Archivio per agosto 2008

Governativi per forza

31 Ago 08

Luca Ricolfi

Faceva una certa impressione, nei giorni scorsi, leggere le interviste di Colaninno padre e Colaninno figlio. Entrambi schierati a sinistra, ma impegnati su due fronti dialettici opposti.
Il primo, in veste di futuro capo della nuova Alitalia, a spiegare al direttore di Repubblica come si può dare una mano a Berlusconi restando fedeli ai propri ideali, ai propri valori, alla propria etica.

Il secondo, in veste di neoparlamentare del Partito democratico, a spiegare alla stampa come si possa condividere l’analisi del proprio partito – secondo cui l’operazione Alitalia è un danno per il Paese – ma anche approvare il comportamento del proprio genitore, che di quell’operazione è il tassello fondamentale.

Siamo talmente abituati ai contorsionismi della politica che si potrebbe chiudere il discorso qui, e archiviare il tutto sotto la voce: la solita arte sofistica, i soliti ossimori, la solita incapacità di deporre il veltroniano «ma anche».

Se però proviamo a guardare le cose in una prospettiva appena più larga, forse dobbiamo registrare anche un fatto nuovo e diverso. Dopo anni di politicizzazione, di rapporti privilegiati con l’uno o l’altro schieramento politico, la maggior parte dei grandi imprenditori e banchieri italiani sembrano aver definitivamente superato la dicotomia destra-sinistra. La Confindustria di D’Amato aveva un asse privilegiato con Berlusconi, quella di Montezemolo guardava forse più a Prodi, ma oggi si ritorna al passato, quando gli industriali erano semplicemente «filogovernativi per forza». Le appartenenze ideologiche sbiadiscono, il pragmatismo è la vera stella polare che guida le scelte imprenditoriali. Come dice efficacemente Colaninno padre, non si può decidere che cosa fare o non fare stando a vedere ogni volta se il semaforo della politica è rosso o verde: la politica offre delle opportunità, e gli uomini d’affari le colgono se le giudicano profittevoli, indipendentemente dal colore politico dei governi.

Mentre l’opinione pubblica, i giornalisti, gli intellettuali continuano a stupirsi delle spericolate alleanze che si fanno e si disfano sotto i loro occhi, gli operatori economici e i gruppi di interesse sono già oltre. Accade così che la «Fenice» (il piano di salvataggio di Alitalia) possa piacere a chi dovrebbe osteggiarla e dispiacere a chi dovrebbe sostenerla: l’imprenditore Colaninno (sinistra) sta dalla parte di Berlusconi perché sente profumo di profitti, il sindaco di Roma Alemanno (destra) si mette di traverso perché sa che il ridimensionamento di Fiumicino gli toglierà consensi.

Insomma, quel che sembra strano se guardiamo la realtà con le lenti dell’ideologia, diventa comprensibilissimo se ci convinciamo che la classe dirigente italiana fa semplicemente il proprio gioco, come del resto ha fatto quasi sempre nella storia d’Italia. C’è stato un breve periodo, grosso modo dal 2000 al 2007, nel quale il gioco ha comportato anche di scommettere su una parte politica (sulla destra quando Berlusconi prometteva miracoli, sulla sinistra quando ci si rese conto che quei miracoli non sarebbero mai arrivati), ma oggi è chiaro a tutti che né la destra né la sinistra sono un investimento sicuro. Perciò, meglio navigare a vista, e cercare di entrare in sintonia con il ceto politico che c’è, a prescindere dalle idee di cui si ammanta.

Si potrebbe pensare che, dopo tutto, questo sia un progresso. Modernizzazione significa anche scrollarsi di dosso il peso delle ideologie. Però temo che, in questo caso, il crescente realismo della classe dirigente non porti nulla di buono al Paese. Che imprenditori e banchieri facciano i propri interessi e solo quelli non dovrebbe scandalizzare nessuno. Che ci vengano a raccontare che lo fanno con i propri ideali, o per senso di responsabilità, o con animo sollecito verso i deboli può farci piacere, e certamente procurerà loro ingenti benefici spirituali, terreni e forse anche ultraterreni. Ma il punto decisivo non è con che animo si perseguano i propri legittimi interessi. Il punto decisivo è con quali regole, o meglio con quale sistema di regole. Ci sono sistemi universalistici, in cui le regole sono relativamente semplici, generali e automatiche: la politica cambia alcune regole del gioco, ma non lo fa in continuazione e soprattutto non lo fa nel dettaglio, intervenendo in modo discrezionale caso per caso. Ci sono sistemi particolaristici, o corporativi, in cui moltissimo dipende dai legami con il potere politico, e assai poco dal talento individuale, dall’innovazione, dal duro lavoro: le regole si fanno e si disfano continuamente, e la discrezionalità di politici e amministratori è massima, perché c’è una giungla di concessioni, autorizzazioni, deroghe, concertazioni, agevolazioni, incentivazioni. Il caso Alitalia, in cui le regole antitrust sono state sospese per favorire un disegno politico, è un esempio da manuale di come operano i sistemi di questo secondo tipo.

