Archivio per ottobre 2007

La Spinelli e le critiche al governo

(1 Nov 07)

Emanuele Macaluso
Barbara Spinelli ha scritto una lettera al suo giornale per marcare un dissenso, che si manifesta anche come disagio, verso la linea editoriale espressa da un articolo di Anselmi e «di tanti che somigliano al suo nei giornali indipendenti» a proposito del governo considerato dallo stesso direttore della stampa «una carcassa che si trascina». Le argomentazioni della Spinelli su come funzionano le democrazie parlamentari, dove un calo di popolarità del governo non è accompagnato da campagne strumentali e sguaiate come quelle condotte da Berlusconi per ottenere le dimissioni di Prodi, sono inoppugnabili e condivisibili. Campagne, scrive la Spinelli, «fatte proprie da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente da giornali, tv pubbliche e private».

Vero, anzi verissimo. Scalfari ieri si è associato alle osservazioni della Spinelli. Ma gli stessi media, le lobby, i «poteri intermedi» di cui parla la Spinelli, in questo periodo non hanno anche furiosamente promosso il Pd? Cattivi col governo e buoni col Pd? La verità è che il sistema politico è debole, e non da oggi, i partiti disossati, e, naturalmente, altri poteri invadono il campo e decidono per tutti. Non è forse questa la crisi italiana?

Le condizioni del voto

(25 Ott 07)

Giulio Anselmi
L’ultimo atto del faticoso premierato di Romano Prodi, la guerricciola tra Di Pietro e Mastella, non si discosta troppo da quelli che l’hanno preceduto: uno strappo rappezzato in extremis grazie alla tenacia che tutti riconoscono al presidente del Consiglio, ma accompagnato da nuove rotture tra i ministri (questa volta sul fronte della sicurezza) e da più allarmanti vaticini di crisi da parte di coloro che finora erano stati alleati affidabili. Giorno dopo giorno, ingarbugliato da esasperati tatticismi che – come nel caso del protocollo sul Welfare – hanno finito con lo scontentare un po’ tutti, e indebolito da allarmi angosciati sul mercato dei senatori e da minacce di crisi pronunciate da politici che non hanno intenzione di provocarla davvero, il filo del governo si è fatto assai corto.

Ormai da mesi il ministero trascina la sua carcassa all’insegna dell’emergenza e della precarietà, costretto a tradurre in un conflitto ininterrotto il fallimento della coalizione che lo sostiene. L’impopolarità senza precedenti di Prodi è la personificazione di questo problema politico che ingloba e avviluppa Palazzo Chigi, sommando la delusione e la sfiducia dell’elettorato di centro-sinistra, un elemento sociale e psicologico che sarà difficile recuperare, e la rabbia di gran parte dell’elettorato di destra. Il giudizio prescinde perfino da un esame bilanciato tra alcuni errori clamorosi, come l’indulto, e alcuni risultati che vanno riconosciuti ai ministri sul terreno dei conti pubblici e delle liberalizzazioni. Il mondo della politica e la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica (non soltanto quella parte che fa comunque professione di antipolitica) ne sono ormai certi: questo governo ha fallito.

Il cavalier Berlusconi, col suo ininterrotto preannuncio di fine, aggiunge solo un che di grottesco.

Come ai tempi degli ultimi esecutivi della Prima Repubblica, la residua energia vitale del ministero è rivolta al tirare a campare, senza nemmeno domandarsi per che. Arroccati nella presuntuosa convinzione che gli elettori del centro-sinistra e parte di quelli del centro-destra non vogliano correre il rischio di una nuova stagione berlusconiana, gli inquilini dei vari palazzi romani cercano di intercettare gli umori popolari in tema di tasse, sicurezza, costi della politica annunciando soluzioni impraticabili, misure feroci su zingari e lavavetri, riduzioni delle spese degli altri in un crollo verticale di consapevolezza e credibilità: non era mai accaduto che un ministro della Giustizia inquisito arrivasse a sottrarre al magistrato l’inchiesta che lo riguarda e che, per l’indispensabilità dei suoi voti all’esigua maggioranza, venisse blandito dal presidente del Consiglio. La lunga catena di insabbiamenti, dei quali è ricca la storia repubblicana, in questi giorni è arrivata allo zenit.

