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Se vanno in cattedra i capricci

18 Giu 08

Paola Mastrocola

Ben vengano le nuove proposte in ambito scolastico, lanciate da Francesco Giavazzi sul Corriere della sera (15 giugno) e bene accolte dal ministro Gelmini il giorno dopo sempre sul Corriere, in merito al reclutamento degli insegnanti non più per concorsi nazionali e all’opportunità di una seria, e ben divulgata, valutazione dei risultati di ogni singola scuola.

Meno bene invece, a mio avviso, e persino preoccupante l’invito di Giavazzi a una «maggiore flessibilità nei percorsi di studio» secondo cui gli insegnanti sarebbero liberi di progettare i loro corsi, decidendo singolarmente che cosa insegnare. Aiuto! I contenuti in mano ai singoli, dunque? Sarebbe un ulteriore potenziamento di quell’idea, passata sotto il nome di Autonomia, che fu il centro ideologico della riforma Berlinguer e che da dieci anni ha messo solide radici nella scuola italiana ed è, secondo me, una delle cause che maggiormente ha contribuito allo sfascio culturale in atto, oggi purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Molti guai dell’attuale ignoranza dei nostri giovani – drammaticamente misurata dai test nazionali e internazionali – sono dovuti a parer mio proprio all’allegra e molto «creativa» estroversione dei singoli docenti, detentori di un «saper altro» disinvoltamente soggettivo, che ha ormai ahimè decisamente vinto sul semplice (ma condiviso!) «sapere», ritenuto da qualche anno un valore piatto, modesto e decisamente frustrante. Abbiamo oggi, forse, studenti più allegri ed estroversi: peccato che abbiano perso, perlopiù, la normale conoscenza della lingua italiana nonché la capacità di leggere, scrivere e ragionare, ovvero quelle doti logiche e razionali che, mi sembra di poter dire, presiedono ancora e sempre presiederanno al normale uso del cervello e quindi sono e sempre saranno utili e imprescindibili per un eventualmente ancora auspicabile progresso cognitivo e culturale dell’umanità. O no?

L’autonomia nell’ambito della didattica presuppone il possesso di un bene che non siamo affatto certi che ogni singolo insegnante possieda: un’idea di cultura. Ogni detentore di autonomia dovrebbe, cioè, sapere con chiarezza che cosa è bene e fondamentale che i giovani imparino e che cosa invece è superfluo, inutile o addirittura dannoso. Ora, quanti insegnanti pensiamo che posseggano autonomamente tale visione culturale ampia e profonda? Pochini, direi…

E allora, vogliamo affidare la scuola italiana indistintamente all’autonomia di ottocentomila insegnanti (tanti occupano oggi la scuola italiana), ai loro singoli e certamente molto autonomi capricci, debolezze o ignoranze che dir si voglia? Teniamo dunque così poco allo specifico e altissimo valore della nostra cultura, ovvero a una koiné culturale che si è formata nei secoli e sarebbe nostro dovere, nonché piacere, continuare a trasmettere?

Faccio un esempio, che riguarda soltanto la materia che insegno io: Dante. Se lasciamo all’autonomia del singolo, Dante, verrà insegnato se va bene da un insegnante su cento, perché forse solo uno su cento ama, conosce e sa insegnare Dante. Otterremo quindi una percentuale irrisoria di giovani che conosceranno la Divina commedia. Gli altri studieranno invece tutt’altro, a seconda dei ghiribizzi dei loro professori, un tutt’altro di cui ci sfuggirà per sempre la necessità e l’omogeneità. È questo che vogliamo?

Certo che l’autonomia del singolo insegnante va preservata ed esaltata, con annessa tanto elogiata (in questi ultimi quarant’anni!) «creatività»: ma chiamiamola piuttosto libertà d’insegnamento, e chiariamo che essa non si esercita tanto nei contenuti quanto nei modi, ovvero nella libera e «creativa» arte del far lezione. Lì sì che si dimostrerà il talento, la personalità e la cultura del singolo: nel far lezione, non certo nella scelta di far leggere i quotidiani in classe o fare ricerche sulla cucina medievale, al posto di studiare Dante, Petrarca e Omero.

Infine, perché affidarci ai pensieri arbitrari ovvero ai gusti di ottocentomila menti, e non alla mente di quella ventina di personaggi illustri e capaci – alcuni premi Nobel! – a cui offrire la presidenza di commissioni nazionali su ogni singola materia? Ad esempio Pietro Citati per la letteratura e Carlo Rubbia per la Fisica, Rita Levi Montalcini e Margherita Hack per le scienze. Potrebbero, dette commissioni, approntare programmi nuovissimi per le nuovissime generazioni, e magari poi ogni cinque anni aggiornarli. Avremmo così assicurato quel legame stretto tra saperi e modernità che tanto ci preme, ma anche qualche minimo eppur fondamentale punto fermo nel mare magnum dei saperi, qualche scoglio che ci salvi dalle onde anomale (cioè, autonome…) del non-sapere: ad esempio la conoscenza dell’ortografia e della grammatica, beni oggi negletti e destinati all’estinzione, poveri dinosauri che si aggirano ancora per poco, ormai soli e sperduti, in qualche anfratto o umida cantina delle nostre scuole.

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