Posts Tagged 'Annunziata'

Di Pietro leader a sinistra

17 Dic 08

Lucia Annunziata

E se fosse proprio Di Pietro il leader che gli elettori del Pd vorrebbero? Domanda provocatoria, ma necessaria per provare a uscire dalla ripetitività della discussione interna al Pd. Al voto in Abruzzo il Pd (in tutte le sue componenti) ha risposto con la lettura di sempre – il dualismo Veltroni-D’Alema, il nuovo contro il vecchio, la necessità di fare piazza pulita della vecchia guardia – e con lo stesso dilemma dell’ultimo anno: rompere o no con Di Pietro? Se è tutto quello che il centro sinistra riesce a dire sul proprio declino, ha davanti una sola possibile conclusione: la rottura. Fra Pd e Di Pietro, e\o dentro il Pd fra dalemiani e veltroniani, ma anche fra ex popolari ed ex Ds, e fra rutelliani ed ex popolari. Una spaccatura in un organismo così fragile scuoterebbe come un terremoto tutti gli equilibri che ora rimangono a stento in piedi.

La vittoria di Di Pietro in Abruzzo, parte di una veloce crescita del suo partito, andrebbe forse guardata non solo come una «reazione» a qualcosa che il Pd non fa, ma anche come un’indicazione su quello che la base vorrebbe che facesse. L’ex magistrato sta costruendo la sua base nazionale su un paio di temi, non di più, che hanno molta risonanza nel Paese: la giustizia e la critica alla classe dirigente. È difficile non guardare a queste due questioni (Abruzzo docet) intrecciate. L’astensionismo – il dato maggiore del voto di due giorni fa, ma che di fatto dissangua il centro sinistra da tempo – cos’altro è se non un voto di sfiducia nel Pd proprio a causa della questione morale? In fondo, un identico giudizio d’inadeguatezza etica ha fatto crollare il consenso ai partiti della sinistra estrema quando i loro rappresentanti erano al governo.

Se questo è il senso dell’astensionismo, evidentemente Di Pietro è l’unico politico che, direttamente e indirettamente, appare circondato da approvazione. Perché l’unico di tutta la classe dirigente considerato al di sopra di ogni questione «morale»: sia colpa giudiziaria o responsabilità di consociativismo politico o anche solo di eccessiva integrazione nel sistema.

Il fenomeno Di Pietro appare così, in questa luce, come l’unico vero erede di quella rivolta che mesi fa venne chiamata l’antipolitica. Si disse allora che il fenomeno era contro tutta la classe politica, ma nella sostanza si è rivelato quasi esclusivamente scagliato contro il centro sinistra. Quelle critiche costituivano una richiesta di coerenza in particolare alle forze politiche che della questione morale avevano fatto una bandiera, un loro segno di «diversità». In questo senso, l’antipolitica, morta nelle sue forme più folkloristiche, non solo non è mai finita ma si è ben radicata nella coscienza profonda della sinistra, diventando richiesta più complessa. Al di là dell’attacco alle furbizie della casta e dell’omaggio alle procure, in quella protesta si è riversata e sedimentata tutta la domanda di ristabilire una vera giustizia sociale. Giustizia richiesta in varie forme: dal rispetto dei deboli nelle questioni economiche all’affermazione di meritocrazia sociale contro i privilegi dei pochi, alla riscoperta dello spirito di servizio da parte della politica.

Contro l’antipolitica s’infranse il governo Prodi. Grazie allo scontento della base Pd ha avuto la sua rivincita Berlusconi, e per rispondere al malessere espresso da quel movimento è nato il «rinnovamento» di Veltroni. Ma l’aspetto drammatico delle vicende di oggi è che nulla di quello che il Pd ha fatto appare ancora sufficiente a recuperare la fiducia della base. Di questo si fa forte Di Pietro: della sua fedeltà ai magistrati, dei suoi modi e apparenze da leader totalmente fuori dalle modalità della classe dirigente, con la sua parlata grezza, le semplificazioni, i pronunciamenti senza mediazioni. E a questo deve stare attento il Pd: l’ex magistrato è un leader che il popolo della sinistra può condividere o meno, ma che capisce meglio di quanto capisca tutti loro.

