Posts Tagged 'Tozzi'

La paura del vento come nel medioevo

26 Nov 08

Mario Tozzi

Raffiche di un vento primordiale hanno spazzato la Penisola da Nord a Sud, uccidendo, provocando gravi danni e risvegliando in noi un timore profondo, quasi atavico. Veloce, freddo e incostante – che sembra scemare e poi riprende invece più impetuoso di prima -, il vento è uno dei pochi legami che abbiamo ancora con quel mondo primordiale in cui non c’era difesa dagli agenti naturali. Come per il terremoto e i vulcani, è meglio non trovarsi lungo la sua strada, ma – a differenza di questi – il vento non può essere fronteggiato solo costruendo meglio o allontanandosi dalle zone di pericolo, anche perché oggi la geografia dei fenomeni meteorologici a carattere violento cambia continuamente. E noi ne siamo in qualche modo corresponsabili, fosse solo per l’energia supplementare che abbiamo fornito all’atmosfera, diventata ormai un’arma caricata a cicloni e uragani. Non basta essere ricchi per difendersi dalle avversità del maltempo, come dimostra il caso di Katrina, e anche in Italia i venti costruiscono il rischio idrogeologico, insieme ai flash flood (le «bombe d’acqua») e alle frane: non è un caso che le aree di crisi nel Paese siano in aumento.

Un vento così forte non è comunque estraneo al territorio italiano. Un «turbine spaventoso», che spazza la catena appenninica da Ancona fino in Toscana, con alberi secolari sradicati, i tetti delle chiese sconnessi e scagliati in pezzi a centinaia di metri di distanza, le case rovinate e quel «rombo assordante», cupo, che precede la devastazione. È il 24 agosto 1456 e questa è la descrizione che Niccolò Machiavelli ci rende di uno spaventoso vento nell’Italia centrale di oltre cinque secoli fa, forse un tornado a vortici multipli con una direzione inconsueta e con dimensioni assolutamente fuori dal comune alle nostre latitudini. Più spesso, però, in Italia i tornado vengono chiamati semplicemente trombe d’aria: vortici sottili e sinuosi, eleganti e leggeri, così diversi da quelli originati dai «supertemporali» tipici del famigerato «corridoio» dell’Oklahoma, dove si registrano più fenomeni meteorologici violenti che in qualsiasi altra parte del mondo. Ma non mancano le raffiche fuori misura legate ai fronti di perturbazione, peraltro non inaspettati in novembre. Anche i venti italiani divellono alberi secolari e cartelloni stradali, inquietano gli animi e fanno pensare al soprannaturale.

Paragonati ai mille tornado che ogni anno investono gli Stati Uniti, quelli italiani sono davvero poca cosa: circa 25 ogni 12 mesi, numero probabilmente sottostimato ma comunque sempre molto piccolo. Eppure si tratta di un fenomeno significativo che investe soprattutto la Pianura Padana, le coste del versante tirrenico, l’Appennino centrale, la Puglia e la Sicilia. Ma anche quello tremendo dell’Oltrepò Pavese del 1957, di cui si racconta lo straordinario spostamento di un asino, ritrovato vivo a 80 metri dal luogo in cui era stato lasciato, ancora attaccato a un palo. E poi in Brianza, dove il fenomeno è ricorrente, visto che la tromba d’aria eccezionale del luglio 2001 – che spostò un grosso camion – ha investito proprio la stessa area già flagellata nel 1910. E Udine, nel 1930, con 23 vittime, e Catania, nel 1968, e poi ancora Venezia nel 1970. Forse però il più violento di cui si abbia una testimonianza storica precisa è quello del 1851 in Sicilia, che sembra aver ucciso più di 500 persone: una catastrofe inimmaginabile. Eppure la realtà è che oggi, con tutto il patrimonio tecnologico e con tutti i denari e i mezzi del terzo millennio, siamo indifesi di fronte ai venti violenti più o meno come lo eravamo nel Medioevo. Ma guai a dirlo: è un pensiero che va scacciato subito, almeno fino alla prossima volta.

