prevedibile che anche dal voto di domenica in Abruzzo qualcuno trarrà motivi di polemica (per la scarsa difesa di Del Turco, magari, o per aver deciso di far correre il Pd dietro le insegne di un candidato-presidente dipietrista…), aggiungendo così confusione a confusione. Ma soprattutto dalla partita che si va aprendo sulla riforma della giustizia rischiano di arrivare i guai maggiori. Accettare di affrontare oggi un confronto sul più antico e tradizionale terreno di scontro col Cavaliere – la giustizia, appunto – espone infatti il Pd a due rischi. Il primo è che l’apertura al dialogo possa essere interpretata come una sorta di «vendetta» nei confronti della magistratura, che mette sotto inchiesta i suoi amministratori dalla Calabria fino alla Liguria; il secondo è di lasciare ad Antonio Di Pietro l’esclusiva dell’«antiberlusconismo giustizialista»: una miscela che con il riemergere di vere o presunte questioni morali potrebbe tornare a esercitare un qualche fascino su settori non proprio marginali dell’elettorato.

Si tratta di rischi che però, giunti al punto cui sono arrivate le tensioni anche all’interno della magistratura, il Pd ha l’obbligo di correre. Per troppi anni il vecchio Pci ha pagato – in termini di evoluzione riformista – il dogma secondo il quale la propria linea politica non doveva mai lasciar spazi occupabili alla propria sinistra: sarebbe davvero paradossale se il Pd – che è naturalmente tutt’altra cosa dal Pci – si ponesse oggi un problema simile, e per di più nei confronti del partito personale di Antonio Di Pietro. Del resto, la richiesta di una riforma del funzionamento della giustizia in Italia arriva ormai da settori sempre più ampi della stessa magistratura; per non parlare, naturalmente, di quanto la necessità di un intervento sia reclamata – e non da oggi – da chiunque abbia la sventura di metter piede in un’aula di tribunale.

Dunque, tra le tante cose che potranno aiutare il Pd di Walter Veltroni a uscire dal guado, forse c’è anche questo: il superamento della barriera che ha fin qui reso impossibile un confronto sulla giustizia, ogni volta che a proporlo è stato Silvio Berlusconi. Ma intendiamo un confronto, certo: non un diktat, un decreto da votare, come è accaduto per la manovra prima e per il pacchetto anti-crisi poi. In questo caso, rifiuti e ritirate sarebbero inevitabili, oltre che comprensibili. E la possibilità di un dialogo vero non potrebbe che sciogliersi di nuovo come neve al sole.

Eccessi muscolari

30 Ott 08

Federico Geremicca

Che il confronto politico stesse scivolando lungo un insidioso piano inclinato, era sensazione diffusa ormai da settimane. La giornata di ieri – con l’ennesimo braccio di ferro al Senato sul decreto Gelmini e gli scontri tra studenti in piazza Navona – ha però rivelato come la situazione stia precipitando con una rapidità che non può non preoccupare. È possibile – naturalmente – che non sia già troppo tardi per trovare una via che riapra uno straccio di confronto tra governo e opposizione, e tiri fuori il Paese dal suo ultimo paradosso: il massimo della divisione sociale e politica (con punte di astio personale che rinviano direttamente alla passata, e non rimpianta, legislatura) proprio nel momento in cui vi sarebbe bisogno del massimo della coesione.

Il governo perde consensi ed è rapidamente sceso sotto la soglia del 50%; l’opposizione non ne guadagna, e anzi ne raccoglie sempre meno; il Paese appare preoccupato e diviso a metà: e in questo quadro, fatto di sfiducia crescente e confusione, i cittadini attendono gli effetti di una crisi economica che renderà nervoso e stentato il Natale di molte famiglie italiane.

