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Catania sull’orlo del crac

20 Set 08

Gian Antonio Stella

Sospeso il capo del personale che ha premiato i dirigenti
Vigili a piedi e vie al buio
Sperperi e organici gonfiati. Il sindaco si appella al premier

L’elefantino simbolo di Catania è salvo: una mano pietosa ha rimosso l’asta su eBay («Causa dissesto finanziario vendesi statua raffigurante un elefante conosciuta come U Liotru») indetta da un feroce burlone. Resta da salvare Catania. Il che, al momento, appare più complicato. Basti dire che i cittadini risultano avere un debito municipale di 3.379 euro a testa. Pari quasi a quello dei tarantini, il cui Comune è sprofondato nell’abisso umiliante del dissesto finanziario. Abisso che i catanesi vedono ormai prossimo. Di giorno, s’intende. Di notte, infatti, non vedono più niente: stufa di aspettare il pagamento delle bollette, l’Enel ha tagliato la luce a larga parte dei lampioni cittadini. Anche e soprattutto nei quartieri a rischio.

Al punto che La Sicilia, qualche settimana fa, è arrivata a esultare amara per il ritorno dell’illuminazione il giorno della festa della patrona: «Sant’Agata “riaccende” Catania / Ma subito dopo è tornato il buio». «Chi di munnizza ferisce di munnizza perisce», sospirava venerdì sera qualche passante in piazza Duomo, davanti ai cassonetti di spazzatura rovesciati in mezzo al salotto buono della città dai dipendenti di una delle cooperative di netturbini senza stipendio da un mese. E questo è il tema al quale si aggrappano i cittadini etnei: possibile che Silvio Berlusconi, dopo aver fatto un figurone rimuovendo la spazzatura nelle strade di Napoli, si esponga davvero al rischio che proprio Catania, cioè la città dove nella primavera 2005 la destra riuscì ad arroccarsi e a resistere dopo una serie di vittorie della sinistra che sembrava inarrestabile, sia sommersa dai rifiuti e travolta dalle proteste di piazza? Possibile che non riesca a fare un miracolo per salvare dalla catastrofe il municipio governato dall’aprile del 2000 e fino a tre mesi fa proprio dal suo medico di fiducia, Umberto Scapagnini? «E che c’entro io? — è sbottato ieri con Il giornale di Sicilia l’ex sindaco, famoso anche per le sue fortune galanti, presentandosi alla riunione convocata dal suo successore con tutti i parlamentari cittadini —. La situazione era già grave prima e noi siamo stati martirizzati dal governo di centrosinistra che ci faceva arrivare in ritardo i finanziamenti. Colpa loro e della Sovrintendenza, che ha impedito che vendessimo degli immobili che ci avrebbero permesso di tenere i conti in ordine ».

Dunque? «Dunque sono d’accordo: facciamo una commissione d’inchiesta e vediamo ». Un rapporto della Corte dei Conti, datato a giugno nei giorni delle dimissioni di quello che la sinistra ha ribattezzato per l’effervescenza «Sciampagnini », offre una versione diversa. E denuncia «gravi irregolarità », «carente attendibilità delle scritture contabili », «indeterminatezza delle risorse », «insufficienza delle risorse destinate al bilancio 2003»… E così via. Fino a precisare che la Sovrintendenza, a proposito di quegli immobili che il Municipio voleva vendere per tappare un po’ di buchi (resta indimenticabile il dirottamento alle casse catanesi di soldi tolti dai fondi dell’8 per mille per pagare tra l’altro i ballerini brasiliani che avevano danzato sotto l’Etna per la gioia di Surama De Castro, la bella carioca che allietava il primo cittadino) aveva verificato la loro «appartenenza al patrimonio indisponibile». Di più, bacchettavano i magistrati contabili: la situazione già a giugno appariva «fortemente compromessa » per la «mancata tempestiva soluzione dei gravi problemi manifestatisi ben prima del 2003». Quando al governo, per capirci, non c’era la sinistra ma la destra. In una recentissima lettera a Berlusconi, Raffaele Stancanelli, il sindaco che proviene da An, chiede aiuto per «la difficilissima e gravissima situazione in cui versa il Comune di Catania per l’enorme situazione debitoria che ho ereditato e che ammonta a euro 357.000.000 a cui va aggiunto l’indebitamento complessivo delle società partecipate pari, al 31/12/2007, a euro 100.511.475; ed in queste somme non è compreso il debito residuo». Il quale, come si legge in una relazione della Ragioneria Generale alla Corte dei Conti, firmata mercoledì dallo stesso sindaco, aggrava il buco di altri 549.709.272 euro. Totale: oltre un miliardo e sette milioni di euro. Pari, appunto, a quei 3.379 euro di «rosso» pro capite di cui dicevamo. Quasi seicento (dati Standard & Poor’s) più di ogni milanese, quasi mille più di ogni romano. «Dalle fredde cifre che ho elencato si evince una situazione che pesa come un macigno sulla città», scrive Stancanelli. E si sfoga: «Un’Amministrazione che non riesca a soddisfare i tanti fornitori che vantano crediti per oltre 170 milioni di euro (con inevitabili ricadute sulla stessa vivibilità, con mezza città al buio, strade dissestate, servizi sociali allo sbando, notevoli ritardi nei pagamenti degli stipendi, scuole sfrattate per morosità, etc. etc.) non può aspirare ad alcun futuro». Gli esempi del progressivo degrado, sotto l’occhio di Francesco Bruno che fa insieme il ragioniere generale del Comune e della Provincia fino a ieri governata dal potente Raffaele Lombardo, non si contano. Vigili urbani che per motivi elettorali sono stati via via promossi in massa col risultato che oggi su 540 poliziotti municipali solo 5 sono vigili semplici e 535 ispettori i quali, sia pur carichi di onori, devono uscire in strada il meno possibile perché spesso mancano i soldi per la benzina.

