Archivio per febbraio 2009

Walter ultimo fallimento

22 Feb 09

Barbara Spinelli

Vale la pena osservare il naufragio dell’opposizione italiana con l’aiuto d’un terzo occhio, più ingenuo forse ma più vero: l’occhio che ci guarda da fuori. Perché il nostro sguardo s’è come consumato col tempo, se ne sta appeso alla noia, è al tempo stesso astioso e non severo, collerico e passivo. Non credendo possibile cambiare la cultura italiana dell’illegalità, siamo da essa cambiati. Se qualcuno riscrivesse le Lettere Persiane di Montesquieu, racconterebbe il nostro presente come i due principi Usbek e Rica videro, nel 1700, la Francia di Luigi XIV: con stupore, senso del ridicolo, e realismo. È quello che i giornali stranieri hanno fatto negli ultimi giorni: dal New York Times alla Süddeutsche Zeitung, da Le Monde al Guardian o El País. Tutti si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills. Come mai Veltroni addirittura si scusava, mentre il capo del governo protetto da una legge che lo immunizza avallava il più singolare dei paradossi (il corrotto c’è, ma non il corruttore).

Chi fuori Italia si interroga ha poco a vedere con la sinistra salottiera o giustizialista criticata da Veltroni. Naturalmente c’è caos, nel partito nato dalle primarie del 2007. Ma soprattutto c’è incapacità di fare opposizione, di dire quel che si pensa su laicità, testamento biologico, sicurezza, immigrazione, giustizia, per non urtare gli apparati che compongono il nuovo-non nuovo ancor ieri esaltato all’assemblea che ha eletto Franceschini segretario provvisorio. Il partito democratico non è nato mai, e oggi è chiaro che alle primarie 3 milioni di italiani hanno eletto il leader di un partito senza statuto, senza iscritti, in nome del quale si è distrutto il governo Prodi per poi lasciare l’elettore solo. Arturo Parisi lo spiega bene a Fabio Martini: «Quando un partito si costituisce come somma di apparati, assumendo come premessa la continuità di una storia e di un gruppo dirigente, ogni scelta rischia di essere o apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi di mettere a rischio la sopravvivenza del partito». Solo un «partito nuovo, fatto di persone che decidono ex novo, democraticamente» può riuscire (La Stampa, 18-2). Solo un’analisi spietata di errori passati: i siluramenti di Prodi, la fretta di presentarsi da soli, le intese con Berlusconi quando questi parve finito nell’autunno 2007.

Veltroni ha giustamente difeso, mercoledì, il «tempo lungo, quello in cui si misura il progetto (…) che deve convincere milioni di esseri umani». Ma lui per primo ha tolto tempo al tempo, ha avuto fretta d’arrivare, di esserci. Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale. L’Ulivo cancella i cacicchi: è stato quindi seppellito. I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre. Come scrive Gustavo Zagrebelsky: lo vogliono «come fine, puro potere per il potere» (la Repubblica 9-2). Per questo il Pd non ha un leader, che rappresenti l’opposizione nella società e sia sovrano sulle tribù. Anche qui Parisi ha ragione: non di facce nuove e giovani c’è bisogno (ci sono giovani vecchissimi), perché «in politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche». Si capisce bene lo scoramento di Veltroni: le correnti del Pd e Di Pietro lo hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo.

Naufragi analoghi si son già visti in Europa, conviene ricordarli. Il socialismo francese, prima di Mitterrand, era assai simile. La Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) fu per decenni un’accozzaglia di partitelli incapaci d’opporsi a De Gaulle. Oscillavano fra il centro e il marxismo, un giorno erano colonialisti l’altro no, volevano e non volevano ampie coalizioni. Erano perpetuamente in attesa, assorti nel rinvio della scelta: proprio come ieri all’assemblea Pd, che ha rinviato primarie e nomina d’un vero leader («Perché Bersani non si candida segretario oggi, e invece rinvia?», ha chiesto Gad Lerner). Sempre c’era un segretario a termine, guatato da falsi amici. La parabola fu tragica: nel ’45 avevano il 24 per cento dei voti, nel ’69 quando Defferre sindaco di Marsiglia si candidò alle presidenziali precipitarono al 5.

È a quel punto che apparve Mitterrand: non mettendosi alla testa d’un partito ormai cadavere, ma creando una vasta Federazione a partire dalla quale s’impossessò della Sfio e di tutti i frammenti e club. Anche la Sfio era un accumulo di clan in lotta. Mitterrand guardò alto e oltre: l’avversario non era questo o quel clan, ma De Gaulle e poi Pompidou. In una decina d’anni costruì un Partito socialista, lo rese più forte del Pc, portò l’insieme della sinistra al potere.

Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte. Anch’egli edificò inizialmente una federazione (Ulivo, Unione): è stata l’unica strategia di sinistra che ha vinto. Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione. A volte accade che si frantumi un’unione per riprodurne una ancor più frantumata. Veltroni osserva correttamente che «Berlusconi ha vinto una battaglia di “egemonia” nella società. L’ha vinta perché ha avuto gli strumenti e la possibilità di cambiare dal mio punto di vista di stravolgere il sistema dei valori e persino le tradizioni migliori» in Italia. Ma che vuol dire «avere strumenti»? Berlusconi ha le tv ma Soru ha ragione quando dice che su Internet la sinistra «ha già vinto, anzi stravinto». Quel che occorre è «lavorare in profondità sulla cultura degli ignoranti, sulle coscienze dei qualunquisti e battere l’incultura del nichilismo aprendo dappertutto sezioni di partito e perfino case del popolo». Berlusconi da tempo inventa realtà televisive, ma è anche sul territorio che lavora.

Per questo è così importante il terzo sguardo. Perché da fuori si vedono cose su cui il nostro occhio ormai scivola: l’illegalità, il fastidio di Berlusconi per ogni potere che freni il suo potere, il diritto offeso degli immigrati, la fine del monopolio statale sulla sicurezza con l’introduzione delle ronde. Perché fuori casa fanno impressione più che da noi certi tristi scherzetti: sui campi di concentramento, su Obama, sulle belle ragazze stuprate, sulla gravidanza di Eluana, su Englaro che «per comodità» si disfa della figlia, sui voli della morte in Argentina: voli concepiti dall’ammiraglio argentino Massera, membro con Berlusconi della P2 di Gelli.

Veltroni ha lasciato senza rappresentanza molti italiani d’opposizione, e il suo monito non è generoso («Non venga mai in nessun momento la tentazione di pensare che esista uno ieri migliore dell’oggi»). Per chi si sente abbandonato c’è stato uno ieri migliore, e la sensazione è che da lì urga ripartire: dalle cadute di Prodi, inspiegate.

Come nell’Angelo Sterminatore di Buñuel, è l’errore inaugurale che va rammemorato. In un aristocratico salotto messicano, a Via della Provvidenza, un gruppo di smagati signori non è più capace, d’un tratto, d’uscire dal palazzo. È paralizzato dal sortilegio della non volontà, o meglio della non-volizione. Sfugge alla prigione volontaria quando ripensa al modo in cui, giorni prima, si dispose nel salotto. È vero, appena scampato s’accorge che liberazione non è libertà: anche il vasto mondo è una gabbia, tutti come pecore affluiscono in una Cattedrale oscura. Ma almeno i naufraghi hanno sentito una brezza, e in quella Cattedrale potrebbero anche non entrare, e fuori dal Palazzo il mondo è un poco più vasto.

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E se provassimo a dare fiducia a Franceschini?

24 Feb 09

Emanuele Macaluso

Ricordate i giorni in cui nasceva il Pd? L’orchestra di tutto il sistema mediatico suonava inni di evviva e voci forti di tenori che avevano calcato tante scene cantavano «vincerò!», non come Pavarotti alla Scala, ma come Mina a Sanremo. Sono trascorsi solo pochi mesi e la stessa orchestra suona, stonando, la marcia funebre di Chopin. Fuor di metafora, oggi molti commentatori hanno scritto che il progetto Pd era buono ma è stato condizionato e affossato, nota il mio amico Angelo Panebianco, dal «club degli oligarchi». Eugenio Scalfari fa la stessa analisi e aggiunge che con le dimissioni di Veltroni «l’oligarchia è stata delegittimata e spazzata via tutta insieme». Potrei continuare nelle citazioni. Ma, scusatemi amici miei, sedici mesi addietro non fu il «club degli oligarchi» a promuovere il Pd, a scegliere uno di loro, a candidarlo a segretario del Pd e a organizzare le cosiddette primarie? Non fu D’Alema, oggi indicato come capo del «club degli oligarchi», che disse, a chi voleva ancora l’Ulivo (Prodi) per le elezioni politiche, che bisognava fare subito il Partito democratico?

