Archive for the 'Il Sole 24 Ore' Category

Il neurologo di Eluana: una follia le dichiarazioni sulla gravidanza

7 Feb 09

La clinica ‘La Quiete’ dal punto di vista squisitamente medico ha tutti i requisiti sostanziali quindi noi andiamo avanti con il protocollo e rispettando nel dettaglio la sentenza. Così il neurologo Carlo Alberto Defanti, che segue da 17 anni Eluana in stato vegetativo, sulla visita degli ispettori inviati dal Ministro della Salute a controllare la clinica. «Non lo sapevo – aggiunge Defanti – per noi la clinica ha i requisiti dal punto di vista medico sostanziali se poi si cerca altro…». Cosa? «Preferisco non rispondere», taglia corto Defanti come per lo stato d’attuazione del protocollo: «se ne occupa De Monte». E sulla possibilità di Eluana di avere una gravidanza? «Che dire? È una follia: ciò che è sicuro è che da qualche anno Eluana ha un ciclo mestruale irregolare. Ma questo non prova nulla, se non che se è viva dal punto di vista vegetativo, biologico, non lo è purtroppo dal punto di vista cerebrale che è quello che più conta». In altri termini – ma questa è «autentica follia», Eluana, in stato vegetativo, dovrebbe essere inseminata.
«Nella letteratura scientifica ci sono casi di donne che, con morte cerebrale accertata, sono state tenute ‘in vita’ fino a tre mesi per poter portare a termine la gravidanza: con il parto cesareo sono nati bimbi sani – osserva Defanti – Non mi risulta invece che ci siano stati casi diversi, per cui il signor Berlusconi ci risparmi e si risparmi simili assurde affermazioni». Con il ddl varato dal Governo e depositato al Senato cosa cambia? «Proprio nulla: noi andiamo avanti con il protocollo nel rispetto della sentenza – conclude Defanti – il Parlamento andrà avanti con le sue procedure». Quindi è una corsa contro il tempo tra voi e il Parlamento? «Più o meno è così…», conclude Defanti.

La via solitaria di Veltroni critica impietosa agli anni di Prodi

(6 Mar 08)

Stefano Folli

Ora che una delle più brevi legislature della storia repubblicana è archiviata, giungono al pettine i primi nodi politici. E come era facile prevedere, il Partito Democratico di Veltroni deve reggere l’urto di quanti non digeriscono la scelta di «andare soli». Scelta che il segretario non può e non vuole smentire, come è logico, ma che appare quasi temeraria. Soprattutto se sarà portata alle sue estreme conseguenze. Il che significa nessuna forma di intesa fra il Pd e le liste dell’estrema sinistra.
Due progetti diversi e ognuno per la sua strada, secondo una tesi gradita- come è noto – anche a Bertinotti. Il Pd a inseguire la sua «vocazione maggioritaria», provandoa sedurre i ceti moderati; la sinistra a ritrovare se stessa e i suoi elettori.
Ma questa divergenza pone problemi non secondari.
In primo luogo suona sconfessione piena degli anni di Romano Prodi e dell’Ulivo- Unione. Nonostante tutte le acrobazie dialettiche, il Pd autonomo equivale a un atto d’accusa contro l’esperienza (e la retorica) del «prodismo». Dieci e più anni da chiudere nel cassetto per dimenticarli. Che ci sia del coraggio, in questa opzione di Veltroni, è indubbio. Ma si capisce quale possa essere il sentimento di Prodi e dei suoi al riguardo. Tanto più che il percorso veltroniano, almeno allo stato delle cose, non è votato alla vittoria, bensì alla sconfitta con onore. Mentre Prodi, con la sua formula, può rivendicare due successi contro Berlusconi: nel ’96 e nel 2006.
C’è dunque un elemento di malessere nel partito contro l’ipotesi della corsa solitaria. Malessere che può essere ricomposto con un buon compromesso sulle candidature, ma può anche venire allo scoperto nei prossimi giorni con effetti molto negativi. L’impressione è che Prodi non abbia ancora deciso cosa fare, ma che sia piuttosto irritato di fronte alla prospettiva di una campagna del Pd tutta volta, di fatto, a cancellare lui e i suoi anni. Secondo punto, la pressione esterna. Ieri il segretario di Rifondazione, Giordano, è tornato a proporre «intese tecniche » nei collegi regionali al Senato. Ma la logica di Veltroni, per come viene spiegata, non può accettare nemmeno questo. Una serie di piccoli accordi locali, sia pure «tecnici », non cambierebbero il segno delle elezioni, ma si risolverebbero in un danno d’immagine per il Partito Democratico. Nel senso che offrirebbero eccellenti argomenti alla propaganda berlusconiana. Né si può pretendere che l’opinione pubblica distingua fra «alleanza politica», «accordo tecnico» o «desistenza». Scriveva ieri “Europa”, ex giornale della Margherita e oggi foglio del Pd: «avrebbero senso forme di desistenza con Bertinotti per contendere il premio di maggioranza in alcune regioni? No».
Se questa sarà la linea, bisogna ammettere che la «novità» rappresentata dal Pd comincia a uscire dalle nebbie. Finora era stata solo un fatto mediatico, da domani potrebbe cominciare ad essere un fatto politico. Un partito coerente fino all’autolesionismo, capace di rifiutare ogni sorta di intesa con gli alleati di ieri pur di rivolgersi con linguaggio nuovo agli italiani. Non basterà per impedire al centrodestra di vincere le elezioni, ma cambia la scena politica nel Paese. Del resto, il tallone d’Achille di Berlusconi giunto alla sua quinta campagna elettorale è proprio la sua coalizione frastagliata, le mille sigle e quel sentore di vecchio e «già visto» che emana dalla Casa delle Libertà. Veltroni ha questa sola carta da giocare e fa bene a metterla subito sul tavolo.