Organici gonfiati a dismisura tanto che oggi, dopo la sistemazione di altri duecento Lsu per l’80% stipendiati dalla Regione e presi in carico nonostante mancasse la copertura finanziaria, c’è un dipendente comunale ogni 72 catanesi. Stipendi distribuiti facendo i salti mortali o non distribuiti affatto, come quelli dei tre revisori dei conti ai quali il Municipio (così imparano a volere mettere il naso…) non solo ha tolto l’ufficio ma ha smesso di pagare il dovuto. Due milioni di premi di produzione (il responsabile del personale è stato sospeso solo ieri) distribuiti ai funzionari per i «brillanti» risultati. Consulenze strampalate come quella da 24 mila euro data («consulente per lo sviluppo industriale ») a una sventola ventenne nota per essere stata Miss Eritrea. Per non dire delle municipalizzate. Lo scrive, nel suo sfogo a Berlusconi, lo stesso sindaco: «Con quale autorevolezza si potrà intervenire drasticamente sulle società partecipate, vera piaga non solo del bilancio, sol che si consideri come l’energia, fattore di ricchezza e di guadagno in tutto il mondo, sia diventata a Catania causa di dissesto economico e di diffuso clientelismo?» L’ultimo bilancio consuntivo dell’Amt, l’azienda municipale dei trasporti, si riassume in poche cifre: tre milioni di viaggiatori (il 10%) persi in un anno, una vendita di biglietti che non arriva a coprire neppure un quinto dei costi (oltre un terzo, a Milano), un buco salito nei soli ultimi cinque anni a quasi 83 milioni di euro. Vale a dire 83 mila euro per ogni dipendente. Insomma: un disastro tale che perfino Enzo Bianco, cioè l’uomo che aveva sfidato la destra alle comunali del 2005 e che dell’amministrazione di «Sciampagnini» pensa il peggio del peggio, si è spinto a scrivere a Tremonti pregandolo, al di là delle responsabilità del dissesto che devono essere accertate, di «adoperarsi, in quanto titolare del dicastero azionista di riferimento della Cassa Depositi e Prestiti, affinché questa possa dare una riposta positiva alla richiesta di dilazione dei mutui». Quanto sia profondo il precipizio spalancato davanti, del resto, lo ammette lo stesso sindaco Stancanelli (confortato da Berlusconi con parole rassicuranti) che nella missiva alla Corte dei Conti di mercoledì, dopo essersi lamentato di come il ministero dell’Economia abbia liquidato la sua richiesta di un via libera sul piano di risanamento dicendo di «non essere l’autorità deputata ad esprimere pareri» e dopo aver criticato la durezza dell’Istat che quel piano gli ha bocciato, paventa che Catania precipiti entro settembre «in uno stato di dissesto ineludibile ». Una crisi, scusate la battuta, al buio.

Da Brescia a Reggio Calabria. Così la Gelmini diventò avvocato

4 Set 08

Gian Antonio Stella

L’esame di abilitazione all’albo nel 2001.
Il ministro dell’Istruzione: «Dovevo lavorare subito»

Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.

