Archivio per ottobre 2008

Tra Berlusconi e il paese idillio finito nel Pd si deve aprire una nuova fase

31 Ott 08

di Massimo Giannini

Intervista a MassimO D’Alema: “Veltroni coinvolga tutti, il profilo riformista va alzato”
“Walter prenda l’iniziativa altrimenti non ci si lamenti se nascono le fondazioni” ”

“La protesta di massa sulla scuola, la drammatica crisi economica che attanaglia famiglie e imprese. Ormai è evidente: l’idillio tra Berlusconi e l’Italia si sta incrinando e la vicenda della legge elettorale europea, di cui apprezziamo il ritiro, non è solo il risultato della fermezza dell’opposizione ma anche di difficoltà interne alla maggiranza. Di qui dobbiamo partire per rifondare un nuovo centrosinistra, che rappresenti agli occhi dei cittadini un’alternativa vera e credibile per il futuro governo del Paese”. Ammainate le bandiere della grande manifestazione del 25 ottobre, Massimo D’Alema scende in campo e suona la carica al Partito democratico e a Veltroni. “Adesso – dice l’ex premier ed ex ministro degli Esteri – bisogna lavorare per costruire intorno al Pd una vasta coalizione democratica, e che ci permetta di alzare il nostro profilo riformista, di dialogare con tutte le opposizioni, di parlare ai ceti moderati che hanno votato Berlusconi, e che ora capiscono la sua palese inadeguatezza”.

Onorevole D’Alema, non è che state scommettendo un po’ troppo su questa “fine della luna di miele” tra il Cavaliere e gli italiani?
“Nessuna illusione. Ma non possiamo non vedere quello che sta succedendo. L’Italia attraversa una crisi senza precedenti, che sarà di lungo periodo. Si è ormai dissolta l’idea che Berlusconi vivesse una sorta di ‘luna di miele permanentè con il Paese. Stanno esplodendo i primi, seri problemi nel rapporto tra il governo e i cittadini. Sta crollando come un castello di carta la straordinaria ‘fiction’costruita dal governo in questi mesi. Ci sono problemi enormi, il governo li ha gravemente sottovalutati e oggi dimostra di non avere la forza per affrontarli con la necessaria radicalità”.

In realtà, l’unico serio “problema nel rapporto tra il governo e i cittadini”, come lo chiama lei, riguarda la scuola.
“E le pare una cosa da poco? Quello che sta accadendo sulla scuola merita una grandissima attenzione. Un insegnate mi faceva notare una cosa molto giusta: mentre nel �77 in prima fila c’era la parte meno qualificata del corpo studentesco, oggi in testa ai cortei ci sono i primi della classe, che non vedono più una prospettiva per il futuro. Perché questo succede: se tagli gli investimenti nelle università, blocchi il turn over e cacci i ricercatori, rubi il futuro agli studenti più bravi e più capaci. Ora, io penso che l’opposizione debba rispettare e non strumentalizzare i fatti. Ma gli scontri dell’altro ieri a Roma mi hanno enormemente allarmato. Ci sono aspetti che devono essere chiariti e che riguardano anche la condotta della polizia: il centro era tutto bloccato alla circolazione, per chiunque, eppure un furgoncino carico di mazze è potuto arrivare fino a Piazza Navona, dove ha scaricato la sua ‘merce’, e dove un gruppo di squadristi ha atteso il corteo degli studenti. Com’è possibile?”.

Comunque sulla scuola chi è senza peccato scagli la prima pietra.
“E’ evidente, ma da questa crisi non si esce con le scelte primitive della destra. Giusto colpire gli sprechi e i privilegi, ma per farlo non si possono prosciugare le risorse di tutta la scuola. Giusto colpire gli abusi al diritto di assistenza dei disabili, ma per farlo non si può eliminare il diritto. Giusto colpire i casi di ‘baronatò e i corsi universitari con un solo studente, ma per farlo non si può tagliare 1 miliardo di euro a tutta l’università. L’autonomia non è arbitrio. E il fatto che non ci siano i soldi è una scusa. Le scelte compiute dal governo su Alitalia alla fine costeranno 2 miliardi ai contribuenti. La soppressione dell’Ici per i più abbienti è costata 3,5 miliardi. Quei soldi c’erano. Il problema è che sono stati usati per effettuare una politica redistributiva a favore della parte più ricca del Paese. Quindi il governo non è stato costretto a tagliare: ha fatto una scelta, ben precisa. Ed è una scelta di destra che il Paese mostra di non gradire”.

