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Barack e le sirene del New Deal

25 Nov 08

Alberto Bisin

La politica economica dell’amministrazione Obama comprenderà certamente un importante stimolo fiscale. I tagli fiscali di Bush saranno resi permanenti per coloro i cui redditi non superino i 200-250 mila dollari, come promesso in campagna elettorale. Inoltre, un grosso piano di spesa in infrastrutture sarà finanziato per limitare gli effetti della crisi sull’occupazione.

Nel discorso di sabato alla radio Obama ha usato una retorica da New Deal: «Il fatto che il Sogno Americano sia sopravvissuto per oltre due secoli è testimonianza non solo del potere del sogno stesso, ma anche del grande sforzo, sacrificio e coraggio del popolo americano», «questa è la chance che il nostro nuovo inizio ci offre», e così via.

Ma Obama, allo stesso tempo, non ha affatto ceduto alle sirene che nelle scorse settimane gli hanno suggerito politiche fiscali irresponsabili, proponendo forse implicitamente se stesse per attuarle. L’esortazione di Paul Krugman sul New York Times del 31 ottobre, «Obama decida di quanta spesa il Paese ha bisogno, e poi spenda il 50 per cento in più», non pare fortunatamente aver avuto alcun effetto. Né quelle simili di Jeff Sachs su Slate.com o di Joe Stiglitz su The Economist’s Voice.

Al contrario, Obama ha lanciato espliciti segnali di pace ai mercati per mezzo della scelta della squadra che lo accompagnerà nelle decisioni di politica economica. Si è innanzitutto circondato di esperti di prim’ordine: da Larry Summers, economista di Harvard che agirà da consulente personale del Presidente, a Timothy Geithner, che guiderà il ministero del Tesoro dopo aver gestito la crisi finanziaria con competenza dalla sua posizione di governatore della Fed di New York. Ma, soprattutto, Obama ha scelto personaggi noti per le loro posizioni di difesa della responsabilità fiscale, del libero mercato e del commercio estero, e per la fiducia dei mercati che essi hanno ripetutamente coltivato e guadagnato nelle loro precedenti posizioni pubbliche.

Per quanto Obama si sia ben guardato dal produrre una stima del costo del piano di stimolo fiscale che sta preparando, i numeri che circolano sulla stampa e per i blog sembrano prefigurare un piano enorme, forse addirittura di più di 500 miliardi in due anni. Troppi. Troppi perché le tasse future su famiglie e imprese, necessarie per finanzare una spesa di tale entità, finirebbero per limitare la crescita del Paese e quindi per ritardarne l’uscita dalla recessione. Non solo, le aspettative di alte tasse in futuro potrebbero avere l’effetto di rallentare l’attività economica prima ancora che la spesa abbia modo di avere gli effetti espansivi desiderati. È vero che il piano di stimolo prevede non solo spesa anti-congiunturale, ad esempio generosi sussidi alla disoccupazione, ma anche investimenti.

Gli investimenti, si dice, si pagano da soli. Ma questo può avvenire solo per investimenti produttivi. Obama aveva visto giusto in campagna elettorale proponendo un piano di investimento sul sistema scolastico elementare. Ma ora si parla insistentemente solo di investimenti pubblici in infrastrutture. Questi investimenti sono purtroppo spesso sinonimo di spreco e bassa produttività: l’immagine tipica negli Stati Uniti è quella del «ponte verso il nulla». Non che non esistano investimenti produttivi, anche necessari. Ma il processo politico finisce per favorire di per sé quelli poco produttivi. Questo in condizioni economiche normali. E quindi a fortiori quando l’obiettivo principale della spesa non è l’investimento stesso ma i posti di lavoro creati dall’investimento.

L’idea keynesiana che in una recessione sia utile assumere operai anche per fare buchi e poi ricoprirli è un’enorme stupidaggine. A meno che non si possano finanziare i buchi senza nuove tasse future e senza stampare moneta, risultato che nemmeno i poteri magici di Obama possono raggiungere. Allo stesso modo, è necessario evitare di gettare denaro pubblico ad imprese in fallimento, sventando una necessaria ristrutturazione. È il caso dell’industria dell’auto a Detroit. Per quanto faccia uso della retorica del New Deal, Obama questo lo sa. E fortunatamente lo sanno anche Summers e Geithner.