Più che litigare su come liberarsene (o su come liberarsi dei propri nemici con la scusa di Di Pietro), i dirigenti del Partito democratico farebbero bene a chiarire innazitutto a se stessi cosa intendono fare sui temi che Di Pietro rappresenta. Ad esempio, ci sono pochi dubbi che sulla giustizia l’elettorato Pd appare molto più intransigente dei suoi leaders. È un problema reale di differenza: ma in ogni caso è molto meglio che il centro sinistra dica immediatamente un sì o un no alla riforma, senza manovre per prendere tempo, come la commissione di 60 giorni. Lo stesso vale per la questione morale: il Pd può difendere i suoi dirigenti o può aprire bocca e sostituire chi vuole, ma non restare nel limbo dell’indecisione. Nell’ormai molto attesa riunione di venerdì in cui la direzione del Pd dovrebbe affrontare un «chiarimento», basterebbe forse fare chiarezza su questi due punti.

Il senso del denaro

28 Nov 08

Lucia Annunziata

Un po’ di conti: se una famiglia guadagna 500 euro al mese, un dono mensile di 40 euro costituisce quasi il 10% di aumento del suo reddito.

Sputateci sopra! Molto fastidiosa, perché molto snob, la discussione sollevata dall’introduzione della Social card. Si è sentito di tutto: «Umiliante elemosina», «tessera annonaria», «beffa». «Misura irrisoria e paternalista». Definizioni eccessive, e perfetto esempio di come la polemica a tutti i costi spesso non fa bene all’opposizione e non lede il governo.

Provo a partire dalle critiche fin qui mosse al pacchetto anticrisi che il governo dovrebbe approvare: si dice che 80 miliardi sono pochi per un vero intervento, sono ancora tutti sulla carta e in più i soldi realmente disponibili sono in parte già impegnati, come quelli per il Sud (i fondi Fas). Più sostanzialmente il pacchetto è criticato tuttavia per il suo approccio: esaminate da vicino, le sue misure sono più di difesa contro il peggio che un vero stimolo economico. La mancanza di un intervento diretto sulle tredicesime, per far sì che davvero i consumi vengano rilanciati nel critico periodo di Natale, è un buon esempio simbolico di tutti questi limiti.

Sono critiche condivisibili, che per altro sembrano avere un’eco nello stesso governo, se è vero quel che si legge delle tensioni dentro l’esecutivo intorno a un intervento prima di Natale, e se si leggono bene le dichiarazioni del premier sulla necessità di avere più risorse a disposizione, grazie anche alla leggera flessibilità sui parametri arrivata dall’Europa. Ma – ecco la vera domanda – perché respingere (ridicolizzare) le misure che contiene di una qualche efficacia? Ad esempio: lo spostamento del pagamento dell’Iva al momento in cui si incassa non è certo un forte intervento di detassazione, ma non è anche un piccolo sollievo? Ancora: se gli ammortizzatori sociali vengono estesi anche a lavoratori precari e irregolari, si può dire giustamente che questi fondi non sono sufficienti per tutti coloro che si troveranno in difficoltà, ma bisogna per questo respingere quelli che arriveranno a pochi?

Lo stesso vale per la Social card. Non mi è chiaro che cosa ci sia esattamente da criticare. È dedicata specificamente «agli ultimi degli ultimi», a quel milione e mezzo di poveri irreversibili – vecchi, donne sole con bambini, famiglie prive d’ogni prospettiva – gli stessi la cui esistenza Prodi denunciò, facendone la base dei suoi interventi più immediati. La Card è per definizione un piccolissimo gesto di sostegno sociale e se anche fosse la piccola carità dei capitalisti compassionevoli, non sarebbe per questo da respingere. Su qualche giornale (centrodestra e centrosinistra) si sostiene che questi interventi deludono la classe media, ma i fondi dedicati a questa assistenza avrebbero avuto ben piccolo impatto su quel che serve per la classe media. Mentre per i veri poveri, per chi guadagna 500 euro al mese, anche 40 euro in più fanno una differenza.

