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Attenti a chi vuole addomesticare la giustizia

1 Ott 08

Carlo Federico Grosso

Dopo alcune settimane di silenzio la politica ha ricominciato a parlare di giustizia. Ancora una volta è stato Berlusconi a lanciare il sasso: la riforma dev’essere incisiva. Essa dovrà, anzi, tanto più stravolgere gli assetti attuali, quanto più dovesse apparire probabile l’accoglimento dell’eccezione d’illegittimità costituzionale sollevata nei confronti del lodo Alfano o se, a Milano, il processo per corruzione contro il premier dovesse proseguire contro l’imputato non immune accusato insieme a lui.

Che cosa farà, a questo punto, il ministro Alfano? Ad inizio settembre aveva dichiarato che obiettivo primario della riforma sarebbe stato l’interesse del cittadino: dunque, nessuna fretta per eventuali modifiche costituzionali, che interessano principalmente gli equilibri fra i poteri dello Stato, ma priorità per le riforme della giustizia civile e penale e dell’organizzazione giudiziaria, finalizzate a realizzare una giurisdizione rapida ed efficiente. Allora mi ero sforzato di credergli. Smentendo clamorosamente se stesso, in questi giorni il Guardasigilli ha annunciato che invece, guarda caso, anche la riforma delle norme costituzionali costituisce un’urgenza.

Nell’attesa di conoscere i dettagli dei progetti, è comunque possibile prospettare già ora i nodi che dovranno essere affrontati. E sono nodi non da poco. Mi limiterò ad accennare a due fra i principali: riforma del Csm, obbligatorietà dell’azione penale.

In materia di Csm da tempo la maggioranza sta meditando una riforma stravolgente.

Se si diminuisce la consistenza dei togati e si aumentano i laici, se si riesce a spaccare il Consiglio, sdoppiandolo in istituzioni separate per i giudici e per i pubblici ministeri, se si consegna addirittura uno dei due consigli alla direzione del governo, se si affida la disciplina dei magistrati ad un’istituzione autonoma a prevalenza non togata, i giochi sono fatti: il potere dei magistrati risulta indebolito in modo irreparabile, aumenta la capacità della politica d’interferire sulle decisioni che concernono l’ordine giudiziario. Se, poi, si decidesse di eliminare altresì la presidenza del Capo dello Stato, il prestigio dell’organo subirebbe un vulnus decisivo.

Si tratta di una scelta realizzabile con legge costituzionale, che, per certi aspetti, può trovare una giustificazione nel modo non sempre commendevole con il quale la componente togata, dominata dalle correnti, ha gestito in passato i suoi poteri. Bastano, tuttavia, queste disfunzioni, comunque rimediabili, a giustificare anche soltanto l’alterazione della composizione del Consiglio? Già modificando i rapporti di forza al suo interno si rischia, in realtà, di trasformare l’organo di autogoverno, che è stato concepito per assicurare all’ordine giudiziario massima autonomia, in un’istituzione in larga misura eterodiretta dalla politica.

Il colpo di grazia sarebbe costituito, comunque, dall’eliminazione della presidenza del Capo dello Stato, che è, di per sé, garanzia di autorevolezza ed indipendenza e dall’introduzione in un settore del Consiglio, quello dei pubblici ministeri, della gestione diretta del Guardasigilli. Quest’ultima novità sarebbe esiziale per la separazione dei poteri e per lo Stato di diritto.

Altrettanto scivoloso è il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non è chiaro che cosa uscirà davvero dal dibattito in corso. Le ipotesi sul tappeto sono diverse: abolizione del principio costituzionale; sua conservazione, ma introduzione di una programmazione annuale dei reati da perseguire; sua conservazione, ma modificazione dei presupposti dell’esercizio dell’azione penale come conseguenza di una profonda revisione dei poteri del pubblico ministero e della polizia giudiziaria nella conduzione delle inchieste.

