Archivio per novembre 2007

Ultimo tram per la cosa bianca

(29 Nov 07)

Federico Geremicca
A rinverdire l’antica speranza, stavolta c’è anche una cifra: diciannove virgola sette per cento. In gergo tecnico si chiama intenzione di voto. E lunedì 26 novembre, tra le sei e le nove e mezza della sera, dei 2021 cittadini interpellati, appunto il 19,7% ha risposto che sì, se alle elezioni si presentasse un partito di centro alternativo a Veltroni e a Berlusconi, loro – quei cittadini – sarebbero pronti a votarlo.

Mettiamo pure che siano la metà, come certificano altri sondaggi, e supponiamo che il gran parlare di ritorno al sistema proporzionale si traduca davvero in una nuova legge elettorale: bene, anche quella metà basterebbe a trasformare il nuovo partito di centro nel famoso ago della bilancia che molti temono e alcuni auspicano. Un successone, insomma. E così, confortati dai risultati del sondaggio (a cura della “Poggi&Partners”), gli uomini interessati all’avventura hanno preso a fregarsi le mani, mormorando il famoso «stavolta o mai più».

Stavolta o mai più? Probabilmente sì. Perché se la lunga marcia cominciata sulle ceneri della Dc e dopo la sconfitta elettorale del Ppi nel 1994 non dovesse raggiungere la meta nemmeno stavolta – ora che i poli si scompongono, che una nuova legge elettorale sembra davvero alle porte e che le “mani libere” di craxiana memoria tornano d’inquietante attualità – beh, se la lunga marcia non si concludesse nemmeno stavolta, non avrà davvero senso provarci più. Per la “cosa bianca”, dunque, sono settimane decisive. Decisive e complicate. Perché nonostante l’occasione sembri davvero irripetibile, il lavorìo intorno al nuovo partito di centro sembra segnato e ostacolato dagli antichi vizi di “mamma Dc”: personalismi, eccesso di ambizioni, patti segreti e doppi e tripli giochi intorno alla leadership di una cosa che nemmeno ancora c’è.

Basta uno sguardo agli attori in campo. Naturalmente Pier Ferdinando Casini, pioniere e socio fondatore della possibile “cosa bianca”, ma poi Pezzotta, Mastella, forse Dini, probabilmente Di Pietro, e quindi Tabacci, Baccini e chi più ne ha più ne metta. Si incontrano e litigano. Casini con Baccini, tanto che ormai non si parlano più. Mastella con Di Pietro, al grido di “o lui o io”. Poi Dini, che fa corsa solitaria, non sentendosi secondo a nessuno. E si potrebbe continuare. «Il peggio è che è proprio questo clima di lite preventiva – spiega uno dei leader interessati all’operazione – che ha spaventato e assai raffreddato l’uomo che dovrebbe iniettare modernità e credibilità come forza di governo alla nostra “cosa bianca”…».

Il riferimento, naturalmente, è a Luca Cordero di Montezemolo, che è il vero sogno nel cassetto dei costruttori del partito di centro, essendo considerato un vincente, ed un possibile moltiplicatore dei potenziali consensi elettorali. Senza di lui non è che la lunga marcia s’arresti, ma certo diventa un’altra storia. “Testato” dai sondaggisti della “Poggi&Partners” – e non solo da loro – è considerato da oltre la metà degli intervistati il leader ideale della futuribile formazione (è molto alta, però, anche la percentuale di chi ritiene che Montezemolo farebbe bene a tenersi lontano dalla politica). Ma il pluripresidente non scioglie la riserva: e anzi, di fronte alle crescenti tensioni, vede crescere le sue riserve. Ha voglia di scendere in pista oppure no? E poi: è davvero un così grande affare lasciarsi prendere da quest’avventura? Montezemolo non offre risposte univoche né alla prima né alla seconda domanda, anche se sabato scorso a Prato si è detto contrario a scendere in campo. Ma qualche giorno fa, ad un amico che lo sollecitava, ha confessato: «Ho la coda davanti alla porta. Sinistra, destra, centro… Se solo volessi…».