È difficile, quindi, oggi trovare motivi per allungare la vita del governo. Ed è legittimo sospettare che certi inviti a soluzioni tecniche e istituzionali celino la tentazione di prendere tempo. Ma l’appello «al voto, al voto», che risuona nelle piazze e nei talk-show televisivi pronunciato con maggiore o minor convinzione da esponenti della maggioranza e dell’opposizione, rischia di produrre un appuntamento destinato a funzionare semplicemente da valvola di sfogo per la delusione Prodi. Così come un anno e mezzo fa espresse l’irritazione dell’elettorato per la delusione Berlusconi. C’è una significativa simmetria, naturalmente respinta dagli interessati, tra le critiche rivolte al governo di centro-destra e gli addebiti riferiti al centro-sinistra, soprattutto dagli economisti e dai politologi di parte liberale: tutti si riconducono alla difficile governabilità del Paese.

Andare a votare con l’attuale legge elettorale significherebbe, stando ai sondaggi, trovarsi di fronte alla vittoria di un centro-destra bloccato, dotato di una maggioranza al Senato (salvo un’improbabile vittoria nelle regioni «rosse») forse un po’ più ampia ma non troppo dissimile da quella odierna dell’Unione. Un centro-destra, cioè, alle prese con le stesse difficoltà politiche che gli hanno impedito di trasformare il Paese durante la scorsa legislatura, aperta dalla trionfale vittoria del 2001. Non a caso il Presidente della Repubblica, preoccupato dalla concretezza di questo scenario, ha detto e scritto ripetutamente, ieri per l’ennesima volta, che non si può andare alle urne senza una riforma delle norme attuali. Per darsi regole nuove, nell’interesse di tutti, basterebbero pochi mesi.

Ma non è il caso di illudersi: una politica rinserrata in se stessa e capace di seguire una sola bandiera, quella del continuismo, ha già superato i fantasmi evocati dai dibattiti sulla «casta» e dalle urla di Grillo e ha ridotto il suo senso di responsabilità circa gli interessi dell’Italia all’esigenza di approvare la Finanziaria per evitare l’esercizio provvisorio, con le prevedibili nefaste conseguenze sul debito pubblico e sull’economia. Già nel centro-sinistra si delineano piani che prevedono la sconfitta elettorale come un male minore per il futuro del Pd e prefigurano il Cavaliere, giusta nemesi, intento a fare i conti con la sua legge «porcata». Insomma, la consueta altalena. Che in queste condizioni, però, rappresenta soltanto una via di fuga. Utile probabilmente a qualcuno, ma non certo al Paese.

Ma il Governo non va delegittimato

(30 Ott 07)

Barbara Spinelli
Caro direttore,
ti scrivo perché la linea editoriale che esprimi non mi trova del tutto consenziente. Non è questione di convinzioni diverse, né di diversa collocazione politica.

Che in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti mi pare non solo normale, ma arricchente. Quel che sento davanti al tuo articolo, e a tanti che somigliano al tuo nei giornali indipendenti, non è dissenso, ma un disagio molto profondo. Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private.

Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo. In un certo senso mi sento defraudata del mio voto: organismi intermedi si sono insediati tra l’elettore e la rappresentanza da esso scelta, e sono questi organismi che hanno deciso e decidono tutto: i giornali appunto e questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo. Sono questi organi intermedi che stanno decretando che questo governo è caduto (che è «una carcassa che si trascina», scrivi con linguaggio che, ti confesso, mi ha scosso per la violenza che contiene). Sono questi organi che per la seconda volta nella storia recente – e in modo ancor più inquietante che nel 1998 – accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto. E lo decretano prima che il tempo costituzionalmente assegnato al governo sia concluso. Prima che gli italiani siano chiamati a votare, allo scadere normale della legislatura. Non sono defraudata solo del voto. Mi vien tolta anche la sacralità del tempo conferito col mandato, così preziosa nelle democrazie: la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne.

