Archive for the 'La7' Category

Mariuoli e cretini

(28 Feb 08)

Lanfranco Paci

Qualche giorno fa, nel corso di una puntata di Otto e mezzo, ho detto che “un politico mariuolo ma efficiente è meglio o comunque più utile al suo popolo di quanto possa esserlo un cretino onesto”. Una considerazione ovvia, banale. Invece c’è stata maretta, qui e fuori di qui. Il surriscaldamento del clima alla vigilia delle elezioni non spiega tutto. E’ evidente che su politica, legalità e giustizia, i nervi sono ancora scoperti.

Tutti preferiremmo essere governati da uomini e donne capaci, intelligenti, lungimiranti, disinteressati e onesti. Ma il bene assoluto e la perfezione non sono di questo mondo. Dovendo rinunciare a qualcosa, mi piace pensare che la qualità meno importante per essere un grande uomo politico sia proprio l’onestà.

Richard Nixon era soprannominato “Dick l’imbroglione” ancora prima di essere eletto presidente. Di cosa fosse capace, lo si è visto nel suo mandato: faceva intercettare i telefoni dei suoi stessi collaboratori, si accompagnava con uomini d’affari quanto meno discutibili, usava in modo disinvolto i fondi raccolti, giù fino alle cimici fatte piazzare nella sede del partito democratico, appunto lo scandalo Watergate che lo travolse. Eppure trattò con Hanoi e firmò la pace che mise fine alla sporca guerra. Aprì alla Cina. Infine sganciò il dollaro dall’oro, voltando la pagina degli accordi di Bretton Woods e del regime dei cambi fissi. Per molti economisti questa è forse la decisione di politica economica più importante del secolo. Il resto del mondo ne ha pagato per molto tempo le conseguenze. Ecco dunque un amorale, cinico e diffidente, antipatico e privo di appeal, che costruisce le condizioni essenziali per una nuova leadership americana sul mondo. La storiografia americana l’ha tolto dal fango e lo ha messo nel panteon dei grandi presidenti.

Helmut Kohl finì impigliato nella rete del finanziamento illecito al suo partito, la Cdu tedesca. Ma sarà ricordato come un gigante della storia europea, come colui che capì subito la situazione determinata dalla caduta del Muro di Berlino e seppe riunificare in pochi mesi un paese diviso dalla fine della guerra, piegando la resistenza di Mosca e la diffidenza di Parigi. La riunificò al meglio, imponendo il cambio “uno contro uno” tra il marco dell’ovest e quello dell’est nonostante valesse si e no un quarto di quello occidentale. Non dette ascolto alle obiezioni di buona parte del padronato o del mondo bancario né a quelle dei sindacati che temevano contraccolpi sul salario e sul livello di vita nella Germania ovest. Tenne duro. Certo, i corrotti che hanno abitato il parlamento italiano senza troppo brillare per profondità di analisi o per coraggio nell’azione sono ben diversi dai nomi che ho citato.

Si può capire quindi che diano l’orticaria a molti. Di regola però, dovremmo pensare la politica come impegno alto, grave e difficile perché questo è per chiunque si trovi a guidare un paese per volontà del popolo. Per quanto riguarda invece la piccola politica che tanto preoccupa le vestali della legalità, è opportuno ricordare un paio di punti di diritto. Chi non è ancora stato condannato in via definitiva deve godere della presunzione di innocenza. Chi invece è stato condannato in via definitiva, ha pagato il suo debito verso la società, ha scontato la pena ed è stato riabilitato, ha il diritto di candidarsi come e dove vuole, a meno che non sia stato interdetto dai pubblici uffici con sentenza del magistratura.

Va da sé che sarebbe comunque auspicabile che non si candidasse, per ragioni di opportunità e di immagine. Cioè politiche.

Il vero freno alla corruzione non è mettere tutti in manette ma lasciare la scelta agli elettori. Così se poi eleggono il reprobo almeno sapranno con chi prendersela. In Francia, dove c’è il maggioritario a due turni, alcuni sindaci più che sospetti di corruzione sono rimasti in carica decenni, sempre rieletti trionfalmente: evidentemente avevano fatto per la città, per gli altri più di quanto non avessero fatto per sé . In democrazia la politica è fatta anche di questo.

Cerchiamo dunque di essere onesti con noi stessi. Ce l’abbiamo con i politici di oggi non perché siano particolarmente corrotti. E’ da quando portavo i calzoni corti che sento parlare di scandali. Ce l’abbiamo con loro e giustamente perché hanno fallito nei compiti fondamentali: non sono riusciti a creare le condizioni ottimali perché il popolo potesse soddisfare bisogni, realizzare aspettative, dar corpo ai sogni. In una parola non hanno saputo accompagnarci verso il futuro.