Ben sapendo di negare una cosa alla quale non pensa nessuno, Gianfranco Fini – che ieri ha appunto incontrato Montezemolo – ha pronosticato: «Non lo vedo Montezemolo a braccetto con la sinistra radicale». E infatti, il progetto prevede precisamente l’opposto: che la “cosa bianca” liberi Veltroni dall’abbraccio della sinistra radicale, sostituendola – anzi – in un futuro e ipotetico assetto di governo. Progetto non insensato: se non fosse che anche Berlusconi pensa ad una “cosa bianca” targata Montezemolo per abbandonare al suo destino proprio la destra dell’ex amico Fini… Ipotesi impensabili – e improponibili – ancora due settimane fa. Ma oggi non più. Se si archivia la Seconda Repubblica – per andare verso una Terza che somiglia fin troppo alla Prima – tutto ridiventa possibile. Compreso il ritorno alle mani libere, agli aghi della bilancia ed ai governi fatti e disfatti in serie. Perché è vero, oggi si dice che il maggioritario all’italiana ha un mucchio di difetti: ma solo perché si finge di non ricordar più quanti ne aveva il sistema precedente…

Annunci

Uno sguardo alla Terza Repubblica

(30 Nov 07)

Riccardo Barenghi
Se l’incontro di oggi tra Veltroni e Berlusconi non finisse oggi, potrebbe succedere qualcosa di grosso nella politica del nostro Paese. Se cioè accadesse che i due leader riuscissero a mettersi d’accordo sulla riforma elettorale e magari anche su quel minimo di modifiche costituzionali ormai irrinviabili, la storia potrebbe cambiare di colpo. Perché il valore di questa eventuale intesa andrebbe molto al di là di un sistema elettorale piuttosto che un altro, di una riforma istituzionale piuttosto che un’altra. Il suo valore – positivo o negativo, dipende dai punti di vista – starebbe nel fatto che dopo tredici anni finirebbe l’ormai famosa, o famigerata, transizione italiana. E si passerebbe da una Seconda Repubblica che non si è mai realmente consolidata direttamente alla Terza.

Ed è proprio questo il progetto, se non il sogno, del leader del Partito democratico, che a questo punto potrebbe anche coincidere con quello del suo (ex) avversario, viste anche le ultimissime aperture di quest’ultimo che dimostrano non solo una grande capacità di movimento ma anche le sue evidenti difficoltà dopo la mancata spallata al governo. In ogni caso sono ormai molte di più le cose che li uniscono che non quelle che li dividono. Quantomeno dal punto di vista formale. Sono i capi dei due partiti principali, sono stufi di dover contrattare con i loro alleati (passati o futuri, si vedrà) qualsiasi passaggio della politica, prima, durante e dopo le elezioni. Vogliono semplificare il sistema piazzandogli al centro le loro rispettive organizzazioni e forze e leadership.

Vogliono una legge elettorale che concretizzi tutto questo e metta uno dei due in condizione, qualora vincesse la prossima competizione politica, di governare senza troppi ostacoli, freni, paletti, trattative, mediazioni. Entrambi – e in particolare Veltroni – vorrebbero passare alla cronaca, se non alla storia, come coloro che hanno chiuso una stagione tormentata, instabile e conflittuale aprendo così la strada a una democrazia più matura, occidentale, moderna. Insomma il «Paese normale».

Ovviamente non sarà facile, dovranno scontrarsi, e già si scontrano, con mille e una resistenza. Da Prodi a Bertinotti, dai piccoli partiti a Fini, fino a molti dirigenti del Partito democratico, in particolare gli ex diessini (vedi le Fondazioni in cui il tesoriere Sposetti ha blindato il patrimonio della Quercia). Ognuno per le sue ragioni, che in parte coincidono, lavora perché l’intesa fallisca. Chi, come il premier, perché teme realisticamente che una volta fatto l’accordo comincerebbe il conto alla rovescia del suo governo; chi, come Rifondazione e gli altri satelliti, perché ha la certezza che un sistema elettorale di quel genere li ridurrebbe a un ruolo di pura testimonianza parlamentare; chi, come Fini, perché si troverebbe neanche più in seconda ma in terza fila, dopo più di un decennio vissuto da (semi) protagonista. Forse Casini, magari insieme con Mastella, dando vita una nuova Dc in formato ridotto, potrebbero invece giocare la partita: sarebbero un piccolo ago della bilancia, quelli con cui o Veltroni o Berlusconi potrebbero allearsi nel caso volessero fare a meno delle cosiddette ali estreme. La Lega pure, nonostante l’incontro andato male ieri, avrebbe i suoi vantaggi: è un partito radicato in alcune zone e dunque la sua rappresentanza la otterrebbe sia col sistema spagnolo, sia col cosiddetto vassallum, sia con un misto tra i due.