Tu scrivi che il centro-sinistra deve andare a casa perché mai c’è stato in Italia governo impopolare come questo. Anche qui provo vero disagio, non fosse altro perché non manca giorno in cui i riformisti chiedono ai governanti di «rischiare l’impopolarità». I governi non vanno a casa perché a un certo punto (dopo una settimana o un mese o un anno) si constata che non si vendono troppo bene: nella democrazia rappresentativa un governo non è un sapone, né un’automobile, e neppure un giornale che conquista o non conquista lettori. È qualcosa di radicalmente diverso, costruitosi lungo i secoli, reso sempre più complesso da una storia lunga. Il disagio cresce se penso ai Paesi europei che mi è capitato di conoscere negli ultimi decenni: tutti hanno prima o poi traversato periodi anche assai lunghi di impopolarità (è stato così per i governi Schmidt, Kohl, Schröder; per i primi ministri e Presidenti francesi; per i premier inglesi a cominciare dal governo Thatcher) e mai ho visto all’opera il tumulto che esiste da noi: il gusto apocalittico che si espande, l’inestinguibile sete di andare alle urne prima del tempo, trascinati da sondaggi e da opinioni che prevalgono nei salotti. Mai ho visto un così vasto schieramento di forze distruttive, che quasi hanno timore di costruire e pazientare. Forze che prese una per una sembrano aver dimenticato il proprio mestiere, oltrepassandolo sempre. Che confondono, in maniera inaudita, il criticare anche severo con l’esigere, perentorio, che il governo cada al più presto. Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice. Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura, e volontariamente servire il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione. Tra la strategia di riconquista apprestata da Berlusconi fin dal 10 aprile 2006 e quel che mi dicono oggi giornali e tv non riesco, per quanto ci provi, a scorgere più differenza alcuna.

Il fatto è che queste forze distruttive si comportano come se non sapessero la storia che stanno facendo, e cosa precisamente vanno disfacendo. Hanno anzi l’impressione di essere indipendenti, libere come non lo sono state in passato.

Non mi paiono libere. Tranne alcune eccezioni, ancor più luminose perché rare e solitarie, quasi tutti son sedotti da questo desiderio di dissoluzione, che allarga i cuori e trasforma ogni commentatore critico in governatore dell’universo, oltre che dell’Italia. Commentatori che constatano un disastro che essi stessi, giorno dopo giorno, hanno contribuito a creare. Non è l’idea che mi faccio né della democrazia, né della vocazione di testimone e pensatore affidata alla figura del giornalista.
Un caro saluto.

Cara Barbara, pubblico con piacere la tua lettera, convinto come te dell’opportunità che «in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti», senza entrare nel merito della tua risposta e dell’interpretazione che tu hai dato del mio fondo pubblicato giovedì 25 ottobre. Un caro saluto. [G.A.]

Ma Walter pensa già al dopo

(28 Ott 07)

Riccardo Barenghi
L’era Veltroni comincia da Prodi, anzi dalla fine di Prodi. Dalla fine del suo discorso – uno dei discorsi più impegnati del premier – e dalla fine del suo governo, che tutti danno per imminente anche se nessuno sa quando l’evento accadrà. Qui alla Fiera di Milano, il presidente del Consiglio si è infatti giocato le sue ultime (o penultime) cartucce, chiamando a raccolta il Partito democratico che tanto ha voluto, invitandolo, anzi quasi obbligandolo, a sostenere il suo governo «fino a che morte non li separi». Elencando con una certa fermezza tutto quello che il suo esecutivo ha fatto e riducendo i problemi che ha, il fatto che sia sull’orlo del tracollo un giorno sì e l’altro pure, a semplici problemi di ordinaria amministrazione. Insomma, il mio governo esiste grazie a voi e voi esistete grazie al mio governo. Un destino comune.