Auspico che nessuno vorrà davvero abrogare il principio di obbligatorietà, che nel nostro contesto politico e sociale rimane garanzia irrinunciabile di eguaglianza. Ho qualche perplessità sulla programmazione delle priorità, che rischia di creare pericolose sacche d’impunità. Ma, soprattutto, mi preoccupa la proposta avanzata in modo bipartisan da due esponenti politici di schieramenti apparentemente contrapposti, che stravolge le attuali competenze del pubblico ministero e della polizia nella conduzione delle indagini penali. Com’è noto, si ipotizza di sottrarre al pubblico ministero la loro conduzione e di rendere la polizia autonoma nella loro gestione.

Qui, davvero, il pericolo è insidioso. Se non si dovessero fissare rigorosi confini all’autonomia delle forze dell’ordine, si rischierebbe di vanificare, nei fatti, lo stesso principio di obbligatorietà: il pubblico ministero potrebbe non trovarsi mai nella condizione di valutare se esistano o no i presupposti per l’esercizio dell’azione penale, o, ancor prima, di controllare se le indagini si stiano svolgendo con la necessaria celerità o completezza. Il che appare tanto più preoccupante se si considera che la polizia dipende dall’esecutivo, il quale potrebbe pertanto, se del caso, interferire nelle inchieste. A tacer d’altro c’è dunque, pure a questo riguardo, un rischio forte d’illegittimità su cui la Consulta potrebbe essere chiamata a pronunciarsi.

Chissà se, a questo punto, a qualcuno verrà in mente di abbozzare una riforma della stessa Corte Costituzionale, già sotto pressione a causa del lodo Alfano, al fine di renderla meno indipendente o quantomeno più domestica con il potere politico. Sarebbe una tragedia.

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Dopotutto, auguri ad Alfano

5 Set 08

Carlo Federico Grosso

A un importante seminario sulla giustizia organizzato a Roma dall’Udc, il ministro Alfano, intervenendo nella discussione, ha assunto una posizione di grande equilibrio. Era la prima volta che egli esponeva pubblicamente le sue intenzioni in tema di riforma complessiva della giustizia.

Fra gli oppositori dell’attuale maggioranza politica c’era una certa apprensione per ciò che egli avrebbe annunciato. Creavano infatti timori e preoccupazioni le infauste precedenti iniziative del governo, volte ad assicurare l’immunità penale al presidente del Consiglio.

Ele frequenti dichiarazioni dello stesso presidente su possibili interventi di natura costituzionale in materia di processo e di ordinamento giudiziario. La proposta del ministro, nel metodo, è stata invece ineccepibile.

Egli ha osservato che la giustizia è una delle grandi emergenze del Paese: otto milioni di processi pendenti e ritardi di anni nella soluzione delle controversie costituiscono un’urgenza ineludibile. Di qui la grande sfida che ci attende: una riforma che sappia restituire tempi ragionevoli e certezza ai processi civili e penali, ponendo il cittadino al centro dell’azione riformatrice. «Metterò pertanto innanzitutto in cantiere – ha affermato – la riforma della giustizia civile, ormai al limite della denegata giustizia; affronterò subito dopo i problemi del processo penale, imponendo ritmi più serrati, semplificando il sistema dei reati, restituendo certezza alla pena; mi occuperò infine del tema della detenzione, cercando di privilegiare in ogni modo la strada delle sanzioni alternative e dell’esecuzione penale fuori dal carcere».

Quanto ai temi di rilevanza costituzionale, quali l’obbligatorietà dell’azione penale, la struttura ed i poteri del Csm, la separazione delle carriere, sui quali v’è stata, ancora di recente, polemica tra le forze politiche, egli ha garantito che non avrebbe forzato i tempi di un’eventuale riforma. Essa, se necessario, sarebbe stata affrontata a tempo debito e con le dovute cautele, cercando comunque il confronto e la maggiore condivisione possibile.