Nessuno lo dice ma la grande coalizione è un’ipotesi reale

(5 Mar 08) 

Stefano Folli

Nel nostro sistema elettorale il «pareggio » elettorale fra diversi schieramenti non è possibile alla Camera: dove basta un voto più dell’avversario per far scattare il premio di maggioranza e garantire al vincente un tranquillo margine (340 seggi su 630).È invece nell’ordinedelle cose plausibili al Senato, dove – come è noto – non esiste sicurezza di ottenere un margine altrettanto sicuro. Ne deriva che, quando si parla genericamente di «pareggio», si intende il caso di una maggioranza che è tale a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama.
Il governo di Romano Prodi ha navigato per quasi due anni in questa scomoda condizione, avendo solo due-tre seggi di vantaggio al Senato. Ma potrebbe darsi un caso anche peggiore: e cioè una maggioranza certa alla Camera e un’altra, di diverso colore, al Senato. Ecco perché il tema del «che fare» in caso di parità ritorna con tanta insistenza nel dibattito pre-elettorale. Ieri Walter Veltroni, intervenendo a “Porta a porta”, ha dato una risposta interessante. Consideriamo che siamo in campagna elettorale e che nessuno vuol pronunciare l’espressione «grande coalizione ». È comprensibile. Tuttavia la «grande coalizione», o qualcosa di molto simile, potrebbe rivelarsi indispensabile in mancanza di numeri.
Veltroni ha dunque ammesso che, di fronte a un risultato discordante fra Camera e Senato, il Partito democratico sarebbe favorevole a «riscrivere insieme le regole del gioco », per tornare poi al voto. In altre parole, il leader riformista disegna uno scenario che si avvicina a quello in cui siamo vissuti per qualche settimana prima della caduta del governo Prodi. Anche allora si parlava di riscrivere «le regole del gioco» attraverso un patto fra Berlusconi e Veltroni. Anche allora non era chiaro se fosse sufficiente, a tal fine, un accordo parlamentare, ovvero occorresse mettere in campo un nuovo governo. Di fatto il Pd chiedeva a Berlusconi il rinvio di un anno delle elezioni, offrendo in cambio un’intesa sulle riforme.
Con la caduta di Prodi le cose sono andate come sappiamo e si è giunti allo scioglimento delle Camere. Ora Veltroni adombra un’ipotesi molto simile, naturalmente a parti invertite: perché nella prossima legislatura, se i sondaggi sono veritieri, è assai probabile che a Montecitorio la maggioranza sia del centro-destra, mentre le speranze del centro-sinistra restano appuntate sul Senato. Nei fatti la «grande coalizione», negata a parole, rientra dalla finestra. La prospettiva di scrivere insieme le regole del gioco significa, né più né meno, uno sforzo comune, lungo un arco temporale significativo (un paio d’anni),di forze con interessi convergenti.E certo non sarebbe verosimile che il Popolo della libertà e il Partito democratico, mentre lavorano a un progetto di riforma istituzionale ed elettorale, si combattano con veemenza in Parlamento sulla politica economica o sulle misure sociali.
In altre parole, affermare «facciamo insieme le riforme e poi torniamo a votare» vuol dire accettare l’ipotesi di una larga intesa per un periodo circoscritto, ma non troppo limitato. Come si conviene a un Paese in emergenza.
Non è un caso che sia Veltroni ad adombrare tale possibilità. Il suo Pd è tuttora indietro nei sondaggi e l’idea di un pareggio nelle urne può essere ai suoi occhi confortante. Così da non essere costretto a un’opposizione sterile in Parlamento, col rischio di ritrovarsi accanto all’aborrita sinistra “arcobaleno”.

