Archivio per gennaio 2009

Cossiga: Andreotti? Ama giocare a poker. Mi ha sempre battuto

11 Gen 2009

«La Cia non lo voleva. Per Moro soffrì ma pensava che nessuno ci credesse»

Presidente Cossiga, Andreotti è Belzebù o uno statista? «È un grande statista del Vaticano. Il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II. La sua vocazione politica è una vocazione religiosa. Se Enrico VIII ebbe (prima della rottura) il titolo di Defensor Fidei, lui dovrebbe essere nominato Defensor Ecclesiae. In questo, vero allievo di Montini. Che non a caso, dovendo scegliere tra lui e Moro per indicare un sottosegretario a De Gasperi, scelse lui».

Perché? «Montini, di famiglia altoborghese e cattolico liberale, era molto diverso da Andreotti, romano de Roma di origine frosinate e cattolico papalino. Proprio per questo, Montini ritenne di contemperare lo spirito mitteleuropeo di De Gasperi con quello pratico di Andreotti. E fece bene: mai visto un uomo con tali capacità di governo. Crocianamente, per lui come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare». Da qui i rapporti della sua corrente con la mafia? «Tutti i partiti in Sicilia hanno avuto rapporti con la mafia, anche i comunisti. E non sempre a fin di male: fu la mafia a consegnare allo Stato il bandito Giuliano. Una stagione che si chiude solo quando la mafia decide la linea stragista».

Quando ha conosciuto Andreotti? «Avevo 17 anni. Gli ho sempre dato del tu e l’ho sempre chiamato Giulio, così come lui mi ha sempre chiamato Francesco. Però non ha mai dato confidenza sino in fondo a noi colleghi. Ha amici, ma tutti fuori dalla politica, quasi tutti preti: monsignor De Luca, monsignor Angelini. E poi Ciarrapico: un “burino” come lui. In comune con Moro ha il senso della corporeità: io ho preso sottobraccio tutti, da Fanfani a Giscard d’Estaing, mai però Moro e Andreotti. Non ho mai visto Andreotti abbracciare qualcuno. Eppure abbracciò me, quando dopo via Caetani andai a rassegnare le dimissioni da ministro degli Interni. Mi disse: “Ricorda che Palazzo Chigi resterà sempre la tua casa”. Fu profetico: l’anno dopo sarei stato il suo successore».

Come fu il passaggio di consegne? «Inconsueto. Andreotti mi lasciò tutto scritto. Conservo ancora i fogli intestati con la sua grafia. Tra l’altro, mi avvertiva che stava per scoppiare lo scandalo Petromin». Andreotti fece davvero tutto il possibile per salvare Moro? «Sì, tranne trattare. Però fu favorevole ad aprire un canale attraverso la Croce Rossa e Amnesty. Furono i comunisti a chiuderlo. È la prima volta che lo dico, ma Berlinguer e Pecchioli vennero al Viminale da me, con cui avevano più confidenza che con Andreotti, a dirmi: “Ora basta”». Non fu Andreotti a modificare il messaggio del Papa, specificando che Moro andava liberato “senza condizioni”? «Macché. Era Montini a dire ad Andreotti cosa doveva fare, non certo il contrario. Per Andreotti la morte di Moro fu un peso terribile. Lo ricordo bene mentre mi dice, nel suo studio di Palazzo Chigi: “Soffro molto Francesco, e soffro ancora di più perché non credono che io soffra”».

I rapporti tra i due non erano buoni. «Però non gli ho mai sentito dire una parola contro Moro, mentre non posso certo dire il contrario. A dire il vero, Andreotti non parlava mai male di nessuno. Tranne qualche battuta su Fanfani, con cui proprio non si prendeva. Poi rideva come fa lui, “ih ih ih” (il presidente emerito si produce in una buona imitazione di Andreotti). Intelligentissimo, al punto da fingere di non esserlo. Non parla mai in proprio favore. Curiale com’è, sa che in Curia si parla bene solo del Papa. Filoarabo, ebbe un ruolo decisivo nello sbloccare l’Exodus, la nave dei profughi ebrei». Uomo senza passioni? «No. Ama il gioco. Mangia e beve poco, dorme pochissimo; non l’ho mai visto dormire in aereo, neppure nei viaggi più lunghi; quando andammo in Australia, giocò tutto il tempo a carte con Susanna Agnelli, credo a scala 40. Con me, Sandra Carraro e Francesco Rebecchini giocava a poker: vinceva sempre lui. Ora si è appassionato al burraco, che io non so cosa sia. Tre o quattro volte mi ha portato a giocare ai cavalli. Ne parleremo lunedì (domani, ndr) a Porta a Porta, e gli ricorderò quando sbancai le Capannelle. Lui è un vero esperto, ma parsimonioso».