Poiché, in quel convegno, mi è toccato di prendere la parola subito dopo il ministro, non ho esitato ad esprimere il mio apprezzamento per quanto avevo appena ascoltato. E l’ho fatto con convinzione. Forse le parole pronunciate dal Guardasigilli erano troppo generiche e lasciavano pertanto aperti molti interrogativi, forse nascondevano le reali intenzioni del governo sulla ridefinizione, nel lungo periodo, dei rapporti di forza tra i poteri dello Stato. Era comunque importante, mi pareva, che il ministro, anziché minacciare sfracelli immediati come si poteva paventare, mostrasse moderazione e, soprattutto, metodo condivisibile nell’indicare modalità, obbiettivi e priorità di intervento.

Davvero tutto bene, dunque? Sicuramente meglio di quanto si poteva temere. Le preoccupazioni, comunque, permangono. Ne accennerò alcune. Mi domando, prima di tutto, che cosa accadrebbe se il presidente del Consiglio tornasse a dettare l’agenda in materia di giustizia, chiedendo interventi immediati e radicali diretti a stravolgere gli equilibri di potere fra politica e magistratura come aveva fatto a fine luglio. Che farebbe il ministro, saprebbe proseguire sulla linea di saggezza che ha tracciato ieri l’altro o sarebbe costretto ad allinearsi? E se decidesse di non allinearsi, che cosa accadrebbe?

Ancora, quale opposizione di fronte alle proposte della maggioranza? Un’opposizione dura alla Di Pietro? Un’opposizione ragionata caso per caso? La ricerca di un’intesa, nella speranza di riuscire a condizionare comunque in qualche modo la maggioranza? E fino a che punto cercare accordi o condivisioni? La prima opzione mi sembrerebbe una scelta comunque sciagurata. Negli altri casi, nella condizione dell’attuale opposizione, trovare il giusto equilibrio potrebbe essere peraltro non sempre facile.

Ma torniamo al tema dal quale sono partito. Il ministro, come ho riferito, ha fornito le sue, apprezzabili, indicazioni di metodo in materia di riforma della giustizia. Se il metodo indicato verrà rispettato, al momento della pubblicazione dei relativi disegni di legge si potrà giudicare il merito delle proposte concretamente formulate. Ottenere i risultati prefissi, data la condizione attuale della giustizia, sarà comunque molto difficile. Sarà tanto più difficile se le riforme delle leggi e dell’organizzazione degli uffici giudiziari, in controtendenza rispetto alle scelte operate dalla legge finanziaria, non saranno sostenute da adeguati investimenti.

Ministro Alfano, comunque auguri. Spero davvero che lei, con i suoi collaboratori, riesca a confezionare con abilità gli ingredienti necessari ad una riforma efficace dell’ordinario sistema della giustizia civile e penale, senza stravolgere gli equilibri costituzionali e senza introdurre normative inutilmente punitive per l’ordine giudiziario. Sarebbe un grande servizio per il Paese e sarei il primo a rallegrarmi per il suo successo.

Di male minore in male minore

25 Lug 08

Carlo Federico Grosso

La maggioranza targata Berlusconi ha fatto nuovamente tombola. D’un colpo solo ha approvato definitivamente il lodo Alfano sull’immunità del presidente del Consiglio e il decreto sicurezza. Una dimostrazione indiscutibile di forza e, nel contempo, di capacità di operare. Terminato il primo round, dichiarazioni bellicose annunciano che a settembre s’inizierà la sistemazione definitiva del capitolo giustizia. Alla luce di quanto è accaduto nei primi mesi di governo, è verosimile pensare che anche in questo caso Berlusconi potrebbe fare centro. Se dovesse proseguire con le stesse modalità con le quali ha agito fino ad ora, per giustizia e Stato di diritto potrebbe essere, tuttavia, il disastro.

