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L’importanza di avere un leader

6 Apr 09

Che la nostra libertà di voto, ormai, si sia ridotta a una scelta tra due nomenklature conservatrici, quella del Pdl e quella del Pd, lo riconoscono ormai un po’ tutti gli osservatori. Lo ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica, subito dopo il congresso fondativo del Popolo della libertà. Lo ha ammesso Vittorio Feltri su Libero, che ha parlato di un centro-destra costretto a muoversi a zig-zag per non perdere voti. Lo ripete da anni Piero Ostellino, che giusto questa settimana è balzato in cima alla classifica delle vendite con il suo pamphlet Lo Stato canaglia (Rizzoli), in cui denuncia il deficit di liberalismo di entrambi gli schieramenti.

Anche Pier Ferdinando Casini, chiudendo l’assemblea nazionale dell’Udc, ha sostenuto la stessa tesi, salvo aggiungere che per fortuna un partito non conservatore esiste, ed è il suo, l’Unione di centro (attualmente al 6-7% secondo i sondaggi). Curioso davvero, viste le prove dell’Udc al governo, nel 2001-2006; viste le prove del suo personale politico, specie nel Mezzogiorno; visto, soprattutto, quel che l’Udc ha combinato nei giorni scorsi, quando – con un emendamento – è riuscita a rendere ancora più illiberale una legge come quella sul testamento biologico. E tuttavia c’è un punto su cui l’analisi di Casini, a mio avviso, merita di essere ripresa e fatta oggetto di un’attenta riflessione. È quando si sofferma sul binomio «Popolo e Leader» e dice che a destra «tutto si riassume in questo rapporto», per poi lanciarsi in un ardito parallelo tra Berlusconi e Gheddafi, che adombra un ulteriore possibile svuotamento della funzione parlamentare: «c’è il colonnello Gheddafi che fa lo stesso discorso e infatti ha abolito il Parlamento».

Quel che Casini dice lo pensano e spesso lo ripetono in molti. C’è una parte del ceto politico che, tutto sommato, ha un discreto senso delle istituzioni, mostra di rispettare le forme, cerca di evitare i conflitti istituzionali; e c’è un’altra parte che, viceversa, non esita a scherzare con il fuoco, assumendo atteggiamenti irrituali, alimentando o accettando il conflitto fra istituzioni, tenendo comportamenti non precisamente protocollari. Nella seconda Repubblica i massimi campioni del primo modo di atteggiarsi sono stati i Ds, la Margherita (ora riuniti nel Pd), l’Udc, Alleanza nazionale (ora confluita nel Pdl); i massimi campioni del secondo sono stati la Lega, l’Italia dei Valori, Forza Italia (ora confluita nel Pdl). Il primo gruppo è formato dai partiti eredi delle tre grandi famiglie politiche del dopoguerra, ossia il comunismo, il fascismo e il cattolicesimo; il secondo gruppo è formato da partiti nuovi, privi di una tradizione o che hanno dovuto inventarsene una più o meno credibile, e che proprio per questo fanno tutt’uno con il proprio leader-fondatore: difficile pensare la Lega senza Bossi, l’Italia dei Valori senza Di Pietro, Forza Italia senza Berlusconi.

Con il suo ragionamento contro il binomio «Popolo e Leader» Casini delinea una sorta di alleanza, metodologica prima ancora che politica, dei politici-aplomb contro i politici populisti: un comune sentire in cui dal lato degli aplomb si verrebbero a trovare l’Udc (centro), il Pd (sinistra), il presidente della Camera e i nostalgici di An (destra), tutti coalizzati contro le intemperanze dei leader populisti.

Ho un grande rispetto per le preoccupazioni di Casini, e per il senso delle istituzioni degli aplomb. Ma temo che la loro visione non colga il punto. Che a mio modo di vedere è il seguente: la democrazia è cambiata, le istituzioni democratiche come siamo stati abituati a pensarle non esistono più, non solo in Italia ma in tutto l’Occidente. Oggi, come notava già una decina d’anni fa il politologo Colin Crouch, viviamo in un mondo post-democratico, in cui i partiti contano sempre di meno e le identità politiche si forgiano innanzitutto nel rapporto fra elettori e leader. Da questo punto di vista continuare a irridere Berlusconi per i suoi modi spicci e le sue gaffe significa eludere il problema. Forse un piccolo partito come l’Udc, che gestisce una nicchia elettorale, può anche permetterselo, ma un grande partito come il Pd, che aspira a governare l’Italia, non può continuare a raccontarsi la solita favoletta: noi sì che siamo bravi, noi sì che sappiamo che cos’è la democrazia, da noi sì che si discute, da noi sì che c’è vero dibattito, da noi non ci sono padri-padroni, e via autolodandosi. Quelle che, agli occhi dei politici-aplomb, appaiono virtù, a molti elettori paiono difetti. Potrà sembrare paradossale, ma se tanti italiani hanno preferito la destra è anche perché il ceto politico di sinistra è così democratico, così aperto, così capace di riflessione-elaborazione-discussione-dialogo-confronto. Già, perché è precisamente questo tipo di «apertura» inconcludente, che dibatte sempre e non decide mai, quel che ha fatto cadere Prodi nel 1998, lo ha fatto ricadere nel 2008, e ha regalato all’Italia governata dalla sinistra ben 5 governi in 7 anni (Prodi I, D’Alema I, D’Alema II, Amato, Prodi II), quasi come ai tempi della Dc. La sinistra ha avuto due legislature per dimostrare di che cosa era capace, e ha saputo mostrare una cosa soltanto: che la mancanza di un leader la conduce alla paralisi.