Andreotti ha raccontato a “Repubblica” di essere svenuto in Vaticano, turbato dal pianto di Pio XI, nel 1931. Cosa ci faceva un dodicenne nelle stanze papali? «Ma lui le ha sempre bazzicate. I Pueri Cantores, queste cose qui». Al punto da far nascere la diceria di una discendenza da Papa Pacelli. «Inverosimile. I Pacelli frequentavano molto più su della famiglia Andreotti…».

Com’erano i rapporti con i comunisti? «Berlinguer lo rispettava, ma ammirava davvero soltanto Moro. Andreotti però aveva sostenuto i partigiani e difeso i cattocomunisti: sapeva che i Rodano e i Balbo erano tra i credenti più accesi. Come lui: Andreotti era tra i pochi democristiani che andavano a messa ogni giorno, e mai ruppero la fedeltà coniugale». Craxi? «Con Craxi non si sono mai presi, anche se Bettino lo stimava molto come politico». Berlusconi? «Né Andreotti né io abbiamo mai votato per Berlusconi. Ad aprile lui ha votato Udc, io Pd al Senato e lista Ferrara alla Camera, anche se finora non lo sapeva nessuno, neppure Giuliano. Però sia Andreotti sia io abbiamo votato la fiducia a Berlusconi, perché siamo democristiani e per noi la governabilità è il primo valore. Abbiamo sostenuto pure Prodi, anche se la politica non era cosa per lui; come Andreotti gli aveva spiegato già nel ’78, quando lo congedò dal governo dicendogli che in quanto professore era sprecato per la politica».

Andreotti dice che porterà in Paradiso alcuni segreti di Stato. Quali, secondo lei? «Non so. Io di segreti non ne ho. Ricordo che quando nell’89 stavo per dare l’incarico ad Andreotti, Washington mi mandò un uomo della Cia per dirmi di non farlo: lo consideravano troppo sbilanciato in favore dell’Est. Chissà se è stato solo il difensore o anche il propugnatore dell’Ostpolitik vaticana».

Al tempo delle stragi, né Andreotti né lei sapevate qualcosa? «Io no. Forse qualcuno più su di me sì. Ma non Andreotti. Quando divenne ministro della Difesa, un suo amico militare gli consigliò: “Occupati di tutto, tranne che di commesse e di servizi segreti”, e lui gli diede retta. Il massimo esperto di servizi nella Dc era Moro. E comunque ogni strage ha un segno diverso e quasi tutte avvennero per errore: la bomba piazzata da mani di destra in piazza Fontana doveva esplodere a banca chiusa, i francesi centrarono il Dc9 di Ustica per sbaglio, come per sbaglio l’esplosivo palestinese deflagrò a Bologna».

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In memoria dei blog: ex luoghi liberi diventati podio della pubblica offesa

4 Gen 09

Geminello Alvi

Chi sotto queste feste se ne sta ben riparato, come me a casa coi miei, tra le colline dove la neve ha attutito ogni cosa, beato di aver salvato dalla gelata i limoni, non è forse adatto a internet. Anche perché a Natale la terra quasi ci respira dentro e ci rende volentieri in grado di bastarci, ma intimi agli altri, più calmi. E invece internet, e in particolare quegli orrori che si chiamano blog, sono tutto l’opposto. Un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici: luoghi precari insomma, dove la coscienza e l’essere desti sono sospesi. Il vivere così fuori mano e isolato peraltro mi costringe a usare internet per lavorare, e spedire articoli come questo. E il non avere neppure la tv in casa, e il giornalaio a troppi chilometri di distanza, rende pure inevitabile usare il computer per leggere le notizie.

E fin lì niente di male. Può forse biasimarsi la loro stringatezza, e la luce del video che non vale la carta sfogliata. Ma un qualche vantaggio c’è. Dove invece si sente solo disagio, e un dolore ulteriore per come sta finendo il mondo, è scorrendo i vari blog. Essi vengono vantati come luoghi d’espressione ideale e comunicazione: nessun elogio insomma gli è risparmiato. A me invece paiono luoghi di frustrazione e sciatteria, nei quali bisognerebbe io credo vergognarsi di scrivere, e certo non inorgoglirsi di averli creati. Invece c’è tutto un culturame e persino il senso comune a elogiarli, a vedere in essi una forma superiore di informazione e democrazia. Ma quelli che valgono qualcosa sono pochi siti a pagamento nei quali si limitano o si cooptano i partecipanti. Gli altri, la maggioranza, invece amplificano solo dei luoghi comuni e non erudiscono in alcun modo. Infatti chi abbia un qualunque mestiere e lo sappia davvero lo vede subito: sui blog si parla di tutto, ma sapendo ben poco, e informando ancor meno. Il loro fine è in effetti un altro: assecondare qualche frasetta, alla quale l’insulto serve da sfogo e surroga svogliatamente pensieri assenti. E peggio ancora: si sente in questo mai firmarsi col suo vero nome di chi invia messaggi una caduta ulteriore. Sia chi sia, impiegato o signora snob, arrabbiati di destra o sinistra, studenti o professorini: tutti costoro scrivono al riparo dell’anonimato cose che mai si direbbero in faccia. Altra diseducazione.