Faccio queste osservazioni non per ribadire che il progetto di mettere insieme Ds e Margherita in un partito era sbagliato. Le faccio perché osservo che oggi nell’analisi sul Pd si commettono gli stessi errori. Cioè, si continua a pensare che le cosiddette primarie siano la medicina di tutti i mali di cui soffrono i partiti, soprattutto il Pd, e solo attraverso questo mezzo sia possibile rinnovare i gruppi dirigenti e «cacciare l’oligarchia ». Il Time con un gran titolo dice che il fiorentino Renzi è l’Obama italiano. A mio avviso dice una sciocchezza.

Il ricambio di un gruppo dirigente può verificarsi solo attraverso una lotta politica, su scelte da fare o non fare. Fu così nel Pci, dove pure c’era, con Togliatti, il centralismo democratico; fu così nella Dc, con De Gasperi, con Fanfani e Moro, il ricambio coincise con le svolte politiche; fu così nel Psi con Nenni, De Martino e Craxi. Questi partiti si sono spenti quando si è spenta la lotta politica fondata su scelte di fondo e quando su tutto prevalse la guerriglia per il potere. Anche nel Pci-Pds-Ds, come nella Margherita, si è verificata questa involuzione. E non si capisce perché una volta insieme, con le primarie o senza, le cose dovessero e potessero cambiare. Cambieranno solo se ci sarà una lotta politica su scelte chiare. Franceschini, se ho capito bene, ha detto che nel Parlamento europeo il Pd dovrebbe lavorare per costruire un gruppo progressista più largo di quello socialista, ma che occorre farlo insieme con i socialisti. Cioè nel gruppo parlamentare del Pse. Ha poi spiegato perché non è condivisibile il testamento biologico, proposto dalla destra, in discussione nel Parlamento, facendo sue le cose dette e ridette dal senatore Ignazio Marino. Sono due opzioni chiare su cui discutere e votare. Certo, c’è da riflettere sul fatto che Franceschini faccia oggi scelte che Veltroni non seppe fare. Dopo Prodi, sembra che nel Partito democratico, così come è stato concepito, una politica di sinistra moderata e moderatamente laica possa essere fatta solo da una personalità che proviene dalla Dc e dal mondo cattolico.

Non è vero che le «vecchie» appartenenze non contano. Contano e continueranno a contare. Tuttavia il nuovo segretario non può essere circondato dal sospetto, da parte di chi viene dalla sinistra storica, per la sua «vecchia» appartenenza. Il confronto nel Pd e tra esso e la destra deve svolgersi su fatti, su scelte, con confronti e, ripeto, con limpide battaglie politiche. Ora Franceschini si trova di fronte due grandi questioni: 1) come costruire un Partito veramente democratico superando le false alternative di cui si discute: primarie e plebiscitarismo o centralizzazione e oligarchie; 2) chiarire se il Pd mantiene quella che è stata definita «vocazione maggioritaria» o se occorre costruire un sistema di alleanze e con chi.

In definitiva si tratta di capire qual è il terreno su cui competere con la destra che, come ora dicono tanti, esercita una «egemonia» sulla società. Cioè c’è una destra, con il «Cavaliere nero» leader, che ottiene consensi. Riflettete perché. E questo mentre è in corso una grave crisi che sta sconvolgendo vecchi assetti sociali e civili in Italia e nel mondo. È questa la sfida, una sfida di lunga lena, su cui si costruiscono anche le forze politiche, oggi e domani. È questa la sfida a cui è chiamato Franceschini. Ce la farà? Vedremo.

Cartellino arancione, torna la Dc

24 Feb 09

Marco Follini

Intermedio tra il rosso e il giallo, forse ci sarà anche il cartellino arancione. Via di mezzo o terza via a disposizione degli arbitri di calcio che vorranno essere meno indulgenti di quando ammoniscono e meno severi di quando espellono.

Da profano dello sport non so dire se è una buona idea. Ma dal punto di vista politico mi viene di pensare che è un’idea ottima. Trattasi infatti di misura tipicamente «centrista», di quelle che un democristiano come me saluta con una certa intima soddisfazione. Intanto perché consente all’arbitro di evitare il troppo brutale dilemma bipolare (espello o ammonisco?). E poi perché sembra introdurre anche nel nostro sport nazionale un certo pluralismo, una sorta di «varieganza», come la chiamerebbe Bonolis.

I democristiani, ex o post che siano, sono coscienti che purtroppo lo sport è tipicamente bipolare. Si vince o si perde, il pareggio è negletto. E alla fine del campionato c’è lo scudetto o magari la retrocessione. La competizione è così, aspra e dura, e non sopporta la morbidezza delle forme politiche tipiche del centro. La rotondità della palla stride un po’ con la linearità dei risultati. E il «quasi gol» di Nicolò Carosio resta per così dire un miraggio politico e uno sproposito sportivo.