Qualcuno, specie a sinistra, pensa che la gente abbia votato a destra perché illusa dalle promesse di Berlusconi, e quindi crede che – svelato l’inganno – quella stessa gente non potrà che tornare sui suoi passi e premiare la serietà delle opposizioni aplomb, di sinistra (Pd) e di centro (Udc). Ma l’elettore non è stupido. Non ha votato il Messia, ma quello che riteneva il male minore. Sa che Berlusconi non farà miracoli, ma sa distinguere tra democrazia, oligarchia e dispotismo. La differenza tra sinistra e destra, oggi in Italia, non è tra uno schieramento a guida democratica e uno a guida dispotica. La destra e la sinistra sono entrambe due oligarchie, in cui gli elettori contano quasi niente e le segreterie di partito sono onnipotenti. Con l’unica, fondamentale differenza che a destra c’è un signore che – in caso di dissenso – decide per tutti, mentre a sinistra non solo quel signore non c’è, ma non c’è neppure un metodo che ne faccia le veci.

Il sentimento del Nord

29 Nov 08

Luca Ricolfi

E’ un bel po’ di anni che se ne parla, ma nell’ultima settimana – dopo l’intervista di Sergio Chiamparino a questo giornale – se ne discute di più. Di un partito del Nord distinto dalla Lega, relativamente libero nelle sue alleanze, si cominciò a ragionare più o meno quindici anni fa, quando la Lega di Bossi fece cadere il primo governo Berlusconi (1994), e per circa cinque anni rimase «in sospensione» fra sinistra e destra, fino al rientro nell’alveo del centro-destra (2000). Poi il tema scivolò fuori del dibattito, salvo riaffacciarsi timidamente nel 2007, dopo le sconfitte della sinistra nelle elezioni amministrative di primavera. Pochi mesi dopo, con la costituzione del Partito democratico (autunno 2007) il tema pareva di nuovo e definitivamente sepolto, perché tutti i leader del Nord, compresi quelli che ora vagheggiano un distacco dal Pd romano, preferirono accontentarsi della promessa veltroniana di una «forte struttura federale» piuttosto che lanciarsi nell’avventura di un partito veramente autonomo. Non ho mai capito perché, allora, Cacciari, Chiamparino, Penati e gli altri principali dirigenti del Nord si siano lasciati incantare da Veltroni: che la confluenza nel Pd fosse uno schiaffo alle aspirazioni del Nord era più che evidente a qualsiasi osservatore disincantato. Quindi, pur essendo fra quanti hanno ripetutamente caldeggiato la nascita di un Partito del Nord, capisco ancora meno l’improvvisa conversione di questi giorni. Chissà, forse è solo una questione di voti, che ieri ci si illudeva di agganciare con la nuova creatura veltroniana, e oggi si è compreso benissimo che non torneranno mai più all’ovile.

