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Sì, è come Pantani

18 Lug 08

Giancarlo Dotto

Rettifichiamo: cinquanta chili di pelle, ossa e doping. Non sembrava Pantani. Era Pantani. Replica nauseabonda, che toglie il fiato per quanto già vista. Li chiamano pirati o cobra ma il marcio è lo stesso, l’illusione non cambia. Un baro truccato da semidio e ai suoi piedi un’immane platea di creduli, smaniosi di credere. Un’altra storia maledetta che, speriamo per lui, Riccardo, almeno nell’esito non somiglierà a quella di Marco. Pantani trasformò la sua disavventura in una catastrofe esistenziale, il suo alter ego di Modena sembra sufficientemente giovane, sfrontato, disinibito per darsi un’altra chance o un’altra vita. Marco ci sguazzava morbosamente nella colpa, Riccardo probabilmente non sa cosa sia. Se lo sa, ce lo dimostri oggi, subito, adesso.

Da ieri la faccia nuova del nostro ciclismo, il fenomeno Riccò, è diventato il caso Riccò. I gendarmi hanno bussato alla sua porta alle 12 e 45, lo hanno prelevato e trasferito al commissariato tra gli insulti e i lazzi della gente. «Ora non diteci che è tutto falso anche questo, un’altra patacca, un’altra pagina della mitologica truffa… Non bussate, almeno per un po’, alla porta di Riccardo», avevamo scritto l’indomani della tappa dell’Aspin. Era un patetico esorcismo, più che un appello. La patacca c’era tutta. «Cera» è lo scivoloso acronimo dell’epo di terza generazione trovato in corpo a Riccò dagli analisti dell’antidoping francese. C’era è anche una coniugazione al passato del verbo essere. C’era una volta il ciclismo. Per tutti quelli che lo amano, lo corrono e lo raccontano, riprendere e partire ieri è stata una fatica sovrumana. Sono partiti e sono arrivati, qualcuno li ha anche raccontati, ma era solo inerzia.

L’aggravante stavolta è l’identità dell’imbroglione. Ad assumere l’epo di ultima generazione è un ragazzo di ultima generazione. Il ciclismo aveva faticosamente espiato la sua colpa in questi anni, una catarsi collettiva di dimensioni drammatiche, tra fughe, imboscate, denunce, squalifiche, morti e dissolti. Pagata col sangue dei controlli a sorpresa, vampiri autorizzati di giorno e di notte. Ci si aggrappava alle nuove generazioni. Riccardo Riccò ha dato un calcio allo stomaco di questo residuo brandello di fiducia. Definitivo. L’innocenza del doping era quando tutti lo facevano, quando Coppi e Bartali scherzavano al Musichiere sulla bomba. Farsi o compensarsi aveva una giustificazione allora, si stava in bici anche dieci ore al giorno su strade che nemmeno gli asini. Doparsi oggi è uno sfregio a chi ancora ci crede, a chi ha deciso di essere pulito, una volgare scorciatoia, se sei giovane e hai talento. E anche stupida, se decidi di farlo in Francia dove «l’attenti al lupo» è totale, ancora prima che il lupo si manifesti, nel pelo e nel vizio.

Grazie a Riccò, ora sappiamo per sempre. Che «quegli spari secchi fuori dalla pancia del gruppo», quelle violente, ripetute accelerazioni non sono imprese di cui emozionarsi, ma una confessione pubblica di doping. Eccesso doloso di ossigeno nel sangue, questo è l’altro pianeta, nulla di mitologico. Senza il quale, il ciclismo ha tutto il suo diritto di continuare per quello che è, un’onesta transumanza di più o meno dotati fachiri del pedale. Se la certezza oggi è che la storia del ciclismo coincide con quella del doping, la domanda da brivido è un’altra, a tre settimane da Pechino: e la storia dello sport? Cosa accadrà il giorno in cui la ferocia dei controlli antidoping dovesse estendersi dal ciclismo a tutto il movimento?
Nota a margine. Cavendish, velocista britannico, ha vinto in volata la tappa di ieri. Grande volata. Commento della gente: «Bravissimo? No, dopatissimo».

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