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Ricette imprudenti

(23 Gen 08)

Franco Bruni
Lunedì le Borse erano scese molto per il timore di una recessione negli Usa. Ieri la Fed ha confermato le loro preoccupazioni, abbassando violentemente i tassi di interesse. Anche la Casa Bianca ha comunicato nervosismo. Evidentemente non sono incoraggianti neanche le informazioni disponibili alle autorità, sullo stato del sistema creditizio americano e le sue ripercussioni sul ciclo economico. Da tempo è atteso un rallentamento dell’economia statunitense. Ora lo si prevede però più accentuato e prolungato. Da qualche anno il resto del mondo è meno influenzato dal «motore» americano. Ma non sono ingiustificati i timori che anche in Europa, in Asia e nei Paesi emergenti la congiuntura peggiori seriamente.

Purtroppo le politiche monetarie non sono in grado di metterci al riparo da questo rischio. Hanno effetti ritardati sull’economia e non curano i problemi che abbiamo. Che stanno nel funzionamento dei mercati finanziari, nei loro rischi e nelle loro insolvenze, nell’eccesso di spesa negli Usa e nel sovrabbondante risparmio della Cina e di altre economie emergenti, nelle delusioni di alcuni aspetti dell’andamento della produttività, nelle tensioni protezioniste e militari, nel disorientamento del settore energetico mondiale. È vero forse il contrario: è stata l’imprudenza delle politiche monetarie degli anni passati, soprattutto quella statunitense, che, spingendo i tassi troppo in basso per troppo tempo, ha alimentato troppo la liquidità, il credito, la propensione al rischio. Anche da ciò derivano ora il disordine finanziario e le apprensioni macroeconomiche.

Se non c’è molto da sperare nelle banche centrali, possiamo stabilizzare prontamente il ciclo con le politiche di bilancio? È difficile. Anch’esse devono muoversi con prudenza. Se la qualità delle entrate e delle spese si deteriora e si impennano i debiti pubblici, le aspettative degli operatori peggiorano e fanno giustizia di ogni effetto espansivo dei disavanzi.

Se dunque i timori dei mercati e delle autorità Usa troveranno conferma, è probabile che l’economia globale dovrà rassegnarsi a subire un rallentamento significativo e di non breve durata, anche là dove sarà tutt’altro che drammatico. Qual è il pericolo maggiore che ciò comporta? È un arresto delle politiche strutturali di riforma e liberalizzazione che nell’ultimo decennio hanno assicurato un’economia mondiale più aperta, integrata e flessibile, quindi più produttiva e promettente e anche più capace di incassare senza gran danni shock avversi. Un arresto di queste politiche entra in circolo vizioso col ciclo negativo e lo peggiora ancor più. Provvedimenti protezionistici e di chiusura, fatti per proteggersi dalla congiuntura negativa, frenano il commercio e la finanza mondiali. La vittoria dei democratici nelle elezioni Usa, che molti prevedono, può avere conseguenze da questo punto di vista indesiderabili. E l’Europa rischia di irrigidirsi e veder crescere la sua difficoltà a far riforme, anche nei Paesi che le hanno avviate più seriamente. L’Italia non è fra questi.

È il peggior pericolo che corre il nostro Paese nell’affrontare la congiuntura mondiale con una grave crisi politica. L’Italia è stata invitata, con difficoltà, al vertice di fine mese delle quattro maggiori economie europee. Sono all’ordine del giorno le misure necessarie per reagire alla crisi del credito cominciata quest’estate in America. Ma è probabile che si discuta a più largo raggio di come far fronte al peggioramento delle prospettive macro di questi giorni. Una reazione concordata su scala europea è preziosa anche a livello globale. Soprattutto se nei prossimi mesi trovassero conferma i progetti di riforma, integrazione, liberalizzazione, rilancio della produttività, che sono da tempo nell’agenda comunitaria. Sono però progetti che presentano difficoltà politiche e richiedono a ciascun Paese capacità di decisione e solidità istituzionale. Sarebbe triste se il nostro apporto venisse reso meno consistente e credibile da una situazione politica nazionale confusa e divisa oltre l’immaginabile. Una situazione che se si prolungasse, magari in un lungo periodo di lotta elettorale, farebbe perdere molte altre occasioni al ruolo internazionale dell’Italia.