Lei ha qualche dubbio sul referendum contro la legge Gelmini. Perché?
“Non è questione di dubbi. Penso che il referendum è uno strumento monco e improprio, perché i tagli alla scuola approvati in Finanziaria non sono materia da referendum, e le norme della Gelmini, se e quando il referendum si facesse, cioè all’incirca nel 2010, avranno già prodotto i loro effetti. Quindi io dico: raccogliamo pure le firme, ma impegniamoci davvero, qui ed ora, per costringere il governo a un cambiamento di rotta”.

Quali altri segnali vede, di questa incrinatura tra il governo e il Paese?
“C’è il profondo malessere che sta crescendo dentro la stessa maggioranza sulla riforma delle legge elettorale per le europee. Su questo abbiamo fatto una riunione con tutti i gruppi parlamentari. Ebbene, oltre a una convergenza sul tema specifico, è emersa la preoccupazione condivisa sulla visione della democrazia di questa maggioranza: questa idea oligarchica, presidenzialista e plebiscitaria del potere, indebolisce la democrazia e produce solo una parvenza di decisionismo”.

Ma la denuncia di questa situazione, e tutti i no che ne derivano, basta a voi dell’opposizione per mettervi l’anima in pace?
“No, non basta. E qui veniamo al cuore del problema. Questa crisi, drammatica, non è solo della maggioranza, è del Paese. E questo da un lato getta le basi per una prospettiva politica nuova, dall’altro lato carica l’opposizione di una grande responsabilità. Dobbiamo alzare nettamente il nostro profilo riformista. Dobbiamo ridefinire il progetto politico dell’opposizione, e aprire una fase nuova che ci consenta di creare un campo di forze per l’alternativa. E non sto parlando di nomenklatura, ma di pezzi della società italiana, di ceti moderati, di classi dirigenti, che devono tornare a guardare a noi come a un nuovo centrosinistra di progetto e di governo, che non riproduca i limiti e gli errori del passato. La costruzione di questa coalizione va di pari passo con la nostra capacità di parlare al Paese, che non è solo quello che scende in piazza”.

La vostra piazza del 25 ottobre non doveva servire proprio a questo?
“E’ stata una piazza molto bella, soprattutto perché è stata festosa. Tuttavia, dopo il grande sforzo comune di quella manifestazione, mi piacerebbe adesso che l’insieme del gruppo dirigente fosse coinvolto in una riflessione per il rilancio della nostra prospettiva. Capisco l’appello di Veltroni all’unità, ma è innanzitutto da lui che deve venire l’iniziativa per favorirla e renderla efficace. Siamo in uno scenario che sta cambiando profondamente. Siamo passati dall’illusione di una partnership con Berlusconi per fare le riforme (quello che Ferrara sul Foglio sintetizzava con l’espressione ‘Caw’), ad una aspra conflittualità, di cui innanzitutto il premier porta la responsabilità. Ora, però, è molto importante dare anche forza propositiva alla nostra iniziativa e rilanciare la capacità di dialogare con l’intera società italiana”.

Partiamo dall’opposizione. Il suo ragionamento implica che, a partire da Di Pietro, vadano ridiscusse le alleanze. E’ così?
” Prima ancora di questo occorre mettere a fuoco un nuovo progetto riformista e riformatore per l’Italia, sul quale cercare il massimo dei consensi possibili, e non solo nell’opposizione. I temi non mancano: dai meccanismi per il voto europeo al federalismo, dal referendum sulla legge elettorale al Mezzogiorno. Insomma, anziché una inutile discussione tra di noi se si debba guardare a destra o a sinistra, ciò che dobbiamo fare è accrescere la nostra capacità di attrazione, a partire dal nostro progetto riformista e dall’iniziativa politica che mettiamo in campo. L’obiettivo, certamente, è quello di allargare il campo delle alleanze”.

E cosa intende quando parla di riflessione sul Pd e sulla sua organizzazione interna? Siamo di nuovo alla diarchia conflittuale D’Alema-Veltroni?
“No, nessuna diarchia e nessun conflitto. Ma per il Pd il problema non pienamente risolto continua ad essere quello della piena valorizzazione delle sue risorse. Andiamo verso la conferenza programmatica, e quello sarà un momento di verifica importante proprio per marcare il nostro profilo riformista. Questo richiederebbe il contributo di tutti, perché in caso contrario è inevitabile che le forze si disperdano. Se non è il partito a chiamare ed impegnare tutti, non ci si può lamentare se nascono fondazioni, associazioni, e iniziative di vario segno”..

