Archive for the 'L’Espresso' Category

Voglia di Fez e di grembiule

7 Nov 08

Michele Serra

Il clima di restaurazione nazionale procede spedito. Dopo Licio Gelli in tv, si prevede che le Paludi Pontine saranno nuovamente allagate, per permettere a Berlusconi di creare Latina Due

Licio Gelli Il ritorno di Licio Gelli in tv conferma che il clima di restaurazione nazionale procede spedito. Non sono mancate le polemiche: un vecchio esaltato che inneggia alla repressione è un format che pareva cucito addosso a Francesco Cossiga. Perché glielo hanno tolto? Pare che al provino l’ex presidente della Repubblica sia stato scartato perché parlava ininterrottamente anche durante gli spot pubblicitari. Gli è stato preferito Gelli, che per giunta portava con sé sponsor che la televisione non aveva mai sperato di avere: fabbriche di esplosivo, ditte specializzate nelle riparazioni dei treni, pompe funebri, editori di dossier di tutte le epoche.

Anche il ritorno del grembiule nelle scuole, alla luce della ricomparsa di Gelli, assume connotati più chiari: era un omaggio alla massoneria, e si prevede che oltre al grembiule i bambini delle elementari dovranno indossare il cappuccio e tramare nei corridoi cercando di destituire il preside e sostituirlo con Fabrizio Cicchitto. Ma vediamo, oltre a quello di Gelli, quali sono gli altri grandi ritorni in vista.

Fez Il ritorno del fez durante le riunioni del consiglio dei ministri ha suscitato qualche polemica. Ma il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, ha chiarito che indossarlo non è obbligatorio, e dunque le accuse di fascismo mosse da alcuni confinati a Ponza sono del tutto pretestuose.

Paludi Pontine Verranno nuovamente allagate per permettere a Berlusconi, in omaggio al Duce, di bonificarle una seconda volta, erigendo Latina Due: una città modello con archi e colonnati in marmo bianco, come l’Eur, ma dietro la facciata neo imperiale una tendopoli della protezione civile per ospitare gli alluvionati. Il premier in persona ha assicurato che le tende avranno il videocitofono.

Quattro Novembre Tornerà a essere festa nazionale. Alla parata militare sfileranno, tra gli applausi della folla, due nuovi corpi speciali: gli alpini assiderati e i fanti infangati, per un pittoresco revival della Grande Guerra. Si cercano volontari per ridare vita agli artiglieri mutilati. La ‘Canzone del Piave’ verrà eseguita a Sanremo da Gina Lollobrigida e Sophia Loren, transennate dal genio civile.

Servizi deviati Questo reparto speciale, riconoscibile per la caratteristica uniforme (una penna biforcuta infilata nel taschino), ha accumulato negli ultimi anni una quantità enorme di falsi dossier, depistaggi inevasi, testimonianze mendaci che ingombrano scrivanie e uffici. Per sveltire l’ingorgo burocratico, verranno rimessi in circolazione, anche in speciali edizioni per bibliofili, rilegate e numerate, cambiando i nomi per renderli attuali. Tra i primi, attesissimi titoli: ‘La moglie di Prodi era in via Rasella’, ‘Togliatti è vivo e si nasconde a Montecarlo’ e ‘Massimo Cacciari non ha mai letto un libro in vita sua’.

Olio di ricino Ha finalmente ottenuto il riconoscimento di prodotto Doc. Quello di prima spremitura verrà venduto insieme a una squadraccia che provvederà a somministrarlo agli acquirenti con l’apposito imbuto.

Tessere P2 I collezionisti attendono con ansia la ristampa della P2 card, che dà diritto a forti sconti per fughe in Sud America, parcelle di avvocati, acquisto di case editrici e quotidiani, elezione a presidente del Consiglio.

Caproni La gloriosa fabbrica di biplani a elica avrà una seconda vita grazie alla Nuova Alitalia, che intende rilevare l’intera flotta dai musei e dai collezionisti privati. Il modello alimentato a citronella sarà impiegato sulla tratta Milano-Roma, a bordo solo il pilota e una hostess vestita come Alida Valli, i passeggeri seguiranno il volo da terra su un pullman. Tra le nuove tratte previste, il volo su Vienna e la Roma-Fiume. Il tradizionale lancio di volantini sarà sostituito dall’invio di esse-emme-esse.

Peccato capitale

25 Set 08

Naomi Klein

Lo danno per morto. Ma è un trucco. Il mercato risorgerà più forte di prima. E tutti pagheremo per le sue colpe. A meno che non si eserciti una forte pressione sulla politica. Tornando nelle piazze.

Qualunque cosa stiano a significare gli eventi accaduti in queste settimane, nessuno dovrebbe credere alle dichiarazioni esagerate che vedono nella crisi dei mercati la morte dell’ideologia del libero mercato. L’ideologia del libero mercato ha sempre servito gli interessi del capitale e la sua presenza ha moti alterni secondo la sua utilità verso tali interessi.

Durante i periodi di boom economico è utile predicare il laissez faire, poiché un governo assente dà modo alle bolle speculative di gonfiarsi, facendo lievitare i prezzi. Quando tali bolle esplodono, l’ideologia diviene un ostacolo, o addirittura un impedimento, e viene messa da parte mentre i grandi governi corrono ai ripari. Il resto è garantito: l’ideologia tornerà a ruggire più forte di prima una volta terminate le operazioni di salvataggio finanziario.

