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Prigionieri del passato

14 Set 08

Ilvo Diamanti

Il passato riaffiora nei discorsi pubblici e nelle discussioni politiche
Come il fascismo, che a 60 anni dalla caduta continua a riemergere

È difficile guardare avanti quando si continua a camminare con la testa voltata indietro. Quando il passato riaffiora di continuo nei discorsi pubblici e nelle discussioni politiche. Come il fascismo, che – a oltre 60 anni dalla caduta – continua a riemergere. D’altronde, autorevoli leader di An, nei giorni scorsi, avevano riaperto la discussione.

Ha cominciato il sindaco di Roma, per il quale il fascismo non è stato il “male assoluto”. Ad eccezione delle leggi razziali. Gli ha fatto eco il ministro della Difesa, ponendo sullo stesso piano partigiani e repubblichini. Li ha smentiti ieri il presidente della Camera, e leader di An, Gianfranco Fini, il quale ha sostenuto che “la destra si deve riconoscere nei valori dell’antifascismo”. Precisando, inoltre, che la Repubblica di Salò combatteva dalla parte sbagliata.

È probabile che questa volta i compagni di partito non prendano le distanze da Fini, com’è avvenuto invece quando ha confermato l’apertura verso il diritto di voto amministrativo agli immigrati. D’altronde, a destra è forte la voglia di “normalizzare”, se non riabilitare, il fascismo. Riducendolo a un male non più “assoluto” ma “relativo”.

Il ritorno del passato è, per molti versi, giusto e utile, perché dalla nostra storia possiamo trarre identità comune. Ma da noi succede l’opposto. La storia viene riscritta ad arte, da una stagione all’altra. La memoria è usata per dividere. Per cui, non solo il fascismo, neppure il comunismo passa mai di moda. Anche dopo la caduta del muro di Berlino. Dopo che, in Italia, il Pci si è sciolto, diviso, ha cambiato e ricambiato nome. Tuttavia, vi sono partiti e militanti che continuano a dirsi comunisti. Ma, soprattutto, i comunisti “servono” a Berlusconi, che li evoca dovunque, ora per minaccia ora per dileggio. Definiscono l’esistenza del Nemico, tanto più insidioso se pretende di cambiare nome e abito. Se si maschera. I comunisti: pericolosi e ridicoli. Al punto che il premier li usa come personaggi delle barzellette. L’equivalente dei carabinieri di un tempo.

Più complicato – e agro – entrare nella notte della Repubblica. La stagione delle stragi e del terrorismo, di cui non esiste una storia condivisa, ma un viluppo intricato di molte storie incrociate. Trent’anni dopo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro è forte la sensazione che molte verità ci sfuggano. Lo stesso per quel che riguarda l’uccisione del commissario Luigi Calabresi. Inevitabile che il dibattito riemerga, aspro. Violento. Ma anche senza soluzione. In-finito.

D’altronde, quarant’anni dopo, siamo ancora impegnati a fare i conti con il ’68. Anzitutto, una rivoluzione antiautoritaria, che ha investito tutti i piani. I costumi, la cultura, le relazioni sociali, la morale personale e sessuale, i rapporti di potere, il linguaggio. E tutti gli ambienti: il lavoro, la politica, la religione e la chiesa, l’informazione. Ma, soprattutto, l’università e la scuola, dove gli squilli di rivolta sono risuonati prima che altrove.

Così, oggi è esplosa la determinazione a ri-formare, nel senso di restaurare: modelli, valori, simboli. Come sta facendo la ministra dell’Istruzione, che ha restituito valore prescrittivo al voto in condotta, reintrodotto gli esami di riparazione, ma anche il maestro unico, alle elementari. E promette il ritorno dei grembiulini, magari griffati. Con il consenso di gran parte dei genitori. I quali apprezzerebbero anche l’uso dei cappelli d’asino per stigmatizzare i peggiori oppure l’impiego della lavagna come gogna, dietro a cui esiliare i cattivi.

Ultima, la frattura del ’92. L’anno di “Tangentopoli”. Formula con cui si indica la stagione dei processi per corruzione che investirono la classe politica al governo. L’anno dell’attacco condotto dalla mafia contro lo Stato e i suoi uomini più intransigenti. I magistrati, per primi Falcone e Borsellino. L’anno in cui si dissolve il sistema politico della prima Repubblica. Dalle cui macerie nasce un nuovo (dis)ordine, guidato dai leader e dalle formazioni politiche oggi al governo: Berlusconi e Fi, Fini e An; e, primo fra tutti, Bossi, insieme alla Lega. Difficilmente avrebbero conquistato altrettanto spazio, senza il “vuoto” prodotto dal ’92.

Tuttavia, essi per primi, ne vorrebbero riscrivere la storia, il significato. Nel ’92 – secondo loro – non si sarebbe verificato il crollo di un ceto politico esausto ma un complotto. Sinistra, poteri forti e media a sostegno dei magistrati: uniti nella lotta contro il ceto politico della prima Repubblica. Per ottenere a colpi di giustizia giustizialista ciò che con il voto democratico non era possibile.

