Archivio per dicembre 2007

La fase due di Benedetto XVI

(30 Dic 07)

Franco Garelli
Siamo di fronte a una fase due del pontificato di Benedetto XVI, che dopo un lungo periodo per lo più dedicato ai temi dell’etica e dell’identità cristiana sembra ora applicarsi con forza alle questioni sociali nel mondo?

Di questo cambiamento di registro vi sono varie tracce nei messaggi del Papa a Natale, sia nella messa di mezzanotte, sia nell’Urbi et Orbi pronunciato a mezzogiorno in una piazza S. Pietro gremita e di fronte alle tv di mezzo mondo. I vibranti appelli rivolti in questa occasione a salvare la Terra maltrattata, a ridurre le discriminazioni, a operare per la giustizia, sono in linea del resto col messaggio lanciato dallo stesso Pontefice per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2008.

Come tutti i «motori» tedeschi, il procedere di questo Papa non è incline ad accelerazioni e discontinuità, ma si applica con metodo e rigore alle questioni ritenute prioritarie. Finora i temi della dottrina sociale della Chiesa non sono stati al centro delle sue preoccupazioni, avendo preferito iniziare a far chiarezza su quelli dell’identità cristiana e dell’etica. C’è troppa confusione nel mondo (occidentale e non) sulla ricerca spirituale, sulla domanda religiosa, sullo stesso modo di intendere il messaggio cristiano.

Molti credenti e non poche comunità cristiane rischiano di confondere la «buona novella» col proprio sentire, dando vita a un «fai da te» che mette in sordina la trascendenza e enfatizza le attese umane. Di qui l’impegno del Papa teologo e «catechista» a ribadire i fondamenti della fede e della morale cristiana, cui ha dedicato gran parte della comunicazione pubblica dei suoi primi due anni di pontificato. Rientrano in questo progetto le due encicliche sin qui emanate (su Dio è amore e sulla Speranza cristiana), oltre che il bestseller scritto dal Papa su Gesù di Nazareth.

Con i discorsi di Natale, però, la riflessione di Benedetto XVI sembra aver preso un’altra piega. L’evento Nazareth non richiama al Papa soltanto la centralità della famiglia nell’ordinamento cristiano e umano (un altro tema sin qui ricorrente nel magistero del Pontefice), ma anche la necessità di salvaguardare una «famiglia umana» sempre più minacciata da tensioni e conflitti. Il Papa teologo sembra dunque palesare una sensibilità sociale sin qui imprevista o sconosciuta. Tra le sue corde, non vi sono soltanto le questioni della bioetica o della vita da difendere dall’inizio alla fine, o il rapporto dialettico e conflittuale tra scienza e fede.

Nel giorno simbolo della pace, il Papa non ha mancato di prendere su di sé i mali delle zone del mondo più sofferenti, elencando un lungo rosario di terre che più sono oggetto di conflitto e di degradazione umana: dal Darfour alla Somalia; dal Congo alle zone di confine tra l’Eritrea e l’Etiopia; dal Libano alla Terra Santa; dall’Afghanistan all’Iraq; dal Pakistan allo Sri Lanka. Nella ricognizione non sono mancati i Balcani, ma soprattutto l’accenno alle molte altre aree di crisi sovente oggetto del nostro oblio per lo scarso interesse che rivestono per l’Occidente più sviluppato.

Nel richiamare le terre sofferenti, il Papa non si è limitato a invocare consolazione per quanti si trovano nelle tenebre della miseria, dell’ingiustizia, della guerra, ma ha dato un nome alle strutture di male di cui è attualmente disseminata la Terra: i dissesti ambientali, l’abuso delle energie, lo sfruttamento egoistico della natura, i conflitti etnici, religiosi e politici, il fragore delle armi.

Proprio i temi del disarmo, del rispetto ambientale, dell’emergenza energetica sono al centro del messaggio del Papa per la Giornata mondiale per la pace 2008. Dobbiamo aver cura dell’ambiente, promuovere un modello di sviluppo sostenibile, trovare insieme un equilibrio ecologico che non sia soltanto a misura dei Paesi tecnologicamente più avanzati. Stesso discorso vale per la gestione delle risorse energetiche del pianeta, con i paesi più ricchi ed emergenti la cui fame di energia viene sovente saziata a danno delle nazioni più povere.