La Grande coalizione irrompe nella blanda campagna elettorale

(23 Feb 08)

Stefano Folli

Silvio Berlusconi ha finalmente detto quello che da tempo tutti avevano capito. Una frase chiara, utile a comprendere il senso di una campagna elettorale in cui finora il leader del centro-destra era apparso atono: «Se il 13 aprile c’è un pareggio come nel 2006, faremo le larghe intese». Dove larghe intese è sinonimo di grande coalizione, cioè di unità nazionale con il Partito democratico. Ed è un percorso scandito da passaggi ben definiti. Primo, non affannarsi nella campagna, fidarsi dei sondaggi e della grande forza elettorale del Popolo della libertà, soprattutto nel Nord. Secondo, trattare con un certo riguardo Veltroni, possibile futuro partner. Terzo, assumere già oggi il tono di chi pensa alla Terza Repubblica, ponendo le premesse della fatidica «legislatura costituente». E si capisce che un simile progetto non si costruisce a colpi di maggioranza, nel solito clima rissoso, bensì offrendo una sorta di partnership alla controparte. Berlusconi non arriva ad augurarsi il pareggio, perché sarebbe una “gaffe” in campagna elettorale e forse non rispecchierebbe il suo animo. Ma si comporta finora come se un pareggio sostanziale fosse pressoché inevitabile. E come se, dal 14 aprile sera, il problema principale fosse ricomporre fra loro i segmenti di un Paese lacerato. «Non ci sono soluzioni miracolistiche», affermaa “Matrix”. E anche questo sobrio realismo è il segno che la campagna 2008 potrebbe assumere un profilo diverso.

Del resto, le ricette economico-sociali del partito berlusconiano e di quello veltroniano sono alquanto simili: qualcuno direbbe sovrapponibili. Più crescita, meno tasse, riforme: sulla carta la destra moderatae la sinistra moderata non affermano nulla che non sia componibile in un programma comune di governo. Semmai, Veltroni si sforza ogni giorno di prendere le distanze dalla stagione di Romano Prodi. «Saremo diversi», ha insistito ancora ieri, cercando di approfondire il solco che lo separa dalla sinistra Arcobaleno con il suo bagaglio di ideologismi. Diversi da Prodi, lontani dall’estrema sinistra: quale sbocco plausibile, in assenza di una vittoria clamorosa, se non le larghe intese?
Certo, allo stato delle cose, anche raggiungere il pareggio per il Pd è un’impresa. Finora Veltroni ha restituito entusiasmo agli elettori depressi del centro-sinistra, a coloro che nel 2006 avevano votato per Ds e Margherita e poi si erano dispersi. Non è poco, tuttavia modificare i rapporti di forza con il centro-destra richiede ben altro. Può darsi che il distacco reale non superi i 6-7 punti percentuali, ma sono quelli decisivi ei più difficili da rimontare. Come ha scritto Giampaolo Pansa sull’ultimo “Espresso”,citando a sua volta il sondaggista Roberto Weber dell’Swg: «tutti sanno che… il Pd deve sfondare al centro dell’elettorato. E la battaglia si deciderà nell’Italia del nord… a cominciare dalla Lombardia e dal Veneto».

Questa è la semplice verità e tutte le mosse compiute finora da Veltroni servono in primo luogo a sedurre l’elettorato del Nord. Compreso il brusco congedo riservato a Ciriaco De Mita, esponente antico del profondo Sud. Ecco allora la ventata di giovanilismo, bilanciata però da una candidatura prestigiosa come quella di Umberto Veronesi a Milano. Nome notissimo, scienziato di fama internazionale e soprattutto simbolo della grande borghesia laica lombarda. Veronesi è uno dei messaggi positivi che Veltroni riserva al Nord, in questo tentativo di scalata della montagna.

