Archivio per gennaio 2008

Fango sulle istituzioni Come Voleva Gelli

(30 Gen 08)
Tina Anselmi

Da una voce pulita dalla Prima Repubblica la denuncia di “una grave situazione di emergenza democratica”.

Caro direttore, sono stata una moderata, non certo per la forza della mia passione civile, quanto per i modi in cui ho fatto politica e i luoghi della mia collocazione politica: ho sempre militato nella Dc e di quel partito sono stata a lungo parlamentare.
Mi rivolgo pertanto a quei moderati che hanno a cuore come me le sorti dell’Italia, che rispettano le istituzioni e le regole democratiche e che sovente ho sentito dichiararsi discepoli di Alcide De Gasperi.
Non metto in dubbio la loro buona fede allorché li vedo non solo chiedere a gran voce, con la forza del loro potere di parlamentari, elezioni subito; ma li vedo già scendere in campagna elettorale in un momento tanto delicato, in cui gli stessi presidenti del Senato e della Camera hanno ribadito che questo è il tempo della riflessione, del silenzio, del lavoro del capo dello Stato.

Mi rendo conto – pur con un notevole sforzo di immaginazione e andando contro quello che è il mio modo di intendere la politica e di considerare gli avversari mai nemici e mai indegni di rispetto – che solo il loro desiderio di mettersi al più presto al servizio del Paese, di tornare a governare per “salvare” l’Italia, li abbia portati a brindare in Senato alla fine di un governo, pur sempre eletto democraticamente dalla maggioranza dei cittadini e delle cittadine di cui faccio parte anch’io.
Tuttavia, da moderata e da cattolica – educata negli ideali di Dossetti e di De Gasperi a rispettare, a difendere la laicità dello Stato e a legare strettamente l’onestà dei comportamenti all’operato politico – mi rivolgo ai tanti che ho visto maturare e crescere nelle file del mio partito, e a tutte le donne e agli uomini di buona volontà che vorranno ascoltare le mie parole. E, aggiungo, da partigiana.

Come potrei non fare riferimento a quella mia intensa, dolorosa, forte, esperienza, di giovane staffetta partigiana, in questi giorni del 2008, in cui si celebrano i sessant’anni della nostra Carta Costituzionale? Permettetemi di ricordarvi, quale testimone di quei lontani anni del primo dopoguerra, che rispettare la Costituzione non vuol dire solo rispettarne i contenuti, ma rendere omaggio ai tanti che hanno concorso a elaborarla, a quelle donne e a quegli uomini, quegli italiani, che sacrificarono la loro vita per la democrazia. Vuol dire non dimenticare le tante vittime civili, i tanti giovani e meno giovani morti in una guerra scatenata dalla follia di onnipotenza della Germania di Hitler e delle tante nazioni, tra cui ahimé l’Italia fascista di Mussolini, che combatterono al suo fianco.

Purtroppo ciò che ho visto, ho analizzato, ho capito, durante gli anni del mio lavoro quale presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli, mi spinge a vedere nella attuale crisi politica una grave situazione di emergenza democratica. Mi rendo conto che gli anni di Gelli e dei suoi compagni oggi appaiano lontani, ma quanto lontani?
Ebbene, insisto, e aggiungo che la parte del progetto di Gelli legato al discredito delle istituzioni democratiche, attuato dall’interno delle medesime e dalla loro esasperata conflittualità – che molti ultimi avvenimenti testimoniano – rischia di giungere all’atto conclusivo.
Immaginate quali guasti potrebbe arrecare al tessuto connettivo del nostro Paese una campagna elettorale – e ne abbiamo già visto un anticipo – vissuta all’insegna della selvaggia contrapposizione tra i due poli, della violenza verbale, degli insulti, di altro fango gettato sulle nostre istituzioni.
Anch’io ho vissuto la stagione infelice di tangentopoli, e in quegli anni mi sono battuta a viso scoperto perché non si cadesse nel facile qualunquismo del: così fan tutti.
Vorrei pregare le persone per bene di ribellarsi a questo luogo comune scellerato: chi ha le mani pulite, chi ha la coscienza a posto, pretende, ottiene, i distinguo. Concludo con una frase di Jacques Maritain: «Non si può costruire una democrazia se non c’è amicizia».