I massicci debiti che il settore pubblico sta accumulando per salvare finanziariamente gli speculatori diventeranno allora parte di una crisi di budget globale che comporterà una razionalizzazione nonché un taglio dei programmi sociali, insomma una rinnovata spinta a privatizzare ciò che resta del settore pubblico. Ci verrà anche detto che le nostre speranze per un futuro verde sono, purtroppo, troppo costose.

Ciò che non sappiamo è come il settore pubblico risponderà. Consideriamo che in Nord America tutti coloro che hanno meno di 40 anni sono cresciuti con la consapevolezza che il governo non può intervenire nella propria vita, che il governo è il problema e non la soluzione, che il laissez faire è l’unica e la sola opzione.

Ora, improvvisamente ci troviamo di fronte a un governo estremamente attivo e fortemente interventista, apparentemente pronto a fare qualunque cosa sia necessaria per salvare gli investitori da loro stessi.

Di fronte a questo scenario una domanda sorge spontanea:
se lo Stato può intervenire per salvare le società di capitali che corrono incauti rischi nei mercati immobiliari, perché non può intervenire per evitare che a milioni di americani sia tolto il diritto di cancellare un’ipoteca?

Allo stesso modo, se 85 miliardi di dollari possono essere messi subito a disposizione per comprare il gigante assicurativo Aig, perché il sistema sanitario per tutti, che proteggerebbe gli americani dalle pratiche predatorie delle società di assicurazione sanitaria, viene fatto apparire come un sogno irraggiungibile?

E se altre società di capitali necessitano di fondi dei contribuenti per rimanere a galla, perché i contribuenti non possono fare richieste in cambio, ad esempio tetti sugli stipendi dei manager e una garanzia contro la perdita del posto di lavoro? Ora che è chiaro che il governo può agire in tempi di crisi, sarà molto difficile in futuro per il governo sostenere la propria impotenza.

Un altro possibile cambiamento ha a che fare con le aspettative del mercato di future privatizzazioni. Per anni, le banche che si occupano di investimenti a livello globale hanno esercitato pressioni sui politici per due nuovi mercati: uno che deriverebbe dalla privatizzazione delle pensioni pubbliche e l’altro che scaturirebbe da una nuova ondata di privatizzazioni dei sistemi idrico e stradale. Entrambi questi sogni sono diventati piuttosto difficili da vendere: gli americani non sono in vena di affidare i propri beni patrimoniali, individuali e collettivi, agli speculatori sconsiderati di Wall Street, specialmente perché è alquanto probabile che i contribuenti dovranno ricomprare i propri beni quando esploderà la prossima bolla finanziaria.

Con il fallimento dei negoziati del Wto (World Trade Organization), questa crisi potrebbe anche funzionare da catalizzatore per un approccio radicalmente alternativo alla regolamentazione dei mercati mondiali e dei sistemi finanziari.

Gia stiamo assistendo a un movimento verso la ‘sovranità alimentare’ nei paesi in via di sviluppo, piuttosto che lasciare l’accesso al cibo ai capricci dei commercianti all’ingrosso. Forse i tempi sono maturi per idee quali il taxing trading, che rallenterebbe gli investimenti speculativi e altri controlli di capitali a livello globale.

E ora che la nazionalizzazione non è più una parolaccia, le compagnie petrolifere dovranno fare attenzione: qualcuno deve pagare per il cambiamento verso un futuro più sostenibile e ha senso ancor più per il volume di fondi provenienti da un settore altamente proficuo che è il maggior responsabile della nostra crisi ambientale e climatica. Ha certamente più senso che creare un’altra pericolosa bolla finanziaria nel commercio del carbone.

Tuttavia la crisi cui stiamo assistendo esige cambiamenti persino più profondi. A questi mutui spazzatura è stato permesso di proliferare non solo perché i moderatori-correttori non ne comprendevano i rischi, ma anche perché abbiamo un sistema economico che misura il nostro benessere collettivo basandosi esclusivamente sulla crescita del Pil.

Così, finché i mutui spazzatura foraggiavano la crescita economica, i nostri governi li sostenevano attivamente. Quindi ciò che veramente viene chiamato in causa dalla crisi è l’indiscussa dedizione alla crescita a tutti i costi. Dove questa crisi dovrebbe condurci è verso un modo radicalmente diverso per la nostra società di misurare il benessere e il progresso.

Niente di tutto questo, comunque, accadrà a meno di un’enorme pressione dell’opinione pubblica sulla classe politica in questo periodo chiave. E non una lieve pressione politica, bensì un ritorno alle piazze e all’azione diretta che negli anni Trenta inaugurò il New Deal. Senza questa pressione, ci saranno solo cambiamenti superficiale e un ritorno, il prima possibile, al business di sempre.