Nella semplificazione Veltroni e Berlusconi sono simmetrici

(9 Feb 08)

Stefano Folli

Ora sappiamo che avremo elezioni interessanti. Se non altro per la buona ragione che il quadro politico si è ribaltato con una rapidità fulminea, in una di quelle accelerazioni a cui in Italia non siamo abituati. L’unico precedente a cui fare riferimento è la discesa in campo di Berlusconi, nel ’94, con subitanea vittoria elettorale. Ora è tutto di nuovo in movimento.
Elezioni interessanti, dunque. Certo, prima di andare oltre con gli aggettivi aspettiamo i risultati del 14 sera. E aspettiamo soprattutto cosa diranno in campagna elettorale i partiti vecchi e nuovi, quali idee proporranno. Perché non basta dare all’elettoratol’illusione di un rinnovamento, fatto di nuove sigle in cui si annullano i vecchi schieramenti: occorre anche cogliere lo smarrimento diffuso in un Paese ingessato, consapevole forse per la prima volta di essere sull’orlo dell’abisso.
Bene, quindi, le semplificazioni in atto a sinistra come a destra, ma solo se questo processo prelude a una politica capace di ritrovare il senso della propria funzione, riducendo il distacco che separa il «palazzo» di Roma dal sentimento dell’Italia che lavora. Senza dimenticare che la storia di un Paese è fatta anche di tradizioni e di forze reali, radicate nella società. Ridurre la frammentazione è indispensabile, ma bisogna saper di-stinguere fra partiti «personali», figli del potere di veto e di ricatto, e partiti che rappresentano una fetta reale di opinione.
Ha detto bene il sindaco di Torino, Chiamparino: per rispondere all’anti-politica occorre riunire le forze che credono nella «politica del fare». Il che può portare, nella prossima legislatura, a un governo di unità nazionale, ovvero a un’intesa parlamentare sulle regole e sulle riforme ineludibili. Sarebbe già un fondamentale passo avanti. Perché su un punto non possono esserci dubbi: gli italiani non perdonerebbero un’altra legislatura fallimentare.
Vedremo. Sta di fatto che i partiti entrano in campagna elettorale con una veste rinnovata, cercando la semplificazione. Il messaggio è chiaro: abbiamo capito la lezione. Sotto questo aspetto, il Partito democratico ha scosso l’albero.La sua scelta di non legarsi con i vecchi alleati, benché indotta da cause di forza maggiore ( il fallimento della legislatura), ha creato un moto ondoso che sta cambiando anche il volto del centro-destra. Attenzione però ai trasformismi. Sarebbe opportuno che certe scelte dell’ultima ora non fossero dettate solo dai sondaggi. C’è un rapporto da ricostruire con il Paese che riguarda in primo luogo la credibilità del centro-sinistra, ma a cui non può sottrarsi nemmeno il centro-destra.
Detto questo, è evidente che esiste una certa simmetria fra Veltroni e Berlusconi, se non altro un modo di procedere abbastanza simile. La durezza con cui Veltroni tratta, non tanto la sinistra comunista, quanto i radicali e i socialisti, fa il paio con la determinazione con cui Berlusconi ha messo con le spalle al muro prima Fini (che ha aderito al «partito della libertà», contraddicendo se stesso) e ora Casini (che invece recalcitra). È come se, entrato in crisi il vecchio bipolarismo, si tentasse di trasmigrare direttamente al bipartitismo. Senza nemmeno passare attraverso il referendum.
Nel frattempo ha preso forma la «Rosa bianca» centrista di Tabacci, Pezzotta, Baccini. Poteva sembrare un’impresa disperata e in controtendenza, data l’attuale legge elettorale. Viceversa – chissà – i sommovimenti in corso aprono spazi imprevisti.