Al di là delle beghe interne al Partito democratico, tuttavia, la domanda resta: vale la pena dar vita a un partito del Nord distinto dalla Lega? Dipende. In termini di carriere politiche è sicuramente indispensabile: la sinistra aveva perso la maggioranza dell’elettorato del Nord già nel 1948, e dopo il 1994 non ha fatto che perdere ulteriore terreno. Chi vuole fare politica al Nord senza confluire né nella Lega né nel partito di Berlusconi è dunque costretto a pensare a un contenitore nuovo. Ma per noi elettori è veramente utile? O meglio ancora: c’è spazio, oggi, per una nuova formazione politica che abbia il suo baricentro nel Nord e non sia l’ennesimo partitino? Secondo me sì, anche se tale spazio – per ora – non è grandissimo (diciamo che è fra il 10% e il 20% dei voti validi). Lo spazio si è creato poco per volta, ma le vicende politiche degli ultimi anni lo hanno notevolmente allargato. Oggi è molto più chiaro di ieri che né la destra né la sinistra attuali sono in grado di entrare in sintonia con il sentimento centrale delle regioni settentrionali, uno stato d’animo che è ampiamente diffuso nel Nord ma, sia pure in diversa misura, è presente in tutte le aree del Paese e in tutti gli strati sociali. Ci sono molti modi di mettere a fuoco tale sentimento, ma quello più chiaro a me pare efficacemente racchiuso in un’espressione di Lucia Annunziata ai tempi del governo Prodi, quando ebbe a parlare di un «generale senso di ingiustizia» serpeggiante nel Paese. Tale sentimento è particolarmente diffuso nel Lombardo-Veneto perché, qualsiasi campo si consideri, la scuola, l’università, la sanità, l’assistenza, la burocrazia, quei territori sono al tempo stesso i più virtuosi del Paese e i meno rappresentati dalla politica (a dispetto dei lombardi presenti nel governo nazionale). Ma è diffuso anche altrove, ovunque ci si rende conto che il merito è calpestato, gli sprechi e i privilegi sono inestirpabili, gli umili soccombono ai prepotenti, gli onesti sono calpestati dai furbi. Il Paese non chiede semplicemente meno tasse e migliori servizi, ma più equità e più responsabilità individuale. Di fronte a questa domanda, che spira impetuosa dal Nord ma esiste ovunque, un cittadino si aspetta dagli altri quel che pretende da sé stesso, le forze politiche si mostrano incapaci di fornire risposte convincenti. Nessuna di esse ha interesse a ripulire le istituzioni dall’invadenza dei partiti, come mostrano le non-riforme in campi vitali quali la sanità, la Rai, ma soprattutto i servizi pubblici locali, che solo Linda Lanzillotta provò (invano) a sottrarre alla voracità dei politici locali. L’azione della destra è paralizzata dal peso degli interessi egoistici e clientelari del Mezzogiorno, che hanno già indotto la Lega stessa ad annacquare enormemente il suo modello di federalismo fiscale. La sinistra, anziché combattere questa deriva conservatrice della destra, la asseconda in nome di un malinteso principio di solidarietà, che la porta a tutelare i territori inefficienti e a ignorare la domanda di equità che proviene da quelli virtuosi. La sinistra, in altre parole, confonde l’equità con la solidarietà, e sembra non capire che il Nord non è nemico della solidarietà, ma della sua versione incondizionata: se le risorse sono scarse, non puoi donare senza condizioni, ma hai il dovere civile di pretendere che non vadano dissipate. Queste, a mio parere, sarebbero le sole ragioni per far nascere un partito del Nord. Un partito del Nord ha senso se riesce a essere, al tempo stesso, più aperto e più rigoroso della Lega. Più aperto con l’altro, a partire dagli immigrati e dai «non padani». Più rigoroso sui temi del merito e della giustizia territoriale, ossia più e non meno federalista della Lega. Ma il conservatorismo mentale della sinistra e dei suoi uomini è così grande, che dubito che una rivoluzione simile possa essere compiuta nel breve volgere di una stagione politica.

Università, due vie senza uscita

15 Nov 2008

Luca Ricolfi

Lunedì il governo ha varato un decreto-legge sull’Università che accoglie, sia pure parzialmente, alcune delle critiche che le forze di opposizione avevano sollevato nei mesi scorsi. Le «conquiste» principali sono quattro: minori tagli per gli atenei efficienti, misure per il diritto allo studio (edilizia e borse), 530 milioni assegnati in base ai risultati, sorteggio delle commissioni di concorso. A queste misure, già incassate, nei giorni scorsi il ministro Gelmini ha aggiunto la promessa di ulteriori concessioni future, specie in materia contrattuale. E’ poco? E’ tanto?

Secondo i rettori, secondo la Cisl, secondo lo Snals, secondo la Ugl, è un buon inizio: i tre sindacati hanno quindi revocato lo sciopero dell’università, che si è svolto ieri. Secondo la Cgil (cui si è unita la Uil), come per gli studenti in lotta, le misure varate dal governo sono invece «del tutto insufficienti»: di qui la conferma dello sciopero e della manifestazione, che si è svolta tranquillamente ieri a Roma.

Naturalmente tutti hanno ragione, dal loro punto di vista. La Cgil pensa che i tagli previsti dalla finanziaria siano evitabili e che l’eventuale trasformazione delle università in Fondazioni sia un male per la didattica e la ricerca.

Date queste premesse, è logico che chieda il ritiro integrale dei tagli e si batta per vietare la trasformazione delle Università in Fondazioni (la legge voluta dal governo, tuttora priva dei decreti attuativi, non impone la trasformazione in Fondazioni ma semplicemente la consente a certe condizioni).

I fautori del dialogo, come Bonanni (leader Cisl) e la conferenza dei rettori, non negano gli sprechi ma pensano che tagli pesanti come quelli annunciati a partire dal biennio 2010-2011 (oltre 1 miliardo di euro, su una base di circa 7) non possano aiutare la guarigione dell’Università ma solo accelerarne la morte. Date queste premesse, plaudono ai primi timidi tentativi di limitare gli sprechi, ma si battono per attenuare l’entità dei tagli.