E ora un nuovo PD

(16 Apr 08)

Marco Damilano

La leadership di Veltroni non si tocca. Ma la sconfitta è stata collettiva. E l’intero gruppo dirigente del partito deve essere rimesso in discussione. L’analisi del ministro uscente Arturo Parisi

Per mesi è stato all’interno del Pd un avversario tenace di Walter Veltroni, ma all’indomani della sconfitta elettorale Arturo Parisi non ha nessuna voglia di processi e di rese dei conti. «Il “si può fare” è alle nostre spalle. Non ce l’abbiamo fatta, purtroppo. E ora sarebbe facile infierire su chi porta per intero la titolarità della campagna elettorale, e lo dico con simpatia per Walter, ma qui è in gioco un intero gruppo dirigente. È stata una sconfitta collettiva, corale».

Il ministro della Difesa analizza lo tsumami del 14 aprile con l’occhio del politologo abituato a destreggiarsi tra dati e flussi elettorali. «Da studioso vorrei riservarmi tutto il tempo di cui ho necessità per non dire cose superficiali. Ma abbiamo qui i dati assoluti, i più sicuri. E i numeri assoluti ci dicono che il centrosinistra rispetto al 2006 ha perso per strada più di tre milioni di voti. È difficile non definirla una disfatta. Cosa è davvero accaduto? Che fine hanno fatto questi tre milioni di persone? Si sono astenuti? Hanno votato scheda bianca? Si sono trasferiti in parte dalla Sinistra Arcobaleno al Pd? Lo vedremo quando saranno disponibili i flussi. Qualcosa, però, si può dire fin da oggi».

Il professore sardo ripercorre come in un film le scelte compiute fin qui dal Pd di Veltroni. Scorrono le immagini: le primarie per l’elezione del leader, la scelta di dialogare con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale. E poi la decisione di correre da soli alle elezioni spezzando l’alleanza con la sinistra radicale su cui si era retto (malamente) il governo Prodi. «La scomposizione dell’Unione nasce dalla scelta di Bertinotti », ricorda Parisi, che di quell’alleanza è stato tessitore quando Prodi era ancora a Bruxelles come presidente della Commissione europea. E c’è stato un momento in cui il sogno dell’inventore dell’Ulivo, la nascita di un soggetto politico in cui tutto il centrosinistra potesse ritrovarsi, è sembrato a portata di mano: le primarie dell’ottobre 2005, quando Bertinotti gareggiò con Prodi per la scelta del candidato premier. «Dopo quel momento Bertinotti non è stato coerente. O non ha mai creduto nel progetto o lo ha abbandonato subito e ha arretrato fino al punto più basso, quando in campagna elettorale ha fatto scrivere sui manifesti che lui voleva rappresentare solo una parte, la sua, e non l’interesse generale. Non era credibile, non è stato creduto».

Tutta colpa di Fausto, allora? Non esattamente: «La separazione tra il Pd e la sinistra è stata consensuale, non certo l’esito di un confronto politico forte. È stato un separarsi con l’idea di ritrovarsi. Motivato dall’idea che per il Pd i voti non conquistati a sinistra potessero essere compensati, per così dire, a destra. La linea del Pd, in questa campagna elettorale, ha scommesso in modo dichiarato sulla possibilità di intercettare i voti di centro, anche a costo di perdere il contatto con una componente importante del centrosinistra e di non coinvolgere gli elettori schierati a sinistra. L’idea che, alla fine, il saldo fosse positivo. Non è stato così: la linea non ha incontrato i fatti».

La linea, come la chiama Parisi, per alcuni notabili del Pd ha gli occhiali da miope e il sorriso accattivante di Veltroni. Ma il ministro della Difesa rifiuta questa equazione: «Non mi piace questo atteggiamento sciacallesco. Veltroni si è assunto il rischio politico in prima persona e ha svolto la campagna in prima persona. Le sconfitte sono onorevoli se ti batti per la vittoria, Veltroni si è battuto, nessuno può prenderne le distanze. Non so se per tutti sia onorevole, ma per Walter è una sconfitta onorevolissima».

Però qualcosa da dire Parisi ce l’ha. La prima riguarda l’atteggiamento tenuto nei confronti del governo Prodi: «La difesa di quello che avevamo fatto doveva avvenire non solo sulla persona di Romano, ma anche sui risultati del governo che ci venivano contestati. Invece la risposta è stata necessariamente imbarazzata e contraddittoria ». Il secondo affondo è sulla gestione del partito. «Lo dico senza ironia, pacatamente e serenamente: dobbiamo svolgere quel ragionamento politico che fin qui non c’è stato. Un ragionamento rispettoso dei fatti e delle persone. Le primarie che hanno eletto Veltroni non sono state un confronto sul futuro, ma una somma di passati. Poi ci sono state due assemblee costituenti senza possibilità di discutere per via della campagna elettorale in arrivo. Il risultato è che il Pd non è potuto nascere ».

È la richiesta di un congresso straordinario del Pd o perfino di un cambio di leadership? «Le ritualità sono inutili, sono un punto di arrivo», risponde Parisi: «Guai a muoverci dalle parti dei nostri ombelichi o a voler addirittura sostituire i titolari degli ombelichi. O scende in campo un progetto alternativo o discutere di leadership sarebbe il colpo finale. La sconfitta diventerebbe una disfatta». Veltroni non si tocca, ma tutto il resto deve essere rimesso in discussione: linea politica, progetto e soprattutto gruppo dirigente. Gira e rigira, il ministro della Difesa batte sempre sullo stesso tasto: «In questi mesi non siamo riusciti a rappresentare nella sua pienezza la novità del nuovo partito. Veltroni ha caricato tutta la novità sulle sue spalle, sulla sua leadership e sulla simbologia, per me indovinata: l’inno nazionale, la bandiera, il tricolore nel simbolo parlano del Pd come di un partito dell’Italia e degli italiani». Un leader solo al comando, solo sul palco, solo il suo nome sui manifestini verdi sventolati in tutta Italia da folle enormi. «Sì, ma poi le persone che non salivano sul palco c’erano tutte, erano lì, la gente sapeva che erano nelle liste. Siamo rimasti a metà del guado. Abbiamo insistito sul nuovismo, ma poi noi del vecchio c’eravamo tutti, lo dice chi tra i vecchi si sente l’ultimo arrivato ».