La via solitaria di Veltroni critica impietosa agli anni di Prodi

(6 Feb 08)

Stefano Folli
Ora che una delle più brevi legislature della storia repubblicana è archiviata, giungono al pettine i primi nodi politici. E come era facile prevedere, il Partito Democratico di Veltroni deve reggere l’urto di quanti non digeriscono la scelta di «andare soli». Scelta che il segretario non può e non vuole smentire, come è logico, ma che appare quasi temeraria. Soprattutto se sarà portata alle sue estreme conseguenze. Il che significa nessuna forma di intesa fra il Pd e le liste dell’estrema sinistra.
Due progetti diversi e ognuno per la sua strada, secondo una tesi gradita- come è noto – anche a Bertinotti. Il Pd a inseguire la sua «vocazione maggioritaria», provandoa sedurre i ceti moderati; la sinistra a ritrovare se stessa e i suoi elettori.
Ma questa divergenza pone problemi non secondari.
In primo luogo suona sconfessione piena degli anni di Romano Prodi e dell’Ulivo- Unione. Nonostante tutte le acrobazie dialettiche, il Pd autonomo equivale a un atto d’accusa contro l’esperienza (e la retorica) del «prodismo». Dieci e più anni da chiudere nel cassetto per dimenticarli. Che ci sia del coraggio, in questa opzione di Veltroni, è indubbio. Ma si capisce quale possa essere il sentimento di Prodi e dei suoi al riguardo. Tanto più che il percorso veltroniano, almeno allo stato delle cose, non è votato alla vittoria, bensì alla sconfitta con onore. Mentre Prodi, con la sua formula, può rivendicare due successi contro Berlusconi: nel ’96 e nel 2006.
C’è dunque un elemento di malessere nel partito contro l’ipotesi della corsa solitaria. Malessere che può essere ricomposto con un buon compromesso sulle candidature, ma può anche venire allo scoperto nei prossimi giorni con effetti molto negativi. L’impressione è che Prodi non abbia ancora deciso cosa fare, ma che sia piuttosto irritato di fronte alla prospettiva di una campagna del Pd tutta volta, di fatto, a cancellare lui e i suoi anni. Secondo punto, la pressione esterna. Ieri il segretario di Rifondazione, Giordano, è tornato a proporre «intese tecniche » nei collegi regionali al Senato. Ma la logica di Veltroni, per come viene spiegata, non può accettare nemmeno questo. Una serie di piccoli accordi locali, sia pure «tecnici », non cambierebbero il segno delle elezioni, ma si risolverebbero in un danno d’immagine per il Partito Democratico. Nel senso che offrirebbero eccellenti argomenti alla propaganda berlusconiana. Né si può pretendere che l’opinione pubblica distingua fra «alleanza politica», «accordo tecnico» o «desistenza». Scriveva ieri “Europa”, ex giornale della Margherita e oggi foglio del Pd: «avrebbero senso forme di desistenza con Bertinotti per contendere il premio di maggioranza in alcune regioni? No».
Se questa sarà la linea, bisogna ammettere che la «novità» rappresentata dal Pd comincia a uscire dalle nebbie. Finora era stata solo un fatto mediatico, da domani potrebbe cominciare ad essere un fatto politico. Un partito coerente fino all’autolesionismo, capace di rifiutare ogni sorta di intesa con gli alleati di ieri pur di rivolgersi con linguaggio nuovo agli italiani. Non basterà per impedire al centrodestra di vincere le elezioni, ma cambia la scena politica nel Paese. Del resto, il tallone d’Achille di Berlusconi giunto alla sua quinta campagna elettorale è proprio la sua coalizione frastagliata, le mille sigle e quel sentore di vecchio e «già visto» che emana dalla Casa delle Libertà. Veltroni ha questa sola carta da giocare e fa bene a metterla subito sul tavolo.

Corsa tra le macerie

(5 Feb 08)