Verrebbe da chiedersi com’è stato possibile e cosa sia successo: se non fosse che quello che accade (non sono trascorsi ancora sei mesi dall’insediamento del governo di Silvio Berlusconi) è quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Non vorremmo sbagliare: ma la sensazione è che l’esecutivo prima di tutto – e poi il Paese nel suo complesso – inizino a pagare il conto di una politica di governo «muscolare» che in Italia, del resto, non ha portato mai bene a nessuno. Quello che è stato vissuto come un «attacco» generalizzato a intere categorie – dagli impiegati fannulloni ai giudici da far passare attraverso i tornelli, dai docenti universitari trasformati tutti in «baroni» a studenti e genitori definiti ora facinorosi ora vittime di strumentalizzazioni – ha seminato ansia e preoccupazione in un momento in cui era ben altro ciò di cui si sentiva il bisogno. La fase del «decisionismo produttivo» (quello della rimozione dell’immondizia a Napoli e dell’invio di militari nelle zone ad alta densità camorrista) sembra insomma alle spalle, sostituito da una durezza apparsa a molti degna di miglior causa. Non a caso, tanto sull’operato del ministro Gelmini quanto su quello del professor Brunetta – che rischia di surclassare in popolarità l’indimenticato Visco – cominciano ad addensarsi perplessità all’interno della stessa maggioranza.

E se questo è lo stato d’animo che pare crescere nel Paese, la situazione è ancor peggio a livello di rapporti tra esecutivo e opposizione. Ventitré decreti in poco più di cinque mesi (ne era annunciato addirittura uno per punire chi sporca le città) e sette voti di fiducia, non hanno certo favorito quella che si è soliti chiamare «dialettica parlamentare». Né si può dire che vada meglio per quel che riguarda i rapporti tra il presidente del Consiglio e il Capo dello Stato, destinatario di una brusca risposta per aver chiesto, un paio di giorni fa, che la nuova legge elettorale europea venisse approvata con ampio consenso e garantisse rappresentanza anche alle forze minori. Ieri, il premier – di fronte a obiezioni e resistenze provenienti dalle file della sua stessa maggioranza – ha per la prima volta deposto le armi: senza un’ampia maggioranza, si voterà con la legge che c’è. È una decisione positiva: perché è sempre meglio non dare battaglia piuttosto che darne di sbagliate o di perdenti.

Che la decisione di Berlusconi preluda a una sorta di correzione di rotta, dopo l’ebbrezza da decisionismo e consensi in cresciuta, potranno però dirlo solo le prossime mosse del premier. Infatti, al di là dello spirito ondivago e spesso pregiudiziale dell’opposizione, è sulle spalle di chi governa che grava il dovere dell’ascolto e della mediazione. Berlusconi più di altri dovrebbe sapere che guida un Paese che, per esempio, invoca e ama le decisioni forti solo quando riguardano gli altri: oggi la reazione del mondo della scuola, e ieri la rivolta di molte categorie di fronte alle liberalizzazioni di Bersani, dovrebbero cancellare ogni dubbio in proposito. Lui stesso, del resto – nel 1994, agli esordi come uomo di governo – pagò con un’inattesa defenestrazione un eccesso di disinvoltura e di decisioni solitarie. Ragione in più per non rifare lo stesso errore, provare a tornare al clima d’inizio legislatura e preparare il Paese a fronteggiare una crisi economica certo pesante e dagli effetti ancora oggi non del tutto prevedibili.

Ripartenza d’autunno

26 Ott 08

Federico Geremicca

In preda ad una sorta di sindrome da overdose – come nella settimana che precede un’importante partita di calcio, durante la quale se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori – commentatori, osservatori e quella che potremmo definire «società politica», in senso lato, aspettavano questo 25 ottobre a caccia di risposte che non sempre una piazza può offrire. È davvero moderno e riformista, questo Pd, che se ne va in corteo contro il governo in un momento così difficile per il Paese? In rapporto alla forza che mostrerà, la manifestazione cambierà il corso delle cose nel confronto tra maggioranza e opposizione o resterà tutto come prima? E soprattutto: esiste il Pd ed ha un futuro, e quanto è rimasto dell’opposizione in un Paese che regala al governo in carica gradimenti da Bengodi o da sistema autoritario? La folla di ieri al Circo Massimo non poteva dare risposte a tutto, eppure qualcosa l’ha detta. Per esempio che, seppur frastornato dalla sconfitta elettorale, reduce da mesi difficili ed alle prese con divisioni vecchie e nuove, il Pd – benché ondeggiante – è ancora in piedi.