Una mancanza di credibilità, anche personale, come sbraitava Berlusconi: Pd ultima incarnazione del Pci, Veltroni uomo di apparato, professionista della politica? «Se Berlusconi ha pensato di poter utilizzare questo logoro armamentario è perché nel Paese ha ancora una sua attualità », ragiona Parisi. I notabili al gran completo, da Massimo D’Alema a Giuseppe Fioroni, da Dario Franceschini ad Anna Finocchiaro, a Franco Marini accorso al capezzale del Pd alla fine della serata elettorale, poche ore dopo i primi risultati sono tornati a salire sul palco accanto a Veltroni: un gesto di solidarietà, forse di assunzione di responsabilità, ma anche un segno di tutela di una leadership che sembrava fortissima e che oggi, all’improvviso, appare fragile. «Il gruppo dirigente è chiamato a un profondo rinnovamento del personale politico: il passaggio di generazione avviato da Veltroni deve continuare. Il gruppo dirigente non può trasformare la vicenda in una questione personale di Veltroni, né risolvere il tutto con i vecchi caminetti delle correnti. Bisogna saper leggere i segni dei tempi. Sono persone troppo avvertite per non capirlo». Una nuova leva di giovani leader, da costruire fin da ora.

E il futuro personale del leader sconfitto? Sarà ancora lui il candidato premier quando si tornerà a votare? Troppo presto per dirlo, ma un ultimo consiglio Parisi lo vuole dare: «Veltroni non può che essere al servizio del progetto di cui fa parte, lo invito a spendersi per questo. Walter ha detto bene in questi mesi: progetti lunghi e una classe dirigente che realizzi questi progetti. Faccio appello ai quarantenni: scendete in campo. E non fatelo solo in virtù dei vostri quarant’anni. Non so se esistono nel Pd, so che in Italia ci sono questi quarantenni che parlano poco di sé e molto del Paese». AAA, giovani leader cercasi.

A Nord una sinistra preistorica

(16 Apr 08)

Paolo Forcellini

Gli errori della sinistra, le scelte del Pd, il crollo della sinistra radicale. All’indomani della sconfitta elettorale l’analisi di Massimo Cacciari, sindaco di Venezia e dirigente del Pd, in un’intervista a l’Espresso

Quali errori ha commesso il centrosinistra? Ne abbiamo parlato con Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, dirigente del Pd e Cassandra inascoltata.

Walter Veltroni ha dato spazio a imprenditori del Nord. Non è bastato. Dov’è lo sbaglio?
«Non si è trattato di mosse errate quanto insufficienti. La questione settentrionale non era aggirabile con qualche ottima candidatura, come quella di Colaninno o quella, meno brillante, di Calearo. Sono scorciatoie: o il Pd comprende che al Nord si deve dare una struttura autonoma, dal punto di vista della leadership e dei programmi, radicata territorialmente e socialmente, oppure rimarremo minoritari. Anche nel momento della formazione del Pd, con Penati, Illy, Chiamparino, abbiamo cercato di spiegare che il partito doveva nascere federale, con due facce, una nazional-popolare e una settentrionale. Questo discorso non passa. Invece il centrodestra l’ha compreso: Fini “sopporta” l’autonomia leghista nel Lombardo-Veneto. In realtà gli elettorati di Lega e Forza Italia sono contigui: un popolo formato da miriadi di microimprese, commercianti, moltissimi operai incazzati e anche settori dell’imprenditoria organizzata. Un popolo interclassista».

Veltroni, decidendo di “andare da solo”, ha buttato alle ortiche l’unica chance per la sinistra di andare al governo. È così?
«Per carità, non andando da solo il Pd avrebbe abortito al sesto mese. Adesso bene o male c’è un patrimonio, il Pd, che ha avuto un buon risultato da cui ripartire, certo per una lunga marcia. In compagnia avremmo perso peggio: non si sarebbero sommati per niente i voti presi oggi dal Pd con quelli della sinistra radicale».

La dissoluzione della sinistra radicale è un fatto solo negativo o mostra un elettorato più maturo che vuole votare solo forze con una cultura di governo?

«Anche all’interno della Sinistra Arcobaleno, penso ai verdi, ci sono componenti che vogliono governare e non solo protestare. Non è però l’aspetto decisivo. Piuttosto quella sinistra ha scontato la sua visione preistorica della realtà sociale del Nord. Si è manifestata come una forza conservatrice, staccata dalle trasformazioni sociali. Ciò è certo negativo perché una presenza radicale dentro una politica di centrosinistra è fisiologica, è bene che vi sia rappresentata. C’è nella socialdemocrazia tedesca, nei laburisti, in Francia, con Zapatero. L’anomalia italiana sta nel fatto che tali componenti, anziché riconoscersi all’interno di una grande forza di governo, vogliono fare da sole».