Nei sistemi universalistici il mercato funziona bene e dà i suoi frutti, in termini di benessere e di crescita. Nei sistemi particolaristici il mercato funziona male, perché soffoca la concorrenza e penalizza gli operatori che non hanno relazioni politiche privilegiate, come le piccole imprese, gli artigiani, i lavoratori autonomi in genere. In Italia c’è stata un’effimera stagione in cui è sembrato che anche la Confindustria, che rappresenta soprattutto gli interessi dei gruppi maggiori, puntasse realmente su modificazioni delle regole generali: liberalizzazioni, flessibilità sul mercato del lavoro, riduzione delle tasse, rinuncia totale agli incentivi discrezionali in cambio di aliquote societarie più basse. Era una visione lungimirante, perché avrebbe permesso di introdurre un po’ più di concorrenza e creare un po’ più di sviluppo. Ma quella stagione è ormai alle nostre spalle, se mai è veramente esistita. I grandi gruppi hanno capito che per stare sui mercati internazionali non si può fare a meno di innovare e competere, ma hanno anche capito che per stare sul mercato interno la via maestra restano i cartelli, gli accordi, i patti di sindacato, gli incroci azionari, le desistenze, e soprattutto gli scambi con il potere politico.

Di chi è la colpa?
Di nessuno in particolare. Gli industriali hanno preso atto che nessun governo si interessa veramente dell’impresa, e che quindi la riduzione delle tasse sulle attività produttive è una chimera: piuttosto che niente, meglio la Fenice di Berlusconi. Noi cittadini, a nostra volta, abbiamo continuato a dare i nostri voti a due schieramenti che fingono di combattersi ma hanno un solo vero punto in comune: la diffidenza per la cultura liberale, con il suo immancabile rovescio, la credenza nel primato della politica.

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Noi e il Colonnello: storia di aiuti e sospetti

31 Ago 08

Alfio Caruso

In un signorile appartamento di Gorizia un anziano medico conserva i documenti scritti dal padre, ingegnere e ufficiale degli alpini, durante la missione nel deserto libico a caccia di petrolio. Eravamo a metà degli Anni Trenta e le perforazioni di Ardito Desio nell’oasi di Marada avevano fatto intuire che sotto lo scatolone di sabbia esistessero giacimenti importanti.

Ma, secondo Desio bisognava perforare fino a duemila metri per trovare il prezioso liquido. Tant’è vero che Mussolini aveva incaricato il presidente dell’Agip di trovare una soluzione con Balbo, governatore della Libia. Il duce, uomo del passato, anche con il petrolio si mostrò restio a capire i cambiamenti imposti dalla modernità come aveva già fatto con le portaerei, con i carri armati, con i radar, con gli aerosiluranti. Tutto quello che ci sarebbe mancato nella sciagurata guerra del ’40. Di conseguenza i rilievi dell’ingegnere sull’ottima qualità del petrolio (scarsi residui di zolfo) e sulla sua presenza a profondità molto più accessibili (intorno ai 1000 metri) rimasero inascoltati.

Attualmente l’Eni compra oltre 500 mila barili al giorno dalla Libia. Per l’Italia rappresenta l’approvvigionamento più importante sia per la vicinanza, sia per quella purezza di cui eravamo già informati settant’anni addietro. Questa fondamentale risorsa non sfruttata allora rende adesso Gheddafi un partner obbligato della politica italiana. E sebbene il petrolio sia stato solo sfiorato da Berlusconi nello spiegare l’entità dell’enorme regalo che noi contribuenti faremo all’eterno colonnello, è arduo immaginare che abbia pesato meno dei disperati scaricatici giornalmente addosso. Ma i cinque miliardi di dollari, un regalo mai elargito da alcun Paese a un’ex colonia, basteranno a salvare le importazioni di petrolio e a bloccare gli sbarchi degli ultimi dannati della Terra? Il passato non offre motivi di conforto.
Gheddafi è una sorta di nostra creatura. Il colpo di stato che nel ’69 gli consentì di spodestare re Idris ebbe la centrale più attiva a Palermo. Idris era stato imposto dagli inglesi, i quali, infatti, avevano ottenuto nel ’55 le concessioni che quattro anni più tardi portarono al primo pozzo della Esso a Zeltan in Cirenaica, non lontano dall’oasi di Marada.

Ma le speranze che la riconoscenza di Gheddafi fosse di lunga durata s’infransero un anno dopo allorché 20 mila italiani vennero cacciati in poche ore dalla Libia perdendo ogni sostanza, benché spesso si trattasse di patrimoni accumulati in mezzo secolo di duro e onesto lavoro. Già al tempo Gheddafi parlò di dovuto risarcimento per i danni inflitti dall’occupazione, ma l’Italia in Libia ha più dato che ricevuto, a parte la gratuita ferocia esercitata nel domare la guerriglia in Cirenaica. Anche i tremila cittadini confinati nel 1911 nelle Tremiti ricevettero un buon trattamento e dopo qualche anno rispediti a casa.