Alla tesi del complotto si oppone quella del “male incurabile” (la formula è di Alfio Mastropaolo). Secondo cui il ceto politico e, in generale, il sistema partitico erano tanto corrotti e inefficienti da non reggere più. Affetti da un male incurabile, che i magistrati si erano incaricati di estirpare. Da ciò le opposte versioni dei fatti. Craxi: un esule o, al contrario, un evaso. I magistrati: “vendicatori” della società civile e garanti della legalità oppure gli autori di un golpe.

Siamo un paese smemorato che non riesce a dimenticare. I fatti ci inseguono sempre. Anche se o forse proprio perché abbiamo cercato di rimuoverli, rinunciando a chiarirli. O, almeno, a fornire loro una spiegazione condivisa. Abbiamo preferito, invece, voltare pagina, ogni volta, senza prima averne letto e compreso il testo. Così le storie e i personaggi del passato continuano a riemergere, nella nostra mente, nei nostri discorsi. Pagine di libri mai conclusi.

Di stagione in stagione, la storia viene riscritta retrospettivamente, in base a interessi e valori di parte. La nemesi è che alla rimozione succede la nostalgia. Della scuola di tanti anni fa, quando portavamo il grembiulino e il colletto bianco, quando gli insegnanti mantenevano la disciplina. Nostalgia dei democristiani e dei comunisti: quando sapevamo da che parte stare, chi erano gli amici e soprattutto i nemici. Nostalgia di De Gasperi, La Malfa (Ugo), Berlinguer. Perfino Craxi. (Andreotti no: è vivo e lotta insieme a noi).

Tuttavia, se siamo prigionieri del passato è anche per un’altra ragionevole ragione. Questa società ha abolito il futuro. Ha rinunciato a descrivere un orizzonte comune. Procede in ordine sparso, giorno per giorno. Una società vecchia, dove i giovani sono una specie rara – come i panda – controllata da adulti che non vogliono diventare adulti e da vecchi che rifiutano di invecchiare. La classe politica ne è uno specchio fedele. Al governo: un premier in continua opera di restauro; per apparire giovane, un pezzo dopo l’altro, è ridotto a un androide. All’opposizione: una leadership di ex (comunisti e democristiani). Impaurita da ogni cambiamento che ne possa minacciare il ruolo.
Un paese smemorato e, al tempo stesso, incalzato dalla memoria. Sospeso fra rimozione, revisione e nostalgia. Per sottrarsi alle trappole del passato che non passa mai, resta solo una via. Guardare avanti. Progettare – o almeno immaginare – il futuro.

Italia, condominio degli estranei

24 Ago 08

Ilvo Diamanti

NON è facile percepire quanto sia cambiato il mondo intorno a noi, in poco tempo. Non il Mondo. Ma il “piccolo” mondo che ci circonda. Il territorio. Il nostro paese, la nostra città, il nostro quartiere, le case e le strade vicino a casa nostra. E’ avvenuto tutto in fretta, negli ultimi anni, anzi, negli ultimi decenni. I nostri occhi si sono abituati a vedere scomparire gli spazi, l’orizzonte. Si sono abituati a non vedere. Per cui “non” vediamo più, senza rendercene conto.

D’altronde, la casa è una vocazione nazionale. L’Italia: Paese di piccoli paesi, un Paese di compaesani (come lo ha definito, con una formula felice, il sociologo Paolo Segatti). Ha sempre inseguito il mito della “casa”. Luogo e, al tempo stesso, simbolo di una società centrata sulla famiglia. Dove le case si trasmettono per via generazionale, dai genitori ai figli. Una società, per questo, “stabile”, quasi immobile, anzi: immobiliare (abbiamo detto, in altre occasioni). Per cui la dilatazione edilizia non ci ha spaventati. Ci è sembrata naturale. Una casa per ogni famiglia. E per ogni figlio, se possibile. Non ci siamo accorti, anche per questo, del cambiamento intorno a noi. E, comunque, ci siamo abituati. L’abbiamo percepito come un costo necessario.

D’altronde, tutto ha un prezzo e non si può pretendere di conquistare il benessere, se non la ricchezza, senza rinunciare a qualcosa. Un pezzo di paesaggio, un frammento di ambiente, un metro di territorio, un po’ d’aria, un angolo di orizzonte. E, via via, una cerchia di relazioni personali e sociali, una scheggia di vita quotidiana. Fino a ritrovarsi racchiusi in una nicchia, da soli in mezzo agli altri. Non vorremmo replicare la ballata del ragazzo della via Gluck. Lamentare che “là dove c’era l’erba ora c’è… una città”. (Anche se la nostalgia è un vizio che conviene, a volte, coltivare).