Quanto al governo, pare convinto che gli sprechi siano così ampi e diffusi da giustificare il piano di tagli draconiani varato da Tremonti con la Finanziaria 2009. Se ha ceduto, un po’ è perché è stato convinto (ad esempio sull’opportunità di differenziare i tagli), un po’ è perché è stato costretto dalla piazza, ovvero dalla paura di perdere consensi. E’ difficile che conceda ancora molto.

Ma come stanno effettivamente le cose nelle università?

A me pare che, se si analizzano senza pregiudizi i bilanci e i risultati (cose entrambe possibili, grazie ad anni di lavoro di varie istituzioni e comitati), si arrivi inesorabilmente a una conclusione che non può piacere a nessuno dei tre attori politici in campo: né ai duri e puri della Cgil, né ai dialoganti, né al governo. E’ una conclusione drammatica, che quindi risulterà sgradita a tutti, ma mi sembra l’unica compatibile con i dati di cui disponiamo. Ebbene la conclusione è questa: è vero che l’Università pubblica non è in grado di sopravvivere ai tagli di Tremonti, ma è contemporaneamente vero che ne meriterebbe di ancora più profondi.

Provo a spiegare i due pilastri della mia conclusione. L’università non può sopravvivere ai tagli dei fondi pubblici perché il peso degli stipendi è così forte (circa l’89% del finanziamento ordinario, a sua volta un po’ meno del 50% del budget), e soggetto ad automatismi così implacabili, che nemmeno il blocco totale del turnover (con conseguente esclusione delle nuove leve) consentirebbe di garantire anche solo la metà delle economie previste dalla Finanziaria. La massa stipendiale che l’università risparmia ogni anno per i pensionamenti, infatti, è dello stesso ordine di grandezza degli aumenti più o meno automatici legati a scatti di anzianità e inflazione, e quindi è destinata a rimanere sostanzialmente invariata nel tempo anche se d’ora in poi non venisse assunto più nessuno. Fin qui hanno ragione gli oppositori ragionevoli del governo.

C’è però anche l’altra faccia del problema, ovvero gli sprechi. Negli ultimi dieci-quindici anni l’università non solo è cresciuta male, nel senso che non ha reclutato i migliori (ed è un grande merito di studenti e mass media averlo denunciato), ma è cresciuta troppo, nel senso che si è preoccupata molto delle carriere e poco del reclutamento e dei servizi agli studenti. Questa iper-crescita è stata generalizzata, ma in alcuni territori e in alcuni atenei ha raggiunto livelli assolutamente abnormi, sfasciando i conti e creando veri e propri carrozzoni. I confronti fra istituzioni sono sempre difficili da condurre in modo rigoroso, ma provando e riprovando in vari modi possibili (con il passato, con altri paesi, fra atenei) ho maturato la convinzione che le risorse economiche di cui l’università italiana può disporre sono poche rispetto al prodotto interno lordo, ma sono tantissime rispetto a quello che produce (quantità e qualità dei laureati). Non arrivo a sostenere, come fa Roberto Perotti nel suo bel libro (L’università truccata, Einaudi 2008), che la nostra spesa per studente sia fra le più alte del mondo, ma non posso non rilevare che il nostro output, misurato nel modo più elementare, ossia come percentuale di giovani che conseguono la laurea, è poco più della metà della media Ocse. La conclusione è amara ma inevitabile: se in passato avessimo adottato pratiche più virtuose, oggi potremmo avere il medesimo output con molti meno quattrini, o avere un output decisamente maggiore a parità di risorse. Da questo punto di vista ha perfettamente ragione il governo a stigmatizzare il cattivo uso che gli atenei hanno fatto della loro autonomia.

Il problema politico, dunque, è che c’è molto di vero sia nella diagnosi degli oppositori dialoganti (à la Bonanni) sia in quella dei ministri ragionevoli (à la Gelmini). E’ vero che l’università non può reggere i tagli previsti, ma è anche vero che – per essere efficiente – dovrebbe farne ancora di più. Come se ne esce ?

Personalmente penso non se ne uscirà, perché sia il governo sia i suoi oppositori hanno una sola vera stella polare: massimizzare il consenso, conservare il potere di cui dispongono. Se però se ne volesse uscire una via ci sarebbe. E’ il tempo il fattore chiave. Il governo deve rendersi conto che le razionalizzazioni richiedono tempo, molto tempo, tanto più in un paese in cui la macchina burocratica rallenta qualsiasi processo, virtuoso o vizioso che sia. Gli atenei, a loro volta, non possono pretendere di ottenere ulteriori risorse prima di aver mostrato di essere capaci di tagliare i rami secchi (dove ci sono, naturalmente) e di fare qualche sacrificio (magari partendo da stipendi e carriere). Decidano come farlo, si prendano il tempo necessario, ma lo facciano. Altrimenti nessuno potrà difenderli dal discredito che si sono attirati in questi lunghi anni di follia.