Che tempo (non) farà Obama

8 Nov 08

Mario Tozzi

Se davvero la presidenza di Barack Obama cambierà il mondo non lo vedremo solo nella risoluzione dei conflitti o della crisi finanziaria globale, ma soprattutto nella via d’uscita dall’attuale ecological crunch, la «bolla ecologica» di un’umanità che vive ben al disopra delle possibilità che questo pianeta le offre. E da questo punto di vista è bene coltivare dei dubbi, che verranno misurati negli atti concreti del nuovo presidente, ma che sono talmente legati allo spirito nordamericano da mettere in guardia rispetto al diffuso ottimismo di questi giorni. Certo, rispetto alle idee del ticket McCain/Palin siamo passati dal giorno alla notte: laddove i repubblicani prospettavano solo il keep drilling a proposito del petrolio come unica fonte di energia del futuro (basta andarselo a prendere dove ancora c’è, magari a prezzo di una guerra), il senatore afroamericano sostiene che il mix energetico degli Stati Uniti sarà composto da una parte di nucleare e da energie rinnovabili. Ora, come questo possa accadere in quattro anni, visto che ancora oggi la metà dell’energia elettrica del Paese si fa con il carbone come un secolo fa, resta un mistero. Chi imporrà alle industrie statunitensi, in tempi di crisi economica, di dotarsi d’impianti di desolforazione molto più costosi? Certo Obama non perforerà i territori dell’Arctic Refugee dell’Alsaka (come aveva preannunciato la Palin) e non è espressione diretta dei petrocarbonieri come Bush, ma se la sentirà d’imporre alle case automobilistiche, intasate da decine di migliaia di suv invenduti, costosi dispositivi ecologici?

Ma se sulla questione energetica il nuovo presidente sarà chiamato a rispondere in un tempo ragionevole, su quella climatica (strettamente legata) lo dovrà fare subito. Obama ha dichiarato di voler sottoscrivere il Protocollo di Kyoto, però non è chiaro se si tratterà dell’adesione che manca dai tempi di Bill Clinton (con Al Gore in un ticket tradizionalmente ritenuto tra i più verdi, che però non riuscì a imporsi in questo campo) o se vorrà rinegoziarlo e, nel caso, in che termini. Gli scienziati ricordano che il cambiamento climatico sarà «faster, stronger and sooner», cioè che avverrà più velocemente di quanto essi stessi avevano già previsto nel 2007. Come a dire che non si dovrebbe perdere altro tempo e ridurre le emissioni clima alteranti dal 25 al 40% entro il 2020, mentre a Kyoto non ci si è accordati sul 6%! Quel protocollo non risolve certo la crisi climatica, ma almeno fissa vincoli di legge e crea un diritto internazionale dove prima c’era solo deregulation selvaggia, e consente uno sviluppo significativo delle energie rinnovabili. Rinegoziare Kyoto al ribasso perché Cina e India non hanno ratificato il protocollo è paradossale: i Paesi «effluenti» vanno aiutati dagli sforzi economici e tecnologici di chi per secoli ha depredato il pianeta inquinandolo e oggi scopre, guarda un po’, che anche gli altri vorrebbero svilupparsi. Potrà Obama far capire agli statunitensi che non sarà mai possibile portare tutti gli uomini della Terra al loro livello di benessere (o spreco), a meno di non avere altri tre pianeti a disposizione? E che questo si traduce inevitabilmente in rinunce e cambiamenti di abitudini?

Il problema è strettamente connesso all’American Way of Life che dovrebbe essere ridiscussa dalle fondamenta proprio in un momento di crisi, e questo non pare se lo possa permettere nemmeno un uomo che viaggia sulle ali di un entusiasmo fenomenale. Significa dire al cittadino del Mid-West che non potrà più pagare la benzina al gallone quanto un europeo la paga al litro; significa che il 5% della popolazione mondiale (quella degli Stati Uniti) non può continuare a consumare il 40% delle risorse e inquinare per il 35%. Di più: significherebbe affermare che l’economia viene necessariamente dopo l’ambiente e che nessun capitale economico può maturare al di là dei limiti fisici del capitale naturale. Come a dire che non c’è più alcuna crescita infinita da sostenere, nessuna frontiera da conquistare, e questo sembra troppo anche per il sogno di Obama.

