Archivio per marzo 2009

La monarchia del televoto

23 mar 09

Giovanna Zucconi

Mentre un usurpatore di nome Corona imperversava nei paraggi, il principe ereditario di un reame che non c’è più ha conquistato lo scettro e il trono, o almeno la loro parodia: sull’onda dell’acclamazione di popolo, o almeno della sua parodia. Emanuele Filiberto di Savoia ha vinto la finale di Ballando con le stelle, il re degli show del sabato sera. Gli è andata meglio con il televoto che con il voto, al rampollo danzerino e a tutta la sua stirpe.

Precisamente un anno fa, sotto elezioni, Filiberto dichiarava a un giornale svizzero che in quindici o vent’anni sarebbe salito democraticamente al potere in Italia, essendo nel frattempo il suo partitino «Valori e futuro» divenuto la plus grande force politique du pays. Prese lo 0,4 per cento, peggior risultato in assoluto nella sua circoscrizione. Il riscatto è arrivato con il 75 per cento dei televoti. Quasi un referendum, almeno fra i sei milioni e seicentomila italiani che non si sono astenuti in questo importante appuntamento elettorale, e cioè che guardavano Raiuno.

Chapeau, come direbbero dalle sue parti. Un antropologo allegro potrebbe divertirsi a studiare le corrispondenze fra i simboli e i fasti delle grandi monarchie storiche, e la loro replica nella cartapesta televisiva.

Dagli stucchi dorati e vermigli della scena dell’incoronazione all’invero impeccabile baciamano del «re per una sera» alla sua dama, fino alla definizione di «ghigliottina» (non sanguinolenta) per le eliminazioni tramite televoto. E invece un commentatore malmostoso si soffermerebbe su certe incaute dichiarazioni del biondino di Ginevra («Voglio dimostrare che so cominciare da zero. Che so lavorare duro. Quattro, cinque ore al giorno». Addirittura), o sull’ironia della sorte che l’ha fatto scendere in lizza valzerina contro tale Imperatori, mentre in un reality rivale sgomita quel plebeo di Corona Fabrizio. Ma ogni sarcasmo sarebbe inutile, dopo la definitiva recensione del critico televisivo Amedeo di Savoia: «Mi sembra balli bene, parlasse come balla…».

Ogni sarcasmo è, in effetti, sciocco. Ha ragione, ragionissima il «principe» (fra virgolette, se non vi spiace, la Repubblica italiana non riconosce i titoli nobiliari). Il potere è delle celebrities ceronate, più che coronate. E l’incoronazione televisiva è una cosa seria, il televoto prima o poi sposta voti. Più o meno mentre Filiberto ballava graziosamente rumba e merengue, i cofondatori del Popolo della Libertà parlavano di un’altra e più sostanziosa monarchia: «Qualcuno dice che stiamo per entrare in un partito con un monarca. Questo è un grande errore». Parlavano di un signore che non disdegna gli show, né la televisione.

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Il silenzio che manca in Vaticano

22 Mar 09

Barbara Spinelli

C’è forse una parte di verità in quello che si dice delle ultime parole e azioni di Benedetto XVI: comunicare quel che pensa gli è particolarmente difficile. Sempre s’impantana, mal aiutato da chi lo circonda. Sempre è in agguato il passo falso, precipitoso, mal capito. Il pontefice stesso, nella lettera scritta ai vescovi dopo aver revocato la scomunica ai lefebvriani, enumera gli errori di gestione sfociati in disavventura imprevedibile. Confessa di non aver saputo nulla delle opinioni del vescovo Williamson sulla Shoah («Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema»). Ammette che portata e limiti della riconciliazione con gli scismatici «non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro». Poi tuttavia sono venuti altri gesti, e l’errore di gestione non basta più a spiegare. È venuta la scomunica ai medici che hanno fatto abortire una bambina in Brasile, stuprata e minacciata mortalmente perché gravida a 9 anni.

La scomunica, che colpisce anche la madre, è stata pronunciata da Don Sobrinho, arcivescovo di Olinda e Recife: il Vaticano l’ha approvata. Infine è venuta la frase del Papa sui profilattici, detta sull’aereo che lo portava in Africa: profilattici giudicati non solo insufficienti a proteggere dall’Aids – una verità evidente – ma perfino nocivi. C’è chi comincia a vedere patologie. Una quasi follia, dicono alcuni. L’ex premier francese Juppé parla di autismo. Sono spiegazioni che non aiutano a capire. C’è del metodo in questa follia. C’è il riaffiorare possente di un conservatorismo che ha seguaci e non è autistico. Sono più vicini al vero coloro che stanno tentando di resuscitare il Concilio Vaticano II, nel cinquantesimo anniversario del suo annuncio, e vedono nella disavventura papale qualcosa di più profondo: l’associazione Il Nostro 58, sorretta da Luigi Pedrazzi a Bologna, considera ad esempio la presente tempesta una prova spirituale.