Nella fase riformatrice che si è appena conclusa la maggioranza parlamentare ha sparato altissimo. Per salvare Berlusconi dall’incalzare dei suoi procedimenti penali, essa ha dapprima deciso d’inserire nel decreto sicurezza l’emendamento blocca processi: per fermare i suoi processi, prevedeva di bloccare, nella sostanza, una porzione cospicua di giustizia italiana. Contemporaneamente, il Guardasigilli ha predisposto un rinnovato lodo Schifani diretto a coprire d’immunità le quattro più alte cariche dello Stato senza incorrere, per quanto possibile, nelle censure espresse a suo tempo dalla Corte Costituzionale. Il nuovo lodo è stato immediatamente approvato dal Consiglio dei ministri e trasmesso al Parlamento per l’approvazione.

A questo punto, con la mediazione preziosa del Capo dello Stato, si è raggiunto un compromesso. L’emendamento blocca processi è stato sostituito con un nuovo emendamento meno sconvolgente. Il lodo Alfano, pur giudicato anch’esso illegittimo da numerosi autorevoli costituzionalisti, ha avuto disco verde in Parlamento ed è stato velocemente approvato dalla maggioranza parlamentare e quindi promulgato dal Presidente della Repubblica. Male minore, hanno osservato molti commentatori. Di fronte all’esigenza, giudicata imprescindibile dalla maggioranza di governo, di bloccare per la durata della carica i processi penali del presidente del Consiglio, si è quantomeno evitato di rinviare assurdamente migliaia di altri processi penali.

Stabilito di cancellare l’emendamento blocca processi, non più necessario per salvaguardare Berlusconi, la maggioranza non ha, per altro verso, preso la decisione più ragionevole: eliminarlo e basta. Ha sostituito l’emendamento originario con un nuovo, più circoscritto, provvedimento di sospensione discrezionale di alcuni processi. Gli osservatori più attenti hanno subito rilevato che, nella sua specifica configurazione, anche il nuovo emendamento avrebbe rischiato di creare non pochi inconvenienti all’ordinato esercizio della giurisdizione. Comunque, anche in questo caso, male minore, hanno osservato numerosi commentatori. L’importante era che fosse spazzato l’obbrobrio del salva processi originario.

In questi giorni si è cominciato a discutere in commissione Giustizia della Camera il disegno di legge sulle intercettazioni. Si tratta di un provvedimento che contiene una novità importante: l’obbligo di espungere dagli atti processuali le intercettazioni che riguardano terzi estranei ai processi e il divieto della loro pubblicazione. Un’esigenza sacrosanta, diretta a evitare abusi nei confronti della privatezza delle persone. Nel contempo, tale provvedimento prevede peraltro novità preoccupanti, come il totale divieto di pubblicare notizie concernenti indagini penali in corso e la previsione di pesanti pene detentive nei confronti dei giornalisti, con buona pace del diritto-dovere di informare e del controllo popolare sull’esercizio dell’attività investigativa. Ieri sono apparsi sui giornali cauti segnali d’apertura, in materia, da parte di taluni esponenti politici: non più divieto totale d’informare, non più galera per i giornalisti; semmai, semplici restrizioni e, soltanto, forti sanzioni pecuniarie per gli editori in caso d’infrazione. Poiché pesanti sanzioni pecuniarie a carico degli editori sono, in ogni caso, inevitabilmente destinate a provocare rilevanti turbative sulla libertà di stampa, dovremo, ancora una volta, acconciarci a commentare che, fortunatamente, è stato garantito il minor male possibile data la temperie del momento?

Di mediazione in mediazione, il quadro delle riforme compiute o in gestazione in questo primo spicchio di legislazione è comunque desolante. Si è trasformato il presidente del Consiglio in una sorta di Principe liberato, sia pure a termine, dalle normali, doverose, responsabilità giudiziarie per i fatti dei quali è accusato. Si è introdotto un meccanismo inutile, se non addirittura nocivo, di sospensione facoltativa dei processi di primo grado concernenti i reati minori. Con la nuova disciplina delle intercettazioni si rischia di turbare, in un modo o nell’altro, l’esercizio della libertà di stampa.