La sua Red come la vogliamo giudicare?
“Io mi occupo della Fondazione Italianieuropei. Red è un’associazione che ci aiuta a sviluppare i nostri progetti, e sta coinvolgendo molte persone anche fuori dal Pd. Non c’è nulla di anormale in questo. E’ sbagliata l’immagine di un partito che si identifica in un principe buono, minacciato da un gruppo di pericolosi oligarchi cattivi”.

E questa idea chi la mette in giro, se non tutti voi messi insieme?
“Io non mi riconosco tra i diffusori di questa immagine. Veltroni è il leader del Pd. Come sa io non ho incarichi e non ne cerco. Sono uno dei pochi che ha lasciato incarichi per favorire il rinnovamento. Ma in questo partito c’è un gruppo dirigente formato da molte personalità, e non da oligarchi cattivi. Questo gruppo dirigente è anche una garanzia del rapporto tra il Pd e il Paese. Mettere al lavoro queste persone, vecchie e giovani, non indebolisce Veltroni, ma al contrario lo rafforza”.

E il congresso straordinario che fine ha fatto? Ormai si farà dopo le europee.
“Non ho mai chiesto che si tenesse un congresso straordinario. Il congresso com’è previsto dallo statuto, si terrà dopo le europee”.

Comunque di tempo ne avete. Il Cavaliere vi consiglia un riposo di 5 anni.
“Berlusconi non ha molto da ironizzare. I sondaggi dicono che le difficoltà della maggioranza sono serie, il governo ha perso 18 punti. Ma la fine dell’idillio non si traduce in un travaso di consensi dalla maggioranza all’opposizione. Quando un Paese non ha fiducia né nel governo, né nell’opposizione significa che c’è il rischio di una democrazia più debole. Anche per questo è urgente rilanciare non solo la nostra battaglia di opposizione, ma il nostro progetto politico. Il partito del centrosinistra riformista è nato per questo”.

Due patti scellerati

30 Ott 08

Luca Ricolfi

Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.

Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?

Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.

Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.

La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).

Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure – pur condivisibili negli obiettivi – diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.

Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche – nella scuola come nell’università – isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.

Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.

E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.

Eccessi muscolari

30 Ott 08

Federico Geremicca

Che il confronto politico stesse scivolando lungo un insidioso piano inclinato, era sensazione diffusa ormai da settimane. La giornata di ieri – con l’ennesimo braccio di ferro al Senato sul decreto Gelmini e gli scontri tra studenti in piazza Navona – ha però rivelato come la situazione stia precipitando con una rapidità che non può non preoccupare. È possibile – naturalmente – che non sia già troppo tardi per trovare una via che riapra uno straccio di confronto tra governo e opposizione, e tiri fuori il Paese dal suo ultimo paradosso: il massimo della divisione sociale e politica (con punte di astio personale che rinviano direttamente alla passata, e non rimpianta, legislatura) proprio nel momento in cui vi sarebbe bisogno del massimo della coesione.

Il governo perde consensi ed è rapidamente sceso sotto la soglia del 50%; l’opposizione non ne guadagna, e anzi ne raccoglie sempre meno; il Paese appare preoccupato e diviso a metà: e in questo quadro, fatto di sfiducia crescente e confusione, i cittadini attendono gli effetti di una crisi economica che renderà nervoso e stentato il Natale di molte famiglie italiane.

Verrebbe da chiedersi com’è stato possibile e cosa sia successo: se non fosse che quello che accade (non sono trascorsi ancora sei mesi dall’insediamento del governo di Silvio Berlusconi) è quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Non vorremmo sbagliare: ma la sensazione è che l’esecutivo prima di tutto – e poi il Paese nel suo complesso – inizino a pagare il conto di una politica di governo «muscolare» che in Italia, del resto, non ha portato mai bene a nessuno. Quello che è stato vissuto come un «attacco» generalizzato a intere categorie – dagli impiegati fannulloni ai giudici da far passare attraverso i tornelli, dai docenti universitari trasformati tutti in «baroni» a studenti e genitori definiti ora facinorosi ora vittime di strumentalizzazioni – ha seminato ansia e preoccupazione in un momento in cui era ben altro ciò di cui si sentiva il bisogno. La fase del «decisionismo produttivo» (quello della rimozione dell’immondizia a Napoli e dell’invio di militari nelle zone ad alta densità camorrista) sembra insomma alle spalle, sostituito da una durezza apparsa a molti degna di miglior causa. Non a caso, tanto sull’operato del ministro Gelmini quanto su quello del professor Brunetta – che rischia di surclassare in popolarità l’indimenticato Visco – cominciano ad addensarsi perplessità all’interno della stessa maggioranza.