Verrebbe da dire, appunto: esiste. Ed è dimostrazione di non poco conto, se si considera l’affermazione di «inesistenza» indirizzata di recente dal premier al capo dell’opposizione; o se si ricorda che addirittura la sua Festa nazionale – un paio di mesi fa – fu raccontata come la Festa del «partito che non c’è». Il Pd, invece, ieri ha dimostrato di esserci: e per quanto se ne possa ricavare da una manifestazione (ed a volte se ne può ricavare tanto) non sembra neppure quella forza facinorosa e irresponsabile che il premier gradirebbe come opposizione. Ha un mucchio di problemi – ne parleremo -, sembra passare il tempo a guardarsi l’ombelico, fatica a strutturarsi ma insomma – a giudicare dai cori e dagli striscioni con i quali ha sfilato ieri – è imputabile forse di scarsa grinta, non di un eccesso di aggressività.

Dunque, l’esistenza in vita del Pd – ammesso che questo fosse un argomento serio – è problema risolto: e non sarebbe male se anche il presidente del Consiglio ne tenesse conto (considerato che alcune sue recenti affermazioni potrebbero davvero aver perfino aiutato – lo ammettono gli stessi organizzatori – la riuscita dei cortei di ieri). Il problema, naturalmente, è che cosa farsene di questa esistenza in vita: e cioè se e come rimodulare pratica e strategia di un’opposizione che continua a non convincere la parte largamente maggioritaria del Paese. Dai cori e dagli striscioni dipanati ieri non poteva certo giungere l’indicazione di una via. A questo doveva pensarci – e del resto era quel che gli avevano chiesto altri leader, da D’Alema a Rutelli – il discorso del segretario: che non ha però introdotto novità significative rispetto alla linea fin qui seguita. Nella sostanza: dopo settimane di polemiche sempre più aspre (e da alcuni spiegate addirittura con la necessità di tener alta la tensione proprio in vista della manifestazione) ieri da Veltroni ci si attendeva un segnale chiaro soprattutto in questa direzione.

L’attesa più giustificata, onestamente, non era tanto intorno alla presunta «proposta alternativa» che sarebbe uscita dal Circo Massimo, quanto – piuttosto – quella di un messaggio chiaro alla «società politica» e al Paese: da oggi tentiamo una ripresa del confronto con Berlusconi, considerata l’emergenza e tutto il resto; oppure un altrettanto netto no al dialogo, in nome e alla luce dei primi mesi del governo del Cavaliere. Se non ci siamo persi passaggi cruciali del discorso di Veltroni, né l’uno né l’altro. Tutto più o meno come prima. E però prima non è che fosse un granché per il Pd, con problemi di alleanze (Di Pietro), con orizzonti che preoccupano (l’Abruzzo, poi le amministrative e le Europee), con problemi perfino circa il carattere dell’opposizione da condurre e la propria natura identitaria.

Passato il 25 ottobre, insomma, da questo punto di vista poco o nulla sembra cambiato. E le domande restano quelle di prima. Ricucire con Di Pietro oppure no? Meglio lui, l’Udc o addirittura il ritornare tutti assieme? E con Berlusconi che si fa, si prova a discutere ora che si profila un possibile disastro o si sceglie l’Aventino? Alcuni di questi interrogativi hanno interesse, diciamo la verità, soprattutto per il Pd e i propri militanti; altri riguardano – invece – il clima, l’equilibrio e il futuro prossimo del Paese. Le risposte, dunque, sono importanti. Insomma: ieri il Pd ha dimostrato di esser vivo; da oggi spieghi meglio al Paese che cosa vuol fare, per andare dove e assieme a chi.

Che fine ha fatto la casta?

12 Set 08

Federico Geremicca

Contro gli sprechi della politica prima s’inveiva oggi molto meno.
E il Pdl salvò le Province
Da Fini alla Gelmini, viaggio in un filone che non tira più. E una ricerca rivela: solo il 32% dei cittadini è ancora adirato.