Ecco perché, di fronte alle baldanzose dichiarazioni sulla ventilata riforma d’ottobre della giustizia italiana, vi sono motivi di grande preoccupazione. Non vorrei che Berlusconi, nella sua radicata volontà di ribaltare i rapporti di forza fra i poteri dello Stato, sparasse nuovamente più in alto possibile, per addivenire poi, nel quadro di una mediazione resa artatamente necessaria, a risultati che costituiscono comunque un male, sia pure minore di quello paventato. Sarebbe, come dicevo, il disastro per la giustizia e per lo Stato di diritto.

A questo punto non credo che le pur utili mediazioni realizzate fino ad oggi potrebbero più essere d’aiuto. Nessuna copertura, nessun salvacondotto potrebbe più essere accettato o condiviso.

Primo, non pubblicare

14 Giu 08

Carlo Federico Grosso

Almeno sui tempi Berlusconi è stato anche questa volta di parola. Aveva promesso che il primo Consiglio dei ministri avrebbe approvato il disegno di legge sulle intercettazioni ed è riuscito a realizzare questo suo proposito. Non è invece riuscito a fare approvare lo specifico testo che aveva in un primo tempo prospettato.

Quantomeno alcuni reati gravi di criminalità comune e la corruzione sono stati, infatti, specificamente esclusi dal divieto di intercettare. Lo hanno imposto la Lega e, forse, un po’ di sopravvenuto buon senso.

Nonostante tali modifiche, il testo che è stato proposto al Parlamento è inaccettabile sotto diversi profili. Non è accettabile che dall’ambito delle intercettazioni risultino esclusi numerosi reati gravi di criminalità comune per i quali è prevista una pena massima inferiore a dieci anni di reclusione: fra gli altri, l’associazione a delinquere, lo scippo, l’incendio, la ricettazione, la calunnia, i reati ambientali, quasi tutti i reati economici. Non è accettabile che si preveda che, salvo casi eccezionali, le intercettazioni debbano di regola cessare dopo tre mesi pure se stanno dando risultati positivi. Non ha senso minacciare indiscriminatamente fulmini e galera (tre anni di arresto) ai giornalisti che pubblicano atti processuali non segreti dei quali sia vietata la pubblicazione. Sembrerebbe ampiamente sufficiente la reclusione, già prevista dalla legislazione vigente, ed ulteriormente incrementata dal disegno di legge, per i pubblici ufficiali che violano il segreto investigativo e per i privati (compresi i giornalisti) che concorrono con loro alla realizzazione del reato di violazione del segreto d’ufficio.

È per altro verso illuminante che sia stato previsto che le conversazioni non possano più essere trascritte nelle ordinanze di custodia cautelare ma debbano essere inserite in un fascicolo autonomo rigorosamente secretato fino all’apertura del dibattimento. Ciò significa che tali atti processuali per tutto il corso delle indagini preliminari, ed ancora oltre, rischiano di diventare totalmente segreti: atti, cioè, che non possono essere pubblicati per esteso, ma dei quali, neppure, si potrà dare notizia per riassunto o sommi capi. Tale nuovo principio, che era già presente nel disegno di legge Mastella, costituisce ferita grave inferta al diritto-dovere di informare la gente sulle indagini penali in corso ed al controllo pubblico sulle stesse che la gente, in democrazia, ha diritto di poter esercitare. Anche in questo caso, pertanto, si tratta di un principio inaccettabile.

Questo principio, si badi, non ha d’altronde nulla a che vedere con l’esigenza di assicurare la privacy delle notizie private emerse dalle intercettazioni, riguardino esse gli stessi indagati o soggetti terzi. Vietare che le notizie che non interessano le indagini siano pubblicate è infatti sacrosanto; significa rimediare ad un abuso ripetuto, per anni, dalla stampa e che giustamente si deve far cessare ed adeguatamente reprimere. Pertanto si disponga che le intercettazioni che le contengono siano custodite in appositi fascicoli riservati, rigorosamente secretati e destinati alla distruzione. Cosa ben diversa è pretendere invece il silenzio sull’oggetto dell’inchiesta. Poiché l’indagine penale ha di per sé un interesse pubblico, una volta caduta la specifica esigenza investigativa alla segretezza, la pubblicazione delle notizie che riguardano l’inchiesta stessa non dovrebbe infatti, ragionevolmente, essere impedita.