Più che una casa, un collegio

(31 Gen 08)

Ilvo Diamanti

Molti si sono sorpresi del rapido e disciplinato ritorno a casa di Fini e Casini. O meglio: nella Casa delle Libertà. Dopo le ripetute polemiche dei mesi scorsi. Quando avevano certificato, a più riprese, la fine della coalizione, a causa dell’ultima invenzione del Cavaliere: un nuovo partito. Deciso in pochi giorni, da un uomo solo. Lui. Silvio Berlusconi. Artefice di Forza Italia, del Polo e della CdL. Deciso a cambiare ancora. Un nuovo soggetto politico. La scelta del nome affidata alla “gente comune”, chiamata a esprimersi nei gazebo sparsi nelle strade e nelle piazze. Popolo della Libertà o Partito della Libertà? Barrare la casella corrispondente. Un luogo politico in cui far confluire tutti gli elettori – ma anche tutti i partiti – di centrodestra. L’ultima provocazione. Quasi una minaccia. Quasi che Fini e Casini potessero venire espropriati del loro partito e dei loro elettori da un giorno all’altro.

Da ciò le tensioni. Sottolineate da affermazioni perentorie, sulla stessa lunghezza d’onda: “Il Cavaliere pensi a Casa sua, tanto la Casa delle Libertà non c’è più”. Non era vero, evidentemente. Poche settimane e tutto come prima. Gli stessi uomini nella stessa Casa. Il proprietario, Berlusconi, e gli inquilini: Fini e Casini. Oltre a Bossi. D’altronde, in questa situazione, ogni diversa possibilità appare impossibile. Il collasso improvviso del governo, la prospettiva – inevitabile – delle elezioni anticipate, con il Porcellum, che nessuno è riuscito a riformare, nonostante molti incontri, molti progetti e molte parole (vane). Lascia pochi margini di manovra ai partiti del centrodestra. L’unico modo per rivincere, sfruttando l’onda della sfiducia nei confronti del governo e del centrosinistra, è ripresentarsi uniti. Tutti. Intorno all’inventore di questa alleanza considerata impossibile, prima. Post-fascisti, nazionalisti e indipendentisti, nuovisti e neodemocristiani, nordisti e sudisti: tutti insieme. Solo Berlusconi poteva provarci e, prima ancora, pensarlo.

In seguito, questa Casa divenne una specie di Collegio. Difficile da abbandonare. Ogni volta che qualcuno aveva cercato di uscirne, si era perduto. Fini e, prima ancora, Bossi e la Lega. Erano rientrati, uno alla volta, nella Casa del Cavaliere. Perdonati e premiati.

D’altronde, senza di loro, il Cavaliere non era in grado di vincere (lo aveva sperimentato nel 1996). Ma senza Berlusconi, il destino degli altri è la marginalità. Prigionieri uno dell’altro. Ma con ruoli definiti e stabiliti. In particolare: il leader. Il sovrano. Sempre lo stesso. Anche questo spiega le insofferenze e le intemperanze dei due leader alleati. Fini e Casini.

Costretti a giocare da anni, e per chissà per quanto ancora, la parte delle “giovani promesse”, dei candidati al “dopoberlusconi”. Una “guerra di successione”, come aveva riassunto, argutamente, Adriano Sofri i conflitti degli ultimi mesi in seno alla CdL. Rinviata, ancora una volta. Fino a quando, almeno, resterà in vigore questa legge. Che obbliga le forze politiche a coalizzarsi. Pena la sconfitta. E, infatti, Veltroni, quando promette che il Partito Democratico correrà da solo, non si illude. Ma pensa che sia necessario perdere oggi per vincere domani.