Il nostro atteggiamento con Gheddafi ha sempre avuto ampi margini di doppiezza. Da un lato sforzi continui di accattivarcelo con un’eccessiva libertà di azione concessa alla folcloristica associazione siculo-libica, che alternava la promessa di uno scambio alla pari tra un chilo di arance e un litro di petrolio alle trame per allungare le mani su alcune località strategiche dell’isola; dall’altro lato l’intenzione di liberarci di un vicino molto più bravo di noi a imbrogliare le carte: così nella primavera dell’80 in molti a Roma tennero la mano agli ufficiali dell’aviazione libica impegnati in una congiura, di cui forse l’abbattimento del Dc9 su Ustica potrebbe esser stata una conseguenza. E anche in quell’occasione sullo sfondo c’era il petrolio dei Banchi di Medina al largo di Malta in acque internazionali, ma Gheddafi le considerava libiche come considera sempre di sua proprietà la fetta di Mediterraneo in cui decide di sequestrare un peschereccio siciliano. Tanto per ricordare che sulla mitica quarta sponda si sentono e sono molto più furbi di noi.

D’altronde, quando nell’aprile dell’86 decidemmo di dare una severa lezione al colonnello, ritenuto colpevole di aver tirato due misteriosi missili contro Lampedusa (probabilmente era stata una messinscena statunitense), tutto si risolse con il divieto di mandare in onda su Rai 1 un’intervista di Biagi a Gheddafi. Al ricordo il nero crinito Muhammar trema ancora.

L’anima dell’Europa

31 Ago 08

Barbara Spinelli

Il vertice europeo sulla Georgia che Sarkozy ha convocato per domani a Bruxelles sarà importante non tanto per i risultati che produrrà, ma per le riflessioni che potrebbero iniziare intorno a quel che l’Unione vuol essere in un continente ridivenuto instabile e brutale. L’essenza stessa dell’Unione è infatti malferma, non da oggi ma da anni, e questa è forse l’occasione di ridefinirla, di capire le fonti del disaccordo interno, di vedere se dal chiarimento potrà nascere un modo meno dissonante di vedere le cose e agire. È dai primi Anni 90 che una discussione simile viene elusa, ed è il motivo per cui l’Unione continua a subire gli eventi, lasciandosi dividere da Washington o Mosca. La guerra georgiana e il riconoscimento russo di Sud-Ossezia e Abkhazia hanno lacerato la costruzione europea, strategicamente e anche esistenzialmente. È messa in causa la sua filosofia (alcuni la chiamano postmoderna) fondata sul superamento di Stati sovrani assoluti. È messa in causa l’idea di potenza civile, interessata a fondare i rapporti internazionali su leggi e trattati. La potenza europea non è solo economica. È un modello di relazioni tra Stati che non guerreggiano su territori, che tutelano le minoranze senza più usarle per irredentismi. Ed è un modello di uso della memoria: l’Unione scommette su un futuro comune in memoria del passato, non è fatta per punire gli ingiusti di ieri, regolar conti coi vinti e compiacersi delle loro catastrofi.

Proprio quest’Europa è considerata oggi non più servibile, dalle sue periferie orientali. A esse s’associa l’Inghilterra, da sempre ostile a una Comunità post-nazionale. Parlando in nome di molti orientali, il presidente estone Toomas Ilves è stato perentorio, nei giorni scorsi. In un mondo dove tornano in auge potenze ottocentesche, ha detto, non c’è più spazio per le idee di Monnet e Schuman. Perde senso «l’Europa postmoderna che privilegia incontri e discussioni»; che presuppone «un mondo dove tutti sono buoni e gentili» (Le Monde, 29-8). La Russia è una potenza pre-moderna, e al premoderno di Hobbes tocca tornare, dove l’uomo è lupo per l’uomo. Il dissenso in Europa è acuto, come sull’Iraq. Occorrerà parlarne, per sapere se davvero è al premoderno che urge tornare o se la scommessa comunitaria vale ancora.

In fondo è il momento più adatto per spiegarsi. La forza Usa non è svanita ma le ultime amministrazioni l’hanno indebolita, fino a renderla, in Georgia, irrilevante. Il riconoscimento del Kosovo si è rivelato un boomerang, e l’ultimo Bush è un unico fallimento: dopo la Georgia, intervenire in Iran è impensabile. È sempre più pericolante anche la Nato.

Man mano che s’allarga è meno credibile. A partire dalle guerre balcaniche inoltre ha cambiato natura, divenendo concorrente dell’Onu, ma non ha generato ordine bensì caos. Stefano Silvestri scrive, sul sito dell’Istituto Affari Internazionali: «Questa crisi ha dimostrato chiaramente come la Nato non possa efficacemente sostituirsi all’Unione europea quando la dirigenza Usa è incerta o distratta». Comunque, «la Nato non può essere la chiave di volta della politica nei confronti della Russia».

Per questo oggi è l’ora dell’Europa. L’ora di un «grande e difficile negoziato» con la Russia, ha scritto Arrigo Levi su La Stampa, e l’ora di una spiegazione interna sulla natura dell’Unione. Sarebbe bene se le due cose procedessero con gli stessi tempi, ma se necessario dovrà essere un’avanguardia a negoziare con Mosca un nuovo ordine che sia fondato su una duplice sicurezza: sicurezza degli europei dentro i propri confini, e promessa alla Russia che tali confini non saranno continuamente spostati a Est, dall’Unione o dalla Nato. È difficile dirlo, ma appartenere all’Europa non è appartenere all’Unione. Germania, Francia e Italia potrebbero far proposte, su cui le periferie si pronunceranno aderendo all’iniziativa o rifiutandola. Se le periferie e Londra la boicotteranno complicheranno i lavori dell’avanguardia senza tuttavia ottenere la tranquillità desiderata.
Torneranno ad assaporare il fascino del premoderno, ma ­ lo si vede oggi ­ con risultati per nulla promettenti.