L’impressione è che al centro della discussione sulla Social card ci sia un vuoto di consapevolezza su che cosa sia la povertà. Non la povertà «percepita» di una società che diventa progressivamente più immobile, né quella della classe media che deve ridefinire il suo stile di vita, e neanche quella di una classe operaia che deve drasticamente ridurre anche i consumi essenziali. Parliamo di poveri veri, che per metà vivono con quello che hanno, per l’altra metà vanno alle mense pubbliche; di coloro per cui a Natale andare a mangiare un pasto decente (e servito) alla Comunità di Sant’Egidio fa tutta la differenza del mondo. Questa la gente che a volte ruba una mela nei supermercati o che nei supermercati con dignità compra una mela e una scatola di pelati a prezzi scontati. E anche chi sta meglio di loro – e che non avrà la Social card – non vive con molto di più: la pensione di un operaio che ha lavorato quarant’anni è fra 700 e 800 euro, e uno stipendio nel nostro Paese è di 1200-1500 euro.

Questo è il senso del denaro che hanno i cittadini comuni. Per ognuno di loro 40 euro sono un mese di carica per il telefonino del figlio o una sera fuori a cena, o la spesa di una settimana. Per quelli davvero poveri 40 euro sono il consumo mensile di elettricità, la differenza fra riscaldarsi o meno. Inoltre, queste persone non hanno vergogna di avere nelle mani una carta che ne attesti la condizione di povertà: i veri poveri sanno di esserlo e conoscono già l’umiliazione di mettersi in fila alle mense, o di chiedere ai figli qualche lira in più. Una carta probabilmente porta loro almeno un senso di considerazione da parte degli altri. Sono poi stati così terribili i «food stamp» kennediani? Erano certo più dei 40 euro della nostra carta, e come questa sono stati discussi: i neri d’America ne sono stati umiliati ed esacerbati, ma ne sono anche stati aiutati in uno dei peggiori passaggi della loro storia.

Attenzione, dunque, a non parlare per chi non ha la nostra stessa condizione e la nostra stessa voce. Quelli che «con 40 euro si comprano tre caffè e le sigarette» probabilmente non si rendono conto dell’ammontare di privilegio che è contenuto in questa frase.

Gli studenti non c’erano

27 Ott 08

Lucia Annunziata

Con commendevole sincerità il direttore dell’Unità Concita De Gregorio lo ha scritto ieri (il giorno dopo la manifestazione del Circo Massimo) nel suo editoriale.

Non si lasciano strumentalizzare, gli adolescenti. Federica Fantozzi è andata ieri per noi nei licei occupati. “Siamo l’alba del mondo” le ha detto con qualche enfasi, ma con sincera passione Francesco Begiato, uno studente. Poi ha aggiunto: ”Non lasceremo che i partiti mettano il cappello sulla nostra protesta perché non è né di destra né di sinistra: è in difesa della scuola pubblica”. Infatti gli studenti ieri non sono andati al Circo Massimo. C’erano, ma non c’erano. Erano mescolati, senza insegne, ai genitori e agli insegnanti».

Commendevole sincerità, appunto. Il giorno dopo l’adunata del Pd, la discussione sul numero dei partecipanti è stucchevole, in quanto del tutto non essenziale. Chi non ha mai avuto dubbi sul significato o la necessità di questo appuntamento – e tra questi chi scrive – non ne ha fatto una questione di partecipazione: si temeva forse che fallisse uno sforzo organizzativo tipo quello messo in campo, prodotto, per altro, di una lunga tradizione di raduni di massa? La domanda della vigilia era: questa manifestazione aiuta o meno il Pd a uscire dal suo angolo per parlare ad altri pezzi della società che ha perso? Oggi, due giorni dopo, la domanda è ancora aperta, per nulla risolta dal numero di chi ha marciato. Se il problema del centro-sinistra è quello di non saper più parlare a molti dei suoi tradizionali elettori, la mancanza degli studenti e degli insegnanti al corteo di Roma è il vero segno del limite delle adunate come strumento di lavoro. L’assenza ufficiale (cioè con proprie insegne) di chi protesta in questi giorni è tanto più rilevante perché il 25 ha preceduto solo di pochi giorni la manifestazione nazionale della scuola convocata per il prossimo giovedì: sarebbe stato dunque facile far montare la marea con un doppio appuntamento a rimbalzo. Se distinzione c’è stata, è dunque una separazione voluta, costruita sugli umori ben riportati dalla stessa Unità. «Né di destra né di sinistra», dice lo studente intervistato dal quotidiano: la politica è «un cappello», senza distinzioni, non più un aiuto naturale per chi protesta, ma addirittura un ostacolo.