A destra, invece, Fini e Casini non ci sperano. Fini: conta ancora di succedere al Cavaliere. Il suo è il secondo partito della coalizione. Lui è il leader più stimato dagli italiani, insieme a Veltroni. Chissà. Se Berlusconi decidesse di fare altro. Magari, di salire al Colle non solo per consultazioni. Chissà. Dovrebbe toccare proprio a lui. (Ammesso che, alla fine, non prevalga una dinamica di tipo dinastico a favore di un erede della famiglia regnante…). Casini, invece, ormai dispera. Berlusconi non si fida più di lui. E viceversa.

Lui sa che non potrà succedergli. Inoltre, ha manifestato altre volte intolleranza per la condizione di “giovane di belle promesse”, a cui è condannato da trent’anni. Ormai ha i capelli bianchi, è stato Presidente della Camera. Viene da un’altra Repubblica. Ad assistere Berlusconi, vent’anni dopo Forlani: proprio non ci sta. Però: il suo gruppo dirigente e i suoi elettori non lo seguirebbero. Lo ha verificato a proprie spese Follini, quando, meno di tre anni fa, sfidò Berlusconi. Sostenne che non era il candidato-premier giusto per il centrodestra. Che, comunque, bisognava superare lo statuto monarchico del centrodestra. Con l’esito di trovarsi solo, nel suo partito. E, quindi, fuori. Poi: il suo elettorato, soprattutto nel Mezzogiorno (la maggioranza), non accetterebbe di cambiare schieramento. A sinistra: mai. E, forse, neppure al centro. Meglio insieme a Berlusconi, soprattutto se promette il ritorno al governo.

Così, Tabacci, democristiano e proporzionalista irriducibile e senza pentimento, convinto; da sempre, che la via giusta è quella di mezzo, privo di ambizioni leaderiste, se n’è uscito, a sua volta. Tenterà di aprire uno spazio “autonomo”, al centro, insieme all’ex leader della Cisl, Savino Pezzotta. Contando sul peso della tradizione moderata, ma anche sul disgusto di molti elettori, frustrati dagli esiti del bipolarismo di questi anni. Casini, invece, è rimasto a Casa. Con Fini e Bossi.

La foto di gruppo, in vista delle prossime elezioni, li vedrà tutti insieme, accanto al Cavaliere. Come nel 1994, nel 2001 e nel 2006. A conferma di una verità nota. Nel centrodestra il partito unico c’è sempre stato, anche se continua a proporre sigle diverse. Unito – e magari talora disunito – intorno a un leader. L’unico fattore capace di tenerli insieme. Ieri, oggi. Forse domani. Di certo, non c’è bisogno di primarie per indicarlo. Né di concorsi per indovinarlo.

Dietro l’incarico anche un nodo politico: chi gestirà le elezioni

(31 Gen 08)