Una prova per il Papa, per i cattolici, per la pòlis laica: l’occasione che riesumerà lo spirito conciliare o lo seppellirà. Non si è mai parlato tanto di Concilio come in queste settimane che sembrano svuotarlo. Le figure di Giovanni XXIII e Paolo VI risaltano più che mai. Chi legga l’ultimo libro di Alberto Melloni sul Papa buono capirà più profondamente quel che successe allora, che succede oggi. Capirà che quello straordinario Concilio è appena cominciato, e avversato oggi come allora. Quando Papa Roncalli lo annunciò, il 25 gennaio ’58 nella basilica di San Paolo, solo 24 cardinali su 74 aderirono (7 nella curia). Inutile invocare un Concilio Vaticano III se il secondo è ai primordi. Eppure son tante le parole papali che contraddicono errori, avventatezze. Il filosofo Giovanni Reale sul Corriere della Sera ne ricorda una: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Enciclica sull’Amore). Se in principio non c’è un dogma ideologico diventa inspiegabile la durezza vaticana sul fine vita, conclude Reale. Diventa inspiegabile anche la chiusura su profilattici e controllo delle nascite in Africa, dove Aids e sovrappopolazione sono flagelli. In realtà il Papa sostiene, nella lettera ai vescovi, che «il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini, e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento».

È un annuncio singolare, perché chi certifica la catastrofe? E il certificatore non tenderà a un potere fine a se stesso? Se Dio davvero scompare, tanto più indispensabile è l’autorità del suo vicario: una tentazione non del Papa forse – che nell’orizzonte nuovo pareva credere – ma di parte della Chiesa. L’auctoritas diventa più importante dell’incontro con Gesù: urge affermarla a ogni costo. Così come più importante diventa la gerarchia, rigida, astratta, dei valori. In un orizzonte vuoto non restano che astrazione e potere. L’arcivescovo brasiliano afferma il monopolio sui valori, innanzitutto: «La legge di Dio è superiore a quella degli uomini»; «L’aborto è molto più grave dello stupro. In un caso la vittima è adulta, nell’altro un innocente indifeso». E si è felicitato degli elogi del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi. Né Sobrinho né Re vedono l’uomo: né l’uno né l’altro vedono che la bambina ingravidata non è adulta. Non vedono l’essere umano, il legno storto di cui è fatto: proprio quello che invece vide Giovanni XXIII, alla vigilia del Concilio. Melloni ricorda l’ultima pagina del Giornale dell’Anima di Roncalli, scritta il 24 maggio ’63, pochi giorni prima di morire: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della chiesa cattolica. (…) Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». Comprenderlo meglio era «riconoscere i segni dei tempi».

O come dice Melloni: indagare l’oggi. Vedere nell’uomo in quanto tale il vangelo che parla alla Chiesa, e «non semplicemente il destinatario del messaggio, o il protagonista di un rifiuto, ovvero – peggio ancora – il mendicante ferito di un “senso” di cui la Chiesa sarebbe custode indenne e necessariamente arrogante» (Papa Giovanni, Einaudi, 2009). Questi mesi erranti e maldestri sono una prova perché gran parte della Chiesa non pensa come il Papa: dà il primato alla libertà, alla coscienza, sul dogma. Indaga l’oggi, specie dove l’uomo è pericolante come in Africa o nelle periferie occidentali. Ricordiamo Suor Emmanuelle, che a 63 anni decise di vivere con gli straccivendoli nei suburbi del Cairo, e un giorno scrisse una lettera a Giovanni Paolo II in cui illustrò la necessità delle pillole per bambine continuamente ingravidate. Lo narra in un libro scritto prima di morire (J’ai 100 ans et je voudrais vous dire, Plon). Distribuiva profilattici senza teorizzare su di essi. Giovanni Paolo II non rispose alla lettera. La sintonia con Ratzinger era forte. Ma il silenzio ha un pregio inestimabile, è un’apertura infinita all’umano. Suor Emmanuelle gli fu grata: disse che il suo silenzio era un balsamo. È il silenzio che oggi manca in Vaticano. Il silenzio che pensa, ha sete di sapienza, ascolta. Che non vede orizzonti vuoti. Il Vangelo è sempre lì, va solo compreso meglio. Contiene una verità che sempre riaffiora, quella detta da Gesù a Nicodemo: «Lo spirito soffia dove vuole. Ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Giovanni 3,8). Soffia come il fato delle tragedie greche: innalzando gli impotenti, spezzando l’illusione della forza. Chi fa silenzio o è solitario lo lascia soffiare, afferrato dal mistero.