In politica, in compenso, il cartellino arancione esiste già. I nostri destini sono i più vari.

Capita assai raramente di venire espulsi. Più spesso succede di lasciare il campo per qualche minuto per farvi rientro al più presto. Segno di un costume pubblico che tende a non escludere del tutto, a non colpire mai troppo duramente.

Ma soprattutto la politica, tutta la politica, si nutre di sfumature e chiaroscuri, predilige le mediazioni, costruisce geometrie sempre più complicate di quelle che racconta. I grandi leader usano verso i loro seguaci cartellini di ogni colore, forse non solo quei tre che verranno adottati di qui a poco nei nostri stadi. Ogni legge riflette una gamma vasta di orientamenti. E quando non è così molti si preoccupano giustamente che ritornino storici steccati e barriere insormontabili.

C’è un’affinità crescente tra calcio e politica. Con questa che si fa un po’ troppo antagonistica. E quello che in compenso si fa assai più complicato.

E del resto, cos’è un cartellino arancione se non un cartellino giallo «ma anche» rosso?

Una sconfitta cercata a lungo

25 Feb 09

Le radici del tracollo del PD.

Povera sinistra. Peggio messa di come è non potrebbe. E l’onda lunga che l’ha portata al tracollo viene da lontano, da molto più lontano di quanto i commentatori ricordino.

L’altro giorno l’elezione di Dario Franceschini a nuovo segretario del Pd è stata una decisione sensata e forse l’unica possibile. Ma il salvataggio viene rinviato a elezioni primarie che dovrebbero spazzare via la vecchia nomenklatura e miracolosamente scoprire nuovi leader. Le primarie sono state una fissazione di Prodi; e sinora si sono rivelate un enorme dispendio di energie senza frutto, che non hanno fondato o rifondato un bel nulla. Per carità, riproviamo ancora. Ma non illudiamoci che scoprano ignoti né quello che non c’è. A oggi ogni capopartito ha allevato i suoi e cioè potenziato la sua fazione, la sua corrente, promuovendo gli obbedienti (anche se deficienti) e cacciando gli indipendenti (anche se intelligenti). Pertanto la crisi di leadership della sinistra è una realtà dietro la quale non è detto che si nascondano geni incompresi, geni repressi.

Il guaio risale al fatto che per una trentina di anni abbiamo avuto la più grande sinistra dell’Occidente, che era però egemonizzata dal Pci e forgiata dallo stalinismo di Palmiro Togliatti. Non era una sinistra addestrata a pensare con la sua testa, ma invece ingabbiata nel preconfezionato di un dogmatismo ideologico. Caduta la patria sovietica, quel pensare e pensarsi che altrove ha rifondato la sinistra su basi socialdemocratiche da noi non si è risvegliato. La fede comunista si è semplicemente trasformata in un puro e semplice cinismo di potere; e il non pensare ideologico, il sonno dogmatico del marxismo, si è semplicemente trasformato nella sconnessa brodaglia del «politicamente corretto». Una brodaglia nella quale anche il semplice buonsenso brilla per la sua assenza.

Dunque la malattia è grave e di vecchia data. Una malattia che coinvolge anche — passando al versante pratico del problema — l’erosione dei bacini elettorali tradizionali della sinistra. In passato la sinistra era, in tutta semplicità, il partito del proletariato operaio. Quel proletariato non esiste più. Lo ha sostituito un sindacalismo che in passato obbediva al partito, ma che ora lo condiziona. Domanda: il collateralismo o condizionamento sindacale conviene davvero, oggi, alla «sinistra di governo » (come diceva Veltroni)? Ne dubito. La Cgil è oramai un sindacato antiquato «di piazza e di sciopero», abbandonato dai giovani, che rappresenta i pensionati (la maggioranza dei suoi tesserati), che difende gli sprechi e anche i fannulloni. E siccome siamo al cospetto di una gravissima crisi economica, la sinistra non la può fronteggiare appesantita dalla palla al piede della Cgil. O così mi pare.

Altra domanda, questa volta sul collateralismo (dico così per dire) con la magistratura. Fermo restando che l’indipendenza del potere giudiziario è sacrosanta, il fatto resta che gli italiani sono indignati per la sua lentezza e inefficienza. Prodi si vanta di avere vinto due elezioni. Allora ci spieghi perché, in vittoria, non abbia alzato un dito per aiutare e anche costringere la giustizia a funzionare. La sinistra fa bene a difendere il potere giudiziario dagli assalti interessati di Berlusconi. Ma fa male a non difendere un cittadino così mal servito da una giustizia, diciamolo pure, ingiusta.