Stefano Folli

Inutile girare intorno alla questione. Il nodo politico che ancora nessuno ha saputo sciogliere riguarda quale governo gestirà le elezioni. L’attuale esecutivo dimissionario guidato da Romano Prodi? Oppure un altro governo costituito ad hoc, il cui unico scopo sarebbe farsi bocciare dalle Camere e sostituirsi a Prodi e ai suoi ministri nel disbrigo dell’ordinaria amministrazione?
Il rebus finora non ha soluzione. Ma dietro le quinte i vertici del Partito democratico ne fanno un punto cruciale. Meglio sarebbe per loro – è evidente –ottenere un governo in grado di guadagnare qualche mese, o magari un anno, allontanando la prospettiva immediata delle elezioni. Ma in alternativa, se tutto fosse perduto, è essenziale ai loro occhi che un nuovo presidente del Consiglio, benché privo di fiducia parlamentare, si sovrapponga all’immagine di Romano Prodi. Serve un premier affondato dal Parlamento, ma capace di offrire agli italiani una dinamica immagine mediatica: esecutivo snello, pochi ministri (la metà donne), il senso di una rottura con gli ultimi venti mesi.
Anche questa è una prova dello psicodramma che vive in questi giorni il centrosinistra: l’urgenza di separare il Partito democratico, con la sua voglia di andare da so-lo al voto, dall’ombra del governo Prodi,dietro cui si staglia la litigiosa coalizione che ne ha provocato la crisi. Per la stessa ragione, ma speculare, Berlusconi ci tiene che ad accompagnare l’Italia al voto sia il suo vecchio avversario, il professore di Bologna.
Su questo sfondo inquieto il presidente del Senato proverà a verificare se esiste la possibilità di formare un governo in grado di cambiare la legge elettorale. La formulaè parecchio barocca (non è un mandato “esplorativo” e nemmeno un incarico pieno), ma la scelta di Giorgio Napolitano appare ineccepibile. Purché i prossimi sviluppi non richiedano tempi lunghi e lo sbocco sia chiaro. La riforma elettorale, come noto, sarebbe opportuna e il capo dello Stato ha voluto ricordare le «significative rappresentanze del mondo economico e della società civile»che hanno chiesto un’iniziativa ai politici. Peraltro, la stessa Consulta ha indicato ieri alcune carenze della legge attuale.
Marini, personaggio esperto, tenterà quindi di scalare la montagna. Consapevole che il tempo stringe. In realtà egli non ha ragionevoli speranze di riuscita perché la situazione è sfilacciata e la campagna elettorale è già in atto. Inoltre, non c’è il minimo accordo sulla legge elettorale, nemmeno all’interno del centro-sinistra. Ma non c’è dubbio che nel particolare clima da Prima Repubblica in cui ci ritroviamo calati, l’ex segretario della Cisl è la persona più adatta per muoversi tra le macerie del sistema.
Il presidente del Senato può limitarsi a un giro di consultazioni per poi riferire al Quirinale che non c’è nulla da fare. Oppure può tentare di creare un governo di corto respiro, privo di prospettive: ma l’uomo non sembra disponibile, per cultura e storia personale, a questo genere di avventure. Infine, Marini può riannodare dei fili «a futura memoria »,svolgendo cioè un’opera utile nella prossima legislatura. Quando ci sarà da affrontare sul serio i temi di una riforma complessiva, magari in uno spirito di unità nazionale che oggi è impossibile. E tale ruolo sembra il più congeniale alla seconda carica dello Stato. In ogni caso, resta da sciogliere il problema di Palazzo Chigi ( chi gestirà le elezioni). Nascosto tra le pieghe della crisi, è il passaggio che più interessa all’ex maggioranza.

Chi attacca manifesti a prescindere

(31 Gen 08)

Emanuele Macaluso
Sono stato a Palermo e nelle strade, tra tanti manifesti pro e contro Cuffaro con cannoli, ne ho visto uno grande con una faccia sconosciuta che invitava i cittadini a votare per le elezioni provinciali. Chiedo ai miei accompagnatori quando si svolgerà questa competizione e vengo a sapere che ancora non c’è una data. Cioè le elezioni non sono state indette ma ci sono già manifesti per chiedere voti. Se poi guardi i giornali e parli con le persone della crisi regionale, dopo le dimissioni di Cuffaro, capisci che la sola preoccupazione è quella di sapere chi saranno i prossimi candidati della destra e della sinistra. Il fatto che la Sicilia, dopo sessant’anni di autonomia regionale, conquistata per elevare i redditi dei siciliani e portarli ai livelli dei cittadini del nord, veda oggi accresciuto e non diminuito il suo divario, sembra non preoccupare né il presidente dimissionario né la destra che governa da sempre. Ma la sinistra qui appare impotente e fuori gioco. Eppure, in tanti giovani che ho incontrato all’università per un dibattito “teorico” sul tema «capitalismo, marxismo e la libertà», la preoccupazione per il domani è grande. Ma c’è chi affigge manifesti con la sua faccia, senza vergogna, in vista di elezioni senza data.