Che sarebbe accaduto, un anno fa, se ad esser sorpreso a utilizzare un motoscafo dei vigili del fuoco per fare immersioni in un’area marina super-protetta fosse stato Fausto Bertinotti? I più zelanti, probabilmente, avrebbero calcolato perfino il costo del gasolio consumato e “pagato, naturalmente, da noi contribuenti!”. E se fosse stato il governo passato a riallargare i cordoni della borsa ed a riaprire i voli di Stato a tutti i ministri e perfino ai sottosegretari? Beppe Grillo ci avrebbe forse costruito attorno un altro Vday. Per non chiedersi, ovviamente, che tipo di gogna pubblica sarebbe stata organizzata – appena pochi mesi fa – se si fosse scoperto che un lombardissimo ministro dell’Istruzione che chiede rigore e serietà per la scuola (soprattutto quella al Sud) se ne era andato in Calabria a sostenere – e naturalmente superare – l’esame di abilitazione alla professione di avvocato. «Basta con la Casta!», avremmo strillato.

Adesso non si strilla più. O si strilla assai di meno. E onestamente, tolto qualche aumento di prezzi alla buvette di Montecitorio e la nomina di qualche membro di governo in meno (iniziative, soprattutto la seconda, incidenti e notevoli) non è che i costi della politica siano stati dimezzati o gli episodi di “malcostume da privilegio” spariti. E allora? «Allora – taglia corto don Gianni Baget Bozzo – quel che è accaduto mi pare chiaro: il tema della lotta alla Casta fu sollevato dalla sinistra contro i privilegi, l’enorme potere e le inefficienze della stessa classe politica di sinistra. Il vento dell’antipolitica nacque, infatti, precisamente dalla rottura tra vertice e base, a sinistra: e se vuole sapere la mia opinione, credo che la vittoria di Berlusconi sia stata vissuta come una liberazione – una liberazione dalla Casta, appunto – anche da chi non ha votato per lui».

Giudizio discutibile, naturalmente: ma ci si muove quasi più sul campo della sociologia dei comportamenti di massa che della politica, è molto – dunque – è opinabile, interpretabile. E infatti non è coincidente l’opinione di Ilvo Diamanti, sociologo e politologo di riconosciuta fama: «Guardi, prendersela con la Casta quando al governo c’è Berlusconi, è come prendersela col rumore quando ci sono i fuochi d’artificio». Compagno di banco al liceo di Gian Antonio Stella (autore con Rizzo, appunto, de “La Casta”), aggiunge: «Sono tanti gli elementi che hanno contribuito prima al sorgere del fenomeno e poi all’attuale eclissi. Innanzitutto, io credo, le molte aspettative di cambiamento – non avvenuto – evocate nel quinquennio berlusconiano e poi pagate dal governo Prodi. Il libro di Stella e Rizzo è stata la scintilla: ma perché certi fenomeni esplodano è necessario ci siano condizioni permissive. E queste erano, da una parte, la sfiducia verso l’inefficienza della politica e, dall’altra, il fatto che una Casta di sinistra è considerata davvero non accettabile».

Ma, appunto, la Casta è di sinistra? O comunque: è più di sinistra che di destra? «Non mi sentirei di sostenerlo – dice Eugenio Scalfari -. Però è un fatto che la bufera dell’antipolitica si è scatenata quando al governo c’era il centrosinistra; e un altro fatto è che il governo di allora, facendosi carico di fronteggiare l’indignazione dei cittadini, ha finito quasi inevitabilmente per trasformarsi in oggetto della contestazione. Si è ritrovato ad esser Casta, insomma, chi era al governo in quel momento: nonostante al governo ci fossero persone come Padoa Schioppa, Bersani, Visco e altri che francamente faticherei a definire Casta». Fatto sta che, dopo di allora, il vento s’è posato, l’indignazione è scemata, i giornali hanno smesso di parlarne. «Non è così – replica Scalfari -. I giornali hanno continuato a raccontare. Certo, qualcuno ha tambureggiato di più, qualcun altro di meno. E se nessuno ha più fatto campagna è perché i giornali prima di altri hanno capito che il tema tirava assai di meno».