Qualcuno potrebbe obiettare che dopotutto gli studenti non sono il centro dell’universo. D’accordo. Ma gli umori che si registrano nelle aule scolastiche o universitarie non sono esattamente isolati, se è vero un dato pubblicato ieri dal Corriere della Sera. Secondo un’indagine fatta per questo quotidiano dal noto (e credibile) Renato Mannheimer, la maggioranza del nostro Paese pare essere in fuga sia dalla destra sia dalla sinistra. Il governo Berlusconi a giugno vantava il 61 per cento di consensi, a settembre ne aveva ancora il 60 per cento, oggi, cioè dopo la crisi economica, e dopo le polemiche sulla scuola, è sceso al 42 per cento. Il centro-sinistra va dal 46 per cento di consenso a giugno al 20 per cento di settembre, al 16 per cento di oggi.

Dati bizzarri, che negano per la prima volta (se non sbaglio) la famosa regola dei vasi comunicanti, in base ai quali il consenso perso da una coalizione si riversa nell’altra. La rottura di questa alternanza è certo oggi in Italia il dato più nuovo, ma anche, per certi versi, il più coerente con quello che è successo negli anni scorsi: difficile non vedervi quel distacco dei cittadini dal valore stesso della politica, che aveva alimentato la lunga onda dell’antipolitica, oggi silenziosa, ma che, evidentemente, ha scavato un profondo solco dentro la coscienza nazionale. Atene piange, ma Sparta non ride, è il motto cui spesso ci si è richiamati in questi anni di disaffezione dei cittadini. Il calo di consenso è un danno per l’attuale premier, ma è un danno ben più profondo per la sinistra non essere in grado di attrarre questo scontento. Basta di fronte a questo quadro la consolazione di un bel numero di uomini e donne in marcia? La loro mobilitazione è essenziale (come lo fu per il Pdl quando era all’opposizione), ma appunto è ben lontana dall’essere anche solo l’inizio di una soluzione.

Mamma li fondi sovrani

21 Ott 08

Lucia Annunziata

I servizi segreti fanno capolino nella crisi finanziaria e non riesco a capire se dobbiamo preoccuparci o considerare questa storia un’ennesima esagerazione della politica. Mercoledì 15 ottobre il presidente del Consiglio annuncia che esiste il pericolo di «opa ostili».

Opa ostili, spiega il premier, su «molte validissime imprese italiane», che oggi hanno «una quotazione che non corrisponde assolutamente al loro giusto valore»: «Io ho notizia che i Paesi produttori di petrolio, che hanno molti fondi, stanno acquistando massicciamente sui nostri mercati».

L’annuncio non è di quelli che passano inosservati: evoca la possibilità che l’Italia venga comprata e dunque dominata da altri Stati, in particolare da quelli arabi. I fondi sovrani sono quelli controllati direttamente dai governi, utilizzati per investire il surplus fiscale o le riserve di valuta estera. Ad esempio, la Cina ha massicciamente investito in titoli di Stato statunitensi, creando in Usa molti timori. La dichiarazione di Berlusconi crea un gran trambusto, al punto che il premier reinterviene per precisare che si tratterebbe solo di «speculazione finanziaria», non di «entrate in aziende». Tuttavia, tanto per stare al sicuro, annuncia che l’Italia è pronta a scrivere una norma per tutelare le nostre imprese dalle Opa ostili.

Due giorni dopo, Francesco Rutelli, presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (l’organo di controllo del Parlamento sui servizi segreti, che come da tradizione è presieduto dall’opposizione), ritira in ballo la vicenda: «È da maggio che i nuovi servizi segreti stanno monitorando i flussi d’investimento verso l’Italia e i movimenti di petrolio. C’è un giusto grado di attenzione verso la molteplicità di questi fondi sovrani e le loro strategie che potrebbero non essere più solo quelle di investimento». Il rischio è quello «legato ad interventi poco trasparenti di alcuni fondi sovrani, verso asset strategici per la sicurezza nazionale».