In Africa, il Papa ha accennato al «mito» della sua solitudine, dicendo che «gli viene da ridere», visto che ha tanti amici. Perché questo ridere? Come capire il dolore umano, senza solitudine? Cosa resta, se non l’ammirazione della forza (la forza numerica dei lefebvriani, evocata nella lettera del 12 marzo) e l’oblio di chi, impotente, incorre nell’anatema come il padre di Eluana, la madre della bambina brasiliana, i malati che si difendono come possono dall’Aids? Per questo quel che vive il Papa è prova e occasione. Prova per chi tuttora paventa gli aggiornamenti giovannei, e sembra voler affrettare la fine della Chiesa per rifarne una più pura. Prova per chi difende il Concilio come rottura e riscoperta di antichissima tradizione. La tradizione del rinascere dall’alto, dello spirito che soffia dove vuole: vicino a chi crede nei modi più diversi.

Fannulloni per decreto

11 Mar 09

Se la fantasia costituisce la prima qualità degli uomini politici, il nostro presidente del Consiglio ne ha da vendere. Il Parlamento va a rilento? È appesantito da troppe votazioni? Le votazioni regalano talvolta brutte sorprese a chi ha il timone del governo? Bene, facciamo votare solo i capigruppo e non pensiamoci più. Ricetta semplice, e probabilmente quantomai efficace. Magari un poco ruvida, un po’ eccessiva per quel migliaio di anime rinchiuse nei palazzi delle due assemblee legislative, che passerebbero così dalla catena di montaggio delle leggi all’ozio più assoluto. Ma che importa, conta solo il risultato. Peccato che questo risultato sia impossibile. Peccato che s’infranga contro i principi che reggono la nostra democrazia costituzionale. Peccato che strida col buon senso.

Anche perché questa soluzione suona ben più drastica del voto ponderato, in uso presso varie istituzioni. A cominciare dall’Unione europea, dove il voto di Germania, Italia, Francia e Regno Unito vale 29 punti, mentre un piccolo Stato come Malta pesa 3 punti appena. Ma in questo caso non c’è alcun esproprio del diritto di voto, non c’è un silenziatore alla voce dei più piccoli. Non c’è nemmeno una ferita al principio d’eguaglianza, perché tale principio – come stabilì Aristotele – s’applica agli eguali, non ai diseguali.

È evidente che gli Stati più popolosi rappresentano un numero più alto di cittadini europei, sicché misurarli secondo il loro peso demografico effettivo evita di sovradimensionare il voto dei maltesi. Ma c’è un’élite di rappresentanti più rappresentativi in Parlamento? C’è un deputato il cui collegio elettorale coincide con l’intera Lombardia, mentre il suo vicino di banco è stato eletto dai soli cittadini di Ragusa? Non c’è, non ci può essere; altrimenti gli elettori verrebbero discriminati a propria volta.

Qui allora viene in gioco un altro cardine delle democrazie costituzionali: l’eguaglianza del voto e dei votanti. In passato qua e là si praticava il voto plurimo, per esempio quello del capofamiglia, che esprimeva un valore superiore all’unità. Ma la Rivoluzione francese lo ha confinato tra i relitti della storia, da quando la Dichiarazione dei diritti del 3 settembre 1791 introdusse il principio del suffragio universale. Poi, certo, ce n’è voluto per tradurre il principio nella prassi. In Italia fino al 1882 votava appena il 2 per cento della popolazione. Nel 1912, mezzo secolo dopo l’unità, fu Giolitti a estendere a tutti i cittadini maschi il diritto di partecipare alle elezioni. Infine nel 1946 venne la volta delle donne, e a quel punto la traiettoria si è compiuta. Imporre una sordina ai parlamentari significa imporla agli elettori, significa perciò riportare indietro le lancette della storia.

E c’è poi un altro punto dolente nella ricetta che propone Berlusconi. Anzi due, anzi tre, anzi quattro. In primo luogo stabiliremmo una gerarchia fra i parlamentari, offendendo la norma conservata nell’art. 67 della Costituzione, secondo cui ogni membro del Parlamento rappresenta – ebbene sì, lui solo – la Nazione. In secondo luogo, anche ad ammettere che le sue personali convinzioni si riflettano come in uno stampo con le convinzioni del suo capogruppo, offenderemmo il principio della personalità del voto, racchiuso a propria volta nell’art. 48 della Carta. In terzo luogo svuoteremmo la regola del voto segreto, che i regolamenti parlamentari prescrivono ad esempio sulle questioni di coscienza, per tutelare l’autonomia di senatori e deputati. In quarto luogo, come mai faremmo noi elettori a valutare l’operato di chi ci rappresenta in seno alle due Camere? La mancata rielezione è l’unica arma che ci rimane in mano rispetto ai voltagabbana, ai traditori delle promesse elettorali, ai fannulloni; ma se diventano tutti fannulloni per decreto, tanto varrebbe privarci del diritto di votare.