Ci interessa, tuttavia, segnalare che il processo immobiliare, negli ultimi due decenni e soprattutto negli ultimi anni, ha assunto una velocità cosmica e un’estensione devastante, quanto gli effetti che ha prodotto. In Italia più che altrove. Secondo le valutazioni di Maria Cristina Treu (Presidente del CeDaT – Centro di Documentazione dell’Architettura e del Territorio del Politecnico di Milano), negli anni Novanta (dati Eurostat) le costruzioni, in Italia, hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ettari di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna (il doppio della superficie del Parco Nazionale dell’Abruzzo). D’altra parte “l’Italia è anche il primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni (di cui il 20% non occupate), corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona”.

Ragionando sui dati Eurostat di Germania e Francia (come ha osservato l’economista Giancarlo Corò), emerge che negli anni Novanta l’Italia ha urbanizzato un’area più che doppia di suolo rispetto alla Germania (1,2 milioni di ettari) e addirittura 4 volte quello della Francia (0,7 milioni di ettari). I riferimenti statistici più recenti (Cresme/Saie 2008) sottolineano come questa tendenza, negli ultimi anni, abbia conosciuto una ulteriore, violenta accelerazione. Dal 2003 ad oggi, infatti, sono state costruite circa 1.600.000 abitazioni (oltre il 10% delle quali abusive). Per contro, è noto che, da vent’anni, la popolazione in Italia non solo non è cresciuta ma è, al contrario, calata sensibilmente. E solo negli ultimi anni ha dato segni di ripresa, grazie al contributo degli immigrati. Il nostro Paese si è, dunque, urbanizzato in modo ampio, rapido, violento.

Ma per ragioni che solo in parte – limitata, peraltro – si possono ricondurre alla “domanda sociale”. All’evoluzione demografica, ai cambiamenti negli stili e nell’organizzazione della vita delle persone. Semmai è vero il contrario: gli stili e l’organizzazione della vita delle persone hanno subito mutamenti significativi e profondi in seguito alla rivoluzione immobiliare del nostro territorio. Anche se si tende a dimenticarlo, visto che l’attenzione si è concentrata altrove: sulle conseguenze economiche e finanziarie del fenomeno a livello globale. Visto che la casa e l’edilizia, dopo essere state, per anni, il principale motore della crescita, da qualche tempo si sono trasformate nel principale motore della crisi. In Italia, peraltro, i comuni hanno finanziato la loro “autonomia” e fronteggiato il calo dei trasferimenti dello Stato soprattutto con gli oneri di fabbricazione e la fiscalità legata alla casa (l’Ici).

Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali, industriali si sono moltiplicate. Senza limiti. Senza troppi vincoli. Ci hanno guadagnato in molti. Immobiliaristi e banche. Gli enti locali. Ma anche molti privati (impresari, ma anche proprietari di terreni). Così, abbiamo consumato in fretta il territorio, l’ambiente e, negli ultimi tempi, lo sviluppo e i risparmi. Ma anche (soprattutto, vorremmo dire) la società. Che esiste dove, quando e se ci sono relazioni, associazioni, luoghi e occasioni di incontro. Proprio quel che si è perduto in questi anni, nelle stesse zone dove esistevano e resistevano legami di comunità radicati e solidi. Come nel Centronord e soprattutto nella pedemontana del Nord e nel Nordest: aree policentriche, disseminate di piccoli paesi. Provate a girarle facendo attenzione ai cartelli che fiancheggiano le strade. Molti dei quali annunciano che lì vicino sta sorgendo, oppure è sorto, un “villaggio Margherita” oppure Quadrifoglio, un “quartiere Europa” o Miramonti.

Tanti insediamenti grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un po’ esangui, strade e rotonde. Rotonde, rotonde e ancora rotonde. Magari una pista ciclabile. Al centro una piazza – veramente finta – attrezzata con panchine e magari un prato. Perlopiù ridotta a parcheggio, dove i bambini non giocano e gli adulti non si fermano a parlare. Accanto: altri quartieri e altri villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione. Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili. Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata. Località artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone. Migliaia e migliaia di estranei. Di stranieri, immigrati: anche se sono veneti, lombardi, marchigiani. “Italiani veri”: da generazioni e generazioni. Ma in realtà: apolidi. Abitanti del “villaggio Margherita” e del “condominio Europa”.
È così che siamo diventati un paese di stranieri. Individui poveri di relazioni, sempre più soli e impauriti. Che passano la gran parte del loro tempo in casa. Con scarsi ed episodici contatti con il mondo circostante.