Infine, l’appello alla pace si scontra con la corsa agli armamenti, con l’industria bellica in crescita, con oligarchie politiche che si legittimano per lo più con la potenza degli eserciti e con la rincorsa alle armi nucleari. La pace – ricorda il Papa – è senz’altro un esercizio dello spirito, ma è anche il frutto di un’azione politica in cui la comunità internazionale e tutte le nazioni sono chiamate ad assumersi le proprie responsabilità.

In questa svolta tematica, Benedetto XVI sembra avvicinarsi al modo in cui il suo predecessore, Karol Wojtyla, ha interpretato il suo essere Papa. I temi sociali sono centrali per una Chiesa la cui missione è di far crescere la pace umana e spirituale. Di questi accenni saranno contenti i molti laici che imputano alla Chiesa di Roma di essere oggi attenta soltanto ai temi della vita e della bioetica (anche perché i mass media per lo più enfatizzano queste posizioni), ma pure non pochi credenti e cattolici per i quali l’impegno sociale è un criterio di coerenza di fede e di promozione della vita umana.

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Alitalia, o si vende o si muore

(29 Dic 07)

Carlo Bastasin
E’ una clessidra sconvolgente quella che scandisce i tempi di Alitalia. Ogni giorno che passa, come è noto, comporta due milioni di euro di perdita in più per i contribuenti italiani. Ma otto settimane da investire in una trattativa per la cessione ad Air France, come annunciato ieri dal ministro Padoa-Schioppa, sono probabilmente i soldi meglio sprecati da molto tempo. L’epoca della fallimentare compagnia di bandiera è finita, la clessidra sta svuotandosi e nessuno la girerà di nuovo. O almeno si spera. Anche se i consiglieri tecnici sono stati unanimi nel favorire l’opzione francese su quella di AirOne, in queste otto settimane il governo dovrà far valere nel negoziato le perplessità di chi vede finire in secondo rango il traffico intercontinentale della Malpensa.

L’ipotesi che, con il disimpegno di Alitalia dallo scalo prealpino, l’aeroporto italiano per il business diventi Roma e quello per il turismo si sposti a Milano, offre un tocco di comicità alla tragedia di Alitalia. I dettagli del piano Air France purtroppo non sono pubblici e le controproposte di AirOne, apparentemente ambiziose, serviranno ancora al governo per porre condizioni affinché gli interessi francesi non prevalgano su quelli dei consumatori italiani. Alle critiche dei giorni scorsi, Air France ha già mostrato di voler rispondere. La fusione con l’olandese Klm ha funzionato bene, Amsterdam ha trovato una sua vocazione e il gruppo si è rafforzato. Non c’è ragione perché un governo cui fa capo un mercato più importante di quello olandese non possa farne valere i diritti. Dovrà però dimostrarlo.

Ma in queste stesse otto settimane la società francese svolgerà un’approfondita due diligence, guarderà cioè dentro gli armadi di una società che ha vegetato per un decennio in un torbido stato terminale e infine incontrerà sindacati e parti interessate, notoriamente abituati a trattare con arroganza con manager collusi e azionisti compiacenti. Nel corso dei giorni passati, inoltre, la dialettica paesana tra Nord e Sud è servita almeno a far emergere pubblicamente sia le inefficienze di Malpensa sia quelle di Fiumicino. Moratti ha ricordato la catastrofe dei bagagli di quest’estate a Roma, ma le inefficienze di Malpensa sono emerse con le cifre sulla scarsa domanda dei viaggiatori italiani ormai adattatisi a scegliere linee aeree straniere e aeroporti minori e periferici. Il cielo non voglia dunque che alla fine delle otto settimane anche Air France come Lufthansa concluda che l’operazione è troppo rischiosa.

Com’era prevedibile, sulla disputa degli aeroporti è calata la nebbia demagogica degli interessi di parte. Un deputato di Forza Italia invoca i magistrati contro Padoa-Schioppa, mentre un presidio di An a Malpensa definisce la cessione addirittura «affrettata». Alemanno denuncia la ferita agli interessi nazionali. La Lega intravede a pochi chilometri da Gemonio la madre di tutte le battaglie in nome dei sacrifici del Nord per le inefficienze romane. Tutto ciò è retorica sorpassata dalla realtà. Ben altri sarebbero i motivi di critica al governo e a chi gestisce l’industria aeroportuale italiana, a cominciare dall’inefficienza della regolazione del settore: l’autorizzazione degli scali è feudale e incomprensibile, la loro gestione è quasi sempre opaca, il sistema tariffario è misterioso e un’Authority indipendente deve ancora essere messa in grado di sanzionare gli sprechi di denari delle amministrazioni centrali e locali.