Due Stati due popoli? Illusione

15 Feb 09

Barbara Spinelli

Chi ha letto l’articolo di Gheddafi, il 21 gennaio sul New York Times, avrà ragionevolmente visto in esso una provocazione, e un’insultante confutazione dello Stato ebraico. Purtroppo le cose non stanno così, anche se l’insulto resta: quel che ha detto il Presidente libico – non ha più senso parlare di due Stati, israeliano e palestinese, in pace l’uno accanto all’altro – è una convinzione più diffusa di quel che si creda. La sostengono non solo fazioni palestinesi importanti, ma un certo numero di ebrei dentro e fuori Israele. Gheddafi dice a voce alta quel che molti pensano, anche senza desiderarlo. C’è da chiedersi se la destra israeliana che ha vinto alle urne (quella di Netanyahu e di Avigdor Lieberman, capo di Israel Beitenu, ovvero «Israele casa nostra») non abbia pensieri analoghi: che non confessa ma che impregnano i suoi piani d’azione.

La formula «due Stati-due popoli», che continua a esser sbandierata in Israele, a Washington, in Europa, non ha più radici vere nella realtà. È diventata una vana parola, che dà buona coscienza ma non suscita azioni. È come un treno che tutti immaginano in attesa alla stazione, e invece è già passato. Se in Israele si è affermata una destra ostile a negoziati con l’insieme dei partiti palestinesi, che non intende cedere territori e anzi accresce le colonie, significa che l’occupazione non è considerata quello che è: la più grande, l’autentica minaccia strategica per l’esistenza di Israele. In queste condizioni parlare di due Stati è ipocrisia.

Il piano implica la fine dell’occupazione e rari sono i politici israeliani che l’ammettono e ne traggono conseguenze.

È il motivo per cui alcuni auspicano che sia Netanyahu a guidare Israele. Lo ha scritto Gideon Levy su Haaretz, già prima del voto: la sua speranza è che finalmente si cominci a dire il vero, e Netanyahu può farlo. Che s’abbandonino espressioni eufemistiche come processo di pace o due Stati-due popoli. Con Netanyahu le cose diverrebbero più chiare, il dislivello tra verbo e azione meno nebbioso. Il capo del Likud è d’accordo con Lieberman: non vuole ridurre le colonie, e anzi difende il loro «aumento naturale». Non parla di Stato palestinese ma di Pace Economica (basta riempire le pance dei palestinesi per moderarli). L’idea non è nuova: la sostenne il ministro della Difesa Moshe Dayan dopo la guerra del ’67, e negli Anni 70 la riprese il laburista Peres. La prima intifada nell’87 la stritolò, rivelando a chi non voleva vedere che i sogni palestinesi non erano economici. Il fatto che sia oggi riproposta è qualcosa su cui vale la pena meditare, perché rivela un malessere israeliano tuttora irrisolto e pernicioso.

Il malessere è certo acuito da chiusure aggressive di arabi e palestinesi, come scrive lo scrittore Yehoshua (La Stampa, 14-2). Ma in buona parte è interno, è frutto dell’incapacità israeliana di rispondere alla domanda: cosa vogliamo essere? che Stato abbiamo in mente, di fatto? Uno Stato ebraico, democratico, e che al contempo mantenga il controllo su zone dove i palestinesi sono in maggioranza? Qui nascono i mali, spiegati bene dallo storico Gershom Gorenberg (The Accidental Empire, New York 2006): le tre aspirazioni sono in realtà incompatibili fra loro. Non è possibile che lo Stato resti al tempo stesso ebraico e democratico, se l’occupazione permane: gli ebrei sono minoritari nei territori, e lo saranno (forse già lo sono) nell’insieme geografico che amministrano. Estesa alla Cisgiordania, la democrazia israeliana non è più ebraica. Oppure rimane ebraica, ma smette d’esser democrazia. Di questo converrà cominciare a discutere: in Israele, in America, in Europa e nella diaspora, non contentandosi d’additare spauracchi come Gheddafi. Gorenberg invita la diaspora a condannare l’occupazione. L’indeterminatezza sulla forma-Stato è tipica degli imperi instabili e minaccia gli ebrei dentro Israele e fuori.