Il lato buono della crisi

10 Nov 08

Luca Ricolfi

Siamo tutti preoccupati per la crisi, se non altro perché non sappiamo ancora né quanto durerà né quanto sarà profonda. C’è chi pensa che fra sei mesi l’economia ripartirà, e c’è chi teme che ci vorranno anni per uscire dal tunnel, come nel 1929. Gli economisti, con grande soddisfazione dei non-economisti (vedi il sociologo Ulrich Beck su La Repubblica di qualche giorno fa), si mostrano divisi su quasi tutto: cause della crisi, ruolo della speculazione, responsabilità della politica, rimedi a livello globale, rimedi nei singoli Stati (sull’Italia, solo nelle ultime settimane, ho contato almeno cinque ricette diverse). C’è un punto, però, su cui forse potremmo riflettere tutti, indipendentemente dal lavoro che facciamo e dalle convinzioni che professiamo: le crisi economiche non sono mai un bene ma, una volta che ci finiamo dentro, diventano anche straordinarie opportunità, che sarebbe un peccato sciupare.

In che senso la crisi, questo male oscuro che si è impadronito delle nostre vite e delle nostre menti, è anche un’opportunità? A mio modo di vedere in due sensi fondamentali. Il primo è stato forse illustrato nel modo più chiaro dagli economisti della cosiddetta «scuola austriaca», come von Hayek e Schumpeter. Essi non si illudevano che il capitalismo fosse una macchina perfetta, capace di procedere senza scosse lungo un sentiero di crescita permanente (questa illusione, semmai, è tipica dei loro critici). Il capitalismo è invece un modo di produzione che procede alternando fasi di prosperità, in cui gli squilibri si formano e si aggravano, e fasi di crisi, in cui gli squilibri si attenuano e si correggono, preparando le condizioni per una nuova fase di prosperità. Vista da questa prospettiva, la crisi non è semplicemente un male più o meno evitabile ma è il momento necessario e insostituibile della «distruzione creatrice», quella fase cioè in cui il sistema si autocorregge eliminando le inefficienze, tagliando i rami secchi, rinnovando le tecnologie, aprendosi a nuovi soggetti, ricchi di idee e voglia di metterle alla prova.

Lo sottolineava a modo suo Montezemolo in un’intervista di qualche settimana fa, quando faceva notare che le fasi di prosperità del capitalismo sono anche fasi di «degenerazione», mentre quelle di crisi sono di «rigenerazione». Può sembrare paradossale, ma da questo punto di vista la crisi è (anche) un bene: non solo produce una riallocazione più efficiente delle risorse economiche, ma riduce molti degli squilibri sociali che abbiamo accumulato negli anni precedenti. E infatti i primi a pagare la crisi sono gli speculatori, i manager che hanno male amministrato le loro aziende, i ceti elevati (il cui portafoglio ha una quota maggiore di azioni e titoli a rischio), i lavoratori autonomi che hanno gonfiato i prezzi e ora fanno i conti con il calo dei consumi e i primi segnali di deflazione (nel bimestre settembre-ottobre l’indice dei prezzi è sceso rispetto al livello di agosto). La crisi, naturalmente, genera anche nuove diseguaglianze ma il saldo complessivo è una riduzione degli squilibri fra Paesi e interni ai Paesi: chi è vissuto chiedendo denaro in prestito (come governo e consumatori americani) dovrà restituire una parte dei propri debiti, chi ha costruito imperi di carta vedrà ridimensionati il proprio potere e la propria ricchezza.

Ma c’è anche un secondo senso in cui la crisi è un’opportunità. La crisi può essere l’occasione che ci costringe a compiere finalmente le scelte che avremmo dovuto già fare nei periodi di prosperità ma che, senza la crisi, non avremmo mai trovato la forza di fare. Anche questo può apparire paradossale, ma la realtà è che le scelte coraggiose i nostri governi non sono mai riusciti a farle quando sarebbero costate di meno (ad esempio nel 2006-2007, quando l’economia era tornata a crescere), ma sono invece stati talora indotti a compierle sotto la spinta degli eventi, ossia proprio quando costavano di più (ad esempio nel 1992-1995, durante l’ultima grande crisi della lira: ricordate la «stangata» di 90 mila miliardi del governo Amato?). Quello che stiamo attraversando è uno di questi momenti, in cui intervenire costa di più, ma nello stesso tempo è più facile perché ci si rende conto che certe scelte non possiamo più rimandarle.

Quali scelte?

Fondamentalmente due, una negativa e l’altra positiva. Quella negativa è stata descritta chiaramente, qualche giorno fa, dall’economista Alberto Bisin su questo giornale: «Le recessioni sono momenti in cui il sistema economico “si ripulisce”. Le imprese che non producono reddito falliscono e liberano risorse che sono riallocate alle imprese più produttive. Questo processo è necessario perché un’economia sia sana e produttiva nel lungo periodo: non va assolutamente impedito».