Principale fonte di conoscenza del mondo: la televisione. Comunicano con gli altri attraverso i cellulari e – i più competenti – le e-mail. Abituati a relazioni senza empatia, frequentano i centri commerciali, non solo per “consumare” ma per uscire di casa, per incontrare gente. Si tuffano nelle notti bianche, negli eventi di massa. Dove gli altri sono “folla” e restano “altri”. Estranei. Questo ci pare il problema principale, oggi. La scomparsa della società, sostituita da un’opinione pubblica pallida. Artificiale. Atomizzata. Non “Opinione”, ma “opinioni”, raccolte dai sondaggi, rappresentate “dai” e “sui” media. Più che “opinione pubblica”: pubblico. Spettatori. Persone senza città. Non-cittadini.

Politica educata e società incivile

7 Giu 08

Ilvo Diamanti

E’ come assistere a due film diversi. A Roma e nel territorio. In Parlamento e nella società. E’ già avvenuto in passato, di recriminare sul distacco fra il Palazzo e la Piazza, tra la politica e la società. Anzi è divenuto uno stereotipo contrapporre questi luoghi. Il Palazzo sordo, i politici attenti solo ai propri problemi e ai propri interessi. La Piazza in fermento e in ebollizione. La società: dinamica, aperta. Gli attori del mercato: capaci di marciare veloci, magari in modo disordinato e confuso. Ma nella stessa direzione. Verso una mèta comune. La politica, invece, stagnate e divisa. Lontana dalla piazza, dalla società e dal mercato. Due Italie incapaci di parlarsi. Comunisti e democristiani. Destra e sinistra. Berlusconiani e antiberlusconiani. Un Paese spezzato dalla politica. E, inoltre, dall’antipolitica.

Oggi, quella rappresentazione si ripete, ma in modo speculare e simmetrico. Quasi a rovescio. I conflitti politici fanno poco rumore. Nei palazzi della politica gli scontri e le contrapposizioni sono echi lontani. Solo qualche discussione, perlopiù a voce bassa. Per fortuna. La rissa politica degli ultimi anni, ormai, ci dava disgusto. D’altronde, non si vedono motivi di contrapposizione. Mancano le cause scatenanti. In particolare: i numeri. Alla Camera come al Senato, i rapporti di forza lasciano pochi margini di incertezza.
Il governo guidato da Berlusconi dispone di una maggioranza molto larga in entrambi i rami del Parlamento. Gli unici rischi che corre dipendono dalle possibili tensioni interne alla coalizione stessa. Fra PdL e Lega. E, nel PdL, tra i soci fondatori: FI e AN. Che, fino ad oggi, non hanno ancora celebrato riti di scioglimento e, successiva, confluenza nel nuovo soggetto politico unitario.

Tuttavia, non è solo un problema di numeri e di equilibri parlamentari. E’ che – come si usa dire in questa fase – è “cambiato il clima” fra maggioranza e opposizione. Anche fra i leader, Berlusconi e Veltroni: c’è reciproca comprensione. Si parlano, dialogano. A volte, magari, discutono vivacemente. Ma non si insultano più. Danno l’impressione di ascoltarsi, comprendersi, rispettarsi. Qualcuno parla, perfino, in modo malevolo e un po’ maligno, di “inciucio”. Un governo “Veltrusconi”, per usare il nuovo “mostro” tratteggiato da Giampaolo Pansa nel suo variopinto e pittoresco Bestiario. Il CaW, come ironizza – in modo bonario e complice – il Foglio, associando il Ca(Valiere) a W(alter). Difficile, d’altronde, accettare un confronto senza pregiudizi, senza fratture preventive, dopo decenni di divisioni senza mediazioni. In un Paese nel quale il sospetto è uno sport nazionale.

E’ cambiato il clima, dunque. In Parlamento e nei rapporti politici fra schieramenti, partiti, leader. E’ diventato più tiepido. Quasi bello. Ma è cambiato anche fuori dal Palazzo. Nella società. Solo che, qui, è peggiorato. Si è deteriorato, drammatizzato. Incarognito. Lo “spirito animale” che in passato aveva pervaso e attraversato il mercato, le imprese, l’economia, generando innovazione e sviluppo – per quanto disordinato – oggi si è trasferito nei comportamenti sociali. Sul territorio. Dove sentimenti a lungo repressi esplodono, senza freni inibitori.

Così si scatenano aggressioni a campi nomadi. Bruciati anche dopo essere stati evacuati. Così comitati cittadini – o sedicenti tali – si mobilitano contro la costruzione di villaggi destinati alla residenza di nomadi. Mentre monta l’ostilità nei confronti degli immigrati – soprattutto se irregolari oppure clandestini. Un sentimento magari comprensibile, ma nuovo per intensità. Contro un bersaglio che, invece, nuovo non è. Un fenomeno di lunga durata, difficile da definire. Visto che gran parte degli immigrati prima di diventare regolari hanno iniziato la loro carriera da clandestini. E molti diventano irregolari per i limiti improbabili posti da leggi velleitarie più che severe.
In questo Paese, dove il clima politico si è improvvisamente intiepidito, quello sociale si è acceso. Arroventato da vampate improvvise.