Ma la tecnica e il merito delle eventuali riforme sono secondari rispetto al progetto. Che è ben più ambizioso, in qualche misura storico. Un’intesa tra Veltroni e Berlusconi segnerebbe la fine di un’epoca. Quella contrassegnata dai due nemici, i comunisti (o post o ex non importa) contro il Cavaliere nero e viceversa. Certo, poi magari si scontrerebbero in campagna elettorale, ma sarebbe uno scontro di altro tipo, non più dogmatico, ideologico, caratterizzato da reciproche scomuniche. Bensì programmatico, magari anche centrato (si spera) su valori diversi, forse anche (si spera) su terapie alternative per curare le malattie sociali del Paese, ma in ogni caso di altra natura rispetto a quelli del recente passato.

Si tratterebbe insomma di uno sdoganamento reciproco, Veltroni riuscirebbe dove D’Alema ha fallito e Berlusconi dove lui stesso ha voluto fallire dieci anni fa. Che poi tutto questo vada in porto, che sia giusto e che sia gradito dagli elettori dei due proto-fondatori della Terza Repubblica, sarà tutto da verificare. E quello che rischia di più è proprio Veltroni, intanto perché il Cavaliere non è molto affidabile, può cambiare idea da un momento all’altro. Ma soprattutto, e paradossalmente, il rischio per il leader del Pd aumenterebbe se l’impresa andasse a buon fine: per molti cittadini che oggi credono nel Partito democratico, l’idea che la loro nuova Casa politica venga battezzata da un patto storico col loro nemico non sarebbe certo acqua fresca.

Il concorso sì bello e perduto

(28 Nov 07)

Michele Ainis
In Italia farsi largo sulla base del talento è diventata un’impresa da alpinisti. Sulla competenza trionfa per lo più l’appartenenza, la tessera di partito, la spintarella di cricche e camarille. Sarà per questo che 9 italiani su 10 pensano che per trovar lavoro serva la raccomandazione giusta (sondaggio Swg diffuso il 26 novembre). Sarà per questo che il 61% (secondo l’ultimo rapporto Censis sulla mobilità sociale) considera risorse economiche e relazioni personali ben più importanti del merito, se vuoi riuscire nella vita.

Non che manchino le regole. Se è per questo, ne abbiamo fin troppe. Siamo il quinto Paese regolamentato al mondo, ma le nostre 50 mila leggi non garantiscono il reclutamento dei migliori, bensì la raffinata selezione dei peggiori. Vale nel campo delle libere professioni, dove ordini e collegi mettono un tappo all’illustre sconosciuto. Così – per dirne una – nel decennio 1995-2005 la spesa per i farmaci si è impennata del 92,1%, mentre le nuove farmacie misurano il 7,8%. Nello stesso tempo la domanda di servizi notarili è cresciuta del 21,4%, i notai del 4,5%. Ma dov’è scritto che non si possa liberalizzare quest’antica (e ben remunerata) professione?

Tuttavia se c’è un campo dove il delitto si consuma con tutti i crismi del diritto, questo campo è la nostra cittadella pubblica, l’amministrazione dello Stato. Sarà capitato a molti d’incontrare il personaggio descritto da Francesco Merlo tempo addietro: nel comune di Catania c’era un ragazzo timido e silente, che stava lì per esclusivi meriti parentali. Chi era? Il «muto agevolato». Ecco, i nostri uffici pubblici sono ormai pieni di muti agevolati, il cui ingresso nelle stanze dei bottoni viene favorito da un fenomeno di cui si parla poco: la morte dei concorsi. Nel solo quindicennio 1975-1990 il 60% degli impiegati pubblici è stato immesso in ruolo senza alcun concorso, nonostante la denunzia inascoltata di Sabino Cassese. In seguito questo malcostume si è aggravato, anche e soprattutto per il blocco dei concorsi, prorogato di anno in anno dalle varie Finanziarie. C’è ovviamente qualche deroga, ma come gocce nel mare. Sicché sono meno di 600 i bandi pubblicati da regioni e ministeri fra il 2000 e il 2006. Nel 2005, per citare un solo esempio, vennero assunti tramite una regolare selezione appena 800 dipendenti in tutti i ministeri, negli enti previdenziali meno di 300. L’ultimo corso-concorso per i dirigenti è di 9 anni fa. Il vecchio ministro ha bloccato i concorsi da professore nelle università, il nuovo non ha sbloccato il blocco.

