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Quei seni straziati

10 Giu 08

Chiara Beria di Argentine

A una ragazzina di 18 anni, Domenica De Siena, che aveva un semplice fibroadenoma al seno – patologia benigna per la quale è sufficiente un piccolo intervento in anestesia locale -, è stata fatta un’ampia resezione mammaria.

E’ stata eseguita una quadrantectomia come se avesse avuto un tumore maligno. Anche Simona Zito, 28 anni, aveva una fibrosi al seno destro: anche a lei è stato asportato un quadrante della mammella. Altre diagnosi di cancro al seno, altre storie d’angoscia, altre mutilazioni. Maria Grillo, 44 anni, fu operata, senza «alcuna considerazione delle condizioni e della storia clinica della paziente», al seno pur avendo solo una «mastopatia fibrocistica»; stesso inutile e invasivo intervento ha subito Addolorata Di Nicola, 47 anni. La povera vita, il povero corpo di Giuseppina Bellini già martoriati da una gravissima forma di carcinoma al pancreas con metastasi polmonari per le quali Giuseppina, 61 anni, si era dovuta sottoporre a cicli di chemioterapia e radioterapia, sono stati ulteriormente massacrati: quadrantectomia al seno destro più radicalizzazioni, ovvero asportazione di ulteriore tessuto mammario.

Milano-Sanitopoli. Nelle carte dell’inchiesta sulla clinica milanese Santa Rita, ultimo scandalo scoppiato nel mondo della sanità milanese, Domenica e le altre donne operate per inesistenti tumori maligni compaiono tra le tante vittime di una cosca di medici che avrebbero effettuato, secondo gli inquirenti, interventi «dannosi, inutili, avventati, inspiegabili». Tutto il resto è il dolore, lo sgomento di tante ignare pazienti che hanno visto tradito il più delicato dei rapporti di fiducia; un dolore che le carte giudiziarie possono solo far intuire e nessuno potrà ripagare. Molto più che diagnosi sbagliate. Definita «un oggetto misterioso» da Antonio Marchini, responsabile per la sanità della Cgil a Milano, la clinica Santa Rita – amministratore delegato il notaio Pipitone – al centro dello scandalo è l’ennesima prova che in una città un tempo famosa per i suoi grandi ospedali pubblici e per gli illustri clinici (da Angelo De Gasperis a Vittorio Staudacher a Nicola Dioguardi) il mondo della sanità è affetto da un virus micidiale. «Per troppo tempo siamo stati liquidati come fastidiose Cassandre», attacca Marchini, che fa risalire l’inizio del male alla legge 31 del 1997 della Regione Lombardia, presidente Roberto Formigoni, che ha equiparato il pubblico al privato.

Modello lumbard, modello che ha visto il grande assalto dei manager con tessera di partito (44 su 47 del Pdl) ai vertici delle Asl e degli ospedali lombardi (ma Formigoni ha sempre difeso queste nomine). Sta di fatto che mentre i grandi e ormai vetusti ospedali milanesi, a cominciare dal Policlinico, si avviavano per mancanza di mezzi a un lento declino, in città negli ultimi anni è stato tutto un fiorire di cliniche e istituti privati (40) convenzionati con il sistema pubblico. Così, nella stessa Milano dove, secondo l’accusa, Domenica e le altre donne subivano tanto dolore e inutili mutilazioni pur di far entrare più denaro nella cassa della clinica e dei medici, migliaia di donne arrivano da tutta Italia per farsi curare all’Ieo di Umberto Veronesi, il prof che ha inventato tecniche meno devastanti e rispettose anche della vita sessuale delle malate. Infatti accanto a poli, pubblici o privati, di assoluta eccellenza – oltre allo Ieo, l’Istituto dei Tumori, la cardiochirurgia al Niguarda, la pediatria al San Paolo, la broncopneumologia all’Humanitas, il San Raffaele per i malati di diabete, gli ospedali San Donato e Galeazzi del nuovo re della sanità, Giuseppe Rotelli, il reparto malattie infettive al Sacco del professor Moroni – è fiorita, fuori da ogni serio controllo, una vera galassia di cliniche ad alto rendimento e gran rischio.

«In altre città lombarde, da Bergamo a Brescia, funzionano ottimi ospedali pubblici. A Milano, invece, c’è un business della sanità pazzesco», sostiene Andrea Gori, 44 anni, per 15 anni con Moroni, ora direttore dell’Unità operativa delle malattie infettive all’ospedale San Gerardo di Monza. In principio finirono nel mirino dei magistrati le cliniche di Antonino Ligresti, poi fu la volta dello scandalo rimborsi di Poggi Longostrevi. L’urologo di gran famiglia di medici Edoardo Austoni impiantava protesi su raccomandazione ai suoi pazienti impotenti; persino un medico-ministro, Girolamo Sirchia, è stato condannato per aver ricevuto tangenti da aziende fornitrici del Policlinico. Dai rimborsi del centro per la cura del sonno del San Raffaele a quelli gonfiati dai preti della clinica San Carlo, le inchieste della Procura ormai si sprecano. Ma chi controlla questo mercato miliardario per evitare che si arrivi addirittura ai 90 casi della clinica Santa Rita? Le Asl verificano, a campione, solo il 5 per cento delle cartelle cliniche. E, poi, c’è chi ancora si lamenta della supplenza della magistratura.


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