Insomma l’epilogo non piacerà al presidente del Consiglio. Non piacerà neppure a chi ritiene che il Parlamento sia un ingombro di cui l’Italia dovrebbe sbarazzarsi. E allora rifugiamoci nell’autorità di Montesquieu: le lungaggini parlamentari, le procedure talora estenuanti della democrazia, sono il prezzo che paghiamo per la nostra libertà.

La battuta quotidiana

13 Mar 09

Berlusconi mostra una quotidiana insofferenza per le regole che reggono il sistema politico fondato, come vuole la Costituzione, sulla democrazia parlamentare.

Non riesce a dare un ordine alle sue idee e alle sue pulsioni con proposte legislative e riforme organiche. E lo fa mentre il suo governo e la sua maggioranza hanno impegnato il Parlamento a discutere del federalismo. Con le sue battute sulla decretazione come metodo per governare e sul ruolo dei capigruppo delegati a votare per tutti i parlamentari, il Cavaliere apre un altro fronte sul terreno costituzionale senza un progetto e senza una linea concordata nemmeno nel suo personale partito. Il quale si appresta a fare un congresso e l’unica cosa su cui pare si sia aperto un dibattito è il sistema di voto con cui incoronare il Cavaliere: per acclamazione o per alzata di mano.

Ma un partito è tale solo se ha un’idea politico-costituzionale dello Stato e delle sue istituzioni. Dopo la Liberazione fu questo il banco di prova dei partiti che, risorti, diedero vita alla Costituzione. E questa fu la bussola delle forze che per cinquant’anni governarono il Paese o svolsero il ruolo di opposizione. C’è da aggiungere che la grave crisi economica che scuote il mondo suggerisce alle forze politiche, al governo o all’opposizione, non solo di registrare le politiche economiche e sociali per fronteggiare la tempesta, ma anche di verificare se gli strumenti di cui le istituzioni, gli Stati e la comunità internazionale dispongono sono adeguati alla bisogna.

L’Italia vive alla giornata anche perché, questa è la mia opinione, i partiti di governo e di opposizione vivono sulla battuta quotidiana. Il discorso che ho fatto per il Pdl, l’ho già fatto, anche su questo giornale, per il Pd. C’era un vuoto politico e si pensava di riempirlo con lo stare insieme dei Ds e della Margherita. Ricordiamo i fatti più recenti. Nel momento in cui nacque il Pd e Berlusconi dal predellino della sua auto annunciava la fusione tra Forza Italia, Alleanza nazionale e la formazione del Pdl, molti osservatori scrissero che finalmente in Italia si dava vita al bipartitismo e tutto si semplificava.

I risultati elettorali dell’aprile scorso, anche se segnano una forte affermazione del partito di Berlusconi e del suo alleato (la Lega di Bossi) rispetto al Pd di Veltroni e del suo alleato (il partito di Di Pietro), sembrava che dessero ragione a chi pronosticava l’avvento di un bipartitismo virtuoso capace di riformare e consolidare il sistema politico. Non è trascorso nemmeno un anno e lo scenario appare già cambiato e devastato. Basta leggere gli ultimi sondaggi. Il Pd è sceso al 22 per cento e sono cresciuti tutti i partiti che in Parlamento e fuori sono all’opposizione: il partito di Di Pietro e l’Udc di Casini, ma anche i partiti della sinistra radicale coalizzati oggi supererebbero la soglia di sbarramento. Nel centrodestra invece si verifica un modesto cedimento del Pdl e un incremento significativo della Lega.

In questo quadro una cosa appare certa: l’ambizione di Veltroni e dei suoi amici di fare del Pd un partito a «vocazione maggioritaria» è sfumata. Franceschini non ne parla più. È in crisi l’alleanza con Di Pietro ma non si capisce quale sarà il sistema di alleanze del Pd. Comunque mi pare chiaro che le prossime elezioni confermeranno la fine del «bipartitismo» mai nato. Mai nato perché nessuno ci ha creduto: né il Pd che fece l’alleanza con Di Pietro e dopo le elezioni «scoprì» che Berlusconi era Berlusconi; né il Cavaliere il quale pensa che l’opposizione deve riconoscergli la sacralità che i suoi sodali gli hanno decretato. Tutto torna come prima e peggio di prima con la moltiplicazione dei piccoli partiti? Ora c’è anche quello di Grillo. In effetti sembra che, con le forze politiche in campo, le possibilità che il Paese sia retto da un sistema politico semplificato e condiviso siano scarse. È invece possibile che l’indebolimento dell’opposizione crei una dialettica più aperta nella maggioranza e Fini interpreta questa esigenza. Può darsi che il Pd faccia un congresso vero e definisca una politica, le alleanze e un gruppo dirigente. Può darsi che nella sinistra o in una parte di essa maturi il convincimento che una competizione dialettica virtuosa con il Pd sarebbe possibile solo se si ricostruisse un partito socialista. Ma tutto oggi sembra incerto. Non vedo processi politici forti tali da cambiare lo scenario. E nell’incertezza il governo personale nella politica, intrecciato con i poteri che governano l’economia e i media, può segnare la fase che stiamo attraversando. Spero di sbagliarmi.