Ma non è giusto gettare via il bambino insieme all’acqua sporca. Benché di questi tempi la tentazione sia diffusa, come mostra la parabola del bipolarismo all’italiana: funziona male, però invece di correggerlo c’è chi vuol riesumare la prima Repubblica. Quanto ai concorsi, tuttavia, per liberarcene dovremmo inoltre liberarci di una norma costituzionale (l’art. 97) che li prescrive come regola per l’accesso ai pubblici impieghi. E tale regola conserva inalterate tutte le sue ragioni. Il concorso infatti garantisce (o meglio dovrebbe) l’imparzialità della selezione, nonché l’indipendenza dell’amministrazione rispetto alla politica. Ecco perché la politica al contrario preferisce i co.co.co., i contratti a termine, la precarizzazione del lavoro pubblico. Perché così sceglie i fedeli, riservando loro una sanatoria alla prima occasione. E infatti la Finanziaria 2007 ha assunto senza uno straccio di concorso 150 mila precari nella scuola, quella del 2008, a quanto pare, ne assumerà altri 400 mila. Se vogliamo dare fiato al merito, è invece opposta la strada da percorrere. Una legge quadro sui concorsi, che garantisca la terzietà dei commissari rispetto ai candidati. E magari un’unica procedura annuale per ogni categoria professionale, con un albo degli idonei dal quale possano pescare le varie amministrazioni.

Sarkozy e l’Italia

(25 Nov 07)

Mario Monti
Politica, consenso e riforme.
È finito lo sciopero dei trasporti, ma è presto per dire che Nicolas Sarkozy ha vinto la battaglia delle riforme. Il governo non si è fatto piegare, ha ottenuto che i regimi pensionistici dei servizi pubblici vengano riformati. Ma ha fatto alcune concessioni, il cui costo non è ancora chiaro. E altre riforme, come quella dell’università, incontrano forti resistenze. Un successo prezioso per le prossime sfide, il presidente l’ha comunque conseguito: gran parte dell’opinione pubblica è con lui; non, come sempre era avvenuto in Francia, con le categorie che si oppongono alle riforme.

Tre punti, di interesse per l’Italia, si possono fin d’ora notare. Sarkozy e l’Italia. In nessun altro Paese il «fenomeno Sarkozy» è vissuto con tanto interesse e con ammirazione, a destra ma anche a sinistra. In altri Paesi, a cominciare dalla Germania, il presidente francese genera meno interesse, è spesso criticato e non provoca il pensiero che sembra pervadere molti italiani: «Se l’avessimo anche noi…». È uno stato d’animo che evidenzia, meglio di tanti discorsi, il desiderio di un Paese adulto di essere governato nel linguaggio della verità e con il coraggio della decisione. Centrodestra e riforme. Facciamo bene, in Italia, a spiegare che politiche liberali, fondate sulla concorrenza e sul merito, giovano agli obiettivi sociali delle sinistre, come è acquisito da tempo in Europa. Ma perché rinunciare ad aspettarci in primo luogo dalle forze di centrodestra un forte e radicale impulso verso quelle riforme?

L’ottima opera economico-sociale di Blair, di Clinton, di Zapatero non sarebbe stata possibile se prima di loro Thatcher, Reagan, Aznar non avessero smantellato il dominio delle corporazioni sull’economia, dando spazio al mercato, allo sforzo individuale, al merito. È quello che Sarkozy si propone di fare, pur nel più statalista dei grandi Paesi occidentali. Il centrodestra di Silvio Berlusconi ha avuto il merito di creare in Italia una grande forza alternativa, ma non l’ha usata per imprimere una svolta verso un liberismo disciplinato e rigoroso. Ha combattuto con accanimento gli spettri comunisti del passato, più che gli interessi corporativi del presente. Sarà proprio l’Italia l’unico Paese capace di riformarsi a fondo solo grazie alla palingenesi, apprezzabile ma faticosa, delle forze di centrosinistra, che per decenni si erano impegnate con successo contro l’economia di mercato? Perché il centrodestra, oggi in ebollizione, non potrebbe trovare questa missione, che darebbe a esso dignità storica? Mandato, ouverture e riforme.