L’affermazione di Di Pietro indica che ci voleva un po’ più di “giustizialismo” da parte del Pd?
«Non direi. Idv è un “partito ad obiettivo”. Una parte di elettorato del centrosinistra, pur accettando la logica maggioritaria, vuole dare un’immagine autonoma rispetto al soggetto egemone della coalizione. Niente di male. Lo stesso avviene per la Lega Quali errori ha commesso il centrosinistra? Ne abbiamo parlato con Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, dirigente del Pd e Cassandra inascoltata. Walter Veltroni ha dato spazio a imprenditori del Nord. Non è bastato. Dov’è lo sbaglio? «Non si è trattato di mosse errate quanto insufficienti. La questione settentrionale non era aggirabile con qualche ottima candidatura, come quella di Colaninno o quella, meno brillante, di Calearo. Sono scorciatoie: o il Pd comprende che al Nord si deve dare una struttura autonoma, dal punto di vista della leadership e dei programmi, radicata territorialmente e socialmente, oppure rimarremo minoritari. Anche nel momento della formazione del Pd, con Penati, Illy, Chiamparino, abbiamo cercato di spiegare che il partito doveva nascere federale, con due facce, una nazional-popolare e una settentrionale. Questo discorso non passa. Invece il centrodestra l’ha compreso: Fini “sopporta” l’autonomia leghista nel Lombardo-Veneto. In realtà gli elettorati di Lega e Forza Italia sono contigui: un popolo formato da miriadi di microimprese, commercianti, moltissimi operai incazzati e anche settori dell’imprenditoria organizzata. Un popolo interclassista».

Veltroni, decidendo di “andare da solo”, ha buttato alle ortiche l’unica chance per la sinistra di andare al governo. È così?
«Per carità, non andando da solo il Pd avrebbe abortito al sesto mese. Adesso bene o male c’è un patrimonio, il Pd, che ha avuto un buon risultato da cui ripartire, certo per una lunga marcia. In compagnia avremmo perso peggio: non si sarebbero sommati per niente i voti presi oggi dal Pd con quelli della sinistra radicale».

La dissoluzione della sinistra radicale è un fatto solo negativo o mostra un elettorato più maturo che vuole votare solo forze con una cultura di governo?
«Anche all’interno della Sinistra Arcobaleno, penso ai verdi, ci sono componenti che vogliono governare e non solo protestare. Non è però l’aspetto decisivo. Piuttosto quella sinistra ha scontato la sua visione preistorica della realtà sociale del Nord. Si è manifestata come una forza conservatrice, staccata dalle trasformazioni sociali. Ciò è certo negativo perché una presenza radicale dentro una politica di centrosinistra è fisiologica, è bene che vi sia rappresentata. C’è nella socialdemocrazia tedesca, nei laburisti, in Francia, con Zapatero. L’anomalia italiana sta nel fatto che tali componenti, anziché riconoscersi all’interno di una grande forza di governo, vogliono fare da sole».

L’affermazione di Di Pietro indica che ci voleva un po’ più di “giustizialismo” da parte del Pd?
«Non direi. Idv è un “partito ad obiettivo”. Una parte di elettorato del centrosinistra, pur accettando la logica maggioritaria, vuole dare un’immagine autonoma rispetto al soggetto egemone della coalizione. Niente di male. Lo stesso avviene per la Lega».

Ecoballe di sinistra

(11 Gen 08)

Giampaolo Pansa

A Napoli anche la camorra diventa un alibi per l’impotenza della politica, un male peggiore della delinquenza

Catastrofe e panico. Sono le sensazioni che provo quando vedo alla tivù il gigantesco immondezzaio di Napoli. Non le provo per il problema in sé. Questo verrà risolto in qualche modo. Prima o poi, la monnezza sarà raccolta e portata agli impianti dell’Italia del nord, dove la bruceranno con un buon guadagno. La catastrofe che sembra impossibile evitare è quella dei partiti di sinistra. A soffocarci sono le ecoballe rosse di una casta impotente e incapace. Per di più, ecoballe malmesse, dalla copertura lacera, che lasciano intravedere una spazzatura politica ripugnante. Qualcosa già si sapeva. Ma oggi lo spettacolo è completo. Ed è questo a destare il panico.

Qui devo fare un inciso personale. Ho sempre votato per la sinistra o per una delle tante sinistre. Ne ho scritto molto: qualche libro e migliaia di articoli. Posso dire di conoscere bene i miei polli. Come accade in tutte le parrocchie di partito, anche a sinistra ci sono politici da stimare. Ma è l’insieme a essere terrificante. Per anni e anni, la sinistra e il centro-sinistra ci hanno spiegato di essere il mago Zurlì. Nessuno meglio di loro sapeva amministrare i comuni, le province, le regioni, lo Stato. Nessuno poteva emulare le qualità che sfoggiavano: saggezza, efficienza, onestà e trasparenza. Ce lo ripetevano i dirigenti, i propagandisti e i giornali della congrega. Con una sicumera arrogante che non dovevi mai contraddire.