Diamo credito al tentativo di Franceschini

7 Mar 09

Bisogna dare credito al tentativo di Dario Franceschini. Bisogna persino essere generosi con lui, e dunque col partito che dirige. Per quanto ci riguarda, l’impresa non è facile. Non ci è piaciuto il modo in cui Franceschini è diventato segretario del Pd, e non l’abbiamo nascosto.

Bisogna dare credito al tentativo di Dario Franceschini. Bisogna persino essere generosi con lui, e dunque col partito che dirige. Per quanto ci riguarda, l’impresa non è facile. Non ci è piaciuto il modo in cui Franceschini è diventato segretario del Pd, e non l’abbiamo nascosto. Re Franceschiniello, l’abbiamo definito, per segnalare la stranezza di un partito che si affida a un reggente a tempo, per giunta all’indomani della gravissima crisi politica e di leadership che ha portato alle dimissioni di Veltroni. Ma ora che quella scelta è stata fatta, bisogna dargli credito. E proverò qui a spiegare perché.
Con Franceschini, le ambizioni e i progetti del Pd sono infatti radicalmente cambiati. Diciamo che se con Veltroni il Pd giocava per lo scudetto – perso malamente alle elezioni, per poi franare rapidamente verso il fondo della classifica – con Franceschini il Partito democratico lotta per non retrocedere. In termini politici, si è passati dalla vocazione maggioritaria alla vocazione minoritaria. E a un allenatore che lotta per non retrocedere i critici non possono chiedere il bel gioco, la visione, l’invenzione, perché non è con quelle qualità che si resta in serie A. Nei quartieri bassi della classifica (22% alle ultime rilevazioni demoscopiche), ci vogliono grinta, corsa, voglia di combattere su ogni pallone, a testa bassa e gomiti alti.
Del resto è stato Franceschini stesso a dettare l’agenda della sua reggenza: il mio compito – ha detto – è impedire che l’astensionismo, la delusione, il disincanto, portino via così tanti voti al Pd alle europee da mettere a rischio la sua stessa esistenza, dando di converso al Cavaliere una forza strabordante e irrefrenabile, del tutto anomala in una democrazia bipolare.
Si tratta di lottare per non retrocedere, alla Carletto Mazzone tanto per proseguire nel paragone calcistico, Franceschini sta facendo abbastanza bene. Si può criticare – e su questo giornale è stato criticato – quel tanto di demagogico che c’è nelle sue ultime proposte, quella dell’assegno per chi perde il lavoro e quella dell’uso dei risparmi dell’election day per le forze dell’ordine. È chiaro che non sono questi gli ingredienti con cui si costruisce una ricetta credibile per il governo futuro del paese. Né bastano a identificare una via d’uscita da sinistra alla formidabile crisi economica che investe l’intero Occidente. Ma, di questi tempi, chi lo fa? Vedete forse qualcuno a sinistra, Obama compreso, che sia in grado di accendere una luce in fondo al tunnel della sinistra mondiale, che sembra travolta dal crollo di quel mondo di turbo-finanza e iper-liberismo che pure aveva così criticato? E, per essere onesti, vedete forse a destra qualche Messia? Berlusconi forse? O Tremonti?
No, la verità è che la confusione è massima sotto il cielo, e che la situazione non è affatto eccellente. Chiedere a Franceschini oggi, in questo bailamme, di costruire in quattro e quattr’otto quella Weltanschauung riformista che in Italia la sinistra non è riuscita a costruire neanche negli anni della Terza Via di Clinton e Blair, sarebbe davvero troppo. .
Nelle condizioni date, dunque, Franceschini sta facendo il suo onesto lavoro. Innanzitutto sta tornando «back to basic»: la sinistra si occupa innanzitutto della condizione di vita della gente. Veltroni abbaiava alla luna, disegnava grandi progetti, sognava un’Italia che non c’è. Si perdeva dietro a questioni morali e costituzionali che portavano solo voti a Di Pietro. Franceschini, almeno, parla di soldi, assegni, benzina alle auto della polizia. Con l’eccezione dell’iniziale giuramento sulla Costituzione – più un tributo a Veltroni che al padre partigiano – parla di solito come la gente mangia. In secondo luogo non disegna grandi scenari planetari di economia e finanza, ma tenta di tradurre ogni proposta in un modo che passi al tg della sera. In terzo luogo, lancia una proposta alla volta, invece di riunire pletorici governi ombra che partorivano interminabili conferenze stampa.
Cerca, chiaramente e semplicemente, voti. E non li cerca dove in queste condizioni non li potrebbe prendere, dalle parti di Berlusconi; li cerca tra quelli che gli spetterebbero e se ne sono andati, tra gli astensionisti, tra i dipietristi, e, perché no, nell’elettorato smarrito della sinistra radicale. Finora il tentativo non è riuscito. Il 22% è una condanna. Ma può riuscire. Non può portarlo molto in là, ma può portarlo sopra la linea di galleggiamento. Può evitare al Pd l’annegamento.
Questo, di per sè, è già un degno obiettivo politico per il segretario di un partito. Ma noi vorremmo aggiungere un’altra ragione che ci spinge a dar credito al tentativo di Franceschini, meno partigiana e più nazionale, se così si può dire. E la ragione è che l’Italia, proprio nella crisi, ha bisogno di un’opposizione che morda. Guardate alla storia dell’assegno. Quella proposta ha quanto meno avuto il merito di svegliare il governo da quello che Emma Marcegaglia aveva definito il suo «immobilismo». Hanno rifatto i conti, hanno visto che si poteva trovare un gruzzoletto in più da destinare agli ammortizzatori, si sono affrettati a convocare il Cipe per rigiocarsi i 17 miliardi per le infrastrutture.
Questo è accaduto perché la proposta dell’assegno, nella sua semplicità e forse anche semplicismo, conteneva un problema e un bisogno, dava corpo all’allarme che c’è nelle famiglie tra chi rischia di perdere il posto, a tempo determinato ma più ancora a tempo indeterminato.
A questo serve l’opposizione, in democrazia: a tenere sulla corda la maggioranza e a costringerla a una competizione. Se l’onesto lavoro da mediano di Franceschini ottenesse anche solo questo, sarebbe già un passo in avanti per un sistema politico chiaramente e pericolosamente squilibrato. E se invece non ci riuscisse, se davvero alle europee Berlusconi doppiase il Pd, come gli augurano i sondaggisti amici, non sarebbe affatto un bene per la democrazia italiana. Tutt’altro.
Per questo il tentativo di Franceschini di evitare questo esito va apprezzato. Non disegnerà certamente il sol dell’avvenire della sinistra italiana. Ma nessuno lo disegnerà per un bel po’, se tra tre mesi non ci sarà più il Pd.