Il piano due Stati-due popoli è il solo orizzonte augurabile. Ma quel che è accaduto in 41 anni ha forgiato una realtà che lo rende impraticabile: tale d’altronde era lo scopo, esplicito, di chi favorì l’Impero Accidentale (da Sharon a Peres). Basta guardare la carta geografica per constatarlo: la Cisgiordania è coperta da una miriade di colonie, sparse come polvere, inconciliabili con ogni continuità territoriale palestinese. E non esistono solo colonie, abitate da uomini armati che infrangono il monopolio della violenza legale. Ovunque, nella Westbank, ci sono strade riservate solo a israeliani o percorribili dai palestinesi a condizioni capestro.

Le ultime cifre sul numero dei coloni, fornite da un rapporto per il ministero della Difesa, sono le seguenti: in Cisgiordania 290.000 in 120 insediamenti, più decine di avamposti militari. Sulle alture del Golan 16.000 in 32 insediamenti. Nelle aree annesse di Gerusalemme Est 180.000. Gaza fu evacuata da Sharon nel 2005 (9000 israeliani in 21 insediamenti) ma senza che la colonizzazione in Cisgiordania diminuisse. Anzi, aumentò: le organizzazioni non governative testimoniano come ogni mossa israeliana, diplomatica o bellica, s’accompagni a un aumento di colonie e avamposti. Questi ultimi sono chiamati illegali, ma ogni insediamento lo è. Ogni insediamento nasce dal groviglio mentale seguito alla guerra del ’67: groviglio che ha frantumato il concetto di confini e di Stato. Gideon Levy su Haaretz ricorda come il duello Begin-Peres nell’81 fosse una gara fra chi garantiva più colonie. I coloni pesano enormemente sui governi israeliani. Il laburista Barak aumentava le colonie, mentre sotto la guida di Clinton negoziava con Arafat. Lo stesso Barak, poco prima del voto del 10 febbraio, ha promesso al Consiglio dei coloni (Consiglio Yesha) di non smantellare l’avamposto Migron, nonostante le intese del 2001 con Washington. I coloni di Migron comunque potranno spostarsi nell’insediamento Adam presso Gerusalemme: altra colonia che doveva esser smantellata.

L’occupazione dunque continua, anche se i governi israeliani evitano la parola annessione. Evitandola tengono tuttavia in piedi il groviglio mentale, a proposito di nazione e confini. Se parlassero di annessione, dovrebbero infatti riconoscere che la natura dello Stato muta sostanzialmente, e che Israele è a un bivio. Se vuol preservare l’ebraicità diventa Stato di apartheid. Se vuol restare democratico, dovrà ammettere che i palestinesi son titolari di diritti coerenti con i numeri.

Secondo Gorenberg, è la colonizzazione successiva alla guerra dei Sei Giorni che ha distrutto l’idea di Stato nata nel ’48: «Il processo di consolidamento, necessario a un nuovo Stato, fu sconvolto. Una generazione che aveva costruito lo Stato cominciò senza volerlo a togliere pietre essenziali alla sua struttura»: le colonie ravvivarono l’anarchia pionieristica della conquista, lo spirito messianico dell’organizzazione Gush Emunim contaminò i laici e in particolare gli immigranti della diaspora russa stile Lieberman, infastiditi dai vincoli della vita locale. Lo stesso spirito spinge la destra a sospettare gli arabi d’Israele (20 per cento della popolazione): arabi cui Lieberman vuole imporre doveri di lealtà anche bellica allo Stato ebraico, in cambio del diritto di cittadinanza.

Chi rispetta i fatti, dovrà dire quel che vuole. Se vuole la sopravvivenza della nazione nata nel ’48, non potrà non definire la propria idea di Stato e agire di conseguenza. Non potrà non vedere che verrà il giorno (sta già venendo) in cui i palestinesi chiederanno che la situazione resti quella che è (una Grande Israele) ma che diventi democratica: facendo corrispondere a ogni uomo un voto, come nella legge della democrazia. Quel giorno gli ebrei saranno una minoranza: lo Stato non sarà più ebraico. Nascondere a se stessi questa realtà non serve a evitarla. Serve a renderla più vicina e minacciosa.

Eluana e gli stormi di avvoltoi

14 Feb 09

Guido Ceronetti

Non permettiamo che si raffreddi. Il caso Englaro va riattizzato costantemente: che davanti a quel Golgotha arda un lume sempre. Tutti dobbiamo gratitudine a quella vittima sacrificale e alla sua famiglia: perché la passione civile non finisca in una cloaca e la passione etica e religiosa trovino altre e ben diverse, e superiori, vie.