E se questo è lo stato d’animo che pare crescere nel Paese, la situazione è ancor peggio a livello di rapporti tra esecutivo e opposizione. Ventitré decreti in poco più di cinque mesi (ne era annunciato addirittura uno per punire chi sporca le città) e sette voti di fiducia, non hanno certo favorito quella che si è soliti chiamare «dialettica parlamentare». Né si può dire che vada meglio per quel che riguarda i rapporti tra il presidente del Consiglio e il Capo dello Stato, destinatario di una brusca risposta per aver chiesto, un paio di giorni fa, che la nuova legge elettorale europea venisse approvata con ampio consenso e garantisse rappresentanza anche alle forze minori. Ieri, il premier – di fronte a obiezioni e resistenze provenienti dalle file della sua stessa maggioranza – ha per la prima volta deposto le armi: senza un’ampia maggioranza, si voterà con la legge che c’è. È una decisione positiva: perché è sempre meglio non dare battaglia piuttosto che darne di sbagliate o di perdenti.

Che la decisione di Berlusconi preluda a una sorta di correzione di rotta, dopo l’ebbrezza da decisionismo e consensi in cresciuta, potranno però dirlo solo le prossime mosse del premier. Infatti, al di là dello spirito ondivago e spesso pregiudiziale dell’opposizione, è sulle spalle di chi governa che grava il dovere dell’ascolto e della mediazione. Berlusconi più di altri dovrebbe sapere che guida un Paese che, per esempio, invoca e ama le decisioni forti solo quando riguardano gli altri: oggi la reazione del mondo della scuola, e ieri la rivolta di molte categorie di fronte alle liberalizzazioni di Bersani, dovrebbero cancellare ogni dubbio in proposito. Lui stesso, del resto – nel 1994, agli esordi come uomo di governo – pagò con un’inattesa defenestrazione un eccesso di disinvoltura e di decisioni solitarie. Ragione in più per non rifare lo stesso errore, provare a tornare al clima d’inizio legislatura e preparare il Paese a fronteggiare una crisi economica certo pesante e dagli effetti ancora oggi non del tutto prevedibili.

I rischi dei troppi no

30 Ott 08

Angelo Panebianco

La manifestazione di sabato scorso ha dato a Veltroni una rinnovata forza politica. È sperabile che egli se ne serva per sottrarsi alla trappola in cui sindacati e proteste studentesche, ma anche Berlusconi, lo hanno fin qui sospinto. La trappola consiste nel fare del Partito democratico il campione del «cartello dei no», di una coalizione di interessi che difende lo status quo in settori come la scuola o il pubblico impiego. Per il fatto che impiegati pubblici e insegnanti rappresentano una parte rilevante della constituency elettorale del Partito democratico, del bacino da cui provengono i suoi voti, l’attivismo del governo in quei settori crea obiettivamente un serio problema a Veltroni. Ma l’arroccamento, il «no» ad ogni provvedimento, spiegabile con la condizione di debolezza in cui l’opposizione si è trovata dopo le elezioni, rischia di diventare suicida. Due ministri in particolare, Brunetta (Pubblica amministrazione) e Gelmini (Istruzione), stanno toccando importanti santuari elettorali del Partito democratico. Ciò spiega l’astio nei loro confronti degli esponenti di quel partito e dei suoi giornali d’area (Il Riformista escluso). Tanto più che i due ministri si muovono in un modo insidioso per i difensori dello status quo. Non hanno fatto l’errore di proporre l’ennesima «Grande Riforma» della pubblica amministrazione o della scuola. In Italia le Grandi Riforme non portano da nessuna parte, finiscono con un buco nell’acqua. Brunetta e Gelmini si sono mossi invece pragmaticamente, mettendo in fila un provvedimento dopo l’altro.