Non la pensa così il leader del Pd, e alla sua maniera l’ha fatto capire chiaramente. Lui già guarda oltre Prodi e oltre l’attuale governo, al quale ha ovviamente assicurato tutto il sostegno possibile. In molti passaggi dei suoi due discorsi si capiva benissimo che Veltroni ha un progetto ambizioso, a lungo termine. Che non è solo quello di costruire un partito totalmente nuovo (nella sua organizzazione, nei suoi metodi, nella scelta dei dirigenti), ma anche quello di non inchiodarsi alla vita dell’attuale governo. In altre e poche parole, se Prodi cade Veltroni e il Pd non muoiono con lui. Tutt’altro. Se Prodi cade, Veltroni e il suo Pd non solo continueranno a vivere ma probabilmente tenteranno anche di evitare le elezioni anticipate. Tenteranno cioè – e questo il segretario l’ha detto esplicitamente – di riformare la Costituzione, abolire il bicameralismo, ridurre il numero dei parlamentari, cambiare la legge elettorale. Insieme alle forze dell’attuale opposizione. Il che significa, anche se lui non l’ha detto chiaramente – e non poteva farlo con Prodi seduto lì a pochi metri – che se l’esecutivo dovesse non farcela, Veltroni dirà sì a un altro governo, magari istituzionale, magari tecnico, non si sa. Comunque un qualcosa che non porti il Paese alle urne in queste condizioni ma riesca a risistemare il quadro, e poi si vede.

Un discorso analogo a quelli che in queste settimane si sentono fare da diversi leader politici, da Rutelli a Bertinotti, da D’Alema a Casini. E anche da chi in politica non è impegnato direttamente, come il presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo. Il quale ieri è entrato con una certa forza – magari anche al di là delle sue intenzioni – in quello che stava accadendo alla Costituente del partito democratico. La bordata che ha riservato «ai governi che non riescono a governare da dodici anni», è suonata più come una polemica contro Prodi che non contro Berlusconi, essendo il primo in carica e l’altro no (e infatti il premier gli ha risposto molto seccato). Ma soprattutto è apparsa come una sorta di investitura per Veltroni: Walter pensaci tu.

E lui ci pensa, eccome se ci pensa. È qui per questo, è qui perché è stato eletto da tre milioni di italiani e intende usare fino in fondo il consenso che ha ottenuto. Vuole sbaraccare la forma partito novecentesca, pensa che sia anacronistica un’organizzazione basata sugli iscritti, vuole un rapporto diretto tra leader e popolo, immagina elezioni primarie su locali e nazionali. Non vuole inchiodarsi alle attuali alleanze ma gli piacerebbe scomporre e ricomporre il quadro politico, vorrebbe una legge elettorale maggioritaria ma capisce che deve mediare su una sorta di modello tedesco all’italiana, spinto in questa direzione dai suoi compagni di partito (D’Alema e Rutelli ma non Prodi), dai suoi attuali alleati della sinistra (Bertinotti) e anche dalle forze più piccole del centrodestra (Casini e Bossi).

Che abbia ragione o torto, non importa. Si potrà discutere se queste sue idee siano giuste o sbagliate, e soprattutto se avranno mai la possibilità di concretizzarsi. Per dirne una sola, un Pd a vocazione maggioritaria, ossia vicino al 40% di elettori, dove andrebbe a prendere i voti: alla sua sinistra è improbabile, alla sua destra è difficile. Dunque, dove? Ma adesso la questione è un’altra, ossia che con Veltroni è cominciato sul serio il dopo-Prodi. Nonostante Prodi.

Modello Walter

(31 Ott 07)

Andrea Romano
Il genio italico è fatto anche di questo. Gli eventi ci costringono a fare una certa cosa e noi la spieghiamo – prima di tutto a noi stessi – come una grandiosa innovazione da cui il mondo intero avrà da imparare. È un’attitudine ribadita dalla recente nascita del Partito democratico. E in particolare dalle caratteristiche che Walter Veltroni ha impresso al suo profilo organizzativo. Fluido, senza tessere, con un grande capo che governa una grande massa di cittadini-elettori attraverso pochi ma netti colpi di timone e affidandone la gestione locale a un pugno di fedelissimi.

È un modello che sta riscuotendo entusiasmo tra amici e nemici. Giuliano Ferrara saluta l’inveramento del disegno berlusconiano in casa d’altri, Eugenio Scalfari vi legge la definitiva archiviazione del partito novecentesco. Viene da dire, soprattutto a Scalfari: magari fosse così, magari l’Italia pre-Pd avesse conosciuto partiti anche novecenteschi ma in buona salute, magari non avessimo avuto negli ultimi vent’anni una brutale agonia del partito politico democratico. Quel partito che nella lunga e confusa transizione italiana è stato invece sostituito – a destra come a sinistra – da organizzazioni esili nel profilo politico e gravate dal peso di piccoli e opachi potentati personali. Dove le correnti equivalevano a filiere di potere di nessuna identità politico-culturale, ma di sicura affidabilità al capobastone di turno. Dove le tessere si moltiplicavano come per magia e dove le energie migliori del Paese si guardavano bene dall’entrare, preferendo dedicarsi a tutt’altro.