Poi, di crisi in crisi, nella Chiesa Rossa è comparsa qualche crepa. I custodi del tempio si sono divisi. E hanno cominciato a combattersi, pur restando insieme negli stessi governi, nelle regioni, nelle grandi città. I loro errori si sono moltiplicati. La lentezza esasperante nel decidere. L’eterno rinvio di problemi da risolvere subito. La faziosità imposta come razionalità. La superbia di ritenersi il meglio del meglio nel guidare il paese. Ma l’arroganza e la sicumera sono rimaste intatte.

Adesso tutto sta crollando nella Chiesa Rossa. Napoli è soltanto un avviso di quello che accadrà in Italia, se le sinistre non cambieranno pelle. Dava i brividi la faccia di Antonio Bassolino al ‘Porta a porta’ di lunedì 7 gennaio. Una maschera di pietra, stravolta, segnata dalla sconfitta. Anche il capo dei verdi, il ministro Alfonso Pecoraro Scanio, era tramortito, sotto il cerone di una vanità sprezzante. Due imputati davanti a una corte di giustizia. Poi la voce querula della Jervolino che strillava di aver avvertito il governo Prodi del terremoto in arrivo, senza ricevere risposta. E infine Enrico Letta che, da Palazzo Chigi, si diffondeva in impegni, subito smentiti da Bassolino, con cupezza sfiancata.

Sono gli stessi dirigenti della sinistra campana a metterci sotto gli occhi il loro fallimento. Vincenzo De Luca, il sindaco ulivista di Salerno (“una città pulita come la Svezia”), spiega che i Ds della regione, puntando su Bassolino, “hanno svenduto il futuro di due generazioni per le logiche di corrente”. E sempre Bassolino ha finalmente sputato la verità sull’impotenza delle sinistre a fronteggiare la rabbia popolare da loro eccitata, difesa, esaltata.

Che sfilate e che cortei! Comitati civici, ultras dell’ambientalismo, sindaci schiavi dei loro elettori, vescovi che predicano contro i rifiuti, preti che dicono messa per chi presidia le discariche, disoccupati organizzati, capetti del centro-sinistra e del centro-destra uniti nella lotta. Mentre un tecnico di valore come Guido Bertolaso veniva cacciato, i soliti noti restavano al potere in Campania. E Pecoraro Scanio trovava il fegato per far eleggere senatore il fratello Marco.

In questo caos di ecoballe rosse, anche la camorra diventa un alibi per l’impotenza della politica, un male ben più pernicioso della delinquenza. In proposito ho un vecchio ricordo professionale. Fra il 1970 e il 1971, quando lavoravo per la ‘Stampa’ di Alberto Ronchey, rimasi sei mesi a Reggio Calabria per raccontare la rivolta della città che chiedeva di diventare la capitale della regione, al posto di Catanzaro. Anche allora si disse che la regia di quella lunga guerriglia era della ‘ndrangheta. Ma non era vero. Tutto dipendeva dalla tracotanza di qualche boss politico e dall’inerzia del governo centrale che avevano aizzato migliaia di reggini.

A quel tempo, il governo era guidato dal democristiano Emilio Colombo. Oggi in prima linea c’è il governo di Romano Prodi. Il suo centro-sinistra già non sta bene di salute. Il Professore può cadere sepolto dai rifiuti di Napoli? Il centro-destra lo spera. Sbagliando, perché non ci guadagnerà niente. Tranne che il vuoto politico. Se andrà così, meglio emigrare in Svizzera. Nella Lugano bella saranno un po’ razzisti, ma pazienza. E dell’uomo forte non hanno alcun bisogno. Perché forti lo sono tutti, quando è il momento di esserlo.

Ds story, il futuro non è più quello di una volta

(21 Apr 07)

Chiara Valentini

Dopo aver seguito in un arco di anni piuttosto lungo vari congressi del Pci-Pds-Ds non potevo per nessuna ragione mancare l’ultimo della serie, questo strano e per certi aspetti poco decifrabile congresso che finisce oggi a Firenze, così apparentemente privo di drammaticità ma anche così carico di incognite, di cose forse non dette, di tensioni al nuovo e di vecchi e risaputi meccanismi. In questo palazzetto intitolato a Nelson Mandela, al contrario di altre volte noi giornalisti possiamo circolare liberamente in platea, sederci tra i delegati, arrivare quasi a fianco di uno strano tavolo della presidenza spezzettato in vari segmenti, dove siedono per l’ultima volta fianco a fianco Reichlin e Fabio Mussi, Cesare Salvi e Vannino Chiti, D’Alema e Fulvia Bandoli e Angius e la Turco e (per pochissimo) anche Giovanni Berlinguer, che è fra i pochi ad avere un’aria sinceramente affranta.

N on c’è ragione d’altra parte per confinare noi giornalisti nel parterre di una tribuna stampa. Me ne rendo conto subito, ripensando a quante volte ero ricorsa a invenzioni estemporanee per riuscire a penetrare nel recinto dei leader, per cogliere un pettegolezzo, per cercar di anticipare cosa stava per succedere. Qui quel che per il momento si può sapere è già noto, a cominciare dal nome del segretario Fassino, che è già stato rieletto a scrutinio segreto con il 75 per cento dei consensi prima dell’inizio del congresso e che ascolta con un po’ di imbarazzo questa designazione destinata per forza di cose a restare la prima e l’ultima di questo genere. Ma è noto anche l’invito a restare, che è noto non verrà accolto, a Mussi e agli altri, che ascolteremo nelle quasi due ore della relazione fassiniana, piena di analisi sul mondo che ci sta intorno e di citazioni più che rispettabili, ma dove la frase che più mi è restata impressa è quella di un anonimo graffito sul muro della metropolitana di Milano, “Il futuro non è più quello di una volta”.