Infine, in ritardo con lo stato moribondo di Alitalia sono anche le proteste dei sindacati, riprese anche ieri dalla sinistra radicale. Interessi politici e sindacali, scarsa cultura dei controlli e poco rispetto del mercato hanno portato Alitalia al fallimento, e non è certo la retorica di questa politica che ne migliorerà la situazione. In un certo senso la bandiera va ammainata per salvare la compagnia, perché c’è una cosa sola peggiore di dover vendere Alitalia. Non riuscire a venderla.

Dynasty di sangue

(28 Dic 07)

Igor Man
Hanno assassinato Benazir Bhutto, «bocca profumata» come teneramente la chiamava suo padre. È stato un terrorista suicida ad ammazzarla facendosi esplodere al termine d’un festoso comizio della bella Benazir.

L’otto di gennaio i pakistani dovrebbero andar alle urne. Lei, Benazir, era rientrata in patria, dopo otto anni di esilio volontario, per scacciare con la scheda il potere corrotto, nemico della democrazia, ingannatore del popolo. Torcendosi i baffi roridi di pianto, il primario dell’ospedale di Rawalpindi ha detto ai giornalisti che «bocca profumata» è morta senza soffrire. Anche per lei la morte ha spezzato «sogni e speranze»: una famiglia disgraziata, i Bhutto, una dinastia politica potente e invidiata (ma anche amata) come i Gandhi, come i Kennedy. Una vicenda umana, la sua, che sembra uscita da un Kipling postmoderno.

L’accusavano di «peronismo al curry», i suoi avversari, ma è un fatto che i suoi comizi (pensati in inglese) avessero il potere di esaltare le folle. Nella primavera del 1989, Tito Sansa, abile, spericolato inviato in Pakistan, volle, generosamente, ch’io lo accompagnassi: era riuscito a fissare un appuntamento con l’allora primo ministro, grazie anche ai buoni uffici d’un comune amico, l’ambasciatore italiano. Benazir parlava a fior di labbra, come son solite le ragazze-bene. Non ha paura per la sua vita? «Che senso ha temere qualcosa che ignoro. C’è chi sa e dunque basta rimettermi a lui e non pensare alla morte. È alla vita che bisogna pensare. Io vivo per lavorare a un progetto che sollevi il mio paese da una indigenza che non merita, due volte odiosa perché conseguenza della ruberia eletta a sistema».

Già, la corruzione. L’accusa rituale che da sempre, in Pakistan, i candidati si son gettata addosso. Tuonando contro i «corruttori istituzionali», la Bhutto è scesa in lizza pur consapevole di sfidare un avversario agguerrito e un immenso esercito di maldicenza e di accuse al vetriolo. Nulla le è stato risparmiato durante la campagna elettorale: la (presunta) corruzione di suo padre, impiccato, l’incriminazione per peculato del fratello e di lei stessa (infine amnistiati dal rivale Musharraf per volere di Washington). Di più: al suo ritorno a Karachi, il 19 di ottobre, quattro squadre suicide si fecero saltare in aria buttandosi contro il corteo di automobili. Benazir sapeva che avrebbero tentato di ucciderla e pertanto era salita a bordo d’un furgone blindato della tv, rimanendo illesa. «Se credono di spaventarmi…», fu il suo commento alla Reuters.

E ora che accadrà?, ho domandato a un diplomatico. Risposta: «Una cosa è certa, le faranno un bel funerale». Lo fecero anche a Gandhi, al vecchio, al giovane. Quei due si lasciarono dietro una scia di rispetto, di rimpianto. Possessori di uno stesso Dna, Pakistan e India sono divisi da una reciproca avversione che ha partorito troppe guerre e perfino un’insensata corsa al nucleare. Meno fortunato e meno intraprendente dell’India, il Pakistan arranca attaccato alla compiacente mammella americana: prodiga di anche recenti aiuti a pioggia. Grazie alla bella Benazir, poteva vantarsi, il Pakistan, d’essere l’unico e solo paese islamico guidato da una donna. Qualche tempo fa, a Dubai, richiesta di commentare un orribile attacco suicida, quello costato la vita al premier libanese Hariri, la signora Benazir così rispose: «Al Qaeda? È troppo comodo, una sorta di automatismo, attribuire attentati così allo Sceicco del Terrore. Prima di emetter sentenze bisognerebbe far pulizia in casa, anziché, regolarmente, accusare Al Qaeda col solo risultato di cacciare l’immondizia sotto il tappeto».