Qualcosa a questo punto si muove: venerdì Rutelli incontra il Presidente della Repubblica e nel colloquio si parla anche (o soltanto?) dei fondi sovrani. Nelle stesse ore il ministro degli Esteri Frattini si reca in missione negli Emirati, regalandoci una nuova notizia: «Finora i grandi fondi sovrani hanno avuto come interlocutori le merchant bank, ora l’interlocutore diretto sarà invece il governo: perché l’Italia è il primo Paese europeo ad aver stabilito, quattro giorni fa, un Comitato strategico per l’interesse nazionale in economia. Il debutto non a caso è qui ad Abu Dhabi». Ieri infine, martedì 21, il Copasir inizia una serie di audizioni in merito a questi pericoli per la nostra economia: il primo ascoltato è il generale della Finanza D’Orrigo.

Tutto pubblico, come si vede. A questo punto sarebbe importante che dal disegno che ci è stato delineato si scendesse nei dettagli. Non c’è dubbio che i fondi sovrani, nati soprattutto nei Paesi forti esportatori di petrolio – Emirati, Qatar, Abu Dhabi, Dubai – ma anche a Singapore e in Cina, fanno in questo momento paura a tutti perché la crisi dei subprime ha fatto emergere il loro peso. Così come non c’è dubbio che il controllo straniero su aziende che assicurano la nostra indipendenza nazionale aprirebbe un problema di sicurezza persino più grave di un attacco terroristico armato: ma siamo davvero al punto da dover impiegare i servizi segreti e formare una task force nazionale?

Da questi primi passi nascono varie domande. La prima: questa attenzione dei servizi segreti sui fondi sovrani significa nei fatti che stiamo spiando le mosse finanziarie di altri Stati. E’ legittimo, è utile e soprattutto non rischia di logorare i nostri rapporti con queste nazioni? La seconda: quali sono i fondi sovrani che si stanno muovendo in Italia? Ad esempio, se i libici che entrano in Telecom vanno bene, sarebbe utile sapere perché non va bene invece il fondo Singapore. Frattini ad Abu Dhabi sembra aver stipulato un accordo bilaterale con un fondo «buono»: che cosa succederà con i fondi «cattivi»? Insomma, se tutto ciò è vero, non cambia anche il quadro delle relazioni internazionali del nostro Paese?

Infine, sulla nostra sicurezza nazionale. Quali siano le aziende che coinvolgono la sicurezza nazionale più o meno si sa: energia, imprese militari, telecomunicazioni. Ma alcune, come l’Eni, sono già blindate contro Opa ostili. Se non l’Eni, allora quali altre? La Finmeccanica, Telecom, piccole imprese che paiono secondarie ma che in effetti, per vari accordi multilaterali, offrono prodotti che vanno a finire in settori strategici? E non pongono questioni di sicurezza anche le infrastrutture? Ricordo che un paio di anni fa fondi sovrani arabi volevano comprare il porto di New York e che l’offerta venne respinta con un intervento del Congresso Usa perché i porti sono il passaggio più esposto nel controllo delle frontiere, data la facile infiltrazione di persone e materiali.

Forse queste sono preoccupazioni eccessive, ma ugualmente, vista la drammaticità della crisi finanziaria e le forze coinvolte, sarebbe meglio avere risposte chiare.

Ritorno al passato

24 Ago 08

Lucia Annunziata

Se il Partito Democratico avesse uno Scalfari americano o se Graham, fondatore del Washington Post, fosse ancora vivo o se Ted Kennedy non fosse malato: solo una di queste figure avrebbe potuto offrire a Obama una rassicurazione istituzionale maggiore di quella che gli porterà come vice presidente l’appena scelto Joe Biden.

Per il candidato democratico che ha fatto del cambiamento la bandiera della sua campagna, la scelta di Biden, gran navigatore dei corridoi del potere di Washington, è forse la prima vera ammissione di debolezza. Ed è anche il segno della profondità della turbolenza in cui è rientrata la collocazione internazionale degli Stati Uniti.