Le mani sull’edilizia

(31 Gen 08)

Alfio Caruso

Fu Vito Ciancimino a insegnare a picciotti e compari l’importanza del calcestruzzo, delle società edilizie e di quelle sbancamento terra. Servono per aggiudicarsi gli appalti, per far la cresta sui lavori, per ripulire il danaro proveniente dal traffico di droga. Il figlio del barbiere di Corleone, che non aveva fatto fortuna in America, nei suoi quattro anni da assessore pubblico rilascia circa 3000 licenze edilizie, e che sarà mai se l’80 per cento di esse è monopolizzato da un muratore, da un venditore di carbonella, da un guardiano di cantiere? Se poi vengono spazzate via le magnifiche ville liberty, compreso quel gioiello di Villa Deliella, abbattuta in una notte, è il prezzo da pagare al progresso.

Cinquant’anni dopo niente è cambiato. Gli appalti servono a ripulire circa 9 miliardi di euro l’anno. L’aggiunta di piccoli accorgimenti tattici, allungare il cemento armato né più né meno come avveniva con il vino, consente d’impinguare il business. Per un boss avere le mani dentro la calce rappresenta la migliore garanzia di partecipare alla spartizione della torta. Almeno così è stato fino al crollo del vertice mafioso, fino alla resipiscenza di una classe imprenditoriale per la quale Cosa Nostra non è più un buon affare. E in questo senso la Calcestruzzi Spa, azzerata ieri da un’inchiesta giudiziaria di lungo percorso, ha costituito nell’ultimo quarto di secolo una tipica storia di connivenze e complicità.

L’inizio è rappresentato da tre fratelli: Salvatore, Nino e Giuseppe Buscemi. Secondo le migliori tradizioni si erano spartiti i compiti: Giuseppe era medico, Nino faceva l’imprenditore, Salvatore guidava il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Alta mafia per tradizione familiare e consolidati rapporti con la Palermo delle professioni, delle banche, della nobiltà. Interessi così intrecciati da consentire a Nino Buscemi di conoscere in anticipo l’ordine di cattura che il 29 settembre 1984 lo mandava in galera assieme ad altri 365 mafiosi. L’urgenza di Nino non fu di sottrarre se stesso ai rigori della legge, bensì la sua società, la Calcestruzzi Palermo, che in una manciata di ore cambiò proprietà. Venne acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna, stella di prima grandezza nel firmamento della Ferruzzi holding.

Il sodalizio tra le due dinastie divenne solido: Nino e Giuseppe Buscemi figuravano soci paritari dei romagnoli nella Finsavi. Quando rapirono la salma di Serafino Ferruzzi con richiesta di riscatto miliardario, i suoi famigliari bussarono ad alcune porte siciliane. Malgrado un’improvvisa fioritura di cadaveri nel Ravennate, la salma non fu restituita, ma nessuno pretese più quattrini. Nel ’97 i magistrati siciliani avanzarono il sospetto che le società off-shore legate ai Gardini-Ferruzzi avessero aiutato Cosa Nostra a ripulire centinaia di miliardi. Indimenticabile la riunione della primavera ’88 negli eleganti uffici della Calcestruzzi in via Mariano Stabile a Palermo: era il famoso tavolo degli appalti con il riconoscimento del 2 per cento alle «famiglie» incaricate di sovrintendere ai lavori e dello 0,80 a Riina. Nella cena di festeggiamento dell’accordo zu Totò pronunciò la triste frase: «Sono come lo Stato, anch’io riscuoto le tasse». Quella stessa sera, a poche centinaia di metri, la presunta società civile siciliana faceva la fila per ammirare i sessanta quadri attribuiti a Luciano Leggio. Le opere d’arte andarono via come il pane, prezzo minimo: quindici milioni.