La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull’uno o sull’altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l’hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po’ di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l’esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all’albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l’effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l’esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d’Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l’esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l’«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d’anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell’esame.
Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell’esame taroccato nella sede d’Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: “Scrivete”. E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d’esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%.
Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l’esame per ottenere l’abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l’esame. Per gli altri, nulla. C’era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l’esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c’era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell’Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l’esame? Com’è stato l’esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l’esame facile, le sarà però un po’ più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell’importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull’imposizione dell’educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

Il campanilismo ospedaliero

9 Ago 08

Gian Antonio Stella

«Dove potrà un infartuato in via del Corso trovare un soccorso efficiente per scansare insidie spesso fatali?». A sentire i cori di protesta che si levano in questi giorni a Roma contro la scelta di chiudere il San Giacomo, ipotesi apocalittica che ha spinto a mozioni di protesta con migliaia di firme, interrogazioni parlamentari, appelli disperati a Berlusconi e perfino all’incatenamento di un paio di consiglieri, pare che da domani la capitale sia abbandonata alle furie di una peste bubbonica. Che sarà della Città Eterna, senza il San Giacomo? Poi vai a vedere i numeri e scopri che il vetusto ospedale, di cui si vanta «un patrimonio genetico di settecento anni» (onestamente: mal portati) ha oggi 170 posti letto, ospita mediamente 115 ricoverati e tra medici, infermieri, impiegati vari dà lavoro a 748 persone: sei e mezzo per ogni letto occupato. Di più: il pronto soccorso, che comunque resterebbe aperto anche dopo la chiusura, assiste un terzo degli infortunati del San Giovanni e meno di un quinto dell’Umberto I e i casi critici sono 5,7 ogni mille. Di più ancora: il Santo Spirito è a meno di due chilometri, il Fatebenefratelli a due e mezzo, il San Giovanni a quattro. E allora?

Lo scontro tra il governo di centrodestra e la giunta regionale di centrosinistra è noto. Il governatore Piero Marrazzo dice di avere ereditato un buco colossale dal suo predecessore Francesco Storace e rivendica oltre due miliardi e mezzo di euro del Fondo sanitario nazionale da lui anticipati. L’esecutivo risponde che i soldi arretrati non gli sono stati dati proprio perché il Lazio (una delle «regioni canaglia » con la Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria e l’Abruzzo) non ha rispettato l’impegno di abbattere i costi. Il tempo, se galantuomo, dirà chi ha ragione e chi torto. Certo è che anche la rivolta contro la chiusura del San Giacomo, che il celebre professor Ferdinando Aiuti invita ad accantonare per eliminare piuttosto «i piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti», è tutta dentro una vecchia piaga italiana ormai purulenta: «tagliate ovunque, ma non a casa mia». Proprio contro il rifiuto campanilista di chiudere i «piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti» si stanno infatti scontrando da tempo un po’ tutti i governatori italiani.

È successo nelle regioni dai conti in ordine come la Lombardia e il Veneto, dove Giancarlo Galan dopo avere chiuso o riconvertito varie strutture l’ha appena spuntata su una clinica convenzionata di San Donà che aveva visto la bellicosa resistenza del sindaco leghista e sette ricorsi al Tar. Ed è successo nelle regioni meno virtuose, come la Calabria, dove vari presidenti di destra e sinistra non sono mai riusciti a portare a termine, ad esempio, un riassetto dei sette-ospedali-sette della Piana di Gioia Tauro. Dove Palmi, secondo l’Annuario statistico sanitario, detiene un record duro da battere: 268 dipendenti per 28 letti utilizzati: 9 addetti e mezzo a ricoverato. Eppure proprio i dati dell’Annuario ministeriale dicono che una svolta è obbligatoria. Se in tutta la penisola esistono 1.295 ospedali pubblici o convenzionati, pari a uno ogni 45 mila abitanti, la sproporzione tra le diverse aree del Paese è abissale. Basti dire che ce n’è uno ogni 83mila cittadini nel Veneto e uno ogni 29 mila nel Molise.