E si torna, però, al punto di partenza. Perché l’indignazione per le spese della politica, i privilegi e il resto si è attenuata? Una ricerca delle Acli appena resa nota, rivela che oggi “solo” il 32% degli elettori nutre «rabbia» verso la Casta: una percentuale, potremmo dire, quasi fisiologica o comunque assai più bassa di quella che si registrava ancora pochi mesi fa. Perché? Nando Pagnoncelli, della Ipsos, offre una spiegazione molto pragmatica: «I cittadini hanno sempre considerato un male inevitabile i privilegi dei politici: l’esplodere della rabbia è semplicemente il sintomo di un malessere nella relazione, appunto, tra politica e cittadini. Le faccio un esempio: se porto mio figlio da un medico ed egli è scortese, sbrigativo ma guarisce il bambino, io non faccio caso alla sua maleducazione; ma se non lo guarisce, quella maleducazione diventa insopportabile.

Così è per la politica: il cittadino sa da sempre che costa molto ed è luogo di privilegio, ma se funziona e gli risolve i problemi, passa sopra a tutto il resto. Se invece costa molto ed è anche inefficiente, ecco esplodere il malessere. E’ questo – conclude Pagnoncelli – che forse spiega la differenza di clima dopo il passaggio da un governo a un altro: quello di Prodi era diventato sinonimo di liti e immobilismo; l’arrivo di Berlusconi ha portato fino ad ora il segno del “fare”, della concretezza e della novità che, finalmente, c’è qualcuno che decide». E’ davvero così? Giuseppe De Rita, sociologo e tra i fondatori del Censis, ci crede fino a un certo punto. «Le fiammate dell’opinione pubblica – dice – creano un evento, ma mentre lo creano gli scavano la fossa… E’ sempre stato così. Il fenomeno è rientrato, anche se non è detto che non riesploda da qui a qualche tempo. La Casta resta un problema serio, ma la fase è del tutto cambiata: oggi la gente s’appassiona al gossip. Delle foto di Fini in barca nel parco naturale non frega niente a nessuno. Delle foto di Fini che, sempre in barca, si fa carezzare dalla compagna, si è parlato per settimane. Oggi, come sa, si discute della fidanzata di Frattini. In Italia, del resto, è sempre andata così…».

Il Pd diviso e la sfida dei sindaci

20 Ago 08

Federico Geremicca

Non è certo un caso se, intervenendo nella polemica tra Sergio Chiamparino e il Pd piemontese, Walter Veltroni si sia guardato bene dal liquidare le questioni poste dal primo cittadino di Torino alla maniera con la quale – ma era un’altra epoca – Massimo D’Alema tentò di frenare la crescente influenza dei primi sindaci a elezione diretta. Con definizione non dimenticata, l’allora segretario del Pds – era il 1997 – li bollò come cacicchi (capi di antiche tribù sudamericane). Oggi, probabilmente, non lo rifarebbe: e riconoscerebbe, anzi, che proprio i cacicchi (governatori e sindaci delle grandi città) rappresentano il volto del nuovo Pd, la parte più solida – e nota e popolare – del gruppo dirigente democratico in senso lato. E in fondo si può dire che la decisione di Veltroni di schierarsi dalla parte di Chiamparino nella polemica che lo contrappone al suo partito segna forse il punto d’approdo di quella disputa politica e di potere che tanti danni ha fatto al centrosinistra negli ultimi quindici anni: e cioè la contrapposizione continua tra partito e leadership.

Il segretario del Pd ha scelto di prender campo nella polemica in corso a Torino, ma avrebbe in verità potuto farlo a Genova come a Bologna o in Sardegna, di fronte a ricandidature (quelle di Cofferati e Soru, per esempio) discusse o addirittura in discussione.

Il che testimonia, semplicemente, di quanto quella disputa non sia ancora chiusa e di quanti problemi continui a creare al Pd. Sono gli stessi problemi, in fondo, che hanno segnato per anni il rapporto tra Romano Prodi e la sua coalizione, mai disposta a riconoscerne pienamente la leadership. E non si è trattato – e non si tratta – di una semplice disputa per il potere. Alle spalle c’è una differente idea della politica e forse perfino della democrazia, del come distribuire – cioè – influenza, ruolo e pesi tra partito e leader: politico o di governo che sia. È il conflitto finale, in fondo, tra una tradizione politica figlia del ’900 (e dunque della Prima Repubblica) e l’irrompere sulla scena (con la Seconda) di partiti e poteri personali, con leadership scelte e legittimate direttamente dai cittadini.