Fra tutte quelle possibili, Biden è infatti la scelta più convenzionale – più «sicura», preferiscono dire i commentatori americani – che il democratico potesse fare. Di certo, fino a pochi giorni fa non era fra le più quotate. Per mesi Obama ha ragionato intorno a personaggi che in una maniera o nell’altra rappresentavano la sottolineatura della sua diversità dentro il sistema. Uomini come il governatore della Virginia Tim Kaine, cinquantenne, bianco dal fluente spagnolo perché figlio di missionari in Honduras; o una donna, come la governatrice Kathleen Sebelius o la stessa Hillary Clinton. Ciascuno di questi avrebbe rafforzato il cambio, raddoppiandolo o ricucendo una frattura dentro il voto e l’establishment democratico. Che la scelta sia caduta infine proprio su Joe Biden è forse la più chiara, sia pur indiretta, affermazione di una profonda riflessione in corso – e forse di una messa a punto di programma – da parte di Obama.

Biden è un perfetto rappresentante di una delle costituency tradizionali del partito democratico, gli operai, bianchi cattolici (che da anni abbandonano il partito), ma la vera dote che porta al candidato è la sua ultradecennale esperienza fra gli intrighi, le trattative, gli scontri, e gli accordi del più grande «Boys club» del mondo che è il Senato americano. Nella sfera dell’equilibrio dei poteri fra Giustizia e Legge, o fra poteri presidenziali e decisionalità in politica estera, nulla è stato toccato a Washington senza che Joe lo abbia approvato. Per questa esperienza, Obama mette in secondo piano i temi del rinnovamento strutturale o generazionale del sistema (Biden ha sessantacinque anni, fra l’altro, solo pochi in meno di McCain): un cambio leggero ma sicuro di prospettive, che rivela i timori che Obama ha maturato, a questo punto, sulla collocazione internazionale degli Stati Uniti.

Il senatore Biden in politica estera è parte della vecchia generazione, della grande tradizione della politica estera bipartisan; un uomo che sa gestire il mondo uscito dal ’900. Esattamente come McCain. Un mondo che non è quello post razziale e post 11 settembre, che Obama prospettava fino a poche settimane fa. Scegliendo Biden, insomma, Obama in parte torna a guardarsi indietro e sceglie in realtà la persona del partito democratico più vicina al suo avversario McCain, il cui peso è in veloce risalita dopo la crisi con la Russia.

Quattro anni fa, in un’altra corsa presidenziale, Joe Biden se ne uscì con una battuta che fece allora scandalo: il ticket perfetto ai suoi occhi, disse, era composto da John Kerry e John McCain. Oggi quella battuta suona come un’intuizione.

L’America smarrita

12 Ago 08

Lucia Annunziata

Nella prima vera crisi, che esplode oggi e che dopo le elezioni di novembre sarà probabilmente ancora aperta, i due candidati alla Casa Bianca hanno avuto la possibilità di mostrare la loro statura come leader del mondo.

E stando alle prime reazioni, si sono rivelati inadeguati al momento. La prova generale del conflitto in Georgia ha trovato il primo, McCain, pronto all’impegno al fianco della Repubblica ex sovietica – sbattendo però così contro il muro di cautela che il suo amico e presidente George Bush ha innalzato intorno alla questione; il secondo, Obama, si è limitato, dopo quasi tre giorni, a dire di essere preoccupato e di volere un mediatore terzo alla crisi (caspita!) – rivelando così un grande buco nella sua speranzosa dottrina di un mondo post 9/11.

È ancora troppo presto perché gli elettori colgano queste debolezze, essendo l’America assorbita, come del resto fino a poche ore fa il suo Presidente, nei giochi Olimpici. Ma nei circuiti politici e mediatici, e in quello altrettanto fervente dei blog, la povera performance dei candidati non è sfuggita. Soprattutto perché nella esitazione di queste ore si rispecchia una sorta di resa dei conti con le scelte degli ultimi anni in politica estera, fatte sia da democratici che repubblicani. Sulla Georgia, e sull’Ucraina (l’altra nazione minacciata dall’intervento russo) pesano infatti le ombre di Bill Clinton e George Bush, ma anche le teorie del multilateralismo e dell’unilateralismo, della Realpolitik di anni addietro di Kissinger, e quella più vicina dei Neocon. A riprova di questo intreccio, le dichiarazioni dei due candidati allineano ciascuno su un diverso asse.

