Posts Tagged 'Violante'

Decreti per due sottocamere

14 Ott 08

Luciano Violante

Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito, ha sottolineato su questo giornale la necessità di riformare i regolamenti parlamentari. L’obiettivo, assolutamente condivisibile, è rendere più efficiente il lavoro delle Camere. Ma bisogna intendersi sulle misure concrete. I progetti del Pdl mirano, attraverso la riforma dei regolamenti, con intelligenza pratica e lucidità politica, a cambiare la forma di governo. Nella relazione, i dirigenti del partito di maggioranza scrivono che i regolamenti delle Camere «determinano la concreta configurazione della forma di governo in modo più sotterraneo ma assai più penetrante delle stesse previsioni costituzionali». Successivamente, applicano il principio e propongono di sostituire alla separazione del Parlamento dal governo, principio cardine delle democrazie occidentali, la separazione «tra il continuum governo-maggioranza, da una parte, e opposizione, dall’altra». Se questa ipotesi prevalesse, il Parlamento perderebbe la sua unità e verrebbe scisso in due componenti destinate a non incontrarsi: la maggioranza diventerebbe il braccio del governo, mentre l’opposizione eserciterebbe una funzione testimoniale rivestita di qualche orpello formale. In sostanza, due sottocamere: una per decidere e l’altra per protestare. In un Paese drammaticamente privo di valori e luoghi unificanti, la fine del Parlamento come sede nella quale si incontrano e si intrecciano tutte le diversità nazionali potrebbe avere conseguenze assai gravi.

Il Pdl propone che vengano votati entro 30 giorni i disegni del governo che il presidente del Consiglio dichiara prioritari, misura certo condivisibile; ma propone anche che, su richiesta del governo, decadano tutti gli emendamenti a ciascun articolo dei progetti più importanti, quelli sui quali l’opposizione avrebbe qualcosa da dire. Come contropartita è riconosciuta una particolare visibilità dell’opposizione attraverso l’istituzionalizzazione del «governo ombra» e il riconoscimento dello «statuto dell’opposizione», frutto d’incauti suggerimenti avanzati da qualche esponente del centrosinistra. Queste proposte, aggiunte alle modifiche già introdotte nel sistema politico, se approvate, avrebbero conseguenze assai rilevanti.

Per una discutibile prassi, condivisa da entrambe le coalizioni, il nome del presidente del Consiglio è scritto sulla scheda elettorale. È lui che, come leader del partito di maggioranza, ha scelto grazie al «porcellum» i futuri parlamentari che dovranno sostenerlo, pena la non ricandidatura. Ai cittadini è stato tolto il diritto di scegliere i parlamentari ed è stata regalata la sensazione di scegliere il capo dell’esecutivo. Su questa sensazione fa leva l’attuale maggioranza, per fare il passo ulteriore; infatti il ministro Vito dice, con qualche forzatura, che il governo è «forte di una diretta legittimazione popolare». La conseguenza paradossale è che il presidente del Consiglio già oggi, contro la Costituzione e il buon senso, è presentato come l’unica carica istituzionale eletta dai cittadini, quindi l’unico rappresentante della nazione.

L’irrobustimento dei suoi poteri, specie quello di far decadere tutti gli emendamenti ai propri progetti di legge, ci condurrebbe verso un regime politico inedito: presidenziale senza i suoi costi (soprattutto un forte e indipendente Parlamento, come negli Usa) e parlamentare senza le sue virtù (la partecipazione dell’opposizione alla costruzione delle regole e l’autonomia del Parlamento, rappresentante dei cittadini, rispetto al governo).

Si pongono ora due problemi: cambiare i regolamenti per rendere celere il lavoro parlamentare; fare le riforme costituzionali per modernizzare il sistema politico e frenare le vie di fatto che, non da oggi, stanno svuotando la Costituzione. È giusta la richiesta della maggioranza che i progetti del governo vengano decisi entro 30 giorni dalla presentazione. Si può ragionevolmente limitare il numero degli emendamenti presentabili per ciascun progetto di legge. Va cancellata la clausola vessatoria della decadenza degli emendamenti su richiesta del governo. Bisogna garantire il voto a data certa anche dei provvedimenti dell’opposizione e rendere inammissibili i maxiemendamenti. Ma, come ha ricordato il presidente Casini sempre sulla Stampa, non si può costruire una nuova forma di governo per via regolamentare. Il presidenzialismo richiede un forte Parlamento, una magistratura rispettata, indipendente e responsabile, rigorose misure preventive del conflitto d’interessi. Chi ne è convinto lo proponga, alla luce del sole, tra le riforme costituzionali. Ma non attraverso la via «sotterranea» della riforma dei regolamenti parlamentari che, tra l’altro, non sono sottoponibili a referendum popolare.