I risentimenti dei cittadini – e sedicenti tali – contro le istituzioni non accennano a stemperarsi, ma divengono sempre più violenti. L’antipolitica divampa.
Mentre il rapporto fra i partiti si svolge su basi condivise, il Paese appare diviso. Le fratture territoriali si sono riaperte. La distanza fra Nord e Sud, non è mai apparsa tanto larga. Napoli: mai così lontana da Milano e Treviso. E viceversa. D’altronde, anche Roma si è stancata di recitare la parte della capitale. Basta con la favola del “caput mundi”. Ma neppure “Italiae”.
Preferisce pensare a sé stessa; osservare e ascoltare i propri mali; curare le proprie ferite. Non in modo omeopatico, ma con terapie d’urto. In modo estremo. Se necessario: violento. Anche per questo i romani l’hanno fatta finita con il sorriso di Rutelli e il “volto umano” di Veltroni. Preferendo la maschera tagliente di Alemanno. Senza preoccuparsi troppo della sua passata passione fascista. Anzi…

L’Italia di oggi. Educata, condivisa, moderata nella vita politica di Palazzo. Maleducata, divisa, estrema e violenta nella società e nel territorio. Quasi l’opposto di ieri. O forse: l’altro ieri. Non sappiamo se vi siano relazioni, fra queste due facce del Paese. Sempre simmetriche, dissociate. Ieri come oggi. Oggi come ieri. E’ come se la società avesse assimilato il cattivo esempio della classe politica. E oggi non riuscisse a cambiare stile e comportamento. Al contrario: è come se le “buone maniere” dei leader politici istigassero i peggiori istinti sociali.

Certo, magari è ancora presto. Bisogna lasciare al dialogo che avviene al Centro il tempo di propagarsi intorno, di contagiare la periferia. Il territorio e la società. Però, noi che siamo sempre insoddisfatti, impazienti “a prescindere”. Noi che siamo incapaci di attendere che i processi storici facciano il loro corso. Noi, quando ci guardiamo attorno – e dimentichiamo cosa avveniva ieri. La nostalgia ci assale…

Pd e la sindrome del partito-ombra

1 Giu 08

Ilvo Diamanti

Nessuno avrebbe immaginato, un anno fa, un sistema partitico semplificato come quello uscito dalle recenti elezioni. Quasi bipartitico, visto che le due forze politiche principali, PdL e Pd, insieme, hanno superato il 70% dei voti (validi). Tuttavia, non è facile prevedere che ne sarà del bipartitismo italiano. Il cui destino dipende dai due partiti che lo hanno prodotto e dai leader che lo hanno guidato. Da PdL e Pd. Da Berlusconi e Veltroni. Anzi, soprattutto da Veltroni e dal Pd. Perché è difficile dubitare della durata di Berlusconi. (E’ eterno). Anche se il suo Popolo della Libertà, per ora, resta un’intesa elettorale. Privo di legittimazione da parte degli organismi di Fi e An.

Tuttavia, Fini e soprattutto Berlusconi agiscono come leader di partiti personali, che operano in base a scelte personali, espresse dalle persone che li hanno concepiti, inventati, trasformati e guidati. Berlusconi, il PdL e i suoi alleati, inoltre, hanno vinto le elezioni. Governano. Buoni motivi per “resistere” a lungo.

Diverso e più serio, invece, il discorso per il Pd e per Walter Veltroni. Usciti sconfitti, seppure in modo onorevole. Dopo il voto, affrontano una fase incerta. Comprensibile, per un partito nuovo, guidato da un leader nuovo, che sperimenta un modo nuovo di fare opposizione. Sospettato, da alcuni amici e alleati, di eccessiva disponibilità alla mediazione. Con un leader trattato, fino a ieri, come un nemico. Anzi: il Nemico. Il futuro del bipartitismo (relativo, vista la presenza di altri soggetti politici, come IdV e Lega) dipende, quindi, in gran parte, dalla capacità di Veltroni e del Pd di consolidarsi. Senza perdere la fiducia dei propri elettori, ma allargando il perimetro tradizionale del consenso, che rischia di rendere il Pd, come alcuni malignano, l’ulteriore variante del postcomunismo. Il Pds senza la esse. Dipende, al tempo stesso, dalla capacità di Veltroni e del Pd di chiarire il reciproco rapporto. Fra leader e partito. Di decidere, cioè, cosa sarà il Pd da grande.

A favore di Veltroni, tre indicazioni, che ricaviamo da un sondaggio post-elettorale condotto dal LaPolis (Laboratorio di studi Politici e sociali) dell’Università di Urbino nelle ultime due settimane.

1. C’è una domanda generalizzata di dialogo e collaborazione fra maggioranza e opposizione sui temi topici della riforma delle istituzioni (90%). Questo orientamento non mostra particolari differenze fra schieramenti e partiti. E, nel Pd, coinvolge quasi la totalità degli elettori (94%). Ciò suggerisce che l’attuale politica “costruttiva” di Veltroni disponga di un largo sostegno, anzitutto fra i suoi elettori.