Onorevole Prodi, chiuda in bellezza: si dimetta

(24 Set 07)

Giuliano Ferrara

Innamorato come sono dei fratelli Prodi e di tutto il cattofamiglione, e chi studia la viola, e chi la storia del cristianesimo, e chi il clima, e poi quelle belle facce larghe, quella serietà emiliana non seriosa, rivolgo un ultimo appello al presidente del consiglio, che fa Prodi di cognome anche lui. Onorevole Prodi, tolga il disturbo, chieda le elezioni e lasci il campo libero al suo successore, Walter Veltroni, nella corsa con quel matto del Cav. per Palazzo Chigi.

Via, lei sa benissimo come stanno le cose. La situazione peggiora ogni giorno, una evidente mancanza di autorità, di legittimazione politica e di leadership affligge il suo governo, la sua maggioranza, e di conseguenza l’insieme del sistema. Il progetto dell’Unione, un cartello elettorale razionalizzato da un programma e da un candidato che avrebbero dovuto garantire un certo ordine politico, spremendo da una coalizione eterogenea e posticcia un qualche significato riformatore, è fallito.

Non è colpa sua, non solo sua. Un capo senza truppe oltre un certo limite non si può spencolare. L’agguato è dietro l’angolo, il cemento antiberlusconiano si è sfaldato, scollato, e niente tiene più nel centrosinistra. Chi glielo fa fare di esercitare la dote della perseveranza applicandola al nulla. D’altra parte la via d’uscita se l’è preparata lei stesso, con quell’idea del partito democratico, che subito ha preso la risonanza di una nuova stagione, di un cambio generazionale, di un programma modernizzatore e riformista incompatibile con una rete di alleanze fondata sui veti conservatori della sinistra estrema. Non che io creda nel destino glorioso della formazione politica nuova, che mette insieme i vecchi pezzi della sinistra democristiana e del pci, né alcuno può giurare sulla integrità e sul coraggio poltico di Veltroni. Ma quella roba lì è qualcosa al posto del nullismo in cui s’è impaludato, dopo il risultato per lei mefitico del pareggio elettorale, il vecchio progetto unionista.

Non voglio fare propaganda. Qualcosa di buono è toccato di farla anche a lei, e non credo si debba sottoscrivere il solito giudizio nervoso, febbrile, un po’ canaglia, che gli italiani tendono a dare di chiunque li governi, specie da quando sono scomparsi i partiti. Nel rapporto diretto con il popolo, però, non c’è gara a cui lei possa ormai partecipare. La delegittimazione, già fortissima sul versante della destra e del nord, adesso è totale con l’ondata di disprezzo antipolitico che si è fatta larga nel popolo di sinistra.

Non c’è tempo per recuperare, stabilizzare, e nemmeno la scappatoia di una fuga in avanti. Tecnicamente, a lei spetterebbe prendere l’iniziativa subito, fare la crisi e un nuovo governo con la metà dei ministri e nuove regole della casa, contrattare una nuova legge elettorale di compromesso con l’opposizione, e andare infine al voto nel giro di un paio d’anni, avendo comprato il tempo necessario a ricostruire qualcosa dalle macerie fumanti che circondano la sua ridotta. Ma lei è il primo a sapere che anche per questa ovvia operazione non c’è spazio, e a toccare un mattone viene giù tutto.

Che senso ha allora, anche per lei personalmente, continuare a tergiversare, a durare per il gusto di durare? Che gliene importa di passare da un caso Visco a un caso Rai, da un caso Vicenza a un caso Telecom, lungo un percorso di consunzione esposto a ogni ricatto, a ogni agguato, a ogni intemperanza, a ogni vaffanculo? Onorevole Prodi, ci sono situazioni in cui resistere vale un arroccamento surreale, è un modo per fare danni e infliggerli anche a se stessi, e mollare ha invece qualcosa del gesto d’artista, produce significato e procura benevolenza. Lei ha già onorevomente chiuso con il futuro, quando ha detto che questa sua è l’ultima tornata come leader del centrosinistra. Essere universalmente considerato un ostacolo, un tappo, è ciò che l’aspetta, visto che secondo tutti gli osservatori la macchina del suo governo non si rimetterà in moto, non prenderà velocità e non ritroverà la strada di un minimo livello di fiducia e di consenso. C’è questa roba del 14 ottobre, questa strategia di ricambio fondata sulla cosiddetta vocazione maggioritaria del partito democratico e su una nuova leadership. Gli dia una chance, non stia lì a fare la diga, che il buco è già bello grosso.


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