A parte il funerale grandioso di cui sopra, è certo che Musharraf s’è rafforzato. Non dico sul piano morale, ma sul pratico. In un paese dove tuttora il 73,5% dei 160 milioni di cittadini campa con meno di due dollari al giorno, metà, grosso modo, della popolazione era con lei, «bocca profumata» che, fra l’altro aveva apertamente accusato di corruzione il presidente e i suoi servizi, «burattini della Cia». Non è che i pachistani siano antiamericani, tutt’altro, ma il vaniloquio di Al Qaeda indubbiamente li colpisce. Sapremo, forse, un giorno, chi veramente abbia ammazzato la signora Bhutto. La rivendicazione – chiaramente strumentale – di Al Zawahiri non convince, non foss’altro perché Al Qaeda è ormai una conchiglia vuota che qualsiasi scellerato può riempire. Il presidente Bush si è sentito toccato dolorosamente dall’accadimento. Un’altra sconfitta per «W»: il suo sogno della guerra preventiva portatrice di democrazia, oggi, con la morte assassina di Benazir Bhutto è, per lui, un calcio in bocca.

La rivolta del Golem

(28 Dic 07)

Barbara Spinelli
Il fanatismo che ieri ha ucciso Benazir Bhutto durante un comizio a Rawalpindi non è una macchina da guerra globale e di conseguenza inafferrabile, come spesso usiamo dire non sapendo bene che dire: è un mostro che è nato in Pakistan, che dal Pakistan si è esteso al mondo fino a lambire le città d’Occidente, che in Pakistan ha da quasi trent’anni il suo regno. Anche il mezzo bellico cui ricorrono gli assassini è stato coltivato e perfezionato in quella zona, per motivi legati alla sua instabilità incessante: l’attentatore sceglie di trasformarsi in bomba umana perché questa è l’arma moderna del debole contro Paesi o eserciti che non possono esser combattuti e vinti con arsenali simmetricamente potenti. L’Unione Sovietica poté esser combattuta e vinta solo da fondamentalisti pronti a morire, e qui va cercato il motivo per cui furono in tanti ad appoggiarli, addestrarli, finanziarli: Stati Uniti e Pakistan in testa. La stessa Bhutto, quando incontrò Clinton a Washington nella primavera del ’95, presentò i talebani come forza filo-pakistana che sarebbe tornata utile per stabilizzare l’Afghanistan.

Ora il Golem fabbricato dai governi americani e dai loro alleati si rivolta contro i propri originari padrini, e sono questi ultimi a esser combattuti e sfiancati da un metodo di lotta – l’attentato suicida – che è il più letale che esista perché sacrifica l’assassino assieme all’assassinato.

E’ un metodo che il terrorismo internazionale usa ormai con agilità, ma che ha fra i suoi addestratori i regimi militari che si sono succeduti in Pakistan negli ultimi decenni. Più precisamente, ha alle spalle i servizi segreti (l’Isi: Inter-Services Intelligence) che negli Anni 70 e 80 allenarono i combattenti delle scuole integraliste islamiche, scatenandoli di volta in volta contro l’India nel Kashmir o contro l’occupante sovietico in Afghanistan. I talebani sono figli dell’Isi, o comunque di quelle schegge dell’Isi che Musharraf contrasta e di cui è simultaneamente complice. Non è senza significato che Bin Laden e al-Zawahiri vivano in zona pakistana, fin qui senza assilli.

Contro il terrorismo che ci ostiniamo a chiamare globale l’Occidente è in guerra da più di sei anni, senza costrutto e senza idee persuasive. Non è un Grande Gioco locale che sta facendo, sulla falsariga del Great Game dell’impero britannico tra ‘800 e ‘900, ma un gioco ancora più nullo del Great Game: mondializzando lo scontro e chiamandolo scontro di civiltà, Stati Uniti e alleati stanno di fatto estendendolo oltre l’Afghanistan, nel Pakistan dotato di atomica, e trasformando un’intera regione in caos, come spiega molto bene Saleem Shahzad nel suo reportage per La Stampa. Questa guerra non solo è senza fine, come disse Bush nell’autunno 2001 quando annunciò un’impresa bellica di «molte generazioni». È una guerra che combattiamo in alleanza con il Pakistan, che è la fonte principale del male e comunque la roccaforte dei nostri avversari. Da anni, l’amministrazione Usa riempie Islamabad di denaro (10 miliardi di dollari dal 2001) senza porre condizioni di sorta. Questa è la premessa di ogni discorso, nel momento in cui gli occidentali piangono Benazir Bhutto e, mentendo, giudicano «destabilizzata» una democrazia inesistente e un regime da sempre instabile.