I disastri di un’estate “normale”

19 Ago 08

Mario Tozzi

Arrivare a mezza estate senza incendi troppo gravi, senza l’incubo della siccità e con temperature sopportabili sembra una sorpresa eccezionale, dopo anni di catastrofi e difficoltà. Ma le cose stanno davvero così? E come sarebbe un’estate «normale»? Molto dipende dai punti di vista. Non è un’estate normale, questa, per i nativi delle trentatré isole Kiribati, costretti a ritirarsi sulle modeste alture più interne perché l’innalzamento del livello del mare ha prima mangiato loro i campi, poi avvelenato le falde acquifere e infine li sta costringendo alla deportazione. L’innalzamento è inarrestabile, così come lo sono la fusione dei ghiacci planetari, che ne è la causa ultima, e il surriscaldamento del clima, che rappresenta la causa prima. Profughi ambientali li chiamano, ma la ragione della loro fuga è esattamente la stessa che costringe decine di migliaia di africani a cercare le nostre coste: la perdita di territorio utile per vivere, che si tratti poi di desertificazione o di annegamento, non fa tanta differenza.

Non è un’estate «normale» neppure per le api, sterminate a milioni in tutte le regioni ad agricoltura avanzata dall’uso indiscriminato di pesticidi a base, per esempio, di Clothianidin (come in Germania), ma disorientate anche dal cambiamento climatico in atto. Nella prima parte del 2008 il 40 per cento delle api è scomparso e il problema non è solo per gli apicoltori (in Italia il 30 per cento in meno di miele), ma per tutto il pianeta, visto che, se mancano i migliori impollinatori del mondo, presto o tardi mancheranno anche i fiori, con conseguenze che non è difficile immaginare, prima di tutto per gli uomini. Ma non se la passano bene neppure gli orsi bianchi, piegati a nascite ermafrodite sempre più frequenti e a non ritrovare più i soliti punti di caccia alle foche per via della scomparsa dei ghiacci. E nemmeno le balene, che vedranno ridotte le provviste del krill (loro cibo di elezione) per via della scomparsa di gran parte della copertura glaciale antartica.

Ma se quello del clima che cambia corrispondesse solo alla realtà della riapertura del mitico passaggio a Nord-Ovest potremmo farcene una ragione, e magari sperare in più raccolti l’anno o nel trasferimento dei tropici in Svezia. Gli effetti di questo cambiamento, invece, si riflettono nel nostro Paese più che in altri e sono sotto gli occhi di tutti proprio in questi giorni, con l’Italia spaccata letteralmente in due: a Nord acquazzoni di tipo tropicale, al Sud caldo feroce, qualche incendio e siccità incombente. Non si tratta di novità assolute, ma la frequenza e il numero di episodi come quello di Torino d’inizio agosto non possono essere attribuiti al caso.

Le alluvioni-lampo (flash-flood) sono ormai una costante delle estati mediterranee, e italiane in particolare, e consistono in fenomeni particolarmente violenti, che si risolvono spesso in pochi minuti di piogge inesorabili che colmano gli alvei e provocano inondazioni difficili da prevedere, molto localizzate e straordinariamente dannose. La maggiore quantità di calore in gioco nei sistemi atmosferici provoca fenomeni sempre più violenti, anche quando il cielo è sereno. E la configurazione del suolo fa il resto: visto il rivestimento di asfalto e cemento delle nostre città, è evidente che l’eccesso di piogge non potrà essere riassorbito dal terreno e finirà nei fossi e nei corsi d’acqua inadeguati a smaltirlo.

Ma, chissà perché, quella del 2008 sembra un’estate «normale», con meno problemi ambientali del solito. Se non fosse per quelle meduse, unico grattacapo temporaneo dei bagnanti del Mediterraneo, e che, si dice, possano addirittura uccidere. Strani animali (ma sono animali?) queste meduse, che proliferano più del solito: che dipenda dall’inquinamento crescente, e dalla pesca eccessiva ai danni dei loro competitori più agguerriti (tonni) o dei loro predatori (tartarughe) come si permettono di venire a disturbare il nostro divertimento proprio nel momento in cui avevamo dimenticato tutto il resto?


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