Si sono visti stormi di avvoltoi, sulla breve agonia di Udine, scendere in picchiata a disputarsi i resti di una creatura disfatta e sfamarsi a beccate ignobili di qualcosa che già più non era e che altro non aveva da offrirgli, tetri pennuti ciechi, che carne di sventura.

Tale lo spettacolo, da iscrivere nel tragico delle cronache italiane che non avranno uno Stendhal per trascriverle. L’Italia, se qualcuno vorrà capirla sine ira et studio, non è un luogo pacifico, non è una penisola turistica, non è un animale da stabulario economico – l’Italia è, è stata sempre, una città di risse feroci, di brigantaggio, di vendette, di medioevi e di cattivi governi. Gli avvoltoi, che non si annidano soltanto sulle torri dei Parsi a Benares, hanno voliere, spalti, e più d’una cupola anche a Roma, e non c’è televisione o campo di calcio in grado di oscurarne la presenza e il volo. Qua, dunque, non si può vivere avendo per fine esclusivamente il far soldi e pensare alla salute. Qua si nasce perché l’Italia ci faccia male, ci ferisca, ci sia una madre crudele, inzuppata di sadismo. Vederlo o non vederlo: that is the question.

L’imbarbarimento di profondità, progressivo, non è da statistiche. Puoi vederlo chiaramente anche lì: nel pullulare di cure mediche di spavento, nell’ignorare i limiti sacri della vita, i diritti dei morenti e di «nostra sirocchia morte corporale» – cure di coma irreversibili criminalmente protratti, cure che la tecnomedicina, settorialista e antiolistica, sempre più andrà sperimentando sulla totalità del vivente.

L’Italia debole, che con strenuo sforzo – in cui va compreso il tributo di una risalita coscienza collettiva, di risorse d’anima e mentali inapparenti, antiavvoltoio, di pensieri silenziosi ma renitenti ai ricatti e alle violenze verbali dell’estremismo cattolico, materialista e anticristico – ha liberato dalle catene Eluana, è un resto di Italia dei giusti, di Italia che sa giudicare umanamente e cerca la libertà nella legge, che non accetta che l’impurità più grossolanamente sofistica prevalga sulla verità semplice e pura.

Dobbiamo un po’ tutti ri-imparare a morire: dunque a vivere e a trascendere la morte. Comprendere l’insignificanza della vita e dell’esistenza materiale è luce in tenebris.

Per chi, pensando, ritenga che la vera salvezza consista nel liberarsi dalla schiavitù delle rinascite in corpi mortali, Eluana col suo lungo martirio avrà meritato la tregua nirvanica, e non tornerà in mondi come questo a patire sondini e beccate di avvoltoi – condannati, per loro intrinseca natura, a commettere empietà.

Da cristiani autentici si sono comportate le Chiese evangeliche: schierate dalla parte di Eluana, hanno voluto ricordare che un essere umano non è soltanto un aggregato scimmiesco di funzioni e che è delitto tradirne l’anelito al padre ignoto al di là del finito.

Il combattimento spirituale è brutale. La meno ingiusta Italia, che assumerà Eluana per segno, non deve temere di accettarlo, di restare unita, respinto l’avvoltoio, per la pietà e la luce.

L’avviso di Rutelli e degli ex Dl: avanti così e ci sarà la scissione

15 Feb 09

Il presidente del Copasir: non accetteremo il ruolo di «partito contadino» alla polacca né un derby tra Ds

Sono soci fondatori del Pd e non intendono diventare quello che furono gli indipendenti di sinistra ai tempi del Pci. Non vogliono cioè morire da «indipendenti di centro » in una forza egemonizzata dagli ex Ds. Insomma, non accettano il ruolo del «partito contadino polacco», per usare l’espressione di cui Rutelli si serve per esorcizzare il rischio. Ma il rischio è altissimo, almeno così è avvertito dagli esponenti democratici di area moderata, dopo l’investitura di Bersani fatta ieri da D’Alema. Con la sua mossa l’ex ministro degli Esteri ha reso pubblica un’operazione di cui tutti erano a conoscenza. E infatti non è da ieri che si respira un clima di scissione nel Pd. Da giorni, per esempio, nei suoi colloqui riservati l’ex leader della Margherita osserva sconsolato l’orizzonte: «Abbiamo faticato tanto per dar vita a una cosa nuova e ora dovremmo andare alle primarie per la segreteria con due candidati dei Ds? È impensabile. Basta. Così non si va da nessuna parte». Rutelli non riduce il problema a una questione nominalistica, «non è solo l’infinita lotta tra Walter e Massimo, a cui ora si aggiunge Pier Luigi. E non si può nemmeno ridurre tutto allo scontro fra centristi e sinistristi. Qui — ha spiegato ad alcuni colleghi — c’è la difficoltà di un partito che fa fatica su tutto, fatica a parlare con il Paese, e si rifugia magari nelle piazze, negli slogan, oppure dietro la Cgil. O ancora nel laicismo. E appena provi a esprimere una tesi, c’è chi dà una lettura caricaturale del rapporto tra i cattolici e la Chiesa. Come fossimo teleguidati dai cardinali. Mi chiedo, allora, cos’è il Pd se non possono avere patria i contributi di idee di quanti militavano nella Margherita? Non è un caso infatti se un terzo degli elettori dei Dl se n’è andato».