2. Forse anche per questo motivo, Veltroni gode di un consenso trasversale, che supera i confini del Partito Democratico e perfino del centrosinistra. Veltroni, infatti, è il leader maggiormente apprezzato per la sua condotta degli ultimi mesi. Approvata da quasi due terzi degli elettori, nell’insieme. In particolare: dal 93% dei Democratici e dall’80% di quelli dell’IdV-Di Pietro. Ma, soprattutto, da oltre metà degli elettori del PdL e dal 70% di quelli dell’UdC. Per spiegare la simpatia del centrodestra, si potrebbe malignare che verso gli sconfitti si è disposti ad essere indulgenti e generosi. Tuttavia, Prodi, a centrodestra, aveva sempre suscitato diffidenza. Anche quando, alla fine della breve legislatura, appariva politicamente “sfinito”. Peraltro, gran parte degli elettori, realisticamente, ritiene che, dopo il voto, Veltroni si sia indebolito. Non solo nei confronti dei leader vincitori. Anche del suo alleato, Antonio Di Pietro. Anche se sconfitto, quindi, Veltroni è apprezzato. Perché considerato principale artefice della semplificazione del sistema partitico. Il leader che, con le sue scelte, ha costretto Berlusconi a “inventare” il PdL, riunificando FI e AN. E a presentarsi, a sua volta, (quasi) da solo.

La fiducia nei confronti di Veltroni, inoltre, rispecchia il “rendimento mediatico” del leader Pd. La sua capacità di affrontare la campagna elettorale e, più in generale, la politica nell’era del marketing e della comunicazione. Veltroni, dunque, piace, come leader. Ai suoi elettori ma anche a quelli di Berlusconi. Da cui ha appreso, in modo egregio, la lezione. Lo stile. Fino a superare il maestro.

3. La terza osservazione ricavata dall’indagine del LaPolis riguarda, direttamente, il Partito Democratico. La cui esperienza è guardata con favore da nove elettori su dieci, nel Pd. Al contrario, solo una frazione residuale (il 4%) pensa che occorra “resettare” il sistema e ripartire da capo. Rilanciando i partiti che lo hanno fondato. DS e Margherita. Tuttavia, questo consenso generalizzato riassume orientamenti distinti e distanti. Infatti, metà dei favorevoli al Pd ammette che, nel costruirlo, siano stati commessi errori significativi. Insomma, ne sono insoddisfatti. Il che sottolinea un certo distacco: fra la volontà – condivisa – di proseguire l’esperienza del Pd; e l’insoddisfazione – diffusa – per il modo in cui è stata, sin qui, realizzata. Questo contrasto, come quello nei confronti dell’immagine di Veltroni – universalmente apprezzata – non deve sorprendere troppo. Riassume il dilemma, irrisolto, su cosa farà, da grande, il Pd. Più in particolare, riflette l’ambiguità sul rapporto fra leadership e il partito. Che riguarda il sistema politico e la democrazia in Italia. Ma, nel Pd, appare più evidente.

In effetti, la campagna elettorale si è svolta seguendo un modello di tipo presidenzialista. Berlusconi contro Veltroni. Come fossimo negli USA oppure in Francia. Una tendenza che Veltroni ha interpretato al meglio. Per qualità personali, ma anche perché ha saputo intercettare la domanda – estesa e trasversale – di semplificare il sistema partitico. Fino a ridurlo a due forze politiche riassunte da due leader. Perché, inoltre, ha cercato di superare la lunga stagione della frattura tra berlusconismo e antiberlusconismo. Passando dalla contrapposizione all’opposizione. Abbattendo il muro di Arcore, eretto dove prima c’era quello di Berlino.

Tuttavia, passate le elezioni, il Pd appare un progetto incerto. Un partito incompiuto. Un partito-ombra all’ombra del governo-ombra. E di un presidente/premier-ombra. Mentre il dibattito politico si svolge, con accenti spesso critici, fra i “leader di una volta”. D’Alema, Marini, Parisi, oltre allo stesso Veltroni. Di ciò che avviene in periferia, al centro giungono echi molto fiochi. Di ciò che avviene al centro, in periferia si sa poco. Al centro come in periferia, i “nuovi” dirigenti e militanti, esterni alle tradizionali cerchie di partito, stentano a farsi largo.

