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Perché ho timori per la democrazia

1 Ott 08

Walter Veltroni

Caro direttore,
nel suo editoriale di ieri Pierluigi Battista descrive la preoccupazione e l’allarme che avevo manifestato nell’intervista al Corriere della Sera di domenica come una «vecchia narrazione», come la ripresa di uno scontro muro contro muro in cui viene messa in forse la legittimità democratica dell’avversario. Credo che questa analisi non sia corretta, per due motivi che proverò a spiegare.

Il primo riguarda il rapporto impostato dalla maggioranza e da Berlusconi per primo con l’opposizione, il secondo la natura e la portata del ragionamento sui rischi di un impoverimento della democrazia che ho avviato ormai da tempo, che era al centro del mio discorso al Lingotto e poi a Sinalunga e dell’intervista al suo giornale.
Ha certamente ragione Battista a dire che attorno al tema del rapporto maggioranza- opposizione c’è stato un «gigantesco equivoco»: quello che i giornali hanno stucchevolmente chiamato dialogo, ovvero il confronto con il governo sulle riforme istituzionali necessarie al Paese, è diventato una «autocensura moderata dell’opposizione, la sordina sulle critiche anche veementi all’azione di governo». Uno schema impossibile e irrealistico, prima di tutto per la vita stessa della democrazia, che però è stato adottato per primo proprio da Berlusconi, che è sembrato aspettarsi una opposizione non dialogante ma inesistente. In cinque mesi di vita il Parlamento è stato chiamato a ratificare una lunga serie di provvedimenti, tutti o quasi decreti legge, tutti o quasi votati sull’onda della fiducia. Male sui contenuti (che si tratti di scuola o di sicurezza, di giustizia o di conti pubblici), male nel metodo che è poi sostanza democratica. Su questo insieme a Casini ho inviato una lettera al presidente della Camera per sottolineare come il Parlamento fosse messo nella condizione di non discutere nulla e sostanzialmente espropriato.
Su tutto questo, sui concreti contenuti dei provvedimenti del governo Berlusconi e sui rischi di una vera decadenza della democrazia, il Pd ha promosso la sua manifestazione del 25 ottobre a Roma. È, questa, una delegittimazione dell’ avversario? Potrei ribattere ricordando come il 2 dicembre del 2006, parlando su un palco in cui campeggiava la scritta «Contro il regime, per la libertà», Silvio Berlusconi affermava di rappresentare la maggioranza dell’Italia in lotta contro l’oppressione «imposta da un governo di minoranza».

Ma non voglio andare così indietro per comprendere chi davvero è abituato a mettere in discussione la legittimità democratica dell’avversario. Mi limito a partire dallo scorso giugno: mentre alle Camere arrivava la norma blocca-processi i magistrati erano definiti metastasi della democrazia e il leader dell’opposizione diventava un «fallito» che dovrebbe «ritirarsi dalla politica». Ed è di qualche giorno fa, nel pieno della trattativa Alitalia, la battuta insultante di un «Veltroni inesistente », spesa per conquistare titoloni sui giornali e smentita solo giorni più tardi. In mezzo, un mare di insulti di tutti gli uomini del Pdl. Chi, se non Berlusconi, ha definito la giudice Gandus suo «nemico politico»? Chi minaccia la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul lodo Alfano? Chi parla del governo come di un «consiglio d’amministrazione »? Chi durante una trattativa offende il sindacato con i suoi prendere o lasciare e si esprime nei confronti di una forza dell’opposizione come l’Idv definendola nemica della democrazia e della libertà? Una litania, questa sì, delegittimante per l’opposizione e per le istituzioni.

È per tutto questo che ho sottolineato quanto sia grande la differenza tra governare
pro tempore, come avviene in democrazia, e invece sentirsi «al potere». E a proposito di narrazione, quando Berlusconi dopo essersi dichiarato disposto al confronto sulle riforme strappa la tela di ogni possibile convergenza e riprende come sempre ad aggredire ed insultare i suoi avversari non ripropone, questa sì, la narrazione antica di cui gli italiani si sono stancati?
Peraltro le mie riflessioni di domenica, sulle quali più del 70% dei lettori del Corriere.it si è dichiarato d’accordo, erano un tentativo di portare lo sguardo un po’ più in là rispetto a quanto sta avvenendo nel nostro Paese e alle polemiche contingenti. Non ho interesse, e non ne ho nemmeno la presunzione, ad ascrivere nessuno nella categoria dei «nemici ontologici» della democrazia. A preoccuparmi sono quegli stessi fenomeni di fondo che attraversano le società occidentali e che ovunque richiamano l’attenzione di tanti commentatori e uomini politici. Basti pensare a come in Francia una rivista cattolica del prestigio di Esprit abbia dedicato un intero numero agli attuali rischi di «regressione democratica », alla possibile fine della democrazia come la conosciamo in Occidente.

A preoccuparmi è questo, è una realtà che si sta incaricando di dimostrare che nel mondo il mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli. È la realtà di una diffusa crisi democratica, di pericolose pulsioni xenofobe e razziste che ormai trovano aperta espressione e rappresentanza politica, come il voto austriaco ha appena dimostrato. È la realtà di un generalizzato bisogno di decisione che si manifesta con un insieme di semplificazione mediatica dei problemi, di fastidio per ogni complessità, di richiamo alle paure più profonde delle persone, di tendenze all’investitura plebiscitaria della leadership, di scavalcamento o marginalizzazione delle istituzioni, di noncuranza per la patologica concentrazione del potere, di irrisoria facilità nell’oscillare tra il ruolo di profeti della deregulation e quello di paladini dell’intervento dello Stato. Di tutti questi fenomeni il nostro Paese, anche per l’evidente propensione del Presidente del Consiglio ad esserne l’incarnazione, è purtroppo un evidente esempio.