In questo senso, quella veltroniana è finalmente una soluzione alla crisi terminale del partito italiano. La sua leggerezza organizzativa è la fotografia della leggerezza politica dei partiti italiani, il suo leaderismo senza mediazioni è l’ultima traduzione del peculiare personalismo che la sinistra italiana ha vissuto nell’ultimo ventennio. Un personalismo quasi nevrotico, rifiutato quando si incarnava nella figura del nemico-Berlusconi, ma praticato in casa propria nella perenne ricerca di un demiurgo onnipotente. Di volta in volta lo sono stati Occhetto, D’Alema, Cofferati, Fassino. Tutti regolarmente scaricati dopo essere stati investiti di aspettative salvifiche, ben al di sopra di quelle normalmente richieste a un leader politico.

Dinanzi al partito veltroniano nessuno rimpiangerà in buona fede i Ds o la Margherita, perché entrambe quelle organizzazioni hanno ben rappresentato il declino del partito italiano. Ma in altrettanta buona fede nessuno può pensare che si tratti di una innovazione da cui il mondo dovrà trarre esempio. Anche perché il mondo, o per lo meno l’Europa, procede benissimo con partiti novecenteschi che a differenza dell’Italia hanno saputo ben funzionare. In Gran Bretagna come in Francia, in Germania come in Spagna le grandi organizzazioni progressiste o conservatrici hanno espresso leadership e piattaforme politiche innovative attraverso meccanismi tradizionali ma vitali: il confronto delle idee, la partecipazione dei militanti, la selezione personale, l’uscita di scena degli sconfitti. Quei meccanismi che in Italia si sono inceppati all’inizio degli Anni Novanta, senza essere mai più resuscitati.

È andata così, c’è davvero poco spazio per la nostalgia. Ma che almeno ci sia risparmiato lo spettacolo della lezione italiana all’universo democratico. Perché il partito populista veltroniano è solo l’ultima delle eccezioni italiane, l’ultima tappa di una transizione ancora infinita. Un leader costretto dagli eventi a giocare in prima persona una partita che avrebbe preferito rimandare a tempi più sicuri ha preteso – e giustamente – di disporre di una macchina organizzativa affidabile. Lo ha fatto creando quello che Arturo Parisi ha definito – altrettanto giustamente – «un partito oligarchico a livello locale e liquido a livello nazionale». È il partito populista in versione italiana, con la sua inevitabile curvatura cacicchista. Può stupire che il solo a segnalare il problema sia Parisi, mentre tacciono i molti che nei Ds ci hanno raccontato in questi anni una storia diversa: partiti che si rianimavano dal letargo, iscritti che contavano, una competizione che si riapriva. Ma d’altra parte sono gli stessi che si sono consegnati al loro ultimo capo, nella ricerca di un ultimo salvacondotto. E questa è davvero un’altra storia.

Decisione legittima ma avanti l’indagine

(21 Ott 07)

Vittorio Grevi
È importante che l’inchiesta venga proseguita con rigore
La notizia del provvedimento con cui il procuratore generale presso la corte d’appello di Catanzaro ha avocato al proprio ufficio (sottraendole, per conseguenza, alla locale procura della Repubblica) le indagini relative all’inchiesta «Why not», finora condotte dal sostituto procuratore de Magistris, non è di quelle che mettono tutti d’accordo.