Il chiarimento tra europei è stato eluso prima dell’allargamento, ma meglio tardi che mai. Ci sono cose trascurate dai fondatori, e altre che restano incomprese a Est. Quel che i fondatori devono capire è che gli Stati periferici hanno speciali bisogni di sicurezza, ignoti a chi non vive sul confine. Le periferie sono avamposti, non trasferiscono volentieri sovranità. Occorre dunque rassicurarle, altrimenti sarà l’America a farlo con potenza non meno ottocentesca. Manca, nell’Unione, l’articolo 5 che nella Nato garantisce a ogni Stato aggredito l’assistenza di tutti. L’Ueo (Unione dell’Europa occidentale, fondata nel ’48) ha un analogo articolo 5, incluso nel trattato di Lisbona. Sospeso dopo il no irlandese, il trattato potrebbe attuarsi in parte, cominciando proprio da quest’articolo. Un contingente europeo nei Baltici e in Polonia potrebbe essere la prima tappa del chiarimento: i paesi-avamposto, più rassicurati, sarebbero indotti a capire le ragioni dei fondatori, scoprendo che una maggiore autonomia da Washington significa non solitudine ma forse più sicurezza.
A questo punto si potrebbe aprire alla Russia, analizzando i veri pericoli della sua rinnovata forza. È vero che Mosca ha riaffermato in questi giorni una volontà di potenza trascurata dagli occidentali per oltre un decennio. È vero che Putin e Medvedev hanno per il momento vinto, militarmente. Ma la Russia è molto meno forte di quanto appaia. Non reincarna né l’Urss né lo zarismo. Non ha il grande potere d’influenza (il soft power) che aveva quand’era comunista. Non ha alleati fidati: al vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco), riunitosi a Dushambe il 28 agosto, enorme è stata la diffidenza cinese e delle repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L’avventura georgiana e il riconoscimento dei secessionismi spaventano non solo Asia centrale e Cina, non solo Georgia, Ucraina, Moldavia, ma anche Stati amici con forti minoranze russe (Bielorussia). Senza una stabilizzazione negoziata della propria zona d’influenza Mosca è perdente, anche se possiede il petrolio di cui l’Europa (Germania e Italia in testa) non può fare a meno.

Il modello di negoziato già esiste, non bisogna tornare alla vecchia politica di potenza che seduce tanti responsabili americani e dell’Est europeo. La riunificazione tedesca fu negoziata con intelligenza tra Kohl, Gorbaciov e Bush senior: fu un successo, e produsse conquiste cruciali come la moneta unica e il progetto, anche se oggi interrotto, di costituzione. Da quell’esperienza varrà la pena ripartire, mostrandosi fermi con Mosca ma iniziando a comprenderla e a prenderla sul serio. Ignorare risentimenti e paure d’una potenza vinta vuol dire ignorare il reale, e preparare violenze future: già è avvenuto dopo il ’14-’18. Ma anche il Cremlino dovrà scoprire il reale: l’estero vicino che tanto l’inquieta è ormai anche vicinato europeo, e difficilmente potrà pacificarsi se ambedue ­ Unione e Russia ­ non fisseranno i propri confini smettendo di spostarli continuamente. Dopodiché potrebbe nascere una zona di libero scambio, alle frontiere dell’Unione, che includa Russia e Stati ex sovietici e che abbia sue istituzioni e rappresentanti (è la politica di vicinato proposta da Prodi, quando era presidente della Commissione europea). Una comune politica dell’energia potrebbe seguire, evitando che i più forti dell’Unione negozino con il Cremlino escludendo i più deboli.

Questo il compito dell’Europa. Lo assolverà se resterà fedele a Monnet e Schuman. Se saprà agire inventando il futuro, non trasformando la storia presente in giudizio universale e la memoria in un gioco al massacro.

Prof nord e prof sud

26 Ago 08

Luigi La Spina

Tra le certezze che alleviano i mutati ritmi stagionali dell’esistenza, il dibattito di fine estate sulla scuola è tra i più rassicuranti. Nell’imminenza dell’apertura dell’anno scolastico, conforta ritrovare il vecchio lamento sul costo dei libri, la consueta denuncia per la carenza e il degrado delle strutture edilizie, ricorrere ai cari luoghi comuni sul «carosello degli insegnanti».

Quest’anno, però, il ministro Gelmini ci ha provocato un brivido di disorientamento introducendo una polemica un po’ nuova, quella sulla scarsa preparazione dei professori meridionali. È vero che di fronte alla reazione indignata e offesa dei docenti provenienti dalla Magna Grecia, è subito tornata, anche lei, all’antica abitudine di accusare le cattive interpretazioni delle sue parole, ma il merito di aver ricordato come il divario di risultati tra Nord e Sud d’Italia sia certificato da inoppugnabili dati comparativi non va trascurato. È, naturalmente, una sciocchezza sostenere che la causa di questa grave disparità di preparazione scolastica sia attribuibile alla più ridotta capacità professionale degli insegnanti meridionali. Innanzi tutto perché le generalizzazioni sono tutte stupide. Poi perché, in questo caso, sono ancora più stupide, dal momento che molti professori in cattedra al Nord si sono laureati in atenei del Sud. È perlomeno ingenuo, infine, pensare che la scuola possa essere un’isola rispetto al contesto sociale in cui si trova e che le vere cause di queste differenze non debbano dipendere, invece, dal diverso livello economico, civile, culturale tra le regioni confrontate.