Eppure la Calcestruzzi trovò nuovi padroni, continuò a vincere appalti, proseguì a incamerare profitti, a servire da schermo a intese che la procura di Caltanissetta giudica illecite. D’altronde l’importanza del mattone è dimostrata dal record di case abusive, circa 250 mila, detenuto dalla Sicilia. Da trent’anni pochi generosi combattono per salvare tesori quali l’Oasi del Simeto, la Valle dei Templi. Nel piano di riordino delle coste, benedetto da Cuffaro appena eletto, non rientrarono soltanto i pochissimi che avevano edificato sui terreni del demanio.

A Palermo Pizzo Sella sarebbe un incantevole angolo di verde se non fosse stato devastato da 193 mila metri cubi di cemento. A costruire centinaia di villette fu una società all’ombra di Michele Greco, il papa. Un sostituto procuratore con la faccia e i modi dell’antipatico, Alberto Di Pisa, ebbe l’esistenza frantumata alla vigilia di far luce sulle torbide connivenze. Da sindaco Leoluca Orlando Cascio ogni inverno prometteva che in estate le ruspe avrebbero fatto piazza pulita. In otto anni fu abbattuto un solo rudere. Nel 2002 il Comune rilevò Pizzo Sella per demolire le villette. Nel 2004 l’assessore alla Legalità, Michele Costa, figlio del procuratore ucciso nell’80, si dimise per l’impossibilità di ottemperare all’impegno. Politici, sindacalisti, professori universitari, architetti da un paio di anni si battono uniti per fare un pernacchio alle sentenze emesse dalla Cassazione, dal Tar, dal Consiglio di giustizia amministrativa.

Niente pasticci

(31 Gen 08)

Federico Geremicca

Era già qualche giorno che nei palazzi della politica si sussurrava che se c’è un uomo che può tentare di portare il Paese fuori dalle secche della crisi, quest’uomo è Franco Marini. E non soltanto, si badi, per le sue riconosciute (e sperimentate) capacità «trattativiste» o per la cordialità che contraddistingue i suoi rapporti personali con molti leader della Casa delle libertà («È un amico – ha spiegato ieri Cesa, a nome dell’Udc -. Vedremo cosa ci dirà»). La sua forza, infatti, è soprattutto nell’essere la seconda carica dello Stato: e questo dovrebbe rappresentare – nelle intenzioni del Presidente della Repubblica, che gli ha ieri affidato il delicato incarico – una garanzia sia rispetto alla serietà e alla credibilità della missione cui è chiamato, sia rispetto ai timori dell’opposizione che paventa trucchi, tecniche dilatorie e magari soluzioni instabili o peggio ancora pasticciate.

Il messaggio che il Quirinale ha inteso trasmettere con la scelta di Franco Marini è dunque duplice: si ritiene che vi sia la possibilità di raggiungere un accordo sulla legge elettorale (e dunque di far nascere un nuovo governo), altrimenti non sarebbe stata chiamata in campo la seconda carica dello Stato; e la seconda carica dello Stato non può esser nemmeno sfiorata dal sospetto di prestarsi a giochini di qualunque tipo o di puntare ad approdi fragili e insicuri. Questa è dunque la premessa.

E del resto, il fatto che sia impossibile pensare al varo di un esecutivo dalla maggioranza risicata e mutevole è insito nell’obiettivo stesso affidato all’eventuale nuovo governo: riformare la legge elettorale prima di riportare il Paese alle urne.