Stefano Folli

Una legislatura nata male, muore fra qualche rimpianto. Ma «l’occasione persa» di cui parla Veltroni non può riguardare gli eventi dell’ultima settimana. Il presidente del Senato non poteva ricomporre un mosaico ormai in mille pezzi, per responsabilità che vanno divise equamente fra centro- sinistra e centro-destra. Quello che Franco Marini poteva fare era gestire in modo dignitoso le ultime formalità prima dello scioglimento delle Camere. Ed è ciò che ha fatto, non senza sforzarsi di gettare sulle lacerazioni partitiche qualche ponte che magari verrà utile fra un paio di mesi, dopo il voto.
Diamo allora atto al presidente della Repubblica e allo stesso Marini di aver rispettato le procedure, senza indulgere a tattiche temporeggiatrici che avrebbero avuto poco senso e, anzi, sarebbero apparse scorrette.
Ma a questo punto domandiamoci anche cosa hanno fatto di male gli italiani per meritarsi tutto ciò. «L’occasione persa» non investe una riforma elettorale impossibile a tempo scaduto, ma tocca la responsabilità complessiva di una classe politica che da tempo non sa più parlare ai cittadini. Chissà se esiste, questa consapevolezza. Sarebbe bizzarro se Silvio Berlusconi credesse sul serio alla sua propaganda: e cioè che gli italiani hanno nostalgia del Governo di centro-destra così come lo hanno sperimentato fra il 2001 e il 2006. Cinque anni che avrebbero dovuto rivoluzionare l’Italia in senso liberale e invece sono stati molto al di sotto delle attese. E chissà se i vertici del Partito democratico pensano davvero che basti dire «noi andiamo da soli» perchè gli elettori dimentichino che in venti mesi di Governo Prodi i cosiddetti «riformisti» non sono riusciti o non hanno saputo fare una battaglia, imporre un’idea, mobilitare qualche passione.
Digeriamo allora l’ennesima campagna elettorale sulle macerie del Paese. È inevitabile, al punto in cui siamo. Ma senza dimenticare che siamo sull’orlo dell’abisso. In tutta evidenza, l’Italia non può permettersi un’altra legislatura fallimentare, altri Governi in cui si trascorre il tempo a litigare. Non può permettersi l’ennesima dimostrazione che destra e sinistra hanno una sola cosa in comune: la mancanza di un progetto coerente per lo sviluppo, nonchè la tendenza a galleggiare sul declino. In altre parole, si vorrebbe una prova di maturità dalla classe politica. Solo a dirlo, c’è il rischio di passare da ingenui. Ma, d’altra parte, se non ora, quando? Se la legislatura è morta dopo meno di venti mesi, significa che siamo a un passo dalla crisi del sistema. La Seconda Repubblica non era mai nata, ma certo adesso è seppellita nella sua inconsistenza. E con lei è finita una certa idea primitiva e rozza del bipolarismo. In realtà, nel momento in cui rifiuta l’alleanza con l’estrema sinistra, Veltroni mette la prima pietra per andare oltre la stagione dell’immobilismo bipolare.
È un suo merito, anche se in politica non basta partecipare, bisogna anche saper vincere. Quindi la maturità che si chiede alla sinistra moderata passa non solo da una corsa solitaria verso il voto, quanto dalla capacità di far capire agli italiani in cosa consiste la «novità » del Pd; e per quale disegno concreto chiederà il consenso degli elettori.
In parole povere: quattro, cinque punti programmatici precisi per rinnovare l’Italia,spezzare il gesso che la imprigiona, darle istituzioni più moderne. Si dirà che tutti i partiti in campagna elettorale sono prodighi di promesse: è l’esercizio in cui eccellono. Stavolta però non dovrebbero essere mere promesse, bensì impegni a loro modo vincolanti. Temi a cui la sinistra moderata affida la propria futura credibilità. Il che impone anche di indicare in quale quadro di alleanze il Pd si propone di realizzare ciò che indica. Fosse anche un’intesa con il centro-destra per inaugurare, in forme oggi imprevedibili, la Terza Repubblica.
Sappiamo tutti che oggi i sondaggi non danno scampo al Pd. Tuttavia, mai dire mai. E poi, che senso ha dare per scontata una sconfitta? Meglio darsi da fare come se la vittoria fosse a portata di mano, nonostante il sistema elettorale. Sforzandosi almeno di ritrovare un rapporto con quella parte dell’Italia produttiva e frustrata che oggi è lontana dai partiti. Da tutti i partiti.
Probabilmente anche da quel centro-destra che si sente sulla cresta dell’onda. Ma attenzione: sarebbe disastroso se la Casa delle libertà ( o come si chiamerà) tornasse al potere in uno spirito di rivincita. Meglio guardarsi dalla sindrome degli emigrati di Coblenza: quelli che nulla hanno appreso e nulla hanno dimenticato. Non ci sono conti da saldare. E quel problema di credibilità, che è grave per la sinistra, riguarda anche la destra. Solo se dimostrerà di aver compreso che l’Italia del 2008 è diversa da quella del 2001, per non parlare di quella del ’94, Berlusconi darà un senso alla sua leadership.
La mano tesa alla controparte non può essere solo un’astuzia da campagna elettorale. Aspettiamo di vedere se è anche un progetto per governare finalmente un Paese in ginocchio.


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