Fatte queste banali premesse, che dovrebbero essere ovvie, ma che evidentemente ancora non lo sono, la Gelmini, in maniera del tutto involontaria, ha offerto alla discussione pubblica il problema della scuola italiana come paradigma illuminante della questione politica che dominerà la prossima stagione politica: il federalismo. Se proviamo a collegare, infatti, quanto è avvenuto e avviene nelle aule scolastiche del nostro Paese, con il possibile esito della riforma propugnata dalla Lega e in discussione in tutti gli altri partiti, possiamo forse aumentare l’interesse di una polemica che, in tempi antichi, si definiva «da bar». Con tutta la nostalgia, certo, per quei bar di una volta e per gli avventori che li frequentavano.

C’è una parola in nome della quale si sono compiute le peggiori nefandezze nella scuola italiana: l’autonomia. Questo slogan ha inaugurato la via italiana al decentramento dell’istruzione, fondata su una comoda contraddizione, quella tra l’assoluta libertà didattica, che in alcuni casi ha sfiorato l’anarchia, e l’irresponsabilità sui risultati di questo metodo di insegnamento. In tutto il mondo si possono scegliere due soluzioni al problema della scuola pubblica. La prima assicura il valore legale del titolo di studio, con il riconoscimento uniforme dei voti conseguiti per le graduatorie nei successivi sviluppi di accesso universitario e professionale, stabilendo rigide norme su programmi, orari, disciplina. Corollario coerente con tale impostazione è lo stipendio uguale per tutti i docenti, una carriera fondata solo sull’anzianità, ma la tutela di una cattedra a vita, fino ai fatidici «quarant’anni di insegnamento», come diceva il professor Aristogitone nel famoso programma radiofonico di Arbore e Boncompagni.

La seconda via, sul modello anglosassone, è fondata, invece, sulla flessibilità dei programmi, sulla riconosciuta disparità nella preparazione degli alunni, ma alla mobilità e anche alla precarietà degli insegnanti corrisponde una verifica impietosa dei risultati. Quella che il mercato delle professioni sanziona con il livello di accesso agli impieghi più prestigiosi e remunerativi. Una selezione su basi economico-sociali che attenua le disparità iniziali di classe con sostanziose borse di studio pubbliche, ma soprattutto private. Insomma, la libertà d’insegnamento si collega strettamente alla responsabilità sui risultati. Con conseguenze trasparenti e crudeli sulla carriera dei capi d’istituto, sugli stipendi dei docenti, sul destino degli allievi. Solo in Italia si è riusciti nel perverso incrocio tra la cosiddetta autonomia scolastica e l’assoluta irresponsabilità sugli effetti di tale autonomia. Tra la gelosa tutela della libertà d’insegnamento e la comoda garanzia dell’inamovibilità del posto e dello sviluppo di carriera.

Se ora trasportiamo questo modello scolastico ai criteri della futura riforma federalista, non vorremmo si ripetesse lo stesso esito. Ogni amministratore pubblico potrà disporre di ampia libertà per finanziare tutte le attività che riterrà più convenienti. I «cento fiori» delle regioni e dei comuni italiani esalteranno le risorse di fantasia e di spregiudicatezza del genio nostrano. In teoria, alle maggiori spese dovrebbero corrispondere maggiori tasse, agli sprechi di denaro la sanzione di un più vicino e occhiuto controllo del cittadino. Ma alla fine, quando i conti non torneranno, ci sarà mai qualche sindaco o governatore regionale che pagherà di tasca sua, perdendo il posto, senza far appello alla borsa dello Stato e incolpare il solito «governo ladro»?

Italia, condominio degli estranei

24 Ago 08

Ilvo Diamanti

NON è facile percepire quanto sia cambiato il mondo intorno a noi, in poco tempo. Non il Mondo. Ma il “piccolo” mondo che ci circonda. Il territorio. Il nostro paese, la nostra città, il nostro quartiere, le case e le strade vicino a casa nostra. E’ avvenuto tutto in fretta, negli ultimi anni, anzi, negli ultimi decenni. I nostri occhi si sono abituati a vedere scomparire gli spazi, l’orizzonte. Si sono abituati a non vedere. Per cui “non” vediamo più, senza rendercene conto.

D’altronde, la casa è una vocazione nazionale. L’Italia: Paese di piccoli paesi, un Paese di compaesani (come lo ha definito, con una formula felice, il sociologo Paolo Segatti). Ha sempre inseguito il mito della “casa”. Luogo e, al tempo stesso, simbolo di una società centrata sulla famiglia. Dove le case si trasmettono per via generazionale, dai genitori ai figli. Una società, per questo, “stabile”, quasi immobile, anzi: immobiliare (abbiamo detto, in altre occasioni). Per cui la dilatazione edilizia non ci ha spaventati. Ci è sembrata naturale. Una casa per ogni famiglia. E per ogni figlio, se possibile. Non ci siamo accorti, anche per questo, del cambiamento intorno a noi. E, comunque, ci siamo abituati. L’abbiamo percepito come un costo necessario.