Benazir Bhutto certamente percepì la vastità dell’imbroglio, quando nell’ottobre scorso tornò in patria con l’assistenza di Washington. Vi ritornò promettendo a Bush un patto con Musharraf e i servizi pakistani: un patto che forse avrebbe risparmiato a lei un processo per corruzione, ma di sicuro avrebbe consentito a Musharraf di proseguire l’ambigua politica verso il fanatismo islamico. Una politica fatta in superficie di resistenza, sotto terra di connivenza o passività. Una politica che avrebbe permesso al generale-presidente di tollerare quello che nessuno Stato può tollerare: l’esistenza ai propri confini di intere regioni governate dai talebani (le cosiddette Zone Tribali). Le incursioni contro Karzai e gli occidentali partono da lì, e sono imbattibili non perché globali, ma perché hanno una base da cui partire e in cui rifugiarsi. Nessuna guerriglia con una base forte è debellabile. Contro simile caos la Bhutto aveva cominciato a ribellarsi.

Questo è il vespaio in cui si è andata a cacciare la lotta armata di Bush al terrorismo: una lotta cui partecipano molti europei, tra cui gli italiani, senza più sapere esattamente perché e per quanto tempo. Questo il groviglio che, irrisolto localmente, tanto più efficacemente si nasconde e si arma dietro a sigle globali come Al Qaeda. Della morte di Benazir Bhutto siamo responsabili anche noi, che abbiamo fatto crescere un bubbone così tremendo tra India e Afghanistan, sostenendo in origine gli integralisti antisovietici e poi un governo a Kabul che ancora rifiuta di riconoscere il confine che lo separa dal Pakistan. Ci siamo alleati con chi si sarebbe poi mobilitato contro l’America, contro la Bhutto. Che più volte si è mobilitato contro lo stesso Musharraf.

L’alleanza col Diavolo è un’arma geopolitica classica. Fu adoperata anche nella prima metà del ‘900. Ci si alleò con Stalin, pur di vincere Hitler. Poi però l’alleanza s’infranse e comunque nulla di quel che accade oggi somiglia a ieri. Lì una guerra finì, qui una guerra è agli inizi. Qui non siamo di fronte all’alleanza con un Diavolo minore per sconfiggere il Diavolo maggiore. Qui ci si allea con il male stesso che si pretende debellare.

I confini della corte

(27 Dic 07)

Angelo Panebianco
Si avvicina il momento in cui la Corte costituzionale dovrà decidere dell’ammissibilità dei referendum elettorali (la sentenza è prevista per metà gennaio). Sarà una decisione che avrà rilevantissimi effetti sul sistema politico italiano. Tutti trattengono il fiato mentre circolano voci su pressioni esercitate sulla Corte per spingerla a dichiarare inammissibili i referendum: soprattutto il più temuto dai partiti piccoli, quello che sposterebbe il premio di maggioranza dalla coalizione di partiti al singolo partito. Sul tema è intervenuto, con la sua autorevolezza di ex presidente della Corte e di fine giurista, Gustavo Zagrebelsky (La Repubblica, 24 dicembre).

Zagrebelsky ha usato due argomenti. Il primo mi è parso ineccepibile. Il secondo, invece, mi ha lasciato assai perplesso. Zagrebelsky ha sicuramente ragione quando osserva che le Corti costituzionali o supreme vivono nel mondo e che ci sono sempre stati, in tutte le democrazie che ne dispongono, tentativi di influenzarne le decisioni. Non vale la pena di scandalizzarsene. Come nel caso di altre Corti, anche la nostra Corte costituzionale dispone di difese, di anticorpi, il più importante dei quali sta nelle garanzie di indipendenza che le assicura la Carta. Le dichiarazioni pubbliche, più o meno incrociate, tese a influenzare in un modo o nell’altro il verdetto della Corte finiscono in genere per elidersi: i giudici sanno come difendersi dalla pressione esterna, sanno difendere la propria indipendenza di giudizio. Zabrebelsky parla qui forte anche della sua esperienza alla Consulta, e non si può che credergli.