Sarkozy ha vinto le elezioni su un programma chiaro. Ha ottenuto un mandato sui sacrifici, non sulle illusioni. Non è andato a testa bassa contro gli avversari sconfitti. Ne ha sollecitato il contributo di idee. Si è parlato di ouverture, non di magouille (francese per «inciucio»). Ha reso così più condivise le sue linee politiche, più deboli gli argomenti degli oppositori, più isolate le categorie che resistono alle riforme. Non ha bisogno di una «grande coalizione » ma, sul piano della pedagogia, l’ha già realizzata. E si spiega al Paese, invece di «concertare» con le organizzazioni sindacali e imprenditoriali.

Il postfascismo si è fatto in due

(25 Nov 07)

Gianni Baget Bozzo
La decisione di Berlusconi di porre fine al bipolarismo ha scosso le fondamenta di Alleanza Nazionale. Fini è diventato il padre padrone del partito perché è stato il titolare dell’alleanza con Berlusconi. Paradossalmente, è stato Berlusconi a rendere possibile il disegno del presidente di Alleanza Nazionale di trasformare il partito di Almirante nella lista Fini. Ma, con questo disegno, Fini pensava di essere anche o il successore o l’alternativa a Silvio Berlusconi, secondo le scelte del leader della Casa delle libertà. E ha oppresso duramente i berluscones del suo partito, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, che erano gli esponenti del radicamento cattolico del partito di Almirante.

Ora le cose cambiano, Fini dovrà scegliere se stare a destra o a sinistra del Partito delle libertà, non può, come ha fatto sinora, praticarle contemporaneamente tutte e due. Si è aperta così la crisi del postfascismo: evidentemente non era stata chiusa all’assemblea di Fiuggi. Ma già con il convegno di Storace a cui è intervenuto Silvio Berlusconi è apparso chiaro che vi sono due versioni del postfascismo: una di Fini, l’altra di Storace. Il modello gollista Fini ha fatto una scelta molto chiara: Fiuggi vuol dire la rimozione del fascismo per cercare un rapporto con l’elettorato italiano su una linea di destra democratica e laica: il modello gollista. Ma né Fini e neanche Berlusconi sono De Gaulle: e una linea laica di destra in un paese in cui esiste il Papato ha poca fortuna. Però Fini è stato molto coerente nel suo procedere ed è riuscito a inglobare tutta la classe dirigente legata ad Almirante: sono bastati una chiacchierata notturna e un caffè per permettere al leader di fare fuori, con un semplice gesto, tutta la nomenclatura missina di Alleanza Nazionale. Ma, per fare il grande cambiamento, occorreva fare il grande salto. E Fini è andato a cercare un’investitura laica e democratica in Israele: lì è giunto a definire le leggi razziali come il «male assoluto». Questa categoria del male assoluto non esiste nella tradizione ebraica e nemmeno in quella cristiana: è un pensiero elaborato per comprendere la Shoah come evento unico. In Italia l’intervento di Fini venne inteso come la condanna del fascismo quale «male assoluto»: il che era troppo, anche per il dirigente preferito da Giorgio Almirante nella successione. C’era una linea alternativa alla posizione di Fini? Certamente c’era: ed era proprio la tradizione almirantiana, che vedeva nel postfascismo una componente democratica della società italiana.