Ma evitare gli aiuti di Stato inutili o controproducenti non basta. La scelta positiva che non possiamo più ritardare è quella di trasformare il nostro Stato assistenziale in un vero Stato sociale. Gli sprechi nella pubblica amministrazione, secondo le stime più prudenti, ammontano a 80 miliardi di euro l’anno. Recuperandone, gradualmente, anche solo la metà, potremmo assicurare ai cittadini le quattro cose essenziali che sono tuttora drammaticamente carenti in Italia: asili nido, assistenza agli anziani (e ai non autosufficienti), politiche contro la povertà, ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e non solo per chi ha la fortuna di lavorare in una grande impresa. Quest’ultimo punto, probabilmente, è il più importante in questo particolare momento, in cui le prime imprese cominciano a chiudere, le ore di cassa integrazione aumentano, la disoccupazione torna pericolosamente a salire: proprio perché, per riprendere a crescere, le imprese inefficienti vanno lasciate al loro destino, è essenziale garantire a chi perde il lavoro una rete di protezione universale, facendo cadere una volta per tutte l’odiosa distinzione fra lavoratori di serie A, difesi dalla legge e dai sindacati, e lavoratori di serie B, dimenticati da Dio e da tutti.

Due patti scellerati

30 Ott 08

Luca Ricolfi

Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.

Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?

Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.

Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.

La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).

Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure – pur condivisibili negli obiettivi – diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.

Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche – nella scuola come nell’università – isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.

Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.

E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.

La giungla federale

6 Set 08

Luca Ricolfi

L’altro giorno mi è capitato di ascoltare un’animata conversazione al bar: c’era un tale che raccontava di aver cambiato già tre volte gestore telefonico, ogni volta persuaso dalle mirabili e «convenientissime» offerte del nuovo gestore. Risultato del cambiamento: nessun vero risparmio e, anzi, servizi telefonici forse un po’ più cari di prima.

Questa conversazione mi è tornata prepotentemente alla mente ieri, alla fine della lettura del nuovo «Schema di disegno di legge» sul federalismo fiscale, altrimenti noto come «bozza Calderoli-bis», che ritocca e integra la versione precedente (del 24 luglio). Prima di spiegare perché, una premessa indispensabile: sono un federalista convinto, e spero che il governo – questo o un altro – ce la faccia a darci un buon assetto federale.

Però, dopo aver letto la bozza Calderoli, mi è sempre più chiaro che gli scettici sulle virtù del federalismo hanno molte ragioni per restare tali.

Un federalismo ben fatto è probabilmente l’unica via che resta all’Italia per uscire dalle secche in cui si è incagliata. Ma un federalismo «mal fatto» (ossia sbagliato nei meccanismi e nei dettagli) potrebbe rivelarsi un rimedio peggiore del male.

Perché il nostro federalismo rischia di riuscire male?

Fondamentalmente perché immagina un meccanismo di controllo da parte dei cittadini che non ha nessuna chance di funzionare come ci si attende. La filosofia di base del federalismo si può riassumere così: diamo agli enti territoriali la responsabilità di decidere sia le tasse sia la spesa, e vincoliamoli al pareggio di bilancio. Così se un territorio non funziona (o perché tassa troppo, o perché spende male) i cittadini se ne accorgono e puniscono con il voto chi ha male amministrato.

Fin qui benissimo, ma in pratica?

In pratica bisogna fare un sacrificio sovrumano e leggere attentamente lo schema di disegno di legge. Se trovate il coraggio di farlo (il testo è scritto in un italiano inquietante), scoprite diverse cose.

Primo, i territori che hanno responsabilità amministrative si situano a ben 5 livelli diversi: Stato, Regioni, Province, Comuni, Città metropolitane, cui nella nuova versione della bozza si aggiunge un sesto livello, quello di «Roma capitale» (art. 13). Il cittadino che, grazie al potere punitivo del voto, dovrebbe far funzionare il federalismo fiscale, dovrebbe anche essere in grado di sapere, per ogni servizio (e sono almeno una ventina quelli importanti), da quale dei cinque livelli amministrativi è gestito, senza contare il problema di quei servizi che resteranno di fatto gestiti in modo misto, ossia da due o più livelli. Se non sai a chi dir grazie, come fai a punire elettoralmente i cattivi amministratori?

Ma le ricerche indicano che la maggior parte dei cittadini non ha un’idea precisa di quali servizi siano in carico allo Stato, quali alla Regione, quali alla Provincia, quali al Comune, quali siano in condominio e fra chi. Mi sembra decisamente utopistico, specie se i livelli di governo saranno ben cinque, immaginare una cittadinanza molto più istruita e attenta di quella attuale.