Insomma, il Pd oggi esprime un’ambiguità di fondo. E’ un partito quasi “presidenziale” mentre il nostro sistema istituzionale non è presidenziale, né semi-presidenziale. Ma parlamentare E non assegna poteri particolari al premier. Inoltre, è un partito “debole” dal punto di vista organizzativo, dell’identità, del rapporto con la società e il territorio. Ma il nostro sistema elettorale è ultraproporzionale e attribuisce ai partiti (meglio: alle oligarchie di partito) un potere elevatissimo. Questa situazione è comune al PdL. Che, tuttavia, ne soffre assai di meno. Per motivi “biografici”, visto che Berlusconi l’ha generato e ri-generato, a propria immagine e somiglianza. Per motivi di cultura e tradizione politica: per l’attrazione suscitata, a centrodestra, dal mito dell’uomo forte. A centrosinistra è diverso. Perché Veltroni non è Berlusconi e il Pd non è il PdL. Il PdL senza Berlusconi: non esisterebbe. Veltroni senza il Pd: non può durare.

Ma il Pd non c’è ancora. E il nostro bipartitismo – anche per questo – zoppica.

Radici forti e rami secchi è lo strano albero del Pd

4 Mag 08

Ilvo Diamanti

Il risultato ottenuto dal Pd alle elezioni mantiene molti margini di ambiguità. Difficile da valutare quel 33%. Forse non deludente. Di sicuro, neppure esaltante. E viceversa. Sostanzialmente invariato, rispetto al 2006.

Mezzo punto percentuale in più se, oltre ai voti ottenuti dall’Ulivo, si considera il contributo dei Consumatori e dei Radicali (presenti nelle liste del Pd). Mentre in questi due anni, la distanza dal Pdl si è ridotta di qualche decimale, rispetto a quella fra Ulivo e Fi-An, considerati insieme. Poco più di 4 punti.

Se si legge la storia elettorale della seconda Repubblica in chiave bipartitica, d’altronde, ciò che colpisce è, soprattutto, la stabilità. L’Ulivo – e prima i Ds e la Margherita oppure i Popolari, considerati insieme – ha sempre ottenuto intorno al 30%. Il minimo nel 1996: 28% (ma il 32% se si considera la Lista Dini, che in seguito entrerà nella Margherita). Il massimo proprio in queste elezioni. Il che definisce la misura della sinistra riformista: meno di un terzo dell’elettorato. Mentre la base del Pdl, calcolata sommando Fi e An, oscilla maggiormente (soprattutto a causa della competizione di Fi con la Lega): fra il 36% (nel 1996) e il 41% (nel 2001). Sempre sopra al Pd, comunque. Anche se la distanza fra i due soggetti politici, in queste ultime elezioni, appare ridotta come mai in precedenza.

Il problema è che la lettura “bipartitica” non permette di capire con chiarezza il senso della competizione elettorale nell’Italia della seconda Repubblica. Perché il Pd e il Pdl, anche nelle versioni precedenti, non si presentano mai da soli. La differenza, dunque, la fanno sempre gli alleati. L’ampiezza delle coalizioni e la misura dei partiti con cui si coalizzano. Fino al limite del 2006. Quando la nuova legge elettorale viene interpretata in senso “aggregativo”. Per cui, intorno a Berlusconi e Prodi, si coalizzano tutte le sigle, dalle più grandi a quelle minime. E l’elettorato si ricompone e si divide in due bacini perfettamente uguali.

Questa volta, invece, Veltroni ha scelto la strada della semplificazione, puntando tutto sul Pd. Berlusconi lo ha seguito. Ma la politica delle alleanze, per quanto a corto raggio, ha continuato a pesare. Con esiti asimmetrici. Perché la distanza fra Pdl e Pd, rispetto alle elezioni precedenti, è rimasta inalterata. Non quella fra le coalizioni. Il risultato conseguito dalla Lega, nel Nord, e dal Mpa, nel Mezzogiorno, ha sovrastato quello, rilevante, ottenuto dalla Lista Di Pietro. Per cui il distacco fra le coalizioni che sostengono Berlusconi e Veltroni è più che raddoppiato: da 4 punti percentuali a 9.

Da ciò il rischio, per il Pd: restare minoranza. Influente, ma permanente. Incapace di attrarre, per ora, quel 40% di elettorato potenziale, stimato dai sondaggi. Nato per sottrarsi al ricatto delle alleanze frammentarie, che permettono di vincere le elezioni ma impediscono di governare. Per costruire un polo riformista, in grado di allargarsi al centro e a sinistra. In questa occasione non ci è riuscito. Visto che, rispetto al 2006, è “scomparso” il 7% degli elettori. Oltre due milioni e mezzo di voti. Che, due anni fa, avevano votato per i partiti della sinistra cosiddetta radicale e, quindi, per l’Unione.

Mentre oggi, nel conteggio conclusivo, non ci sono più. Spariti. Fra le pieghe dell’astensione. Fuggiti, in misura limitata, a destra. Confluiti, in piccola parte, nell’alleanza per Veltroni, in nome del “voto utile”. Insomma, un problema – forse “il” problema – del Pd sembra essere lo scarso grado di flessibilità. Nonostante la capacità di Veltroni di “personalizzarlo”. Di sfidare Berlusconi sullo stesso piano. Per contrastare le resistenze dell’elettorato. Per sottrarsi all’eredità – e al vincolo – del rapporto con il territorio.