Infine il ventennio era stato una rivoluzione di marca socialista, antiborghese, anticapitalista, e definirla destra era un problema anche per Almirante: ma lui ci tentò. Infatti riuscì a fare del Msi una componente della democrazia italiana, tanto che tutti i partiti, dalla Dc al Pci, non videro di buon occhio il tentativo di un magistrato, Degli Espinosa, di applicare al Msi la legge Scelba e discioglierlo come un partito che puntava a sovvertire la democrazia. La legittimazione a sinistra Storace rivendica l’interpretazione di Almirante e reagisce al tentativo di trasformare la storia missina in una lista Fini. Ciò è stato reso possibile dalla tradizione fascista di obbedienza al leader. Ma l’investitura di Gianfranco Fini da parte dei rabbini e l’accenno al «male assoluto» hanno creato un tumulto. Francesco Storace ci ha pensato a lungo, poi, quando ha capito che Fini gli avrebbe fatto fare la medesima fine di Gasparri e di La Russa, ha deciso di fondare, basandosi sulla forte tradizione missina della capitale, un movimento che riprendesse la tesi di Almirante del postfascismo come componente della democrazia italiana. E ha avuto la fortuna che su questa scelta Berlusconi mettesse il cappello. Berlusconi ha l’autorità di legittimare in tutto il centrodestra la riproposizione della identità storica col Msi almirantiano espressa da Storace. Berlusconi ha capito che Fini cerca come ultimo termine della sua carriera politica di essere legittimato a sinistra. Fini spera in Veltroni come colui che prenderà per buona la totale cancellazione dell’eredità postfascista. E il leader di An cerca di essere legittimato come l’avversario a destra da Veltroni nelle elezioni comunali di Roma: anche se una destra laica nella capitale sembra un evento impossibile. Storace lo ha capito, Berlusconi anche. Di qui è nato un solido consorzio che è un problema per il leader di Alleanza Nazionale. Non basteranno a Fini le amicizie laiche che ora ha trovato ad assicurargli il successo di una candidatura politica a sindaco di Roma. Storace ha giocato una carta destinata a pesare sul postfascismo italiano.

Fratelli coltelli nella Cdl

(25 Nov 07)

Lucia Annunziata
In realtà, sorprendente non è che oggi si dividano, ma che finora siano stati uniti. Poche persone infatti come Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sono fatte – personalmente, antropologicamente, e, solo infine, politicamente – per non stare insieme. Per dire: nel tempo libero il primo ama emergere (in piazza), il secondo immergersi (in mare). Il primo è scoppiettante, il secondo è legnoso e, quando entrano in depressione, il primo fa il lifting, il secondo se ne va in vacanza. Figli di due culture diverse, Fini è statalista in economia, difensore dello Stato, dell’ordine e della magistratura; Berlusconi è un liberista che vuole uno Stato che non ingerisca, né con tasse, né con divise e ancora meno con magistrati.

Infatti, all’inizio della loro alleanza, la giustizia è stata spesso ragione di divisione: prima pietra dello scandalo fu il magistrato di «Mani pulite» Antonio Di Pietro, difeso da Fini; poi venne il decreto Biondi del 1994 sulla limitazione della custodia cautelare, rifiutato da Fini. Insomma «l’anomalia italiana è che si sia confusa la destra con Silvio Berlusconi», come scrive l’intellettuale di destra Angelo Melloni nella introduzione al libro «Il tabù della destra» (Castelvecchi editore) di Eric Brunet. Anomalia, infatti, è stata. E non ci si può oggi sorprendere. La coppia Berlusconi-Fini è stata in politica una versione sublimata di un nobile ma non per questo meno sofferto matrimonio di interesse. Ora che è finita – lamentano le parti – la memoria pare breve. Il 12 settembre di questo 2007, tempo splendido nella Capitale, festa dei Giovani di Alleanza Nazionale, Silvio arriva acclamato – quel giorno, si ricorda ora in An, Fini ascoltò Silvio confuso tra la folla (con umiltà, dunque), e quando salì sul palco fu solo per spronarlo a fare presto «a fare il partito unico, perché questo è quello che la gente ci chiede». Lui, Fini, un traditore? dicono oggi i finiani. Senza intenzione, forse, ma è più quel che non andava – recriminano gli uomini del Cavaliere. Storie lontane, ma rilevanti per capire i corsi e ricorsi di una alleanza.