Ma ammettiamo che l’utopia si realizzi, e che i cittadini prendano nota attentamente di cosa funziona e cosa no, individuino il colpevole, facciano una media ponderata di quel che va male e quel che va bene (se Dio vuole nessun amministratore riesce a fallire in tutto), valutino se un cambio di governo locale migliorerebbe o peggiorerebbe le cose. C’è un secondo problema, però: i cittadini non dovrebbero soltanto giudicare i servizi, ma anche valutare se per quei servizi pagano troppe tasse. Qui a prima vista le cose sono più semplici: se a Torino l’aliquota Irpef per un certo scaglione di reddito è al 30% e a Milano è al 32%, a Torino si pagano meno tasse. Ma la situazione reale non è questa. A Torino come a Milano ci sono già oggi una quantità incredibile di tributi locali: Ici, Tarsu, addizionali comunali e regionali Irpef, addizionale Irap, e chi più ne ha più ne metta.

Ci si poteva aspettare che la bozza Calderoli dicesse: bene, per aiutare cittadini e imprese a confrontare la pressione fiscale di territori diversi unifichiamo le decine di tributi pre-esistenti, e introduciamo una tassa unica regionale, una tassa unica provinciale, una tassa unica comunale, con un unico parametro-aliquota che permette di sapere dove si paga di più e dove si paga di meno. E invece no, la bozza Calderoli, anche nella nuova versione, che pure auspica una razionalizzazione dei tributi locali (art. 10), prevede addirittura la nascita di «panieri di tributi», nonché la possibilità degli enti locali di introdurre «tributi di scopo», manipolare le basi imponibili (ossia decidere come si calcola il reddito o il patrimonio su cui si pagano le tasse), fissare tariffe, disporre agevolazioni, esenzioni, sgravi di ogni genere e sorta. Esattamente quello che fanno i gestori dei telefoni, con il risultato che il povero cittadino fra promozioni, fasce di orario, tipi di telefonata non è mai in grado di calcolare davvero se gli conviene un gestore oppure un altro.

Ma non basta. Nello schema di disegno di legge c’è almeno un altro punto preoccupante: il periodo di transizione durerà ben cinque anni anziché tre come previsto in un primo momento (art. 17).

Ed ecco allora l’incubo. Cinque anni di continui cambiamenti e aggiustamenti normativi. Tasse locali e «panieri di tributi» che spuntano come funghi. Ritocchi continui a tariffe, agevolazioni, basi imponibili. Imprese che devono fare calcoli complicatissimi per capire se conviene localizzarsi in un territorio o in un altro. Cittadini disorientati dalla giungla di nuove tasse e nuove regole di calcolo. Competenze che si trasferiscono dal centro alla periferia con lentezza e continui attriti fra Stato ed Enti territoriali. Negoziazioni infinite fra «conferenze» di tutti i soggetti interessati: governo centrale, governatori delle Regioni a statuto ordinario, governatori delle Regioni a statuto speciale, presidenti di Provincia, sindaci. Nuovi costi dovuti all’attuazione della legge (in barba all’articolo 21 che tenta di evitarli). Litigi istituzionali sull’interpretazione della legge e conseguente pioggia di ricorsi per ottenere più risorse o devolverne meno. Insomma una transizione infinita, nel più classico caos italiano.

Naturalmente il ministro negherà tutto, e dirà: vedrete che ce la faremo. Me lo auguro anch’io.

Governativi per forza

31 Ago 08

Luca Ricolfi

Faceva una certa impressione, nei giorni scorsi, leggere le interviste di Colaninno padre e Colaninno figlio. Entrambi schierati a sinistra, ma impegnati su due fronti dialettici opposti.
Il primo, in veste di futuro capo della nuova Alitalia, a spiegare al direttore di Repubblica come si può dare una mano a Berlusconi restando fedeli ai propri ideali, ai propri valori, alla propria etica.

Il secondo, in veste di neoparlamentare del Partito democratico, a spiegare alla stampa come si possa condividere l’analisi del proprio partito – secondo cui l’operazione Alitalia è un danno per il Paese – ma anche approvare il comportamento del proprio genitore, che di quell’operazione è il tassello fondamentale.

Siamo talmente abituati ai contorsionismi della politica che si potrebbe chiudere il discorso qui, e archiviare il tutto sotto la voce: la solita arte sofistica, i soliti ossimori, la solita incapacità di deporre il veltroniano «ma anche».

Se però proviamo a guardare le cose in una prospettiva appena più larga, forse dobbiamo registrare anche un fatto nuovo e diverso. Dopo anni di politicizzazione, di rapporti privilegiati con l’uno o l’altro schieramento politico, la maggior parte dei grandi imprenditori e banchieri italiani sembrano aver definitivamente superato la dicotomia destra-sinistra. La Confindustria di D’Amato aveva un asse privilegiato con Berlusconi, quella di Montezemolo guardava forse più a Prodi, ma oggi si ritorna al passato, quando gli industriali erano semplicemente «filogovernativi per forza». Le appartenenze ideologiche sbiadiscono, il pragmatismo è la vera stella polare che guida le scelte imprenditoriali. Come dice efficacemente Colaninno padre, non si può decidere che cosa fare o non fare stando a vedere ogni volta se il semaforo della politica è rosso o verde: la politica offre delle opportunità, e gli uomini d’affari le colgono se le giudicano profittevoli, indipendentemente dal colore politico dei governi.