Eluana il diritto e le leggi

1 Ago 08

Luciano Violante

La Camera ha deciso di sollevare conflitto nei confronti della Cassazione. Tra poco la stessa decisione verrà presa dal Senato. La Cassazione, sollecitata dal padre di Eluana Englaro, non ha ordinato di cessare le cure forzate. Ma, restituendo gli atti alla Corte d’Appello di Milano, ha fissato i criteri ai quali quel giudice dovrà attenersi nel caso concreto. La Cassazione ha dichiarato che il giudice può autorizzare la disattivazione del sondino nasogastrico in un malato che giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente, su richiesta del tutore, e in contraddittorio con il curatore speciale, solo quando esistano entrambe queste condizioni: a) lo stato vegetativo sia assolutamente irreversibile; b) sia provato in modo inconfutabile che la richiesta di interrompere il trattamento corrisponderebbe alla volontà del malato e alla sua idea di dignità della persona.

Poiché manca un’organica disciplina normativa destinata espressamente a regolare la materia della «interruzione volontaria della vita», questo il ragionamento della maggioranza del Parlamento, la Cassazione avrebbe esercitato una prerogativa esclusiva del Parlamento. La contesa riporta a una grande questione politica e costituzionale: se il giudice sia giudice delle leggi, e quindi debba rifiutarsi di decidere quando non esiste una legge da applicare; o sia giudice dei diritti, e quindi, accertata l’esistenza di un diritto, debba pronunciarsi comunque sulla sua tutela. I sistemi liberaldemocratici propendono per questa seconda tesi; gli altri per la prima.

Nel sistema americano, ad esempio, sin dagli inizi, il giudice deve garantire i diritti individuali, che possono anche preesistere allo Stato, contro i possibili abusi del governo e del parlamento. Al contrario, nel sistema rivoluzionario francese, di poco successivo alla rivoluzione americana, il giudice era «bocca della legge», doveva solo applicare e non interpretare le leggi. Meno di quindici anni dopo, il codice Napoleone girava pagina e riconosceva addirittura al cittadino il diritto di reclamare contro il giudice che si fosse rifiutato di giudicare «sous prétexte du silence, de l’obscurité, ou de l’insuffisance de la loi» (art. 4). In quel principio affonda le sue radici l’articolo XII delle disposizioni sulla legge in generale, oggi vigente, che impone al giudice di decidere in ogni caso, anche sulla base dei soli principi generali dell’ordinamento giuridico.

La Cassazione ha rilevato che esiste nel nostro ordinamento un diritto del malato a rifiutare cure mediche e ha conseguentemente fissato, sulla base dei principi generali dell’ordinamento, i criteri da seguire per tutelare questo diritto, quando il malato non è più in grado di esprimere la propria volontà. È stato giudice dei diritti. La decisione non piace? Ma le decisioni dei giudici non devono necessariamente piacere al potere politico. È un doloroso pregio della democrazia. E credo che sia destinato alla sconfitta nella società moderna il tentativo di tornare al modello della Francia giacobina, sconfitto dalla storia. Può sorgere un interrogativo: di questo passo non si rischia di precipitare in una «repubblica giudiziaria»? Il rischio c’è ed è grave, specie nella situazione italiana. Ma il rischio si evita se il Parlamento, assumendosi le proprie responsabilità, decide con una legge. Se ritiene che la volontà del malato, e di chi correttamente la rappresenta, non debba contare, lo dica espressamente con una nuova legge. Se ritiene invece che quella volontà debba essere tutelata, approvi la legge sul testamento biologico. Ma se mancano le condizioni politiche per decidere, non si può accusare la Cassazione per aver deciso applicando quei principi generali dell’ordinamento vigente che il Parlamento non ha voluto o potuto modificare.


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