La perplessità è invece legata al secondo argomento che Zagrebelsky ha introdotto e con il quale è entrato nel merito del referendum elettorale. Come si potrebbero criticare i giudici, dice Zagrebelsky, se essi dichiarassero inammissibile un referendum che (vale la pena di citare testualmente le sue parole) «attribuisce un mai visto “premio di maggioranza” alla lista che ottiene un numero di voti qualunque, anche molto basso, purché superiore a quello di ognuna delle altre liste»? Qui non è chiaro se Zagrebelsky ritenga che la Corte dovrebbe dichiarare inammissibile il referendum a causa di quanto egli afferma oppure se si tratta, semplicemente, della sua personale opinione (evidentemente negativa) sul contenuto del referendum. Mi sembrerebbe strano che fosse vera la prima ipotesi. La Corte infatti, se non erro, deve ora solo, in quella sede, pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito alla luce di quanto prescrive l’articolo 75 (relativo alle condizioni di ammissibilità/ inammissibilità) della Costituzione.

Resta dunque la seconda ipotesi. Zagrebelsky ha forse voluto dichiarare la sua personale avversione al contenuto del referendum. La cosa è più che legittima, naturalmente, ma l’argomentazione usata mi è parsa debolissima.

Per cominciare, non c’è alcuna differenza di principio fra premio di maggioranza a una coalizione di liste (prevista dalla legge elettorale attuale) e premio di maggioranza a una sola lista. Nulla vieta infatti, in linea di principio, che le coalizioni che si formano in una campagna elettorale siano tante e che una coalizione prevalga (aggiudicandosi il premio) «con un numero di voti qualunque, anche molto basso». Tra l’altro, è quello che, in linea di principio, può benissimo accadere anche nei sistemi maggioritari con collegi uninominali: nulla vieta che in un collegio i voti si distribuiscano quasi equamente tra moltissimi candidati e che il vincitore ottenga pochi voti (purché, si intende, almeno uno più degli altri).

In pratica, questo, per lo più, non succede: se c’è un premio alle coalizioni, gli elettori tendono a indirizzare i voti sulle due che hanno più probabilità di prevalere mentre nei collegi uninominali li concentrano sui due o tre candidati più quotati. Non ho dubbi che se si votasse con la legge prevista dal referendum il grosso degli elettori concentrerebbe i voti sulle due liste concorrenti percepite come più forti. Più in generale, non si può proprio definire «mai visto» un qualsivoglia sistema elettorale che dia la vittoria a chi ottiene— persino, eventualmente, con una bassissima percentuale di voti — anche un solo voto in più degli altri. La notissima espressione inglese first past post usata per qualificare i sistemi maggioritari a un turno indica precisamente ciò. Anche se può fare orrore alla mentalità proporzionalistica, tuttora così diffusa nel nostro Paese, si tratta del principio cui si ispirano (in genere, vivendo piuttosto bene) le democrazie maggioritarie. Spero che la Corte dichiari i referendum ammissibili e che, durante la campagna referendaria, si possa di nuovo incrociare i fioretti: da un lato, i fautori del principio «maggioritario» (come me e come altri), dall’altro i «proporzionalisti», come Zagrebelsky e altri.

Babbo Natale falso ottimista

(27 Dic 07)

Claudio Magris
Se ne avessi il potere, proibirei per legge — quale offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all’infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare — l’immagine e il termine stesso di Babbo Natale. C’è un limite di decenza pure per la secolarizzazione. Trasformare il mistero dell’incarnazione— l’eterno che si fa storia, tempo fugace, carne fragile e peritura — o anche solo l’infantile poesia di Gesù Bambino o dell’angelo che porta i doni nella figura di un vecchio panciuto e svampito, dal viso rubizzo e giulivamente ebete, è un po’ troppo.

Se proprio ci si vuole sbarazzare del Cristianesimo — del linguaggio e delle figure che esso ha dato per secoli alla rappresentazione della vita —meglio tornare allo Yule, alla nordica festa pagana del solstizio d’inverno col suo culto delle demoniche forze elementari, che Lovecraft, nei suoi racconti dell’orrore assai poco natalizi, sentiva ancor vive e minacciosamente in agguato sotto la crosta della civiltà. Non a caso, al tempo della mia infanzia, catechisti e sacerdoti della parrocchia scoraggiavano e deprecavano, sia pur blandamente, l’albero di Natale, l’abete di remota ascendenza boreale e pagana, contrapponendogli il cristiano, cattolico e italico Presepe; palme e cammelli d’Oriente e dolce terra umbro-francescana contro la neve del Settentrione. Mi sarei dunque atteso una più energica riprovazione ecclesiastica — almeno pari a quella delle zucche di Halloween — del paonazzo fantoccio da supermarket, con le sue renne fatte per tirare la slitta a Cortina e non in Lapponia.