Tv, boom di cronaca nera negli anni di Prodi

8 Mar 09

Spazi raddoppiati nel 2006 e 2007: così aumentò la percezione di insicurezza della gente.
Sulle reti Mediaset spesso lo spazio triplicò. Ma i direttori: la politica non c’entra

di Silvia Fumarola

Durante i due anni del governo Prodi (2006 e 2007) i tg hanno raddoppiato lo spazio della cronaca nera. Secondo uno studio del Centro d’ascolto dell’informazione radiotelevisiva (nato da un’iniziativa dei radicali) dal 2003 al 2007, il tempo dedicato ai servizi su delitti, violenze e rapine è raddoppiato (se non triplicato) passando dal 10,4% dei tg del 2003 al 23,7% di quelli del 2007. Dato significativo che potrebbe avere aumentato la percezione di insicurezza da parte degli italiani, e avere avuto un peso alle elezioni politiche del 2008, tesi sostenuta dal centrosinistra in molte occasioni. Come la convinzione che il senso di incertezza e paura sarebbe nato in parte per il battage dei media.

“Adesso arrivano i dati, ma l’abbiamo sempre saputo, Prodi era stato il primo a rendersene conto” commenta Sandra Zampa (Pd) “Purtroppo ce ne siamo accorti a spese degli italiani”. Il tema della sicurezza, e dell’uso che se ne fa, è molto sentito anche oggi: “Paura e insicurezza ci sono”, ha detto il procuratore capo della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli a Ercolano, al convegno “L’etica libera la bellezza” “dovrebbero essere sempre mali da curare ma spesso vengono ingigantiti anche dalla carta stampata e da certa politica”.

I numeri dicono che nel 2003 il Tg1 ha dato notizie di cronaca nera per l’11% del suo tempo, il 19,4% nel 2006, il 23% nel 2007. Il Tg2 è passato dal 9,7% del 2003 al 21% del 2006, fino ad arrivare nel 2007, al 25,4%. Il Tg3 è la testata che registra il minore aumento, passando dall’11,5% del 2003 al 18,6% del 2007. Sulle reti Mediaset l’aumento è maggiore: per Studio Aperto, la percentuale è stata pari al 30,2 della durata totale dei tg del 2007, contro il 12,6% del 2003. Il Tg5 è passato dal 10,8% al 25,7%. Il Tg4, malgrado il raddoppio negli ultimi 5 anni, ha avuto l’incremento minore, dal 10,2% del 2003 al 20,9% del 2007.