Non può dunque sorprendere che i contraccolpi maggiori dell’impetuosa trasformazione in atto abbiano investito e investano soprattutto il centrosinistra, «casa» degli eredi dei maggiori partiti della Prima Repubblica – Dc e Pci in testa – sfiorando appena il centrodestra (nato, di fatto, con Berlusconi e la Seconda Repubblica). Si pensi solo – per fare un esempio – agli effetti prodotti nei due diversi campi dalla disputa tra partiti e leader. Dal 1994 alla fondazione del Pd, il Pds-Ds ha cambiato quattro segretari (Occhetto, D’Alema, Veltroni e Fassino) e il Ppi-Margherita addirittura cinque (Martinazzoli, Bianco, Marini, Castagnetti e Rutelli): dall’altra parte Berlusconi, Fini e Bossi sono da allora al loro posto. E il duello, naturalmente, ha avuto riflessi anche sulla guida del governo: il centrosinistra ha infatti cambiato quattro volte il suo candidato premier (Occhetto, Prodi, Rutelli e Veltroni) e ha avuto tre presidenti del Consiglio diversi (Prodi, D’Alema e Amato). Dall’altra parte, sempre e solo Berlusconi.

Tutto ciò magari dimostra (ma non è questo che ora interessa) che nel centrodestra c’è un problema di democrazia, ed è sicuramente vero. Ma anche la democrazia non è immutabile, può darsi regole diverse e distribuire pesi e contrappesi in maniera anche assai differente tra Paese e Paese. In ogni caso, o la si cambia cambiandone le regole o ci si adegua a quelle che ci sono: quel che è difficile fare è adeguarsi (e in alcuni casi addirittura promuovere) regole nuove tentando di farle vivere con logiche vecchie. Se si imbocca la via delle primarie e poi dell’elezione diretta per scegliere sindaci, governatori e capi del governo, per esempio, è poi impensabile immaginare che i partiti possano condizionarne oltremodo le scelte e limitarne l’autonomia d’azione: gli eletti, infatti, sentiranno – e a ragione – di dover rispondere del loro operato agli iscritti o ai cittadini, e non certo più ai vecchi apparati e alle burocrazie di partito.

Insomma, al di là del merito – e cioè di chi abbia torto e chi ragione – la sensazione è che sia questo il nodo ancora irrisolto che si cela dietro la polemica in atto tra Chiamparino e il suo partito o tra Renato Soru e mezzo Pd sardo. Così come non molto diversa, in fondo, è l’origine della polemica sulle decisioni solitarie contestate a Walter Veltroni. Tutto sembra dire, però, che per il Pd sia ora di uscire anche da questo guado. E le vie, in definitiva, sembrano soltanto due: o tornare indietro, con una battaglia restauratrice delle antiche regole (elettorali e non solo), o andare avanti assumendo le nuove genuinamente e fino in fondo. Il che vuol dire, nel caso in questione, semplicemente riconoscere e accettare l’autonomia conferita dai cittadini direttamente col voto a governatori e sindaci. Sperando, naturalmente, che non si trasformino in cacicchi.

Bicamerale leghista

26 Lug 08

Federico Geremicca

E’ onestamente difficile dire se l’elezione popolare (o la nomina parlamentare) di una nuova Commissione bicamerale per le riforme sia uno strumento in grado di smuovere davvero «l’impotenza politica che condanna il Paese all’immobilismo» (come scriveva Emanuele Macaluso su La Stampa dell’altro ieri).

Di fronte all’impasse riformatrice, infatti, l’idea di ricorrere a luoghi altri rispetto al Parlamento non rappresenta certo un inedito: ma non è affatto detto che, poiché non nuova, la proposta non mantenga una sua attualità. A maggior ragione se a caratterizzarla fosse una novità che potrebbe rappresentare, da un lato, la presa d’atto di una realtà politica difficile da negare e, dall’altro, una possibile «assicurazione» contro i rischi dell’ennesimo fallimento: e cioè, che la presidenza del nuovo organismo venga stavolta affidata alla Lega.