Questo modo di procedere è insidioso per gli oppositori perché rende difficile dire sempre no. Si può contestare un provvedimento o l’altro ma si diventa poco credibili se li si contesta tutti. L’accresciuta forza politica di Veltroni dovrebbe aiutarlo a riprendere un cammino (prefigurato in campagna elettorale) teso a fare del Partito democratico una vera forza riformatrice. In materia di pubblica amministrazione come di scuola ciò può solo significare assumere posizioni davvero indipendenti da quelle del sindacato. Sulla scuola, ad esempio, la difesa sindacale della «quantità» (tanti insegnanti mal pagati) a scapito della qualità non dovrebbe più trovare, come fin qui è stato, l’appoggio del maggior partito di opposizione. Il che significa che il confronto con il governo dovrebbe spostarsi dal tema della quantità (no ai tagli, sempre e comunque) a quello della qualità (idee per migliorare la qualità dell’insegnamento). Né le cose dovrebbero andare diversamente nel caso dell’Università. Non siamo al ’68. Gli studenti occupanti godono dell’incoraggiamento aperto di quella parte della docenza che non desidera un uso più responsabile dei soldi pubblici.

Alcune delle Università più virtuose ed efficienti si sono già smarcate dalla protesta. Se il governo avrà su questo punto un ripensamento (magari anche spronato in questo senso dall’opposizione) ed eviterà l’errore di tagliare i fondi in modo uniforme, mettendo sullo stesso piano gli atenei efficienti e quelli inefficienti, se procederà premiando i primi e punendo i secondi, assisteremo finalmente a un bello scontro frontale (il Paese ha solo da guadagnarci) fra la buona Università e quella cattiva. Si tratti di scuola, di pubblica amministrazione o di università, il Partito democratico deve dunque ricalibrare la sua azione. Le proposte di riforma (in dieci punti) appena avanzate dal Pd in materia di istruzione sono ancora troppo generiche (è facile dire che si vuole premiare il merito; il difficile è farlo) e sembrano, più che altro, un mezzo per fare fuoco di sbarramento contro la Gelmini. Più di proposte generiche servirebbe, da parte del Pd, un serio ripensamento sui problemi dell’università e della scuola. Per esempio, ci vorrà pure, prima o poi, una pubblica spiegazione sul perché, a suo tempo, Luigi Berlinguer, ministro dell’istruzione del primo governo Prodi, venne bruciato, fatto fuori, quando tentò di introdurre (contro i sindacati) un po’ di meritocrazia negli avanzamenti in carriera degli insegnanti. Riflettere sugli sbagli del passato è l’unico modo per non ripeterli in futuro. E per non trovarsi (di nuovo) a marciare accanto a chi difende cause indifendibili.

Gli studenti non c’erano

27 Ott 08

Lucia Annunziata

Con commendevole sincerità il direttore dell’Unità Concita De Gregorio lo ha scritto ieri (il giorno dopo la manifestazione del Circo Massimo) nel suo editoriale.

Non si lasciano strumentalizzare, gli adolescenti. Federica Fantozzi è andata ieri per noi nei licei occupati. “Siamo l’alba del mondo” le ha detto con qualche enfasi, ma con sincera passione Francesco Begiato, uno studente. Poi ha aggiunto: ”Non lasceremo che i partiti mettano il cappello sulla nostra protesta perché non è né di destra né di sinistra: è in difesa della scuola pubblica”. Infatti gli studenti ieri non sono andati al Circo Massimo. C’erano, ma non c’erano. Erano mescolati, senza insegne, ai genitori e agli insegnanti».

Commendevole sincerità, appunto. Il giorno dopo l’adunata del Pd, la discussione sul numero dei partecipanti è stucchevole, in quanto del tutto non essenziale. Chi non ha mai avuto dubbi sul significato o la necessità di questo appuntamento – e tra questi chi scrive – non ne ha fatto una questione di partecipazione: si temeva forse che fallisse uno sforzo organizzativo tipo quello messo in campo, prodotto, per altro, di una lunga tradizione di raduni di massa? La domanda della vigilia era: questa manifestazione aiuta o meno il Pd a uscire dal suo angolo per parlare ad altri pezzi della società che ha perso? Oggi, due giorni dopo, la domanda è ancora aperta, per nulla risolta dal numero di chi ha marciato. Se il problema del centro-sinistra è quello di non saper più parlare a molti dei suoi tradizionali elettori, la mancanza degli studenti e degli insegnanti al corteo di Roma è il vero segno del limite delle adunate come strumento di lavoro. L’assenza ufficiale (cioè con proprie insegne) di chi protesta in questi giorni è tanto più rilevante perché il 25 ha preceduto solo di pochi giorni la manifestazione nazionale della scuola convocata per il prossimo giovedì: sarebbe stato dunque facile far montare la marea con un doppio appuntamento a rimbalzo. Se distinzione c’è stata, è dunque una separazione voluta, costruita sugli umori ben riportati dalla stessa Unità. «Né di destra né di sinistra», dice lo studente intervistato dal quotidiano: la politica è «un cappello», senza distinzioni, non più un aiuto naturale per chi protesta, ma addirittura un ostacolo.