Se Babbo Natale, con rispetto parlando, deriva da Santa Claus ovvero San Nicolò, come triestino mi sento corresponsabile del suo trionfo, visto che a Trieste San Nicolò, col suo manto rosso, porta i doni nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, ma quel rosso del santo di Bari ha almeno una sua regalità, da re pastore e non da insegna luminosa di supermarket. Quest’ultimo, ovviamente, può essere altrettanto sacro, con buona pace dei fustigatori del consumismo nostalgici della miseria dei tempi andati. Nessun oggetto, nessuna istituzione, nessun rito sono di per sé sacri; sacro è solo il senso di amore e soprattutto di rispetto per gli uomini. Comperare un panettone a un supermarket, pensando alla tavolata con persone amate, non èmeno poetico che preparare un pasto in una capanna di pastori o in una casa contadina. Sono i simboli della vita a dire il significato che le attribuiamo.

Sotto questo profilo, il ridanciano e scampanellante Babbo Natale è un segno della crescente scristianizzazione; della perdita della memoria, del linguaggio, del senso che il Cristianesimo dà al mondo. Non è solo il vituperato consumismo, simboleggiato da Babbo Natale, che disturba. Pure in passato il pranzo e i regali natalizi obbedivano alla logica del consumo, di per sé nient’affatto disdicevole, e non è un merito se la penuria, subìta e non certo scelta, costringeva a consumi più modesti. E’ quel sorriso giocondo e soddisfatto nel roseo faccione che nega il Natale. Le feste di un tempo univano il piacere — per un bambino, anche l’incanto misterioso dei doni sotto l’albero o davanti al Presepe — e la malinconia della ripetizione, che scandisce il fluire e lo svanire del tempo quanto più cerca di catturarlo e fermarlo nel rito sempre uguale. La festa—e il Natale è quella più grande—fa (soprattutto faceva) sentire che la festa della vita finisce, che l’esistenza è il precipitare della gioia e degli affetti nel buio del tempo e del nulla, così come nel grande abete, che un magico zio travestito da angelo mi allestiva nella mia infanzia, una cascata di caramelle bianche come la neve cadeva e spariva nella folta ombra dei rami e le gocce di cera delle candele accese cadevano una sull’altra e si consumavano.

Ogni anno tante gocce d’oblio, mentre la tavolata famigliare si arricchiva di nuovi venuti e ancor più si spopolava di altri che se ne andavano lasciando seggiole vuote. La festa diceva la tenerezza e anche gli acri, amari malintesi della vita di famiglia; era occasione in cui emergevano e poi si sopivano rancori antichi, acerbamente conviventi con gli affetti, che il bambino captava sgomento e poi rasserenato, imparando a capire il nesso inestricabile di amore e avversione che lega gli uomini. Protagonista e vezzeggiata, l’infanzia era anche vagamente oppressa da quella ripetizione e da quella mistura di gioia e malinconia, immortalata in tragiche e debolmente sorridenti foto di famiglia. Anche in quei Natali tradizionali si violava e negava, senza saperlo, il significato del Natale, che è preludio di Buona Novella e di liberazione e non malinconia; tempo annunciato e vissuto come pienezza, come compimento di attese e valori, e non quale stillicidio di minuti e di anni nel nulla. Ma tutto ciò era almeno riscattato dalla malinconia; l’angelo—anche quello che porta i regali—è sempre malinconico, figura del mondo caduto e imperfetto. Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi scambiato per l’eterno. Incubi di pranzi in cui l’obbligato ingozzarsi insinua nell’animo una pesantezza di morte, quintali di biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza dell’invasione.

Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l’estremo abbattimento del Getsemani; la gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il dolore, il crollo del mondo. Uno dei più grandi racconti di Natale di ogni letteratura, «Cristallo di rocca» di Stifter, dice — come ha scritto Maria Fancelli in un memorabile saggio — «che l’attraversamento del nulla è necessario ». Babbo Natale vuole invece farci dimenticare che siamo sull’orlo di un vulcano, il quale potrebbe eruttare fuoco distruttore da un momento all’altro; che le tensioni del mondo si vanno facendo insopportabili e incontrollabili; che davanti al Presepe premono, per entrare in quella capanna che è il cuore del mondo, più persone di quante essa possa accogliere. Babbo Erode non si turba per le stragi di innocenti. Il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Cerca di coprirlo perché, se lo si sente, si rimane sbigottiti dalla smentita che quell’annuncio riceve sulla Terra, dove la pace è quasi sempre negata agli uomini di buona volontà e semmai concessa ai farabutti. Quel canto da sempre smentito va invece sempre ascoltato e seguito, per continuare a credervi contro ogni evidenza, a sperare contro ogni vittoriosa negazione, con quell’autentica speranza che passa sotto le forche caudine della disperazione e rifiuta le stampelle del tronfio e menzognero ottimismo.

Sarkò? Assomiglia a Silviò

(27 Dic 07)

Copyright Le Monde
L’attrazione fatale del Presidente per paillettes e jet-set ricorda più Berlusconi che il generale De Grulle, E la sua vita privata diventa uno spettacolo «people»
Il 25 dicembre il Presidente francese Nicolas Sarkozy è arrivato a Luxor per qualche giorno di vacanza con la famiglia. È giunto sull’aereo privato appartenente al suo amico, l’industriale Vincent Bolloré. Che il Presidente della Repubblica per la sua vacanza preferisca l’Egitto al forte di Brégançon non è in alcun modo soggetto alle critiche. Ma che una visita annunciata come privata si trasformi, per volontà dello stesso Sarkozy, in un’occasione per scattare foto «people» con la sua nuova compagna, è già più discutibile. Innanzitutto perché il presidente si era già impegnato a non mettere più in scena la sua vita privata. Ma soprattutto perché la decisione, di nuovo, di farsi trasportare sul luogo delle vacanze con l’aiuto di Bolloré ha qualcosa di malsano.

Una tradizione tradita
La fascinazione del presidente per le paillettes e il jet-set, l’intimità rivendicata con il mondo del denaro, sono una «rupture» rispetto a una campagna elettorale puntata a sedurre l’elettorato popolare e alle tradizioni di una famiglia politica di cui Sarkozy si presume sia l’erede. Dalla notte di Fouquet’s allo yacht e all’aereo di Bolloré, il Presidente si mostra più berlusconiano che gaullista. Non è necessario disturbare l’ombra del generale, che certamente mai avrebbe manifestato una tale intimità con un grande industriale, ma anche ai giorni nostri è inimmaginabile che un presidente statunitense parta per le vacanze sull’aereo di un importante businessman.

I rapporti con l’industriale Bolloré
Non si tratta di coprire di ignominia Bolloré o altri grandi patron francesi. Al contrario. Ma di sottolineare la distanza che deve esistere fra un uomo che incarna lo Stato e un gruppo socio-professionale, qualunque esso sia. L’argomento del risparmio per le casse dello Stato non suona convincente: è normale che il Capo dello Stato utilizzi un aereo della République. Anche ribattere che la percentuale dei contratti diretti con lo Stato negli affari del gruppo Bolloré sia infima è altrettanto non pertinente. Il gruppo Bolloré aspira, del tutto legittimamente, a giocare un ruolo importante nel mondo dei media (Le Monde è partner di Matin Plus, uno dei suoi giornali gratuiti). Monsieur Bolloré è, per sua natura, uno dei rappresentanti più di spicco e dinamici di un gruppo socio-professionale. Come è possibile immaginarsi che il presidente resti totalmente indifferente ai suoi suggerimenti e alle sue richieste? Che lo voglia o no, il deputato socialista Arnaud Montebourg ha il diritto di chiedersi quali «contropartite» possa produrre una tale familiarità.

La dignità del Capo dello Stato
Metterla in mostra così deliberatamente può anche avere qualcosa di degradante per i francesi ordinari, alle prese con i problemi del potere d’acquisto e degli alloggi, con la prospettiva di pensioni sempre più difficili da ottenere e sempre più posticipate, con la crescente precarietà. Ma non è nemmeno questo il punto essenziale. La posta in gioco è lo status del capo dello Stato: una funzione che, per continuare a meritare fiducia, esige una pratica quotidiana che ne preservi la dignità.


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