A prescindere dalla condivisione delle proposte leghiste in materia di riforme (alcune certamente condivisibili, altre assai meno) attribuire al partito di Umberto Bossi la guida della Commissione potrebbe assicurare, infatti, un duplice risultato. Il primo consiste nel garantire una iniezione di sicuro attivismo (e probabile concretezza) ad un organismo spesso utilizzato, in passato, più per sterilizzare la questione-riforme che per affrontarla davvero: salvo smentite, è infatti difficile immaginare una Lega che si presti a giochini e insabbiamenti ai danni di un tema che ne è da sempre la bandiera. Il secondo possibile risultato sarebbe quello di sottoporre il partito di Bossi a una sorta di «prova della verità» circa la sua reale volontà riformatrice: sono almeno quindici anni, infatti, che la Lega fa leva (anche elettoralmente) sul suo anelito federalista e innovatore, eppure – pur avendo passato almeno la metà di questo tempo al governo del Paese – il suo «bottino» riformatore è desolantemente scarso. Metterla alla prova in un ruolo di sicura direzione potrebbe permettere – tra le altre cose – di valutarne una volta per tutte la coerenza e l’onestà delle intenzioni (fare riforme e federalismo davvero, e non tenerli nel limbo per utilizzarli ciclicamente come cavalli di battaglia elettorali).

Al momento, naturalmente, nessuno può prevedere se l’approdo dell’interminabile confronto sulla Grande Riforma sarà – appunto – una nuova Bicamerale: certo, se così fosse, non si comprenderebbero né veti su una eventuale presidenza leghista né la rinuncia da parte del partito di Bossi a reclamarne la guida. E neppure si capirebbero, in fondo, obiezioni – o addirittura opposizioni – alla messa in campo di uno strumento quasi senza alternative, considerata l’incomunicabilità (se non peggio) che già regna in Parlamento. Non le si capirebbero da parte di Silvio Berlusconi, che vedrebbe – tra l’altro – collocate in luogo diverso da Camera e Senato tensioni che alla lunga potrebbero provare la sua maggioranza; e a maggior ragione non si comprenderebbero da parte di Veltroni: questo sistema – elettorale e istituzionale – è infatti l’abito meno adatto al suo Pd a «vocazione maggioritaria», e dunque forte dovrebbe essere l’interesse a modificarlo. Ripartire da capo, inoltre, permetterebbe o di cercare una sintesi tra le diverse proposte sul tappeto o perfino di aprire davvero il confronto su un sistema elettorale a doppio turno (così caro al segretario del Pd) e su un semipresidenzialismo che tenga conto della realtà italiana.

Tutto questo, ovviamente, se si ritiene di dover tener fede all’impegno elettorale di una «legislatura costituente». In caso contrario, l’alternativa sembra chiara fin da ora. Da una parte – considerata l’ampia maggioranza di cui gode alle Camere, l’assenza di Fini dal governo e la perdurante sofferenza di Bossi – il consolidarsi di una sorta di «dittatura parlamentare» in cui Berlusconi potrà fare, più o meno, quel che gli pare: e infatti lo fa. E dall’altra, andare dritti verso il referendum della prossima primavera, che consegnerà al Paese una legge pasticciata e al Parlamento l’obbligo di intervenire comunque per renderla in qualche modo accettabile. A meno che, certo, non si preferisca appunto il pasticcio continuo: cioè il perdurare di un sistema che – in fondo – salvaguarda l’intera classe politica, nel quale ognuno resta a galla e nessuno perde mai davvero. Eppure un sistema nel quale, anche senza accorgersene, protagonisti e comprimari rischiano di affondare lentamente assieme…

L’ultimo spiraglio

12 Lug 08

Federico Geremicca

Adesso che la polvere sollevata dal grande scontro combattuto sulla giustizia comincia a posarsi, possono forse scorgersi meglio gli effetti che la durissima battaglia sviluppatasi è destinata a produrre nel prosieguo di una legislatura che si era avviata all’insegna del dialogo e che era stata, per l’ennesima volta, detta «costituente». Salvo sorprese, infatti, la prossima settimana il Parlamento licenzierà entrambi i provvedimenti all’origine del muro contro muro: il cosiddetto lodo Alfano e il pacchetto sicurezza, positivamente modificato nella parte blocca-processi. Approvati l’uno e l’altro (sul secondo il governo è ormai orientato a porre la questione di fiducia), si potrà finalmente passare ad altro: ma in una situazione purtroppo assai diversa da quella che era legittimo pronosticare meno di un mese fa.