Non tutto, nel disegno di legge presentato, è ovviamente censurabile. È giusto, ad esempio, che le notizie raccolte non possano essere indiscriminatamente utilizzate in ogni indagine penale ed in ogni processo. È giusto, l’ho appena rilevato, che si vieti la pubblicazione sui giornali di notizie private che non concernono le indagini penali con riferimento alle quali l’intercettazione è stata disposta. Non c’è problema sulla circostanza che a decidere sulla richiesta di intercettazione intervenga un collegio giudicante piuttosto che un singolo giudice; anzi, forse è un bene. Opportunamente è stato previsto che le nuove norme non si applichino ai procedimenti penali aperti al momento della loro entrata in vigore, evitando in questo modo odiosi, eventuali, sospetti di oscuramento mirato di taluni di essi.

È, per altro verso, assolutamente peculiare che il governo nella nuova normativa sulle intercettazioni, pensando forse ai reati di pedofilia ed alle relative, frequenti, indagini penali, si sia specificamente preoccupato di dettagliare che, quando emerge un reato nei confronti di un sacerdote, dev’essere immediatamente avvertito il vescovo, e quando emerge un reato a carico di un vescovo dev’essere avvertito il Vaticano.

Al di là di queste e altre peculiarità, rimangono, pesanti, i rischi menzionati di duplice danno alle indagini penali che concernono reati di criminalità comune ed alla libertà di stampa in tema di cronaca giudiziaria. A questo punto la palla passa al Parlamento. Chissà se, finalmente, tutta l’opposizione, abbandonati i tatticismi o le voglie di accordi trasversali, si schiererà contro con la dovuta compattezza. Sarebbe, soprattutto, un segnale indispensabile a fronte del rincorrersi delle voci secondo cui la maggioranza di governo si appresterebbe, odiosamente, ad iniziative legislative prossime venture di ampia copertura in materia di giustizia penale nei confronti dei potenti.

Lega, bene a metà

9 Giu 08

Carlo Federico Grosso

Quando ha promesso di circoscrivere ai reati di mafia e terrorismo la possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali, e minacciato 5 anni di galera a chi intercetta fuori dai casi previsti dalla legge e a chi pubblica le conversazioni registrate, anche se in modo legale, Berlusconi forse sognava. Una giustizia finalmente fuori gioco nei confronti dei reati che possono coinvolgere i ceti di potere, una stampa finalmente imbavagliata su fatti e misfatti privati d’interesse pubblico.

Niente più manipulite, vallettopoli o scandali del calcio, niente più corruzione, concussione o insider trading, nessuna ulteriore, fastidiosa, pubblicità massmediatica. Il sogno di una vita.

Le reazioni si sono peraltro fatte subito sentire. Hanno protestato i magistrati per i danni che potranno subire molte indagini importanti, hanno protestato i giornalisti per la repressione della libertà di stampa e la violazione del diritto dei cittadini ad essere informati, hanno protestato Italia dei valori e Partito democratico. Il dato politico che più mi ha colpito è stata tuttavia la risposta di ieri della Lega. L’ex Guardasigilli Castelli ha infatti precisato di non condividere l’impostazione menzionata, poiché quantomeno nei confronti dei delitti di corruzione e concussione non dovrebbero essere frapposti limiti alle intercettazioni per non rischiare di favorire, appunto, la casta politica. Parole sacrosante, anche se in questo modo non si rimedierebbe ad ogni guasto, poiché rimarrebbero comunque esclusi dal diritto d’intercettazione i reati economici, che riguardano anch’essi la classe dirigente.