Sul piano emotivo, anzi, emerge subito la sensazione di una nuova complicazione — oltretutto attraverso uno strumento che non gode di ottima fama — rispetto a una vicenda già di per sé intricata, e che nelle ultime settimane non ha risparmiato colpi di scena. Dalla iniziativa disciplinare intrapresa dal ministro Mastella (con contestuale richiesta di trasferimento cautelare) contro lo stesso de Magistris e contro il procuratore capo Lombardi, fino alla recente iscrizione del medesimo ministro nel registro degli indagati (senza avvio della particolare procedura prevista per i reati ministeriali), è stato, infatti, un continuo inasprirsi della spirale di tensioni che già aleggiava sulla inchiesta catanzarese. E ciò anche prescindendo da certe opinabili presenze di magistrati all’interno di ben noti programmi televisivi. Al di là di ogni possibile valutazione sul piano politico (o anche soltanto estetico), qui tuttavia il primo problema da porsi è di natura giuridica, con riguardo al provvedimento adottato dal procuratore generale di Catanzaro. In proposito il Codice, dopo avere escluso che il magistrato del pm possa essere ricusato (salva comunque la sua facoltà di astenersi), stabilisce però che, qualora si profilino nei confronti del suddetto magistrato determinate situazioni di sostanziale incompatibilità rispetto a un particolare procedimento, il capo della Procura debba sostituirlo. Allorché, tuttavia, quest’ultimo non vi provveda (come è accaduto nel nostro caso) è previsto che intervenga il procuratore generale, avocando le indagini al proprio ufficio.

Il tutto, naturalmente, sul presupposto che a carico del magistrato del pm si sia davvero verificata una delle tassative situazioni, che per legge impongono la sua sostituzione. Tra tali situazioni vi è anche quella del magistrato che «ha interesse nel procedimento», ed è questa probabilmente l’ipotesi su cui si è fondato il suddetto provvedimento di avocazione. Anche sulla scorta, del resto, di uno specifico precedente della Corte di cassazione, secondo cui la prevista situazione di «interesse» si configura a carico dei magistrati, che siano sottoposti ad azione disciplinare per fatti relativi a un certo procedimento penale, con riguardo all’ulteriore esercizio delle loro funzioni nell’ambito dello stesso procedimento. Si tratta, all’evidenza, di una situazione corrispondente a quella in cui è venuto a trovarsi de Magistris, e che per di più risulta aggravata dalla iscrizione come indagato del ministro Mastella in epoca successiva all’avvio della iniziativa disciplinare. Ma sembra altrettanto evidente che, alla base di un provvedimento così delicato, debba esservi in concreto qualcosa di più e di anteriore; altrimenti, in teoria, sarebbe fin troppo semplice — per un ministro Guardasigilli che fosse indagato — creare le premesse per la sostituzione del magistrato del pm, esercitando contro lo stesso un’azione disciplinare. È in ogni caso importante che un’indagine ampia e complessa come quella promossa da de Magistris venga proseguita con il necessario rigore dalla Procura generale, anche per evitare il rischio di una avocazione che sia, come talora è accaduto in passato, sinonimo di insabbiamento.

Il Partito democratico fra nuova e vecchia politica

(18 Ott 07)

Ilvo Diamanti
La straordinaria partecipazione alle primarie del PD, domenica scorsa, riflette una domanda di partecipazione molto ampia, nella società. E soprattutto fra gli elettori di centrosinistra. Lo abbiamo scritto, nei giorni scorsi: più che di “antipolitica” dovremmo parlare di “iperpolitica”. Visto che le mobilitazioni, negli ultimi mesi, si sono moltiplicate. Coinvolgendo masse imponenti di persone. Spinte, come si è detto, da una grande richiesta di cambiamento e di novità. Però, vale la pena di aggiungere: non solo.