La fotografia che infatti ci regala questo caldissimo luglio ha contorni nitidi e nient’affatto incoraggianti. Proviamo a riassumerli. Il tanto sbandierato (ma in verità assai poco praticato) dialogo tra il governo di Silvio Berlusconi ed il Pd di Walter Veltroni è ridotto ad un cumulo di macerie ancora fumanti: lo scontro ha toccato punte di asprezza tali da ricordare il dopo-elezioni 2001, con annesso corollario di insulti reciproci e riapparizione dei girotondi.

I rapporti tra il Partito democratico e il suo unico alleato elettorale – l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro – sono a pezzi, e non è azzardato prevedere un loro ulteriore peggioramento: il che consegna a Veltroni – strategicamente e retrospettivamente – un mucchio di problemi di non facile soluzione. Silvio Berlusconi, dal canto suo, ha polverizzato in un paio di settimane l’immagine di statista dialogante con la quale si era proposto in avvio di legislatura: con quali vantaggi per se stesso e per il Paese, è cosa che si potrà, purtroppo, presto apprezzare.

Infine, non va sottovalutato l’effetto che l’onda d’urto dello scontro ha prodotto sulle istituzioni e sui rapporti tra alcune di esse. Tra governo, Quirinale, magistratura e Parlamento si sono toccate punte di asprezza che parevano dimenticate: alcune delle ferite inferte sono profonde, e non potranno che pesare negativamente sullo sviluppo della legislatura.

Dopodiché, anche in politica – talvolta – sono possibili i miracoli: ed è dunque ancora possibile sperare che il filo di un confronto civile, spezzato di netto, venga in qualche modo riannodato. Una certa dose di realismo, in verità, inviterebbe a mitigare l’ottimismo, considerato che alla ripresa – dopo la pausa estiva – molti fattori potrebbero contribuire a riportare a livelli alti la tensione. A parte le dinamiche interne ai due diversi schieramenti (intendiamo l’evoluzione cui andrà incontro il Pd, e i rapporti tra la Lega e certi eccessi del berlusconismo) a tener banco, infatti, sarà come in ogni autunno l’economia, terreno sul quale si confronteranno due linee di intervento presumibilmente assai diverse: e l’approccio che il Pd avrà a questi temi, è in qualche modo anticipato dalla manifestazione già annunciata per il 25 di ottobre, che obbligherà a tenere alti i toni. Inoltre, non aiuterà certo il clima pre-elettorale che si inizierà a respirare in vista delle elezioni di primavera, quando gli italiani saranno richiamati alle urne per il voto europeo e per una importante tornata amministrativa (una settantina di Province e città importanti, da Bologna a Bari).

Si tratta di temi e appuntamenti che, come dicevamo, sembrano destinati a surriscaldare, piuttosto che raffreddare, il clima generale. E a ben vedere, il campo sul quale potrebbe riaprirsi un confronto è – come al solito – uno solo: quello delle tanto invocate riforme istituzionali. Il Presidente della Repubblica ne ha parlato ieri in una intervista all’agenzia Tass, in vista della sua visita in Russia: «Penso si debba giungere ad una riforma elettorale e costituzionale, e che bisogna cambiare molte altre cose…». Si tratta, come è noto, di una convinzione comune da tempo a quasi tutte le forze politiche. Riusciranno a tradurre prima in dialogo e poi in leggi questa ormai antica esigenza? Anche qui, la prudenza è d’obbligo. Ma un «fattore coercitivo», stavolta, può alimentare qualche speranza: alla ripresa dopo la pausa estiva, mancherà una manciata di mesi al referendum elettorale già indetto e rinviato la scorsa primavera per lo scioglimento delle Camere. Non è detto che questo pungolo basti, ma la prospettiva – almeno – è fin da ora chiara: o riforma o referendum. Stavolta, insomma, sarà assai difficile – se non impossibile – tergiversare.


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