Più ancora, però, sconcerta lo squilibrio della tabella delle strutture pubbliche in senso stretto. Come è possibile che ce ne siano una ogni 146mila in Emilia Romagna o addirittura ogni 165mila in Lombardia, con servizi nettamente sopra la media, e una ogni 40mila nel Molise? Una ogni 651 chilometri quadri in Piemonte e ogni 202 in Campania? Insomma, sempre lì torniamo. Alla necessità di mettere ordine uscendo dalle logiche dell’elettorato da accontentare, del bacino di influenza, della clientela. Ma soprattutto da quella logica del «n.i.m.b.y» («not in my backyard», non nel mio cortile) che rischia di paralizzare l’Italia sul fronte della sanità ma anche dei porti, degli aeroporti, dell’energia, della scuola… Una logica perversa che, davanti alle obiezioni di chi sostiene che non c’è senso ad avere a Roma sei ospedali generalisti nel centro storico contro i due di Parigi e i due di Londra, fa spallucce: non si possono fare paragoni. E invece val la pena di guardarli, i numeri. Valgono per la destra e per la sinistra. E dicono che a Roma ci sono oggi 21 presidi ospedalieri pubblici più 59 privati per un totale di 80 strutture più altre 34 in provincia. Somma finale: 114. Quanti teorizzano nei giorni pari la necessità di tagliare e nei giorni dispari erigono barricate contro i tagli che li toccano, dovrebbero pensarci su. Lo spirito tatcheriano e l’ospedale sotto casa non sono tanto conciliabili.

Il buon senso delle badanti

17 Mag 08

Gian Antonio Stella

«Nel vocabolario del ministro dell’Interno non esiste la parola sanatoria », ha detto Roberto Maroni. Nei suoi dintorni, evidentemente, non ci sono disabili o vecchi in difficoltà. Buon per lui. I familiari di centinaia di migliaia di anziani e portatori di handicap si sono però sentiti mancare il fiato: come possono fare, senza una badante? Certo, se la macchina dell’assistenza girasse senza un cigolio, i problemi sarebbero limitati. Ma in una realtà come la nostra? Ogni centomila abitanti con più di 65 anni, dice il Censis, abbiamo 204 ospiti nelle strutture pubbliche. Pochissimi.

Tanto più in un Paese che ha una quota di anziani destinata a salire nel 2016 a nove milioni e mezzo di ultrasettantenni, pari a tutti gli abitanti della Lombardia. Non bastasse, questi posti sono ripartiti con disparità abissali: 313 nell’Italia settentrionale, 135 in quella centrale, 82 in quella meridionale e nelle isole. Per non citare i casi limite: 490 letti ogni 100mila anziani in Trentino, 46 in Campania. Undici volte di meno. Va da sé che le badanti, al di là delle ipocrisie, sono state una benedizione per centinaia di migliaia di famiglie. Al punto che lo stesso Umberto Bossi, dopo avere bellicosamente barrito un tempo che «un milione di prostitute clandestine» avrebbero cercato di «spacciarsi per colf ed essere regolarizzate », è diventato assai più prudente.

E se la cronaca regala rare storie di badanti che rapinano la vecchietta, non mancano esempi opposti. Come quello della moldava clandestina che a Venezia ha rischiato la vita per i «suoi» anziani colpiti da una fuga di gas pur sapendo che una volta scoperta sarebbe stata espulsa. Insomma, salvo eccezioni non sono le badanti ad agitare i sonni di tanti italiani che si sentono insicuri. Anzi. Tant’è che ieri, mentre il sondaggio di corriere.it dimostrava che l’81% dei cittadini è favorevole a una sanatoria per le collaboratrici extracomunitarie escluse da quote di accesso insensate (solo 6.199 su quasi 79 mila in provincia di Milano), lo stesso segretario dell’Ugl Renata Polverini, sul Secolo d’Italia, ha chiesto di usare il buon senso per far fronte alle «torrenziali richieste di permesso di soggiorno».

Né pietismo né permissivismo: buon senso. Lo suggeriscono vicende come quella di Maria Grazia Marzot, una teologa che affetta da sclerosi multipla non può portare il cucchiaio alla bocca ma un’alba si vide portar via dai carabinieri la rumena che le consentiva di vivere ma non aveva strappato uno dei 28 permessi contro 1.300 richieste provinciali. Lo suggeriscono gli studi del docente Alessandro Castegnaro secondo cui, come sostiene anche Giancarlo Galan, se la Regione dovesse farsi carico dei 30 mila vecchi che nel solo Veneto sono accuditi da badanti, dovrebbe spendere 440 milioni di euro in più, per non dire degli ospizi da costruire con un costo di almeno 150 mila euro a letto. Lo suggerisce infine il rispetto della nostra storia: anche le nostre nonne sono emigrate a centinaia di migliaia. Facevano le balie ai bambini e non ai vecchi. Ma erano badanti, spesso clandestine, anche loro.


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