McCain ha preso una posizione interventista, dichiarandosi decisamente al fianco della Georgia. Per l’anziano militare è una uscita non sorprendente visto il suo attivo coinvolgimento già in passato con la Georgia – ma le sue parole contrastano con la moderazione dell’attuale Bush, posizionandolo piuttosto con i Neocon. È Obama invece oggi al fianco di Bush, con la sua richiesta di mediazione internazionale. Il riallineamento è di non poco conto, perché segnala non solo la generale difficoltà dei candidati, ma degli stessi Stati Uniti nei confronti della Russia.

Chi è la Russia per gli Usa, un amico o un nemico? E’ la questione che negli ultimi anni ha attraversato la comunità dell’intelligence e degli esperti. E che finora era stata risolta in superficie con un certo fideistico ottimismo della storia. In un recente saggio, l’arcirealista Henry Kissinger ha scritto che l’era di Putin «non è guidata da sogni di restaurazione della propria gloria», ma «dalla ricerca di un solido partner, con l’America come soggetto preferenziale». Gli aveva fatto eco, sul versante sinistro, Stephen Cohen, celebre studioso di Russia e professore a Princeton, che ha sempre indicato la strada delle relazioni fra le due ex potenze come necessariamente di alleanza.

Tuttavia, una corrente di pessimismo e intransigenza ha sempre continuato a vivere sotto le dichiarazioni più ufficiali: la posizione, ben conosciuta, dei Neocon, riconfermata ieri da editoriali di Robert Kagan e Bill Kristol. Il primo che è anche advisor di John McCain ha ripreso il tema del suo libro «The Return of History and The End of Dreams», secondo il quale la principale ambizione dei russi «è ristabilire la Russia come il potere dominante in Eurasia». E Kristol ha fustigato l’impotenza Usa paragonandola alla impotenza dell’Occidente nei confronti del patto Hitler-Stalin. Ma, sia pur meno virulenta, anche nel campo di Obama questa opinione al fondo è sempre stata condivisa: Michael McFaul, di Stanford e advisor del candidato democratico, ha sempre sostenuto che la Russia è uno stato premoderno, dominato «dalla mentalità di Guerra Fredda di Putin», per il quale, «ogni cosa che può danneggiare gli Usa va bene per noi».

La guerra in Georgia, e la eventuale difesa dell’alleato, era dunque nelle carte: perché allora nel momento in cui la crisi precipita nessuno in Usa, a cominciare dal Presidente per finire ai due candidati, sembra avere una ricetta per affrontarla? La risposta è probabilmente nella crudezza con cui la Russia ha, abilmente, evocato il fantasma del Kosovo. Se quella guerra fu fatta per la difesa dei diritti umani di una minoranza, e finì con la separazione dello Stato Kosovaro dalla ex Jugoslavia, gli Stati uniti si trovano oggi di fronte a un deficit di «legalità». Un deficit che entrambi i partiti politici condividono: se è stato infatti Clinton a inventare la guerra umanitaria, è stato Bush a concedere l’indipendenza al Kosovo. Infine, c’è il non piccolo problema delle responsabilità degli Stati Uniti nel conflitto in Georgia. Gli Usa hanno in Georgia, secondo il Dipartimento di Stato, 130 addestratori dell’esercito locale: possibile dunque che nessuno abbia informato Washington che il carissimo alleato georgiano si stesse muovendo? E ancora, molti ricordano una sequenza significativa: il primo luglio mille marines Usa hanno partecipato a manovre congiunte con le forze georgiane in una operazione battezzata «Operation Immediate response 2008», conclusasi solo 10 giorni prima della invasione russa. Una coincidenza?