Sono rimasti loro, quelli del gruppo dirigente, i nuovi «indipendenti di centro», ridotti al ruolo di spettatori nella sfida tra post-diessini. Una sfida che si preannuncia cruenta e che li vede peraltro divisi. Lunedì scorso le crepe sono diventate ancor più evidenti durante una discussione avvenuta nello studio di Castagnetti e voluta da Marini. Eluana Englaro non era ancora morta, e l’area cattolica tentava di arrivare a una linea condivisa sul provvedimento del governo. Tranne Rutelli, escluso, c’erano (quasi) tutti: Franceschini, Fioroni, la Bindi, Follini, Lucà, Zanda, e anche Tonini. Ma siccome un punto di vista comune non si trovava, la discussione si è accesa. Finché — durante l’intervento della Bindi che invitava a non votare il ddl — Fioroni è sbottato: «Parla, Rosi, parla. Vai avanti così che ci rimani solo tu a portare la bandiera dei cattolici nel Pd dopo le Europee ».

Si sarà trattato di uno sfogo dettato dalla concitazione del momento, ma è indicativo della situazione. Fioroni è preoccupato che l’offensiva di D’Alema «cambi il progetto del Pd». Quale sia il progetto dalemiano è chiaro agli «indipendenti di centro»: Bersani alla guida del partito che aggreghi pezzi di sinistra radicale e in prospettiva lanci un candidato- premier espressione del mondo cattolico o comunque moderato. «Ma noi non potremmo fare gli indipendenti di centro in un partito troppo di sinistra», commenta Follini: «Se fossimo costretti ad assistere dalla tribuna al derby tra Veltroni e Bersani, vorrebbe dire che il Pd ha preso la deriva della “Cosa 4”. E noi lì non potremmo approdare». Più o meno quanto avrebbe spiegato a D’Alema giorni fa con una battuta: «Massimo, non è pensabile che noi stiamo in Italia con la Cgil, in Europa con il Pse e in Medio Oriente con Hamas». Tra i democrats la parola «scissione » non è più un tabù, ma un’eventuale prospettiva da analizzare. «E D’Alema — secondo Lusetti — ha messo in conto una scissione dal centro nel Pd. Se ha lanciato un’Opa sul partito è colpa della debolezza di Veltroni. Ma se i post-comunisti pensano di rimettere una “S” alla sigla del Pd, un pezzo di noi se ne andrà». È da chiarire dove. E comunque non tutti prenderebbero questa decisione. Marini potrebbe restare. Certo, in caso di una transumanza di cattolici, non gli sarebbe facile accettare una soluzione Bersani, sebbene abbia stretto di nuovo con D’Alema e giudichi «disastrosa» l’attuale gestione. Perciò ha ripreso a dire «mo’ vediamo » e invita i suoi alla «prudenza »: «Niente cedimenti di nervi». I nervi sono invece a fior di pelle, e ognuno si muove in proprio. Fioroni ha serrato ancor di più l’asse con Veltroni, testimoniato dal rimpasto nella giunta del Lazio che garantisce al leader del Pd la maggioranza regionale del partito. L’operazione è stata fatta ai danni di Enrico Letta, davanti al quale Veltroni ha recitato la parte di chi cadeva dalle nuvole: «La giunta del Lazio? Non ne so niente. Vado a informarmi». Letta attenderà le Europee per informare delle sue mosse il segretario, intanto ha divorziato da Bersani, con il quale per anni aveva fatto coppia fissa. Il progetto di «Pier Luigi» non gli piace: «Per uscire dall’isolamento non ci si può rinchiudere a sinistra». Nel tempo le cose cambiano. È solo questione di tempo.


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