Al di là del modo estemporaneo con il quale ha richiamato all’attenzione il menzionato nodo politico-giudiziario, Berlusconi ha fatto ancora una volta botto. Da ieri affrontare, e risolvere in prospettiva limitante, il problema dei controlli giudiziari delle conversazioni interpersonali è diventato un’urgenza ineludibile. Avanti tutta, pertanto. E’ verosimile che, come per la sicurezza, il governo si mobiliti. Il presidente del Consiglio l’altro ieri ha addirittura dichiarato che il relativo disegno di legge verrà approvato già nel prossimo Consiglio dei ministri. Ancora una volta un decisionismo irrefrenabile.

Detto questo, domandiamoci quali sono i termini reali del problema con il quale ci troviamo, ormai, costretti a fare i conti. Il tema delle intercettazioni ha due risvolti: uno giudiziario, uno massmediatico. Sotto il primo profilo ci si deve domandare quali sono i reati con riferimento ai quali è giustificato utilizzare uno strumento d’indagine invasivo qualè il controllo giudiziario delle conversazioni private. Sotto il secondo ci si deve domandare quale equilibrio si deve individuare fra le esigenze contrapposte di informare i cittadini sullo svolgimento delle inchieste giudiziarie e di salvaguardare la privacy dei soggetti intercettati. Con riferimento ad entrambi i profili Berlusconi sembra draconiano. Intercettazioni molto limitate, pubblicazione zero. La risposta, in questi termini, non ha peraltro senso.

Non ha senso, innanzitutto, che sia consentito intercettare soltanto nelle indagini che riguardano i reati di mafia e terrorismo. Occorrerà estendere comunque l’intervento ai reati gravi di criminalità comune, quali omicidi, rapine, estorsioni, sequestri di persona e quant’altro di questo tipo; se non lo facesse, il governo rischierebbe di contraddire assurdamente le esigenze di sicurezza tanto enfatizzate nella recente elaborazione del relativo pacchetto legislativo. Ho già accennato, d’altronde, alla necessità, avvertita da una parte della stessa maggioranza, di non creare inchieste penali ad incisività differenziata, le prime previste per la criminalità comune, le seconde per la criminalità dei colletti bianchi. Sarebbe una ignominia.

Più delicato è il problema che concerne il rispetto del diritto alla riservatezza ed il suo bilanciamento con il diritto-dovere di informare sulle notizie di interesse pubblico. Ha ragione chi sostiene che non è consentito pubblicare tutto ciò che emerge dalle intercettazioni legittimamente ordinate dall’autorità giudiziaria, poiché i cittadini, anche se indagati, hanno diritto a che non sia pubblicizzata ogni vicenda privata che dovesse emergere in quella sede. La privacy ha tuttavia un suo limite naturale. Quando la notizia riguarda l’oggetto dell’inchiesta, poiché l’indagine penale ha di per sé un interesse pubblico, una volta caduto il segreto investigativo non si può impedire la sua pubblicazione.

Quanto alle notizie che non riguardano l’oggetto dell’indagine penale, esse dovrebbero essere comunque espunte dagli atti del processo. Si deve inoltre evitare che l’intercettazione sia usata come una rete da pesca, lanciata in mare per vedere che cosa resta nelle maglie. Non è detto, infine, che l’intercettazione disposta per un reato possa essere indiscriminatamente utilizzata per ogni eventuale diversa imputazione. Vi è dunque, sicuramente, l’esigenza di una riforma del sistema vigente delle intercettazioni che non impedisce queste ed altre aberrazioni.

La materia, delicatissima, dovrebbe essere trattata, in ogni caso, con il cesello. Temo che nell’attuale contesto politico, di fronte alla prorompente vigoria del presidente del Consiglio, non sarà facile difendere i principi. La voglia di bavaglio è probabilmente troppo forte, nei confronti dei magistrati come nei confronti dei giornalisti.


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