Obama a rischio Diana

18 Lug 08

Lucia Annunziata

Sull’Altra Sponda, in Europa, si preparano schiere di politici e politologi; da questa parte, in America, si preparano invece i conduttori televisivi. Il primo viaggio all’estero del candidato democratico Barack Obama, è ancora di là da venire ed è già ottimamente piazzato nei media americani per diventare un avvenimento secondo solo ai viaggi di Diana. E, purtroppo, non è una battuta. La politica Usa con queste elezioni presidenziali tende a un nuovo primato.

La nazione che ha inventato la politica spettacolo sembra voler ora rompere anche questo argine e trasportare il candidato nella zona celebrities. La macchina del consenso appare sull’orlo di una nuova accelerazione mediatica: passando dalla rappresentazione al reality, dalle 24h a E-entertainment. Un giro con seri impatti da un punto di vista istituzionale, ma rischioso anche per lo stesso candidato democratico. Ma andiamo con ordine.

Due giorni fa è stato il Washington Post a «rivelare» che tutti e tre i principali conduttori dei tre maggiori network americani seguiranno Barack Obama in Europa, la prossima settimana. Un avvenimento nell’avvenimento. Questo vuol dire che Brian Williams, Charlie Gibson and Katie Couric lasceranno le loro sedi americane e apriranno ogni sera i loro Tg dalle varie tappe del candidato. Non è finita: da quel che scrive il Post, con tanto di conferme di fonti politiche, c’è già un accordo in base al quale il candidato concederà interviste a turno ai tre conduttori, ogni sera da una diversa capitale. Naturalmente, il movimento dei grandi Network è solo la punta dell’iceberg delle dimensioni del resto del circuito mediatico che seguirà questo tragitto: «L’Europa attende a braccia aperte Obama», già si scrive. Per misurare le proporzioni del fenomeno basta aggiungere un solo dato di «contesto»: nei passati quattro mesi il candidato repubblicano John McCain ha fatto tre viaggi all’estero e non è stato accompagnato da nemmeno uno dei network, che hanno lasciato la copertura ai corrispondenti. I Repubblicani, giustamente, stanno attaccando questo divario di attenzioni, denunciando la solita inclinazione liberal dei media Usa, per altro già dimostratasi fallace nel passato, sia con Gore che con Kerry.

Come definire questo processo: prefigurazione di una nuova era, o caduta nel ridicolo? C’è di che far riflettere anche il più appassionato ammiratore di Obama (incluso chi scrive). Ma la domanda qui ha forse meno a che fare con i media, e molto più con le strategie politiche e i suoi rischi. La fascinazione per Obama, il nero, il nuovo, il diverso, il desiderato ponte fra primo e terzi mondi, il potenziale ricucitore fra Camelot leggendario e presente deprimente, rimane l’arma più potente del candidato. Per ragioni che vanno anche al di là delle «speranze» che – come si dice in gergo propagandistico – egli suscita. Barack e Michelle sono molto popolari soprattutto perché sono perfettamente ascrivibili alla attuale cultura dominante delle nuove generazioni del paese: quella, come si diceva, delle «celebrità». Sorta di meticciato fra culture del blog, del glamour, della diversità razziale, della identità globale, del gossip e del successo, che rende oggi popolarissimo in Usa (e nel mondo) il neo impegno hollywoodiano fra Africa, adozioni, società civile e denaro e successo. Per spiegarci: le nuove generazioni americane sanno dei Kennedy perché oggi li vedono attraverso le lenti di questo mondo, e amano gli Obama perché perfettamente in linea con esso.

Non c’è in sé nulla di male, in questa cultura pre-post hollywoodiana. La più grande industria culturale degli Usa, come sempre, traduce il paese stesso. Dietro Obama si allinea il peso di un’America che vuole riportare lo sguardo fuori dai propri confini, e che vuole di nuovo dire: guardateci, siamo qui e amarci vale ancora la pena. Ma questo processo – se spinto alle estreme conseguenze – rischia di essere controproducente. Per ora Obama è, e rimane, un piccolo politico di Chicago, senza grandi esperienze né di governo né di affari internazionali. Fornirne un’immagine sulla linea dei Kennedy come i Brangiolini e degli Obama come Diana, è il miglior modo per bruciarlo.


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