Sarebbe assai discutibile, infatti, se dopo mesi spesi a sostenere la necessità che la nuova legge elettorale sia cambiata col concorso di una larga maggioranza di forze politiche (lo ha detto Prodi, lo ha detto Veltroni, lo ha affermato lo stesso Marini) si finisse invece per affidare questo compito a un esecutivo che dovesse reggersi solo grazie al pentimento di qualche «dissidente» della vecchia maggioranza e magari a qualche parlamentare in uscita dall’Udc. Un simile governo, infatti, oltre a riportare il Paese nel clima ansiogeno – e dunque scarsamente produttivo – degli ultimi mesi di vita del gabinetto Prodi, sarebbe esso stesso la garanzia più solida che l’obiettivo per il quale nasce non verrebbe mai raggiunto. E ci troveremmo di fronte, insomma, quasi a un tradimento del mandato ieri conferito dal Quirinale.

Non è pensabile, nonostante le pressioni non siano scarse, che Franco Marini possa mettere la propria autorevolezza al servizio di un così discutibile obiettivo: ma non è forse inutile ripetere che l’unica condizione che giustificherebbe la nascita di un esecutivo all’altezza del compito da affrontare (e dunque non di un governicchio) è che esso possa godere del sostegno anche delle maggiori forze d’opposizione. Tocca naturalmente al presidente del Senato verificare – appunto – l’esistenza di una simile possibilità. E si deve presumere che se alla fine Marini ha accettato l’incarico «finalizzato» conferitogli da Napolitano, ciò non sia dovuto solo al suo riconosciuto senso dello Stato, ma anche alla convinzione di avere qualche buona carta da giocare.

Quali siano queste carte non è difficile da immaginare. Innanzitutto la garanzia che, varata la riforma, si torna alle urne senza inutili giri di valzer; quindi, l’assicurazione che in assenza di un’intesa larga sulla modifica della legge elettorale non sarà lasciato spazio a soluzioni di basso e incerto profilo; infine, la convinzione che esista la possibilità di tradurre in norma o l’accordo che Veltroni e Berlusconi avevano di fatto raggiunto tramite i loro «tecnici» (Vassallo e Quagliariello) delegati alla trattativa oppure un’intesa frutto dell’elaborazione delle cosiddette bozze-Bianco. È chiaro che è quest’ultimo punto che deciderà la vita o la morte della legislatura. Per dirla in chiaro: senza un’ampia intesa sulla riforma, il nuovo governo non nasce. Se un largo accordo invece venisse raggiunto, un esecutivo Marini potrebbe prendere il largo, a prescindere da quali e quante forze dell’opposizione decidessero alla fine di sostenerlo col sì oppure di astenersi.

Missione ad alto rischio, dunque. O addirittura «missione impossibile», come si è sostenuto. Ma Marini ci prova. E se i numerosissimi appelli a un’intesa che eviti il voto non servono a far maggioranza al Senato, certo potrebbero indurre a qualche ripensamento. Questa, almeno, è la speranza del presidente incaricato. Altrimenti la parola passa alle urne: evento traumatico e magari dannoso per il Paese, ma del quale – in fondo – non c’è motivo d’aver paura.

D’Alema spinge: tentiamo ancora

(30 Gen 08)  

Maria Teresa Meli

«L e elezioni anticipate sono inevitabili»: Giordano ne è convinto.

Il segretario di Rifondazione comunista attraversa veloce il Transatlantico di Montecitorio, ma per una frazione di secondo si lascia andare e dice quel che pensa. Il leader del Prc ha parlato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, che gli ha spiegato: «Non mi sembra il caso di andare avanti con un governicchio». Giordano è della stessa idea: «Che figuraccia faremmo di fronte al Paese?».