Ma forse il problema è proprio lì. Il rapporto con il territorio. Troppo forte e troppo fatuo, al tempo stesso. Il territorio: in cui il Pd appare imprigionato. E che, al contempo, non riesce a rappresentare davvero. Risulta, infatti, evidente, ma anche inquietante, il grado di coerenza e continuità territoriale con la base elettorale della sinistra comunista e postcomunista espresso dal Pd. La cui attuale geografia del voto riproduce, con poche variazioni, quella delineata dai Ds nel 1996, dal Pds nel 1992, fino al Pci nel 1953.

La personalizzazione e la mediatizzazione, imposte da Veltroni, non sembrano aver spostato i confini del voto. Neppure le primarie. Che hanno garantito una grande mobilitazione, ma riproducono ancora, in parte, il peso del passato. Non solo delle tradizioni storiche. Anche delle organizzazioni di partito; dei gruppi di pressione locali. Come dimostra la geografia della partecipazione dello scorso ottobre. Che ha raggiunto i livelli più elevati nel Mezzogiorno (con alcune punte stratosferiche come in Calabria). Superiori perfino alle regioni “rosse”. Nel Sud, effettivamente, il Pd è cresciuto. Ma in misura modesta. E molto inferiore al Pdl.

In altri termini, abbiamo l’impressione che il “nuovo” Pd sia rimasto imprigionato dentro logiche vecchie. Che hanno ostacolato anche la capacità di leggere, correttamente, ciò che sta avvenendo sul territorio. Il viaggio di Veltroni attraverso il Nord, ad esempio, ha raccolto grande partecipazione. Ha reso visibile una domanda sociale ampia e generosa. Che, tuttavia, era ed è rimasta minoranza. La richiesta di cambiamento è stata intercettata perlopiù dalla Lega.

Nei pochi luoghi significativi dove ha vinto, peraltro, il Pd “nazionale” è stato colto di sorpresa. Come a Vicenza. Una vittoria inattesa. Considerata un caso fortuito e fortunato. Quasi che recuperare 3 punti percentuali in cinque anni (a Vicenza il centrosinistra aveva ottenuto il 47% al secondo turno, nel 2003) fosse più sorprendente che perderne 20 a Roma in due anni.

Il Pd, in altri termini, ci sembra ancora un progetto incompiuto. Riflette una domanda diffusa. Ha raccolto un ampio sostegno sociale. Riscuote attenzione e curiosità, nei settori moderati e di sinistra. Una “novità” attraente, ma “vecchia” dal punto di vista del gruppo dirigente. Nazionale e ancor più locale. Dove i giovani, le donne, i lavoratori, gli imprenditori, insomma, i “nuovi”, quando si affacciano alla politica trovano porte strette. La strategia di marketing, utilizzata da Veltroni per forzare questo limite attraverso candidature simboliche (il piccolo imprenditore, la giovane ricercatrice, l’operaio ecc.), alla fine, si è scontrata con una realtà “radicalmente” (= alla radice) diversa. Dove prevalgono i “vecchi”, non solo e non tanto per età. Ma per mentalità e carriera.

D’altronde, i leader del Pd – grandi e piccoli, centrali e locali – sembrano impermeabili a ogni mutamento di sigla, a ogni cambio d’epoca, a ogni sconfitta. (e, sia chiaro, non ci riferiamo a Veltroni). Insensibili al crollo dei muri, delle ideologie e dei partiti. Altrove, negli Usa e in Europa, abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al “ritiro” di figure come Gore, Kerry, Schroeder, Aznar, Gonzales, Blair. Battuti di poco. A volte, neppure. In Italia, salvo Prodi (l’unico, peraltro, ad aver vinto una elezione e mezza contro il Cavaliere), nessuno si dimette; nessuno paga le sconfitte subite in città e regioni importanti.

Non solo: gli sconfitti vengono premiati con nuovi incarichi di prestigio. Mentre tutto il gruppo dirigente – ex comunista ed ex-democristiano – ha affollato le liste del Pd, occupando posti di assoluta sicurezza. In centro e in periferia.

Il Pd è rimasto a metà del guado. Incerto. Fra partito di iscritti e partito elettorale. Fra personalizzazione nazionale e oligarchia locale. Agita le primarie come una bandiera. Ma non le usa per selezionare i candidati alle elezioni politiche; spesso neppure alle amministrative. Mentre, a livello nazionale, fino ad oggi sono servite a confermare leader pre-destinati. Vorrebbe rappresentare il Nord restando Lega Centro. I piedi in Emilia e in Toscana. La testa a Roma.

E’ uno strano albero, questo Pd. Le radici salde. Fin troppo. Non riescono a propagarsi. Il fusto fragile. I rami rinsecchiti. Le foglie crescono. Tante.
Ma cadono presto.


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