Mentre l’opinione pubblica, i giornalisti, gli intellettuali continuano a stupirsi delle spericolate alleanze che si fanno e si disfano sotto i loro occhi, gli operatori economici e i gruppi di interesse sono già oltre. Accade così che la «Fenice» (il piano di salvataggio di Alitalia) possa piacere a chi dovrebbe osteggiarla e dispiacere a chi dovrebbe sostenerla: l’imprenditore Colaninno (sinistra) sta dalla parte di Berlusconi perché sente profumo di profitti, il sindaco di Roma Alemanno (destra) si mette di traverso perché sa che il ridimensionamento di Fiumicino gli toglierà consensi.

Insomma, quel che sembra strano se guardiamo la realtà con le lenti dell’ideologia, diventa comprensibilissimo se ci convinciamo che la classe dirigente italiana fa semplicemente il proprio gioco, come del resto ha fatto quasi sempre nella storia d’Italia. C’è stato un breve periodo, grosso modo dal 2000 al 2007, nel quale il gioco ha comportato anche di scommettere su una parte politica (sulla destra quando Berlusconi prometteva miracoli, sulla sinistra quando ci si rese conto che quei miracoli non sarebbero mai arrivati), ma oggi è chiaro a tutti che né la destra né la sinistra sono un investimento sicuro. Perciò, meglio navigare a vista, e cercare di entrare in sintonia con il ceto politico che c’è, a prescindere dalle idee di cui si ammanta.

Si potrebbe pensare che, dopo tutto, questo sia un progresso. Modernizzazione significa anche scrollarsi di dosso il peso delle ideologie. Però temo che, in questo caso, il crescente realismo della classe dirigente non porti nulla di buono al Paese. Che imprenditori e banchieri facciano i propri interessi e solo quelli non dovrebbe scandalizzare nessuno. Che ci vengano a raccontare che lo fanno con i propri ideali, o per senso di responsabilità, o con animo sollecito verso i deboli può farci piacere, e certamente procurerà loro ingenti benefici spirituali, terreni e forse anche ultraterreni. Ma il punto decisivo non è con che animo si perseguano i propri legittimi interessi. Il punto decisivo è con quali regole, o meglio con quale sistema di regole. Ci sono sistemi universalistici, in cui le regole sono relativamente semplici, generali e automatiche: la politica cambia alcune regole del gioco, ma non lo fa in continuazione e soprattutto non lo fa nel dettaglio, intervenendo in modo discrezionale caso per caso. Ci sono sistemi particolaristici, o corporativi, in cui moltissimo dipende dai legami con il potere politico, e assai poco dal talento individuale, dall’innovazione, dal duro lavoro: le regole si fanno e si disfano continuamente, e la discrezionalità di politici e amministratori è massima, perché c’è una giungla di concessioni, autorizzazioni, deroghe, concertazioni, agevolazioni, incentivazioni. Il caso Alitalia, in cui le regole antitrust sono state sospese per favorire un disegno politico, è un esempio da manuale di come operano i sistemi di questo secondo tipo.

Nei sistemi universalistici il mercato funziona bene e dà i suoi frutti, in termini di benessere e di crescita. Nei sistemi particolaristici il mercato funziona male, perché soffoca la concorrenza e penalizza gli operatori che non hanno relazioni politiche privilegiate, come le piccole imprese, gli artigiani, i lavoratori autonomi in genere. In Italia c’è stata un’effimera stagione in cui è sembrato che anche la Confindustria, che rappresenta soprattutto gli interessi dei gruppi maggiori, puntasse realmente su modificazioni delle regole generali: liberalizzazioni, flessibilità sul mercato del lavoro, riduzione delle tasse, rinuncia totale agli incentivi discrezionali in cambio di aliquote societarie più basse. Era una visione lungimirante, perché avrebbe permesso di introdurre un po’ più di concorrenza e creare un po’ più di sviluppo. Ma quella stagione è ormai alle nostre spalle, se mai è veramente esistita. I grandi gruppi hanno capito che per stare sui mercati internazionali non si può fare a meno di innovare e competere, ma hanno anche capito che per stare sul mercato interno la via maestra restano i cartelli, gli accordi, i patti di sindacato, gli incroci azionari, le desistenze, e soprattutto gli scambi con il potere politico.

Di chi è la colpa?
Di nessuno in particolare. Gli industriali hanno preso atto che nessun governo si interessa veramente dell’impresa, e che quindi la riduzione delle tasse sulle attività produttive è una chimera: piuttosto che niente, meglio la Fenice di Berlusconi. Noi cittadini, a nostra volta, abbiamo continuato a dare i nostri voti a due schieramenti che fingono di combattersi ma hanno un solo vero punto in comune: la diffidenza per la cultura liberale, con il suo immancabile rovescio, la credenza nel primato della politica.


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