Qualcuno potrebbe obiettare che dopotutto gli studenti non sono il centro dell’universo. D’accordo. Ma gli umori che si registrano nelle aule scolastiche o universitarie non sono esattamente isolati, se è vero un dato pubblicato ieri dal Corriere della Sera. Secondo un’indagine fatta per questo quotidiano dal noto (e credibile) Renato Mannheimer, la maggioranza del nostro Paese pare essere in fuga sia dalla destra sia dalla sinistra. Il governo Berlusconi a giugno vantava il 61 per cento di consensi, a settembre ne aveva ancora il 60 per cento, oggi, cioè dopo la crisi economica, e dopo le polemiche sulla scuola, è sceso al 42 per cento. Il centro-sinistra va dal 46 per cento di consenso a giugno al 20 per cento di settembre, al 16 per cento di oggi.

Dati bizzarri, che negano per la prima volta (se non sbaglio) la famosa regola dei vasi comunicanti, in base ai quali il consenso perso da una coalizione si riversa nell’altra. La rottura di questa alternanza è certo oggi in Italia il dato più nuovo, ma anche, per certi versi, il più coerente con quello che è successo negli anni scorsi: difficile non vedervi quel distacco dei cittadini dal valore stesso della politica, che aveva alimentato la lunga onda dell’antipolitica, oggi silenziosa, ma che, evidentemente, ha scavato un profondo solco dentro la coscienza nazionale. Atene piange, ma Sparta non ride, è il motto cui spesso ci si è richiamati in questi anni di disaffezione dei cittadini. Il calo di consenso è un danno per l’attuale premier, ma è un danno ben più profondo per la sinistra non essere in grado di attrarre questo scontento. Basta di fronte a questo quadro la consolazione di un bel numero di uomini e donne in marcia? La loro mobilitazione è essenziale (come lo fu per il Pdl quando era all’opposizione), ma appunto è ben lontana dall’essere anche solo l’inizio di una soluzione.

Ultimi fuochi

27 Ott 08

Marcello Sorgi

Da sinistra a destra, all’indomani del corteo del 25 ottobre, tutti si chiedono cosa farà Veltroni, quali saranno le sue prossime scadenze, quali i suoi nuovi obiettivi. Ieri Berlusconi lo ha punzecchiato, minimizzando la riuscita della manifestazione di sabato. Ma il segretario del Pd, in un’intervista al Tg1, ha cercato egualmente di capitalizzare il risultato che per molti ha segnato la rinascita del suo partito e della sua leadership personale, dopo i lunghi mesi difficili seguiti alla sconfitta elettorale e all’abbandono della strategia del dialogo con il governo, inaugurata, e subito accantonata, in apertura della legislatura.

In qualche modo Veltroni è oggi nella stessa situazione in cui si trovava Berlusconi nel 2006: con un colpo di schiena s’è rimesso in piedi, dopo un periodo in cui pareva giorno dopo giorno soccombere agli attacchi interni delle varie componenti del Pd e alla dura campagna di delegittimazione orchestrata dal centrodestra nei suoi confronti.

E anche se, diversamente dal Cavaliere quand’era all’opposizione, realisticamente non può puntare alla caduta del governo, ben più solido di quello traballante di Prodi, Veltroni deve comunque fare una scelta, tra la spinta antagonista venuta dai marciatori del Circo Massimo e l’identità riformista, di vera alternativa di governo, che il Pd s’è data fin dalla nascita.