Come ha suggerito Alfio Mastropaolo, dietro alla partecipazione di massa che ha “premiato” le primarie del PD, non c’è solo il “nuovo”, ma anche il “vecchio”. Il contributo della tradizione; dell’organizzazione dei partiti; delle cerchie personali. Logiche di appartenenza “ideologica”, ma anche personale e particolaristica. Basta scorrere i dati della partecipazione su base regionale. A livello nazionale hanno votato 3 milioni e mezzo di elettori. Tra cui, va chiarito, anche giovani con meno di 18 anni (ma più di 16) e immigrati. Per cui si tratta di una base più ampia dell’elettorato chiamato a votare alle consultazioni politiche. Tuttavia, calcolato sul voto alla lista “Uniti nell’Ulivo” nel 2006, il peso degli elettori alle primarie risulta egualmente molto rilevante: il 29%. Ciò significa che ha votato alle primarie quasi un elettore su tre.
La distribuzione per regione, però, fa emergere una geografia particolare. Molto diversa dal passato. Non tanto per l’affluenza nelle regioni del Nord: significativa ma, comunque, al di sotto della media nazionale. Né per il buon grado di partecipazione registrato nelle “regioni rosse”. Soprattutto in Emilia Romagna e in Umbria (oltre il 30%). Ma per la clamorosa mobilitazione che ha caratterizzato le regioni del Mezzogiorno. In Abruzzo l’affluenza alle primarie copre il 40% dei voti ottenuti nel 2006 (alla Camera) dalla lista “Uniti nell’Ulivo”. In Puglia il 34%. In Sardegna il 32%. Ma vette insuperabili vengono toccate in Campania: 44%. E ancor di più in Basilicata: 53%. Fino al record della Calabria, dove i voti validi alle primarie costituiscono il 70% di quelli ottenuti dall’Ulivo un anno e mezzo fa. Certo, vale la pena di ripeterlo: c’è una quota di minorenni e di immigrati. Ma si tratta, comunque, di un dato cosmico.

Peraltro, la struttura del voto, su base territoriale, in questa occasione non riflette quella di due anni fa, che legittimò Prodi in vista delle elezioni del 2006. Rispetto ad allora, in tutte le regioni del Centronord si osserva un calo di voti (validi) più o meno sensibile. In particolare in Lombardia (-232.000), Emilia Romagna (-204.000), Toscana (-168.000) e in Veneto (-89.000). Anche nel Lazio, dove Veltroni ha trascinato la partecipazione al voto, si assiste a un ripiegamento sensibile rispetto alle primarie del 2005 (- 86.000 voti validi). D’altra parte era prevedibile, visto che due anni fa alle primarie avevano partecipato gli elettori di tutta la coalizione, per eleggere non il segretario di un partito, ma il candidato premier. Invece, contrariamente alle aspettative, in larga parte del Mezzogiorno, domenica scorsa si verifica una crescita dei voti, in alcuni casi molto consistente. Soprattutto in Puglia (+54.000), Abruzzo (+13.000), Basilicata (+17.000), Campania (+106.000) e, appunto, Calabria (+ 87.000).

Ciò permette di precisare l’osservazione da cui siamo partiti. La grande partecipazione alle elezioni primarie di domenica scorsa sottolinea una stagione “iperpolitica” piuttosto che “antipolitica”. In cui, però, convergono e si cumulano spinte diverse. Domande di “cambiamento”, ma anche “continuità”. La grande partecipazione alle primarie, infatti, ha raccolto e aggregato movimenti ed elettori d’opinione, alla ricerca di nuovi modelli di rappresentanza politica. Insieme ad ampie componenti ancora “fedeli” ai partiti tradizionali (e auto-dissolti: DS e Margherita); a settori, estesi, di voto “personale” e particolarista; e a solide clientele locali. E’ un grande calderone, questo PD. Nel quale confluiscono componenti nuove, ma anche vecchie. (E, vogliamo precisare, il “vecchio” non è necessariamente peggio; talora, anzi, è anche meglio del “nuovo”).

Ci vorranno molto coraggio e grande determinazione per costruire un “partito nuovo”, capace di assorbire e coagulare l’eredità dei “partiti vecchi”. Così pesante e localizzata. Ma, soprattutto, per costruire un partito che sia davvero “nazionale”, in grado di superare i limiti territoriali del passato, anche recente. Il centrosinistra, infatti, nella seconda Repubblica, ha mantenuto la geografia elettorale del Pci. Tanto che Marc Lazar, facendo riferimento ai Ds, aveva parlato di una “Lega di centro”. Mentre nel Nord non è mai riuscito a imporsi. Anzi, alle elezioni del 2006 si è ridotto a una “minoranza assediata”. Oggi, le primarie descrivono un PD fin troppo “meridionalizzato”.

Non sarà facile, con questa geografia e con questa base elettorale costruire un soggetto politico riformista e innovatore. Walter Veltroni, il sindaco di Roma: dovrà governare i localismi del suo partito. Dovrà, inoltre, “unire” la Basilicata al Veneto; la Calabria alla Lombardia. Come dire: ri-unire l’Italia.


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