C’è ad esempio la vicenda del governo Maccanico: una breve stagione di eccitazione nazionale, durata solo due settimane, molto pertinente da richiamare oggi per alcune somiglianze. Il primo febbraio 1996 Maccanico ha l’incarico dal presidente Scalfaro, dopo le dimissioni di Lamberto Dini che aveva guidato un governo ribaltone-antiBerlusconi. Allora come oggi l’alternativa era riforme o voto anticipato. Allora come oggi, si provò a formare un governo per le riforme istituzionali. Il 10 febbraio Maccanico si presenta in Quirinale sostenendo di aver «constatato una larghissima maggioranza», il 14 rinuncia denunciando «condizionamenti politici, ostacoli e limitazioni crescenti». Intorno a quel tentato accordo, come a tutti gli altri successivi, fioriscono ancora oggi storie e leggende. Un paio di cose sono però chiare: Berlusconi, in quel momento molto incerto sul suo futuro, era favorevole; Fini invece, convinto di poter andare alle elezioni anticipate e sorpassare Forza Italia, era contrario. Alle elezioni si andò, dunque, nel 1996, e vinse Romano Prodi. L’azzardo di Fini non funzionò neanche nel rapporto interno alla opposizione: prese un notevole 15,7 per cento, ma Forza Italia salì al 20 per cento. Ma Fini, in quegli anni ancora il leader rabbioso e affamato uscito «dalle fogne» (come si diceva per insultarlo), immagina comunque la fine del Cavaliere e continua a provare a smarcarsi. Nel 1998, da maggio a giugno, il leader di An diviene un forte sostenitore della Bicamerale, che viene invece affossata senza batter ciglio da Silvio. Fini si getta allora sui referendum, sostenendo nel 1999 la consultazione per l’abolizione del voto di lista per l’attribuzione con metodo proporzionale di un quarto dei seggi della camera. Favorevoli anche Ds e Di Pietro; contraria Forza Italia, la cui opposizione aiuta il non raggiungimento del quorum. Ancora nel 1999, Fini prova a fare liste comuni alle europee con Mario Segni, avversario del Cavaliere. La campagna elettorale è molto vivace, ma l’alleanza muore davanti al misero 10 per cento del risultato, cioè 5 punti in meno di quel che Fini aveva avuto alle politiche. Gianfranco non fece autocritica, si impegnò anzi a rilanciare altri due referendum (sarebbero falliti entrambi), ma ritornò a casa. Non si rivelò incline però al perdono il Cavaliere, che nel primo periodo della vittoria elettorale del 2001 farà mangiare molta biada al suo alleato di An, tenendolo a lungo fermo in stalla.

Ricordate la nomina di Ruggiero a ministro degli Esteri, e, dopo, il lungo interim dello stesso premier, che insegnava alle feluche italiane come vestirsi e come promuovere gli interessi economici dell’Italia all’estero, mentre il ministro degli Esteri in pectore, Fini, fremeva? E ricordate le vacanze (sempre senza Fini) del premier con Putin e Bush? D’altra parte, Fini non ha mai perso occasione per segnare le sue distanze: ricordate la volta in cui Berlusconi diede del «Kapò» al tedesco Shultz, in Parlamento europeo? Mentre parlava, Fini si portava le mani al viso. Naturalmente, Berlusconi ha tanta forza economica che è difficile indebolirlo. Ma fra i suoi tanti interessi c’è almeno un nervo sensibile che il leader di An non si è mai sottratto a pizzicare: le televisioni. E’ su questo terreno così che meglio si misura forse la maggior distanza fra i due alleati. Berlusconi ha un controllo facile, anche personale, della tv e lo usa fino in fondo: quando si recò da Vespa per firmare il contratto con gli italiani in diretta, Fini si seccò moltissimo. Non era stato avvertito, e considerò poco elegante che il patto fosse firmato da Silvio e non da tutta la coalizione. A compensare il controllo del medium da parte di Berlusconi, c’è tuttavia la sua completa dipendenza dagli alleati Fini e Udc per la parte della regolamentazione legislativa sulla tv. Su questo terreno infatti sia Fini che l’Udc lo hanno a volte messo sotto pressione. Ad esempio, An da convinta statalista è da sempre forte supporter del servizio pubblico, e nelle nomine in Rai è spesso in competizione con Forza Italia. Nella esperienza interna di Viale Mazzini, è sempre stato molto più problematica la collocazione di dirigenti vicini a Forza Italia che di An. La differenza è tale che quando si arrivò alla nuova legge, dentro An si formò una corrente di «berluscones», fra cui il ministro proponente: ancora si ricorda la battuta di Storace che disse che Gasparri era il primo ministro che avrebbe dato il nome a una legge che non aveva letto. Stesso schema di gioco applica oggi Berlusconi, con Storace nella nuova parte. Corsi e ricorsi. Le tv sono ancora alla fine dunque l’unico vero campo in cui Fini e Casini possono fare un po’ di male a Silvio. Sentite ad esempio l’accreditata storia che circola in questi giorni sulla rottura in corso fra gli ex alleati: quando Fini, due settimane fa, chiama Berlusconi per lamentarsi dei servizi di «Striscia la notizia» sulla sua nuova compagna, a un certo punto dice: «Io ti rovino, mi basta votare la Gentiloni!». E se lo facesse davvero? Pensate che cambiamento ci sarebbe in Italia. Ma lo farà? Il fatto è che finora, come si è visto, Gianfranco è sempre tornato da Silvio. Potenza del potere.