Non vecchie narrazioni e residui del passato, insomma. Noi siamo l’opposizione dell’innovazione e della democrazia che decide. Abbiamo la preoccupazione per la complessità dei problemi presenti e sentiamo la responsabilità di cercare risposte nuove per difendere e rafforzare la nostra democrazia, per rendere il nostro Paese più moderno.

L’egoismo e la paura

29 Giu 08

Water Veltroni

Caro direttore,
come ha scritto il direttore del Mulino, Edmondo Berselli, sull’ultimo numero dell’autorevole rivista bolognese, col 33 e rotti per cento di consensi «il Pd può essere effettivamente il nucleo originario di un’entità riformista, dotata di un potenziale espansivo, capace di svilupparsi in futuro raccogliendo i consensi di chi chiede una modernizzazione creativa e socialmente compatibile». Ma, «come si sa – continua Berselli – la politica ricomincia di continuo. Occorrerà vedere se il Pd è in grado di ripartire. Se i suoi membri punteranno sulla costruzione paziente di un partito vero. Se affioreranno o no nostalgie per le vecchie identità e le vecchie appartenenze. Se qualcuno si prenderà l’impegno di delineare una cultura unificante, che al momento non esiste».

Tutti interrogativi che delineano un ambizioso e impegnativo programma di lavoro, nel quale il tema della «cultura unificante» è certamente il primus inter pares: dar vita a un partito nuovo è infatti innanzi tutto una operazione culturale. È quindi non solo comprensibile, ma necessario e importante che si vadano moltiplicando le iniziative di elaborazione e di confronto culturale, dentro e attorno al Partito democratico. Come quella che si va tenendo proprio in questi giorni presso la comunità di Bose, promossa dall’associazione «Argomenti 2000», nata nel sempre fertile terreno che circonda l’associazionismo ecclesiale, sul tema cruciale della «laicità al futuro», e che oggi a Ivrea vede la partecipazione di Rosy Bindi e di Savino Pezzotta, oltre che di diversi esponenti del Pd.

Nella società post-secolare
Pensare la laicità al futuro è una delle ragioni costitutive del Partito democratico, uno dei tratti identitari che fanno di esso un partito «nuovo», che ha saputo e intende rompere gli schemi oppositivi del Novecento, per contribuire a costruire e per abitare quella che Habermas chiama la società «post-secolare». Una società fondata, come ebbe a dire l’allora cardinale Ratzinger, proprio in dialogo con Habermas, «sulla disponibilità ad apprendere e sull’autolimitazione» reciproca tra religione e ragione. Perché la religione deve guardarsi, proprio attraverso la ragione, dal rischio, dalla patologia del fondamentalismo, che la trasforma snaturandola in strumento di potere, se non di sopraffazione e di morte. Così come la ragione, se non vuole ridursi a ideologia totalizzante o a razionalità meramente strumentale, deve aprirsi al rispetto e al riconoscimento del ruolo umanistico della dimensione religiosa dell’esistenza umana.

Nella vita comune delle comunità religiose, sostiene ad esempio Habermas, «una volta che esse rinuncino al dogmatismo e alla coercizione sulle coscienze, può rimanere un qualcosa di intatto, un qualcosa che altrove è andato perduto e non può essere ripristinato da nessun sapere professionale e specialistico da solo: mi riferisco alla possibilità di percepire e di esprimere la vita deviata, le patologie sociali, i fallimenti dei progetti di vita individuali e la deformazione di contesti vitali degradati».

È uno dei molti possibili modi per mettere in evidenza e riconoscere il ruolo straordinariamente prezioso che l’ispirazione religiosa, coniugata con la laicità della ragione, può svolgere nella società e nella politica. La condizione perché la vitalità spirituale e morale della religiosità diffusa, che è una delle grandi risorse del nostro Paese, possa tradursi in energia civile e democratica è la laicità delle istituzioni, il loro essere comprese e vissute come casa di tutti, luogo nel quale la libertà della coscienza, di ogni coscienza, possa essere difesa e valorizzata. Non si tratta, come è evidente, di affermare una neutralità, o men che meno una indifferenza etica delle istituzioni: è la nostra stessa Costituzione a fondare la convivenza civile degli italiani su chiare ed esigenti tavole di valori.

Comune fede nella libertà
Si tratta piuttosto di concepire il pluralismo etico e religioso del nostro Paese come preziosa opportunità di dialogo, fondata sulla comune fede nella libertà. E come ricerca comune di soluzioni sempre più adeguate, o almeno meno inadeguate, ai grandi e talvolta inediti interrogativi del nostro tempo: da quelli che hanno a che fare con la qualità dello sviluppo, a quelli che riguardano la convivenza tra culture, fino a quelli che riguardano l’impatto del progresso scientifico e tecnologico sulla stessa natura umana. La laicità delle istituzioni è garanzia di libertà e pluralismo. E allo stesso tempo vale anche l’opposto: solo la vitalità civile e democratica di un Paese può alimentare la laicità delle istituzioni.

Qui sta lo spazio e il ruolo di un grande partito laico e pluralista come il Pd. Proporsi come uno dei luoghi ove l’incontro tra ispirazioni e culture si realizza in modo quotidiano e duraturo è una delle ragioni che rendono affascinante l’impresa del Partito democratico. E potenzialmente così feconda la sua funzione: nella crisi, civile e morale, prima ancora che economica e sociale, nella quale da ormai troppi anni si dibatte il Paese. Religione e ragione devono insieme cogliere la sfida e dare risposte ai segnali più negativi come l’imbarbarimento della società, l’emergere di particolarismi, egoismi quando non vero e proprio odio per chi è lontano o diverso, lo smarrimento di valori condivisi.


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