Al dunque, questa è la vera differenza tra i due cortei e i due popoli che in meno di due anni hanno sfilato per le stesse vie di Roma, mostrando le due facce prevalenti di un Paese che tuttavia coltiva ancora una diffidenza di fondo per la politica. Mentre infatti Berlusconi marciava alla testa della sua gente per obiettivi che erano della sua gente, come la riduzione del costo dello Stato e di conseguenza delle tasse, la ristrutturazione di tutti i comparti pubblici e l’eliminazione dell’assistenzialismo, a vantaggio di più concorrenza, opportunità per i privati e allargamento del mercato, Veltroni, concordando nel suo discorso di sabato su una parte degli stessi traguardi, si ritrovava a schierarsi contro i desideri di buona parte del popolo del suo partito.

Basti pensare a quanti, tra quelli che sono andati al Circo Massimo, sono convinti che i salari, l’assistenza e i posti di lavoro debbano crescere, e le tasse scendere, indipendentemente dal risanamento dei conti dello Stato. E a quanti – non solo i maestri elementari colpiti dal decreto Gelmini – ritengono che i contratti del pubblico impiego debbano essere irrobustiti e firmati, a prescindere dal numero degli stipendi che ogni mese lo Stato paga oggi e dovrà pagare nei prossimi anni, nonché da ogni ragionevole progetto di ristrutturazione che premi il merito invece che il numero dei dipendenti statali, e si proponga di introdurre nel settore pubblico le normali regole che da anni governano il lavoro nelle aziende private.

Se Veltroni – come aveva fatto a Torino all’atto della sua incoronazione a segretario del Pd, e come aveva continuato a fare durante la campagna elettorale – avesse detto anche una sola di queste verità al popolo del Circo Massimo, probabilmente avrebbe rischiato dei fischi. E se avesse aggiunto – più o meno come nel primo discorso alla Camera da capo dell’opposizione – che con un governo che poggia su una così forte maggioranza parlamentare, piuttosto che cercare di abbatterlo, è più facile collaborare, nell’interesse del Paese e nella prospettiva di poterlo sostituire nella prossima legislatura, avrebbe dovuto temere anche il peggio.

Ma questo è appunto l’arduo compito dei leader: muovere la società civile con le proprie battaglie ideali, raccoglierne il consenso, e indirizzarlo poi politicamente nella giusta direzione. Del resto, nella situazione in cui siamo e di fronte all’aggravarsi, giorno dopo giorno, della crisi economica mondiale, anche molte delle parole d’ordine su cui Berlusconi ha costruito il suo successo sono destinate ad appannarsi. Perché ad esempio, nell’era degli aiuti di Stato alle grandi banche, e – presto – alle aziende private in difficoltà, sarà più duro chiedere ai dipendenti pubblici, dagli insegnanti ai semplici impiegati della Cgil che si rifiutano di firmare il contratto proposto dal ministro Brunetta, di sopportare sacrifici diversi, o addirittura superiori, a quelli, per dire, dei dipendenti bancari che in Italia vengono salvati, e non mandati a casa com’è accaduto in America a quelli della Lehman Brothers.

Così, mentre tutto – dalla scuola alla Rai, alle prossime elezioni europee – politicamente porta il capo del governo e quello dell’opposizione a uno scontro più aspro, sarà il contesto tragico della crisi mondiale a spingerli a un ripensamento, e a una ripresa, è sperabile, seppur guardinga, dello spirito di collaborazione.

Allo stato attuale – visti anche i sondaggi, che puniscono simmetricamente maggioranza e opposizione in eterna lotta tra loro – non resta che augurarselo. E non solo per la stanchezza di un confronto quotidiano degenerato ormai troppo spesso a scambio di insulti. Nei momenti delicati, per il bene del Paese, sia governare sia stare all’opposizione vuol dire fare quel che si deve, non quel che si vuole. E, giunti agli ultimi fuochi, Berlusconi e Veltroni almeno questo dovrebbero saperlo. Se non lo sanno, ormai, al punto in cui sono arrivate le cose, dovrebbero aver cominciato a capirlo.

Il popolo del PD c’è sempre. A quando il partito?

26 Ott 08

Andrea Romano

È una robusta dose di tonificante quella che la grande manifestazione di ieri ha consegnato nelle mani della leadership del PD. Più esattamente, è un aumento di capitale sottoscritto da un popolo che si mostra ancora una volta più generoso dei propri dirigenti. Ma di questi tempi, si sa, anche le ricapitalizzazioni più sostanziose rischiano di durare lo spazio di un mattino. E il Partito democratico dovrà attrezzarsi rapidamente per non disperdere nel giro di pochi mesi la carica di entusiasmo e partecipazione raccolta al Circo Massimo.