Internet diseduca anzitutto perché solo una persona ch’è già molto colta è in grado di orientarsi nella sua infinità di voci, ma allora non ne ha bisogno. Inoltre peggiora le cose anche perché confonde la parola comunità con un’accozzaglia di insulti, e approssimazioni dette senza responsabilità. Come in certa pessima tv viene pertanto meno il contraddittorio, in cui si disputi con durezza ma con onore: prevale il frastuono. La qual cosa anzi a ben pensarci è più esecrabile pure che in televisione. Perché rende tutto pervadenti, e a disposizione della presunzione di ognuno, l’ignoranza e l’insulto. Insomma il blog non è da persone serie: è un frastuono, che si è assecondato per moda, ma che con la democrazia e l’opinione vera non c’entra. Altro che forma di spontanea resistenza originale: è incolta, svogliata e vile, e soprattutto fatta di ovvietà i cui difetti palesi persino alle povere anime che vi dibattono tra loro, sono colmate dagli insulti.

In conclusione mai come in questi anni si comunica, e però senza dire niente o peggio dicendo quando sarebbe meglio tacere. Il che vale anche per i blog e internet. Ed è bene che s’inizi a dirlo. Tanto più in queste feste di Natale quando i difetti di intimità, verità stonano più che mai.

Lettera aperta al ministro Frattini: «Chieda in prestito a Chantal un po’ di cipria per smorzare l’abbronzatura»

31 Dic 08

Lina Sotis

Consigli per un guardaroba (doppio)

Franco Frattini al Tg1Caro ministro, perché un bel signore dall’aria avvenente ed elegante come lei, con un perfetto phisique du role per fare il ministro degli Esteri si ostina a danneggiare la sua immagine? So che le ferie sono un diritto. Anche per un rappresentante del governo. Anche quando nel mondo scoppiano guerre e crisi terribili. Va bene. Ma dato che la diplomazia mondiale non riesce a rispettare i suoi tempi di vacanza, le vorrei dare qualche consiglio per attrezzarsi alle emergenze. Non è difficile, basta saper fare le valigie. Prendiamo il caso della Georgia. Durante la crisi con la Russia, in un momento così delicato e difficile per i ministri degli Esteri di tutti i Paesi del mondo, lei si è fatto sorprendere in mutande da bagno alle Maldive. Non si è immediatamente infilato dei pantaloni ed è corso con il primo aereo alla Farnesina perché l’Italia potesse dire la sua, ma si è limitato a cambiare costume da bagno e, fra una nuotata e l’altra, ha lavorato, pare, in conference call.

L’evento imponeva di scegliere dalla valigia un completo giacca-pantaloni non troppo estivo e non troppo chiaro, abbinarlo con camicia e cravatta, mettersi alle spalle una bella carta geografica con Russia e Georgia in evidenza e, in piedi accanto alla carta, spiegare scenari e mosse diplomatiche dell’Italia. Veniamo a Gaza. Dal suo chalet di montagna intutato, sponsorizzato, abbronzato e dichiaratamente in vacanza lei si è limitato a fare un commento per i telespettatori. Le vacanze natalizie, si sa, sono sacre. Ma bastavano solo due minuti per togliere la tuta con marchio, indossare camicia, cardigan scuro e allontanarsi dalle travi di legno della baita, farsi prestare una bella scrivania e piazzarci sopra un mappamondo. E, magari, chiedere anche in prestito a Chantal, la sua compagna, un po’ di cipria per smorzare l’abbronzatura. Troppo sole fa male, non è elegante e non trasmette sicurezza a meno che uno non faccia il ministro del Turismo. Lei che ha il phisique du role che tanti suoi colleghi di governo le invidiano, nel 2009 non ci deluda. Visto che ha la responsabilità degli Esteri abbia sempre pronta una faccia da estero-dramma, dato che parla di cose importanti e drammatiche quando parte porti sempre dietro due guardaroba, uno per le vacanze e uno per lavoro.

Quando comunica agli italiani esibisca quello professionale, si faccia vedere consapevole anche nel vestire delle parole che sta dicendo. Basta poco, in fondo. La prossima crisi, forse della Cecenia, potrebbe sorprenderla mentre è a cavallo in Mongolia. Nessun problema, l’importante è metter via in fretta pantaloni da cavallerizzo, frustino e cavallo. E prendere dalla valigia una camicia, un golf di colore non sgargiante, lei è tipo da cravatta, se ne porti sempre dietro una. A noi il ministro degli Esteri piace anche con la giacca. E poi, dato che viviamo nel tempo dell’immagine, pensi anche alla scenografia: una carta geografica, un mappamondo, un quadro. In modo che lei non compaia sempre inquadrato con un mare turchese o con vette bianche di neve. Caro ministro, dopodomani è un altro anno. Non ci deluda.


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