Certamente non è più quella di una volta, e nemmeno di volte molto recenti, questa riunione di 5 mila persone, militanti si sarebbe detto fino a ieri, che si chiamano ostentatamente compagni sapendo che da domani non lo faranno più, che ascoltano in apertura le note per la verità poco riconoscibili di “Over the Rainbow” (la delegazione gay, numerosa come non mai, scriverà il giorno dopo che forse quella canzone era state scelta in omaggio a loro, ma mi permetto di dubitarne). Parecchi dei 5 mila forse vorrebbero ascoltare, almeno per l’ultima volta, qualche nota di sempre, magari dell’Internazionale in versione rap, e invece si beccano vari minuti di “Fratelli d’Italia”, che come è noto non è la Marsigliese e fa calare un velo di imbarazzo.

C ome mai in passato la gente ascolta in questo congresso solo gli interventi di pochi big, dei protagonisti di cui ci si aspetta la performance. Dopo Fassino fa il pieno un problematico e molto applaudito Angius, fanno ovviamente il pieno Mussi e Veltroni e Massimo D’Alema e pochi altri. Tanto per fare un esempio, ma non è certo il solo, quando prende la parola la ex star Antonio Bassolino il catino del palazzetto si svuota e quei pochi che restano se ne stanno in piedi a chiacchierare con i vicini. Eh si, il futuro non è più quello di una volta, qui c’è posto solo per i protagonisti, non per le figure di contorno. Devono essersene resi conto anche i molti intellettuali e attori e pensatori di vario genere che da sempre avevano affollato i congressi del Pci-Pds-Ds. Questa volta ce ne sono parecchi nel parallelo congresso della Margherita, da Vespa alla Fracci, da Michele Placido a tanti altri. Ma qui brillano per la loro assenza, compresi vari ispiratori del Partito che verrà. Probabilmente torneranno anche loro, la prossima volta. Ma quasi per un sesto senso devono avere intuito che a Firenze c’erano troppi conti politici da chiudere, troppe storie di famiglia da regolare, in un partito quasi novantenne che si scioglie, inconfrontabile da qualunque punto di vista lo si guardi al giovane rassemblement post democristiano della Margherita.

Qualcuno mi chiede se ricordo ancora gli anni di quell’altro cambiamento tanto più drammatico e spettacolare, quello che era cominciato nell’89 con la Bolognina e con il cambio del nome del Pci. Come potrei non ricordarmelo? Ci avevo scritto sopra anche un libro, “Il nome e la cosa” (e una parte è stata ripubblicata in un altro libro uscito proprio in questi giorni da Feltrinelli, “La cosa e fare politica”, che ha ricostruto, anche con l’aiuto di due Dvd, quello straordinario e interminabile psicodramma da cui era nato il Pds e poi Rifondazione comunista e il mito unitario della sinistra italiana era andato in mille pezzi). Rievocando la cosidetta Svolta l’altra sera Bruno Vespa ha fatto un lapsus, ha detto che si trattava di cose successe 28 anni fa. Si è dovuto correggere poco dopo, gli anni passati da quel terremoto in realtà erano 18. Ma il lapsus non è incomprensibile. Sembra venire da tempi lontanissimi, da epoche remote quel giovanissimo Fassino che sosteneva “La diversità comunista non è un fatto genetico, è una questione di programma”, così come il Bassolino inneggiante alla “combattività operaia”. Per non parlare di Fabio Mussi, che confessava di non aver provato dispiacere ma al contrario sollievo (”Abbiamo evitato il rischio di arrivare fuori tempo massimo”) quando Occhetto lo aveva informato in anticipo che il Pci stava per essere archiviato.

Ecco allora una prima, forse parziale chiave per interpretatre questo inedito congresso. I protagonisti di oggi, chi marcia verso il partito Democratico e chi si sfila a sinistra, sono dal primo all’ultimo i trentenni di allora, che erano stati protagonisti della cosidetta svolta. Uomini legati da una storia comune fortissima, impossibile fingere che non ci sia mai stata. E infatti si abbracciano come non si è mai visto fare dopo rotture politiche come queste, piangono anche se certo ci avevano già abituato alle lacrime. Ma piangono, questa volta, anche per questioni biografiche, per storie personali che si separano. Mah si, anche gli uomini della politica ormai hanno un cuore, o forse non si vergognano più di farlo vedere. Promettono che si incontreranno ancora, magari in un futuro governo, o magari in qualche inedita formazione politica. E’ tutto possibile, cari amici e amiche del palazzetto Nelson Mandela, il futuro si sa non è più quello di una volta.