Dovrà farlo lavorando già da oggi ad un profilo riformista chiaro e netto, che dia sostanza ai temi evocati da Veltroni in un discorso che è stato in molti punti convincente e condivisibile. Dovrà farlo provando a non sprecare il tempo che lo separa dalle prossime elezioni, come invece accadde tra il 2001 e il 2006 quando un’intera legislatura di opposizione venne buttata via nella ricerca di quel compromesso culturale che avrebbe condannato fin dall’inizio l’ultimo governo Prodi. Dovrà farlo, infine, mostrandosi all’altezza della frase di Vittorio Foa che è stata scelta come fondale: “Pensare agli altri oltre che a sé stessi. Pensare al futuro oltre che al presente”. Poche parole ma molto impegnative, sotto le quali non si poteva fare a meno di notare i volti di quegli stessi dirigenti che con la propria granitica immutabilità hanno contribuito a stroncare qualsiasi meccanismo di ricambio politico e generazionale.

Non sappiamo cosa ne avrebbe pensato Foa, ma certo è che alla vigilia della manifestazione abbiamo ascoltato con stupore l’affermazione di Veltroni secondo la quale un’eventuale sconfitta alle elezioni europee non avrebbe alcuna ricaduta sulla sua leadership. Preferiamo pensare che si sia trattato di un incidente di comunicazione, visto che “pensare al futuro oltre che al presente” significa quanto meno mostrarsi responsabili verso i risultati del proprio lavoro. E dunque mettere in conto, come avviene in tutti i partiti normali, che la sconfitta elettorale spinga qualsiasi condottiero a mettere in discussione se stesso e la propria conduzione. Che poi Berlusconi non l’abbia mai fatto, come ha voluto ricordare lo stesso Veltroni, non dovrebbe significare gran che. A meno di non volersi scegliere il Cavaliere come modello comportamentale, mentre si guarda a Barack Obama come fonte di ispirazione ideale.

Ma oggi è il momento di prendere sul serio il Veltroni del Circo Massimo. È il momento di dar credito a chi è voluto tornare ai temi del Lingotto parlando di riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, di riforma dello Stato e di investimenti nelle politiche educative per un’università diversa da quella che abbiamo, di un partito che sa far crescere i propri dirigenti dal paese reale. Sono temi con cui il segretario del PD intende riempire di contenuti quello che ha definito “il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto”, con un’insistenza sul riformismo che non può che rallegrare un giornale che esibisce con orgoglio la propria testata. Ma se già il discorso del Lingotto aveva alimentato – in chi scrive, ma soprattutto in moltissimi elettori – entusiasmi poi rapidamente smentiti dalla sostanza della navigazione veltroniana, non si può che guardare con fiducia sorvegliata al nuovo tentativo di decollo politico che Veltroni è sembrato annunciare ieri.

D’altra parte il 25 ottobre è pienamente riuscito a far ritrovare il PD intorno al proprio corpo militante, così come era accaduto per il centrodestra a Piazza San Giovanni nel dicembre 2006 e alla CGIL nel marzo 2002. Grandi manifestazioni popolari che non hanno scalfito di un millimetro gli equilibri delle maggioranze di governo, come invece poteva accadere ai tempi della prima repubblica. I tre milioni di Cofferati furono l’avvio di una legislatura berlusconiana sostanzialmente serena e i due milioni di Berlusconi non accelerarono in alcun modo la crisi di Prodi, che sarebbe caduto un anno dopo per consunzione interna. Anche i milioni di Veltroni possono essere spesi per ristrutturare l’appartamento del PD, impegnandosi a fondo per farsi trovare pronti quando verrà il momento di chiedere il voto agli italiani. Sarà solo quello il momento per verificare se il PD avrà fatto diventare maggioranza reale quell’“Italia migliore” che ieri è stata evocata a ripetizione, anche con qualche concessione rituale ai soliti temi della superiorità morale e antropologica del proprio popolo su quello del centrodestra. Se mai ci sono stati due popoli rinchiusi nei propri confini, da anni sappiamo che non è più così. Così come sappiamo che Berlusconi è riuscito a conquistare quel popolo mobile che il centrosinistra si è lasciato sfuggire. Anche per questo da oggi per Veltroni comincia una partita politica che non avrà un secondo tempo, nonostante le rassicurazioni che egli ha voluto indirizzare soprattutto a se stesso.


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