D’altronde, tutto ha un prezzo e non si può pretendere di conquistare il benessere, se non la ricchezza, senza rinunciare a qualcosa. Un pezzo di paesaggio, un frammento di ambiente, un metro di territorio, un po’ d’aria, un angolo di orizzonte. E, via via, una cerchia di relazioni personali e sociali, una scheggia di vita quotidiana. Fino a ritrovarsi racchiusi in una nicchia, da soli in mezzo agli altri. Non vorremmo replicare la ballata del ragazzo della via Gluck. Lamentare che “là dove c’era l’erba ora c’è… una città”. (Anche se la nostalgia è un vizio che conviene, a volte, coltivare).

Ci interessa, tuttavia, segnalare che il processo immobiliare, negli ultimi due decenni e soprattutto negli ultimi anni, ha assunto una velocità cosmica e un’estensione devastante, quanto gli effetti che ha prodotto. In Italia più che altrove. Secondo le valutazioni di Maria Cristina Treu (Presidente del CeDaT – Centro di Documentazione dell’Architettura e del Territorio del Politecnico di Milano), negli anni Novanta (dati Eurostat) le costruzioni, in Italia, hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ettari di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna (il doppio della superficie del Parco Nazionale dell’Abruzzo). D’altra parte “l’Italia è anche il primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni (di cui il 20% non occupate), corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona”.

Ragionando sui dati Eurostat di Germania e Francia (come ha osservato l’economista Giancarlo Corò), emerge che negli anni Novanta l’Italia ha urbanizzato un’area più che doppia di suolo rispetto alla Germania (1,2 milioni di ettari) e addirittura 4 volte quello della Francia (0,7 milioni di ettari). I riferimenti statistici più recenti (Cresme/Saie 2008) sottolineano come questa tendenza, negli ultimi anni, abbia conosciuto una ulteriore, violenta accelerazione. Dal 2003 ad oggi, infatti, sono state costruite circa 1.600.000 abitazioni (oltre il 10% delle quali abusive). Per contro, è noto che, da vent’anni, la popolazione in Italia non solo non è cresciuta ma è, al contrario, calata sensibilmente. E solo negli ultimi anni ha dato segni di ripresa, grazie al contributo degli immigrati. Il nostro Paese si è, dunque, urbanizzato in modo ampio, rapido, violento.

Ma per ragioni che solo in parte – limitata, peraltro – si possono ricondurre alla “domanda sociale”. All’evoluzione demografica, ai cambiamenti negli stili e nell’organizzazione della vita delle persone. Semmai è vero il contrario: gli stili e l’organizzazione della vita delle persone hanno subito mutamenti significativi e profondi in seguito alla rivoluzione immobiliare del nostro territorio. Anche se si tende a dimenticarlo, visto che l’attenzione si è concentrata altrove: sulle conseguenze economiche e finanziarie del fenomeno a livello globale. Visto che la casa e l’edilizia, dopo essere state, per anni, il principale motore della crescita, da qualche tempo si sono trasformate nel principale motore della crisi. In Italia, peraltro, i comuni hanno finanziato la loro “autonomia” e fronteggiato il calo dei trasferimenti dello Stato soprattutto con gli oneri di fabbricazione e la fiscalità legata alla casa (l’Ici).

Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali, industriali si sono moltiplicate. Senza limiti. Senza troppi vincoli. Ci hanno guadagnato in molti. Immobiliaristi e banche. Gli enti locali. Ma anche molti privati (impresari, ma anche proprietari di terreni). Così, abbiamo consumato in fretta il territorio, l’ambiente e, negli ultimi tempi, lo sviluppo e i risparmi. Ma anche (soprattutto, vorremmo dire) la società. Che esiste dove, quando e se ci sono relazioni, associazioni, luoghi e occasioni di incontro. Proprio quel che si è perduto in questi anni, nelle stesse zone dove esistevano e resistevano legami di comunità radicati e solidi. Come nel Centronord e soprattutto nella pedemontana del Nord e nel Nordest: aree policentriche, disseminate di piccoli paesi. Provate a girarle facendo attenzione ai cartelli che fiancheggiano le strade. Molti dei quali annunciano che lì vicino sta sorgendo, oppure è sorto, un “villaggio Margherita” oppure Quadrifoglio, un “quartiere Europa” o Miramonti.

Tanti insediamenti grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un po’ esangui, strade e rotonde. Rotonde, rotonde e ancora rotonde. Magari una pista ciclabile. Al centro una piazza – veramente finta – attrezzata con panchine e magari un prato. Perlopiù ridotta a parcheggio, dove i bambini non giocano e gli adulti non si fermano a parlare. Accanto: altri quartieri e altri villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione. Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili. Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata. Località artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone. Migliaia e migliaia di estranei. Di stranieri, immigrati: anche se sono veneti, lombardi, marchigiani. “Italiani veri”: da generazioni e generazioni. Ma in realtà: apolidi. Abitanti del “villaggio Margherita” e del “condominio Europa”.
È così che siamo diventati un paese di stranieri. Individui poveri di relazioni, sempre più soli e impauriti. Che passano la gran parte del loro tempo in casa. Con scarsi ed episodici contatti con il mondo circostante.