Il nuovo asse

(21 Nov 07)

Piero Ostellino

Due soli uomini al comando. Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Già Veltroni, enunciando la «vocazione maggioritaria» del Partito democratico, aveva di fatto escluso l’intenzione di presentarsi alle prossime elezioni unito con le sinistre radicali in una «coalizione di guerra» (l’Unione), buona per sconfiggere il «nemico» ma, come attesta il governo Prodi, poco funzionale per governare. Ora è la volta di Berlusconi a liquidare la «coalizione di guerra» di centrodestra (la Casa delle libertà) che scarsi risultati aveva dato nei cinque anni di governo dopo il successo del 2001. Licenzia i suoi alleati e scioglie il suo stesso partito (Forza Italia) per fondarne un altro (il Partito della Libertà o Popolo della Libertà) col quale presentarsi «con chi ci sta» o, se necessario, da solo, a governare il Paese. Se la strada delle loro buone intenzioni sarà lastricata con un sistema elettorale adeguato, che cancelli l’attuale bipolarismo imperfetto («Il bipolarismo, con queste forze politiche, non è più possibile», ha detto Berlusconi), forse si profila una salutare semplificazione del sistema politico. Chiunque vinca si sceglierà gli alleati di governo non prima — col rischio di consegnarsi nelle mani dei piccoli partiti — bensì dopo le elezioni sulla base della loro adesione al proprio programma. Il Ppl e il Pd sono ora le due facce della stessa medaglia. Molto dipenderà dal sistema elettorale che ne verrà fuori.

E qui sta l’altra novità. Come già era accaduto in occasione del varo della Bicamerale promossa dallo stesso Berlusconi e presieduta da Massimo D’Alema, è ancora una volta Berlusconi che assume in proprio il comando nei negoziati con il centrosinistra, marginalizzando Alleanza nazionale, l’Udc e la stessa Lega. Per Berlusconi, dopo la sconfitta elettorale, era questione di vita o di morte. Per una sorta di legge del contrappasso, Fini, Casini, Bossi, che — dopo la fallita «spallata » al governo Prodi — lo avevano messo sotto processo e si erano resi disponibili a trattative con Veltroni sulle riforme, ora ne sono esclusi dallo stesso Berlusconi. In tale contesto, era del resto naturale che nascesse un asse preferenziale fra i due partiti maggiori, i cui interessi sono incompatibili con quelli dei partiti minori delle due coalizioni. D’altra parte, la rottura con la logica delle «coalizioni di guerra» mette sia Berlusconi sia Veltroni di fronte alle loro responsabilità. Nessuno dei due potrà d’ora in poi accusare i propri alleati di avere loro impedito di essere ciò che asseriscono di voler essere. Per Berlusconi si tratta di far emergere — ammesso che l’abbia — la tanto sbandierata vocazione liberale e di farne la propria piattaforma elettorale e di governo. Per Veltroni, specularmente, si tratta — ammesso che lo voglia — di dare alla sinistra di governo un volto e un programma riformisti al passo con i tempi. L’augurio è che ci riescano. Dopo di che vinca il migliore.


PD podcast

Per abbonarsi al podcast Copia il link associato a questa immagine in un aggregatore tipo iTunes, Juice, FeedReader....
Sottoscrivi il podcast nello store di iTunes... Su iTunes

Feed RSS

Per abbonarsi al podcast
novembre: 2007
L M M G V S D
« Ott   Dic »
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  

Blog Stats

  • 38,205 hits
website counter