Piero stia attento al Trio del Pacchetto

(19 aprile 2007)

Bestiario di Giampaolo Pansa
D’Alema, Veltroni e Prodi lo hanno messo nel mirino. E dopo il congresso di Firenze per Fassino cominceranno i guai Gli stanno facendo il pacchetto, a Piero Fassino. Fare il pacchetto è un modo di dire piemontese che ha un significato solo: fregare qualcuno e trafficare per mandarlo al tappeto. È quel che può accadere al segretario dei Ds. Certo, Fassino vincerà il congresso di Firenze. Anche sventolando il vessillo del futuro Partito Democratico, il magico Pidì. Ma subito dopo, per lui cominceranno i guai.

A fargli il pacchetto ci provano in tre: Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Romano Prodi. Forse in compagnia di un quarto: Francesco Rutelli. In ballo c’è la leadership del Pidì. Nessuno dei tre, e ancor meno Rutelli, vuole ‘il Lungo’ tra i piedi. La sua mozione avrà pur ottenuto il 75 per cento dei voti congressuali, ma al Trio del Pacchetto non potrebbe importargliene di meno. È un’attenuante non prevista dalla sentenza di condanna che, prima o poi, verrà stilata a carico di Fassino.

Il verdetto sarà deciso sulla base di più capi d’accusa. Primo: aver tenuto basso il fatturato dei Ds nel voto del 2006. Secondo: aver così messo a rischio la conquista del governo. Terzo: aver reso fragilissima la maggioranza al Senato. Quarto: non aver saputo fermare la scissione di Fabio Mussi. Quinto: pretendere di essere il leader del Pidì. Sesto: aver avuto l’ingenuità di dirlo. Infine, potrà scattare una settima imputazione, nel caso che le elezioni amministrative di maggio vadano male per il centro-sinistra.

Che il compagno Piero stia nel mirino del Trio lo conferma anche la polemica sui sondaggi elettorali che assegnano al Pidì ben pochi voti, fra il 23 e il 26 per cento. Si è subito strillato: la colpa è di Fassino! Invece di ammettere che quel pronostico tetro va messo sul conto di tutti i capi e capetti del centro-sinistra. La loro baracca scricchiola di continuo. Ecco quello che fa emergere in molti elettori la voglia di astenersi, mandando al diavolo i partiti di oggi e di domani.

Se l’inghippo è questo, Fassino avrà una sola alternativa, molto malinconica. Quella di chiudere il ciclo del vecchio Pci e dell’anziana parrocchia diessina, portarli a una svolta storica, creare un partito nuovo e poi fare le valigie. Nel senso di restare sì in politica, ma in posizioni di secondo piano: forse un ministero importante e nient’altro. Nel caso che la ruota girasse per questo verso infausto, confesso che a me dispiacerebbe. Per una serie di motivi che spiegherò in sintesi.

Prima di tutto, perché considero Fassino un politico onesto. Da lui un’auto usata la comprerei. Da altri big della Quercia non lo so. Poi è uno che ha coraggio. L’ho constatato negli anni del terrorismo rosso a Torino. Si è battuto bene, anche contro gran parte del suo Pci che rifiutava di guardare in faccia la verità. È anche il più liberale della Quercia. E sa che l’Italia resterà un paese in declino se scivolerà dentro un regime catto-comunista, dove la faranno da padroni i sindacati, le sinistre radicali e il pauperismo di molti politici bianchi.

Infine, Piero è ben più riformista di tanti suoi vicini di banco. E anche (scrivo la parola proibita) il più revisionista di tutti. Ha ben chiara una regola di ferro. La espongo così: staccarsi dal passato, e guardare in avanti, è possibile soltanto se rileggi la tua storia con sguardo limpido. Senza inforcare gli occhiali dell’opportunismo partitico. E senza inchiodarsi alla bugia che tutto quanto ha combinato la tua ditta è stato giusto, buono e santo.

Semmai, su quest’ultimo campo di battaglia Fassino ha esitato, anche se meno di altri big diessini. Rischiando sempre di fare il passo a metà. Un esempio? Adesso andrà in Russia per rendere omaggio ai comunisti italiani fatti fucilare da Stalin su richiesta di Togliatti. Un visita in ritardo di almeno trent’anni. Ma Fassino dovrebbe accompagnarla con l’omaggio ai comandanti partigiani comunisti uccisi, nella Resistenza, da altri comunisti perché poco fedeli a Stalin. Se vuole, posso fornirgli casi e nomi. Però sono certo che Piero li conosce già.

Ma il vero guaio di Fassino è un altro. Nonostante il 75 per cento a suo favore, il partito che spera di portare nel Pidì non gli assomiglia molto. Dicono che i giovani iscritti siano parecchi. Ma a comandare sono ancora i vecchi compagni. Il corpo attivo della Quercia è sempre fatto da gente cresciuta nel Pci, con la cultura politica, i riti e i tabù del Partitone rosso. E non so quanti sopportino il riformismo-revisionismo che Piero è in grado di esprimere sino in fondo, ammesso che lo voglia.

Che cosa accadrà dopo Firenze, neppure Fassino lo sa. Per questo deve stare all’erta. Il Trio del Pacchetto è forte. E deciso di metterlo nell’angolo. Qui si vedrà la sua caratura di leader. Anche nello stroncare un gioco coperto, fatto di inganni, di carte truccate, di verità doppie e triple. Tutta robaccia che spiega da sola perché molti italiani, democratici di sinistra, siano sempre più stanchi della politica. E di un Partito Democratico tutto da inventare.


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