“Fare una valutazione di natura politica sarebbe sbagliato, bisognerebbe vedere cos’è successo nei diversi anni” spiega il direttore del Tg5 Clemente Mimun. “Prima non era Chicago ora non è Disneyland. La cosa che ha pesato di più, sempre, è stata la situazione economica, per cui l’idea che qualcuno abbia picchiato sulla cronaca per colpire X o Y, lascia il tempo che prova, se non si controlla cos’è accaduto in quegli anni. Esaminando questo bimestre, si è parlato molto di stupri, oggettivamente hanno colpito l’opinione pubblica. Poi se mi chiede: durante il governo Prodi voleva colpire Prodi?, rispondo no”.

“Un buon telegiornale racconta le cose che accadono” replica il direttore del Tg2 Mauro Mazza “ma imputare ai tg il fallimento delle elezioni non è accettabile, le ragioni vanno cercate altrove. Il pubblico di metà giornata è più attento alla cronaca e ne segue gli sviluppi. Alle 20,30 la quota diminuisce”. Mario Giordano, direttore del Giornale, ha guidato Studio Aperto dal 2000 al 2007. “Ricordo la stessa polemica nel 2000, l’epoca delle rapine in villa. Poi c’è stato l’11 settembre. È vero, è aumentata l’attenzione per la cronaca nera, non solo quella che crea insicurezza. I grandi casi – Cogne, Erba, Garlasco – aumentano gli ascolti. Impiegando la nera in chiave politica pro o contro qualcuno si fa solo un pessimo servizio”.

I valori rifugio

8 Mar 09

C’è sempre il sospetto, quando si parla con frequenza assillante di un bene o una virtù, che i tempi in cui se ne parla siano specialmente vuoti: che quel bene si assottigli, e in particolare il bene comune. Che le virtù si faccian rare: in particolare quelle esercitate nella sfera pubblica, presidiate da istituzioni e costituzioni durevoli ma discusse. Sono i tempi in cui con più fervore garriscono le bandiere dei valori, come ebbe a scrivere Carl Schmitt nel breve saggio del 1960 intitolato La Tirannia dei Valori (Adelphi, 2008). Salvare i valori da questi sbandieramenti è urgente, perché è pur sempre in nome di principi e valori che la stortura andrà corretta.

Tempi simili son dichiarati cinici, nichilisti. In genere son colorati di nero. Enzo Bianchi, in un testo scritto su La Stampa dopo la morte di Eluana, li chiama tempi cattivi, da cui usciamo non concordi ma più divisi (15-2-09). Tempi in cui il vociare attorno ai valori si dilata, invadendo lo spazio più intimo dell’uomo «al solo fine del potere», e distruggendo i valori stessi. Tempi in cui il sale perde il suo sapore e però diventa molto salato, corrosivo. Può accadere addirittura che s’unisca al salace, producendo strane misture di gossip, lascivia e moralismo. Negli Ultimi Giorni dell’Umanità, Karl Kraus descriveva l’eccitata vigilia della Guerra ’14-’18 come epoca di valori tanto più gridati, quanto più fatui. I giornalisti, tramutati in vati, erano ingredienti decisivi di quest’epoca enfatica, violenta e cieca.

Non è diversa la crisi che viviamo, e di sicuro s’aggraverà man mano che lo sconquasso finanziario ci toccherà da vicino. Come custodire in tali condizioni il potere, quando governi e politici sono ingabbiati nella dura necessità di un precipizio che controllano a mala pena o non controllano affatto, essendosi affidati alle illusorie forze degli Stati-nazione? Possono dire, con Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». È quello che fa il presidente del Consiglio in Italia: prima negando la crisi, poi accusando i media d’ingigantirla evocando tragedie, sempre usando i valori come diversivi. I valori sono già oggi e diverranno sempre più lo strumento per governare con magniloquenza e distrarre l’attenzione da sfide vere, mal comprese e mal spiegate. Prendono il posto del mistero che ci oltrepassa, s’impongono con rigide gerarchie: ci sono valori superiori, e poi più giù valori inferiori o perfino disvalori. Al disastro dell’impotenza, a una politica incapace di reinventare linee divisorie, si replica con ferree graduatorie: ogni schieramento pretende d’esser custode dei valori supremi, relegando l’avversario nelle terre dei disvalori. Facendo garrire i valori, nessun mistero ci oltrepassa: invece della crisi, si parla d’altro.

Non sono in questione solo la morte e la vita, come nel caso Englaro. I valori in blocco, cioè l’insieme di virtù e beni, vengono tramutati in espediente, in trucco che distrae. La giustizia, la libertà, l’eguaglianza, la vita, la pace, l’autonomia, il benessere dei più, la moderazione del dialogo politico non sono in sé squalificati: restano beni essenziali, per la costituzione e il cittadino. Ma nello stesso momento in cui sono adoperati a fini di potere si snaturano, trasformandosi in mezzi. Il potere, innalzato a fine, non li serve ma se ne serve per affermarsi e negare l’avversario.