Il segretario di Rifondazione comunista ha avuto uno scambio di idee anche con Walter Veltroni. Il leader del Pd non si muove dalla sua posizione, lo ha spiegato con estrema chiarezza sia al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ai fedelissimi: «Io posso sostenere un governo che faccia le riforme, non un governo purchessìa, che nasce recuperando qualche voto del centrosinistra, e raccattandone qualche altro dal centrodestra all’ultimo momento. Con un esecutivo del genere, è chiaro, non potremmo fare nessuna riforma, visto che sul sistema elettorale non siamo d’accordo neanche all’interno della stessa Unione». E Lapo Pistelli, eurodeputato, new entry della squadra veltroniana, non sembra nutrire alcun dubbio in proposito: «Basta tentativi arraffazzonati, a questo punto io tifo per le elezioni anticipate».

Elezioni, ma con chi? Con Franco Marini, dicono. «Il presidente della Repubblica deciderà come vuole», è l’idea del segretario del Partito democratico. Ma secondo Veltroni se non si riuscisse ad arrivare a una soluzione (il presidente del Senato vorrebbe coinvolgere l’opposizione, il che appare alquanto improbabile), allora bisognerebbe lasciare a Romano Prodi il compito di portare il Paese alle urne. Veltroni preferirebbe distinguere la sua immagine da quella del governo Prodi in questa campagna elettorale, ma non ha intenzione di ingaggiare un braccio di ferro con il premier dimissionario e con i suoi sostenitori. Un’eventualità del genere potrebbe nuocergli. Quindi meglio, molto meglio, andare al voto evitando lacerazioni all’interno del Pd.

Di elezioni parlano tutti, in Transatlantico, nel loft del Pd e nei palazzi della politica romana. Il sottosegretario verde all’Economia Paolo Cento è convinto che si vada alle urne «nella prima metà di aprile: l’accanimento terapeutico è consentito solo fino a un certo punto». E Cento pensa che tutto questo temporeggiare nella decisione sia solo dovuto al fatto «che c’è chi vorrebbe andare alle elezioni senza Prodi». A sentire i dirigenti del Partito democratico sarebbe proprio così: non si temporeggia per evitare il voto.

Del resto è dall’altro ieri che i leader dell’Unione sono in tutt’altre faccende affaccendati. Nessuno parla più del governo che sarà. Franceschini chiama Giordano, che chiama Pecoraro Scanio, che chiama… In queste ore si sta discutendo solo di come andare alle elezioni per farsi meno male, se non proprio per riuscire a ribaltare una situazione che dà Berlusconi per lo scontato vincitore delle prossime elezioni. Perciò si ragiona se non sia il caso, al Senato, di fare un fronte unito, onde evitare che la divisione del centrosinistra regali al Cavaliere troppi parlamentari a Palazzo Madama. Il fatto che i big dell’Unione si siano acconciati all’idea delle elezioni anticipate non significa che siano rassegnati. «Va bene, si vada anche alle urne — è il ragionamento che fa Veltroni — ma deve essere chiaro che deve essere la Cdl ad accollarsi la responsabilità di aver deciso di non fare la riforma elettorale quando si era a un passo da una possibile soluzione. Questo lo diremo in campagna elettorale perché si sappia chi sono i colpevoli di questo sistema che produce solo instabilità».

Ma nel Pd c’è chi è convinto che si possa ancora salvare la legislatura, almeno per un anno, chi pensa che occorra assolutamente fare le riforme elettorali prima di andare al voto. Quel qualcuno è Massimo D’Alema. Il via vai del ministro degli Esteri tra i palazzi della politica è incessante. D’Alema, che non nasconde la sua stima per Marini, incontra per un’ora, a Palazzo Giustiniani, il presidente del Senato. Tentativi e ancora tentativi, per salvare il salvabile. Un esecutivo Marini, un governo di tecnici inattaccabili sotto ogni punto di vista: si continua a cercare di evitare la deriva delle elezioni anticipate. Anche perché, oltre alle nomine da fare, quest’anno di denari in cassa ne sono entrati tanti e si potrebbe arrivare alle elezioni del 2009 dopo una bella finanziaria elettorale che, all’opposto della prima del governo Prodi, redistribuisca i soldi agli italiani…


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