Principale fonte di conoscenza del mondo: la televisione. Comunicano con gli altri attraverso i cellulari e – i più competenti – le e-mail. Abituati a relazioni senza empatia, frequentano i centri commerciali, non solo per “consumare” ma per uscire di casa, per incontrare gente. Si tuffano nelle notti bianche, negli eventi di massa. Dove gli altri sono “folla” e restano “altri”. Estranei. Questo ci pare il problema principale, oggi. La scomparsa della società, sostituita da un’opinione pubblica pallida. Artificiale. Atomizzata. Non “Opinione”, ma “opinioni”, raccolte dai sondaggi, rappresentate “dai” e “sui” media. Più che “opinione pubblica”: pubblico. Spettatori. Persone senza città. Non-cittadini.

Il nazionalismo autoritario di Putin

24 Ago 08

Angelo Panebianco

Le due grandi dottrine che più hanno contribuito a forgiare negli ultimi secoli la «mentalità» dell’uomo occidentale, il liberalismo (ma ciò vale soprattutto per la variante europeo-continentale) e il socialismo, hanno sempre condiviso la difficoltà a fare i conti con le grandi forze storiche rappresentate dalla religione e dal nazionalismo. A lungo le hanno erroneamente concepite come manifestazioni di irrazionalità destinate prima o poi a spegnersi in ragione dell’avanzata della secolarizzazione e della trasformazione dei rapporti politici, economici e civili.

L’osservazione della realtà sembrava confermare le indicazioni delle dottrine. Con la fine della guerra fredda e la scomparsa del comunismo le forze storiche della religione e del nazionalismo si sono rianimate. E hanno preso in contropiede il mondo occidentale. Basti ricordare la sorpresa con cui l’Occidente ha accolto il risveglio dell’islam e la sfida dell’integralismo islamico. Mancavano, prima di tutto, le categorie necessarie per «pensare» quanto stava accadendo. Anche il caso del nazionalismo presenta aspetti inediti. Nel XX secolo esso ha per lo più operato in simbiosi con le ideologie secolari, camuffandosi, nascondendosi dietro di esse: come nel caso dei Paesi comunisti o dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Con la fine del secolo dominato dal conflitto fra ideologie secolari universaliste, il nazionalismo è diventato per molti regimi autoritari l’unica ideologia possibile, il principale cemento simbolico del potere. E anche questo sorprende e disorienta tanti occidentali.

Non soltanto la nazione resta l’unico bene-rifugio possibile per le minoranze che si ritengono oppresse. Soprattutto, il nazionalismo, cadute quelle ideologie che abbagliarono tanti nello scorso secolo, è ora il solo «ismo» (quando non risulti utilizzabile la religione) che possa legittimare i nuovi costruttori di imperi. Insieme alla promessa di un futuro benessere economico per tutti i sudditi il nazionalismo è un’importante base di sostegno dei regimi autoritari o semi-autoritari che reggono le sorti delle risorgenti potenze. Ma ciò crea gravi problemi a tutto il mondo circostante. Soprattutto, li crea alle democrazie liberali occidentali: come comportarsi con le grandi potenze autoritario- nazionaliste? Poiché è evidente che i rapporti fra gli Stati sono condizionati anche (non solo, ma anche) dalla natura dei loro regimi politici interni e delle ideologie che li legittimano. Sicuramente sbaglia chi riduce la politica internazionale a una semplice questione di confronto fra democrazie liberali e autocrazie.

Questo errore impedisce, tra l’altro, di vedere il fatto che le stesse democrazie praticano, quando possono, la politica di potenza, difendono aree di influenza, eccetera. Ma, al tempo stesso, si può constatare come la politica estera degli Stati sia potentemente condizionata da regimi, culture politiche e ideologie. La principale ragione per cui, ad esempio, la bomba atomica israeliana non è mai stata concepita come un’arma di offesa contro i vicini ostili ma solo come uno strumento di estrema difesa nel caso in cui Israele dovesse un giorno trovarsi a rischio di distruzione totale ha molto a che fare con la natura del regime politico israeliano (una democrazia). Analogamente, il mondo avrebbe ottime ragione di temere l’atomica pachistana il giorno in cui prendessero il potere in Pakistan gli estremisti islamici. Fino a qualche anno fa, noi occidentali non avevamo messo in conto la possibilità di un rapido ritorno della Russia alla politica di potenza. E non solo perché la Russia era stata messa in ginocchio dal crollo dell’impero comunista. Anche perché, nonostante l’ascesa al potere di Putin nel 1999 fosse stata fin da subito accompagnata da qualche segnale poco rassicurante, pensavamo comunque che, col tempo e tutti i travagli del caso, la Russia avrebbe continuato ad avanzare sulla strada della democratizzazione.