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La sfida dell’Italia federale

13 Ago 08

Alberto Bisin

La riforma dello Stato in senso federale sarà all’ordine del giorno del Parlamento in autunno. In linea di principio il federalismo fiscale è la riforma di cui il paese ha necessità. Uno spostamento dei centri di spesa e di capacità impositiva dallo Stato alle amministrazioni locali favorirebbe infatti la responsabilità fiscale, legando più direttamente la spesa pubblica alle entrate tributarie. La Provincia Autonoma di Trento potrebbe continuare a provvedere una generosa assicurazione per le cure dentarie solo se la maggioranza dei cittadini fosse disposta a coprirne la spesa a mezzo di tasse; e così per la Regione Calabria e i Forestali.

Il federalismo fiscale, per contribuire allo sviluppo economico del paese, dovrà indurre comportamenti virtuosi in quelle amministrazioni locali la cui spesa è oggi molto superiore alle entrate tributarie. E’ inutile nascondersi che questo sia maggiormente il caso nelle regioni del Sud. Dai più recenti dati sui bilanci consuntivi delle regioni autonome pubblicati dall’Istat per il 2004 si evince, ad esempio, che i tributi propri coprono solo il 25% del totale delle entrate correnti in Campania e il 17% in Calabria, mentre coprono l’87% del totale in Lombardia e l’82% in Emilia Romagna (le entrate correnti sono le entrate derivanti da tributi e da contributi e assegnazioni dello Stato). Una immagine simile si ricava dall’analisi dei bilanci di province e comuni. Questa situazione è solo in parte dovuta alle differenze di reddito e quindi di capacità impositiva.

Da stime della Agenzia delle Entrate si scopre ad esempio che l’evasione dell’Imposta regionale sulle attività produttive (l’Irap) è molto più elevata, in percentuale del reddito prodotto, al Sud che non al Nord: il rapporto tra base imponibile evasa e dichiarata nel periodo 1998-2002 è del 13% in Lombardia, del 22% in Emilia Romagna, e del 60% in Campania, 66% in Sicilia, 94% Calabria.

Senza il controllo dei contribuenti, che non sono chiamati a finanziare direttamente la spesa pubblica nelle loro regioni, queste amministrazioni locali non solo spendono troppo, ma forniscono in buona sostanza servizi carenti ai propri cittadini. Il caso dei servizi sanitari è sotto gli occhi di tutti. Ma anche l’istruzione pubblica è particolarmente carente al Sud. Se gli studenti della Lombardia e del Piemonte hanno punteggi medi nei test di matematica in linea con i Paesi dell’Europa del Nord, gli studenti del Sud e Isole hanno punteggi inferiori a quelli dei coetanei in Turchia, e poco superiori a quelli dei messicani (indagine PISA-Ocse 2006).

E’ ovvio quindi che il Nord abbia molto da guadagnare dal federalismo fiscale. Ma anche il Centro e il Sud hanno interesse ad uscire da una dipendenza fiscale che non è sostenibile e che ha come risultato pessimi servizi pubblici. A questo fine è inevitabile però ammettere la possibilità di disparità anche sostanziali di pressione fiscale e di servizi pubblici tra regioni; così che i cittadini ritengano finalmente responsabili i governi delle proprie amministrazioni locali nel caso di pressione fiscale eccessiva e/o di spesa pubblica inefficiente.

Per questa ragione, in pratica, una riforma federalista efficace è di difficile attuazione politica. Nel caso peggiore, essa avrà l’effetto di moltiplicare i centri di spesa per il numero delle regioni, con effetti drammatici per il bilancio pubblico. Gli effetti virtuosi o viziosi della riforma dipenderanno anche da quelli che possono apparire dei dettagli. Quali saranno le unità geografiche responsabili di spesa e raccolta? Alcune delle regioni sono oggi chiaramente troppo piccole per funzionare efficientemente. Quali saranno i capitoli di spesa e di imposizione che rimarranno responsabilità dello Stato? La Costituzione prevede che, riguardo a sanità e istruzione, lo Stato definisca principi generali a cui sono soggette le regioni. Quanto restrittivi e dettagliati saranno tali principi generali? Su quale base saranno distribuiti i fondi di perequazione? E’ necessario a questo proposito definire con precisione i costi standard di provvisione dei servizi pubblici e le capacità impositive delle regioni su cui basare i trasferimenti perequativi, per non lasciare spazio ad una loro frequente contrattazione politica. Sarà distribuita alle regioni la responsabilità di una quota del debito pubblico nazionale? Come sarà calcolata tale quota? Sarà permesso alle regioni indebitarsi sui mercati del credito? Come saranno definiti e come saranno garantiti i servizi pubblici essenziali in tutto il paese nella fase di transizione?

Per una riforma così importante ci aspettiamo un dibattito «elevato», fin nei dettagli.


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