I valori come assillo che finisce col distruggere quel che si vuol restaurare non sono una novità. Apparvero nell’800, in risposta a un nichilismo ritenuto letale per i valori supremi e addirittura per Dio. Oggi tornano in auge, come strumento di lotta all’avversario, deturpando parole e abolendo antiche distinzioni. Secondo Kant ad esempio, sono le cose ad avere un valore (le si fanno valere sulla base d’un prezzo, sono scambiabili) mentre le persone, se considerate fini e non mezzi, hanno una dignità che non si paga ma si rispetta. Basti pensare al termine valore-rifugio: in economia funziona, nell’etica no. Anche la Chiesa si presta a un’operazione che assolutizzando i valori li incattivisce, e non è un caso che il Concilio Vaticano II – con il suo desiderio di vedere la realtà da più punti di vista – sia considerato da tanti un impedimento. Ci sono parole di Giovanni XXIII difficilmente immaginabili oggi: «Qualcuno dice che il Papa è troppo ottimista, che non vede che il bene, che prende tutte le cose da quella parte lì, del bene: ma già, io non so distaccarmi naturalmente, a mio modo, dal nostro Signore, il quale pure non ha fatto che diffondere intorno a sé il bene, la letizia, la pace, l’incoraggiamento». L’arroganza dei valori è da anni prerogativa della destra, ma non sempre fu così. Anche quando si chiamavano virtù, c’era chi non dissociava valori e violenza. Nella Rivoluzione francese Robespierre diceva: «Il terrore è funesto, senza virtù. La virtù è impotente, senza terrore».

I valori degradati a mezzi cambiano il linguaggio, e ci cambiano sfociando nella svalutazione – o trasvalutazione – dei valori. Fin quando sono fini, essi devono costantemente confrontarsi con valori non meno possenti, se vogliono generare regole condivise da chi – pur discordando – deve pur sempre convivere. Se vogliono evitare l’antinomia, che è lo scontro fra norme egualmente primarie ma diverse. Per proteggere il fine, devono scendere a patti. Le costituzioni sono lo sforzo tenace, acribico, di conciliare leggi morali in conflitto tra loro ma egualmente preziose, da preservare una per una (per esempio l’eguaglianza e la libertà, il diritto alla vita e il diritto a dominare la propria morte). Quando invece i valori sono espedienti, possono divenire prevaricatori, visto che il fine è il potere di chi li maneggia: qui è la loro possibile tirannia. Se i valori sono un fine, i mezzi vanno adattati alla loro molteplicità. Se cessano di esserlo, lo scontro si fa feroce e il valore vincente assurge a valore non solo supremo ma unico. Forse per questo esistono pensatori e filosofi non minori che diffidano della parola valore, preferendo parlare di principi, beni o norme.

La crisi economica che traversiamo è tragica, checché ne dica il presidente del Consiglio, proprio perché il politico per padroneggiarla converte i fini in mezzi e viceversa. Perché svaluta valori o li assolutizza, capricciosamente servendosene. La crisi attualizza più che mai quel che Marx scriveva nel Manifesto: «La borghesia non salva nessun altro legame fra le singole persone che non sia il nudo interesse, il “puro rendiconto”.(…) Tutto quel che è solido evapora, tutto ciò che è sacro è sconsacrato, e alla fine l’uomo è costretto a guardare con freddo spirito le sue reali condizioni di vita e le relazioni con i suoi simili».

Il valore unico, come il pensiero unico, taglia le ali a altri valori e non preservandoli crea squilibri. Prefigura alternativamente o guerre di tutti contro tutti, o estesi conformismi. Assolutizza perfino i modi del conversare democratico. La scorsa settimana ne abbiamo avuto un esempio. Venuto da fuori, straniero al comune sentire come i persiani delle Lettere di Montesquieu o il bambino di Andersen che scopre il re nudo, un allenatore di calcio (José Mourinho, dell’Inter) ha denunciato la «grandissima manipolazione dell’opinione pubblica», la «prostituzione intellettuale» di tanti giornali, il «pensare onesto» che in Italia fatica a guardare i fatti e s’abbarbica a idee preconfezionate. Ad ascoltarlo c’era da trasecolare: Mourinho sembrava parlasse non del calcio, ma dell’Italia tutta. Subito è stato zittito in nome dei sacrosanti «toni bassi»: quest’altro valore supremo, usato come mezzo per non affrontare il merito di una questione e azzittire avversari o magistrati. Toni bassi abbandonati senza pudore, ogni volta che fa comodo al capriccio dei potenti.


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