Il che portava a immaginare un futuro ove una Russia democratica ed economicamente risanata avrebbe occupato stabilmente un posto di rilievo in un sistema di cooperazione integrato russo-europeo-americano. La democratizzazione della Russia sarebbe stata per tutti (anche per i Paesi liberatisi dal giogo sovietico) la decisiva garanzia, il modo per assicurare e perpetuare rapporti di solida fiducia fra tutti gli Stati coinvolti. L’accordo di Pratica di Mare (2002) fra occidentali e russi fu in qualche modo il canto del cigno di questa visione. Ma, complice la guerra cecena, il processo di democratizzazione, a un certo punto, si è interrotto. Putin ha stabilizzato la Russia ma ne ha fatto una democrazia autoritaria. E ai cambiamenti interni sono corrisposti cambiamenti di atteggiamento verso l’esterno. Una democrazia autoritaria (per giunta rancorosa verso il mondo in quanto orfana di un impero) necessita del nazionalismo per legittimarsi e questo schiude la strada ad atteggiamenti vieppiù aggressivi. Ciò apre per tutti noi un terribile dilemma. Perché, da un lato, è indubitabile che senza mantenere canali aperti con la Russia e senza ricercarne la collaborazione su tutti i dossier aperti (a cominciare da quelli mediorientali) non c’è possibilità di governare le crisi ma solo di vederle sempre più aggravate.

Ma, dall’altro lato, è difficile (speriamo, non impossibile) impedire che il logorato filo della collaborazione si spezzi se la Russia, forse sopravalutando le proprie forze, dovesse continuare a comunicarci (come ci comunicano da una settimana a questa parte le truppe tuttora presenti sul territorio georgiano) che a contare è solo la sua volontà e non gli accordi sottoscritti. La cosa peggiore che potrebbe fare l’Occidente nei futuri rapporti con la Russia è dividersi. I nazionalisti russi al potere lo accoglierebbero come un segno di debolezza e acquisterebbero ancora più baldanza. Ci perderemmo noi, ci perderebbero i popoli che si sono liberati dal dominio russo, e anche quei russi, molti o pochi che siano, che sperano, per il loro futuro, in qualcosa di meglio del nazionalismo autoritario.

Ritorno al passato

24 Ago 08

Lucia Annunziata

Se il Partito Democratico avesse uno Scalfari americano o se Graham, fondatore del Washington Post, fosse ancora vivo o se Ted Kennedy non fosse malato: solo una di queste figure avrebbe potuto offrire a Obama una rassicurazione istituzionale maggiore di quella che gli porterà come vice presidente l’appena scelto Joe Biden.

Per il candidato democratico che ha fatto del cambiamento la bandiera della sua campagna, la scelta di Biden, gran navigatore dei corridoi del potere di Washington, è forse la prima vera ammissione di debolezza. Ed è anche il segno della profondità della turbolenza in cui è rientrata la collocazione internazionale degli Stati Uniti.

Fra tutte quelle possibili, Biden è infatti la scelta più convenzionale – più «sicura», preferiscono dire i commentatori americani – che il democratico potesse fare. Di certo, fino a pochi giorni fa non era fra le più quotate. Per mesi Obama ha ragionato intorno a personaggi che in una maniera o nell’altra rappresentavano la sottolineatura della sua diversità dentro il sistema. Uomini come il governatore della Virginia Tim Kaine, cinquantenne, bianco dal fluente spagnolo perché figlio di missionari in Honduras; o una donna, come la governatrice Kathleen Sebelius o la stessa Hillary Clinton. Ciascuno di questi avrebbe rafforzato il cambio, raddoppiandolo o ricucendo una frattura dentro il voto e l’establishment democratico. Che la scelta sia caduta infine proprio su Joe Biden è forse la più chiara, sia pur indiretta, affermazione di una profonda riflessione in corso – e forse di una messa a punto di programma – da parte di Obama.

Biden è un perfetto rappresentante di una delle costituency tradizionali del partito democratico, gli operai, bianchi cattolici (che da anni abbandonano il partito), ma la vera dote che porta al candidato è la sua ultradecennale esperienza fra gli intrighi, le trattative, gli scontri, e gli accordi del più grande «Boys club» del mondo che è il Senato americano. Nella sfera dell’equilibrio dei poteri fra Giustizia e Legge, o fra poteri presidenziali e decisionalità in politica estera, nulla è stato toccato a Washington senza che Joe lo abbia approvato. Per questa esperienza, Obama mette in secondo piano i temi del rinnovamento strutturale o generazionale del sistema (Biden ha sessantacinque anni, fra l’altro, solo pochi in meno di McCain): un cambio leggero ma sicuro di prospettive, che rivela i timori che Obama ha maturato, a questo punto, sulla collocazione internazionale degli Stati Uniti.

Il senatore Biden in politica estera è parte della vecchia generazione, della grande tradizione della politica estera bipartisan; un uomo che sa gestire il mondo uscito dal ’900. Esattamente come McCain. Un mondo che non è quello post razziale e post 11 settembre, che Obama prospettava fino a poche settimane fa. Scegliendo Biden, insomma, Obama in parte torna a guardarsi indietro e sceglie in realtà la persona del partito democratico più vicina al suo avversario McCain, il cui peso è in veloce risalita dopo la crisi con la Russia.

Quattro anni fa, in un’altra corsa presidenziale, Joe Biden se ne uscì con una battuta che fece allora scandalo: il ticket perfetto ai suoi occhi, disse, era composto da John Kerry e John McCain. Oggi quella battuta suona come un’intuizione.


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