Archive for the 'Il Mattino' Category

«Caro sindaco, il tuo silenzio decennale genera moralismo»

23 Dic 08

Carmelo Conte

Caro Vincenzo De Luca, nel 1997 ti scrissi una lettera pubblica, della quale reputo opportuno riproporre alcune parti.
«Presi a camminare con te quando eri comunista. A Salerno, i ruoli nazionali dei rispettivi partiti sembravano invertiti. Tu comunista, più attento ai poteri del Palazzo; ed io socialista, più sensibile al progetto politico… Abbiamo condiviso un’intesa politica ed una gestione.. Eppure il mostro chiamato indagine, cavalcato anche da qualche tuo amico(compagno), ha ingoiato la realtà per azzannare i socialisti».

Ed aggiungevo, «è maturo il tempo di una chiarificazione pubblica…il socialista che è in me ha deciso di fare la sua parte. Spero che il comunista, che è ancora in te, faccia la stessa scelta“.

Infine, nel post scriptum, spiegavo “mi sono rivolto a te…perché sei l’unico che ha assommato in sé il potere di ieri e quello attuale. E sei uno dei pochi ad avere anche un rispettoso ascolto nel Palazzo“.

Ti sei guardato bene dal farlo. Ora, a oltre dieci anni, divenuto espressione pietrificata del potere, sei venuto a Eboli, dove un tempo venivi scalzo, a parlare di disinvoltura socialista. Proprio tu, vecchio ed incallito navigatore di mari tempestosi, che i socialisti sai per certo innocenti. Ché se avessero avuto le tue amicizie, non avrebbero avuto il trattamento loro riservato. Tu non puoi essere un’alternativa morale e neppure politica: ti scagli contro la corruzione e il malaffare, per i quali Salerno non è seconda a Napoli; e attacchi le correnti del Pd, di cui hai assunto il controllo con un gruppo militare di poco più del 20%, disillusa espressione del potere istituzionale. E non pare anche a te che siano proprio questi i connotati dei cacicchi locali , evocati ed emarginati sia da Veltroni che D’Alema! Allora, risvegliati dagli applausi organizzati a San Matteo, non immaginare di poter uscire dalle mura cittadine senza far politica, torna alla realtà: i salernitani ti temono, non ti amano, come credi o ti fanno credere. Te lo comunico in maniera leale e pubblica perché, come il Ribelle di Ernest Junger, mi oppongo a ragion veduta ed ho un profondo, nativo rapporto con la libertà, la verità e la politica. I socialisti non sono fatti per l’ovile, esprimono una cultura politica che non si compra con i posti e la protezione. Dovresti ispirarti a loro, quelli di ieri e quelli di oggi, anziché criticarli per spazzare sotto il tappeto l’immondizia che ti circonda. Se ti fanno ombra, è un problema tuo, non del Partito Democratico.

La fine è cominciata, caro Vincenzo, non solo per i tuoi compagni napoletani, che tu definisci “cafoni“, ma per un’intera generazione, di cui hai condiviso, di là delle dichiarazioni di propaganda, metodi e obiettivi. Allora, anziché insolentire chi coltiva la politica, preoccupati di completare le opere iniziate molti, troppi, anni fa, di risanare il bilancio comunale, di preservare il territorio comunale dal cemento, di combattere la vera delinquenza e non i poveri lavavetri e gli immigrati. Il mio augurio di Natale è che tu possa fare tesoro di queste critiche e riflettere. Un augurio sincero, perché solo una inversione politica e una chiara autocritica potrebbe ancora consentirti di arginare (tentare) la crisi. Perché, come insegna Abraham Lincoln, “Si può ingannare tutti per poco tempo o qualcuno per tanto tempo, ma non si può ingannare tutti per tanto tempo“.

«L’antipolitica si fa governo»

(22 Nov 07)

Antonello Caporale
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore Baldini Castoldi Dalai, pubblichiamo un brano dal volume «Impuniti: storie di un sistema incapace, sprecone e felice» Antonello Caporale
C’è un luogo in Italia dove l’antipolitica è già al potere. E’ una città detenuta da un uomo che aveva le stimmate del politico per eccellenza: funzionario di partito, segretario di federazione del Pci, poi sindaco e infine deputato (oggi naturalmente cumula le due cariche). E’ il luogo del ribaltamento della politica nel suo contrario, dove anche il lessico ufficiale, quello delle Istituzioni, ha subito una mutazione genetica, divenendo greve e spiccio. (…)

Dopo la fine delle ideologie, e dunque, la fine dei partiti, il potere si va manifestando territorialmente, in senso orizzontale, attraverso governatori e sindaci: uomini politici la cui forza trae origine esclusivamente dal territorio che amministrano. Ciascuno si sente padrone in casa propria, senza una bandiera da offrire che se stesso, senza rendere conto se non a se stesso. Salerno rappresenta meglio di altre città il futuro possibile. Essa sta sperimentando le forme di una democrazia – per comprensibile reazione alle degenerazioni del sistema – liquida, inconsistente. In nome della rude efficienza si è consegnata al dominio assoluto di una persona. Un sindaco che è rimasto tale per due mandati, poi ha indicato al popolo il suo segretario come successore scegliendo per se la via del Parlamento. Il viaggio a Roma ha avuto il sapore di un pit-stop. Perché la legislatura consumata inutilmente in Parlamento l’ha convinto a un simpatico dietrofront: il segretario è stato licenziato dalla poltrona di sindaco e retrocesso; il capo, tra manifestazioni di giubilo è ritornato sindaco, appena la legge glielo ha riconsentito e con in più la riconferma della casacca di parlamentare. Si chiama Vincenzo De Luca, il sindaco-deputato diessino, il Chavez della Campania. In nome dell’antipolitica sviluppa quotidianamente tutta la sua veemente battaglia politica. (…)

Il gregge e il pastore. La città e il suo sindaco. “Io sono Salerno”. Inchiodato al principio berlusconiano del “fare”, le opere pubbliche che si realizzano e i cantieri che si aprono sono “la politica”, il resto è “chiacchiera” e “chiacchierifici” i luoghi, anche istituzionali, dove quella politica (del “non fare”) si esercita. Che non fossero necessarie articolazioni della rete ella partecipazione lo aveva persino teorizzato nella tesi di laurea di una studentessa che aveva esaminato il sistema della comunicazione pubblica del Comune di Salerno. Spiegò così, il sindaco, la decisione di non istituire come la legge Bassanini suggeriva, l’Ufficio per le relazioni con in pubblico (Urp): «Un barocchismo burocratico inutile e costoso. E’ sufficiente che io giri per i quartieri, ascolti i problemi della gente per dar loro risposte concrete. Si fa prima, si fa meglio e si risparmia». Sembra uno sberleffo. In realtà la dichiarazione nasconde una visione precisa del modello De Luca. Che non è solo personalizzazione della politica. Ma di più: personalizzazione dell’istituzione.


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