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“Così il dialogo va in crisi” Sorpresa e irritazione nel Pd

23 Mag 08

Goffredo De Marchis

“Non possiamo ricominciare come nel 2001. L’emendamento che salva Rete4 e la partita della Rai non sono banalità. Se questo è l’atteggiamento di Berlusconi, non dobbiamo fare finta di niente. Anche il dialogo complessivo sulle regole rischia di andare in crisi”. Per Enrico Letta il primo vero scontro tra maggioranza e opposizione racconta di un Cavaliere che in sostanza è sempre lo stesso, di un’immagine soft che appartiene alla scenografia ma non alla realtà.

“L’ostruzionismo di oggi è una risposta chiara, ci voleva. Pronti, via e il governo si presenta con un provvedimento che difende gli interessi del premier: non è possibile. Così l’ipoteca sul confronto è troppo grande”, insiste il ministro ombra del Welfare.
La lettura dell’ex sottosegretario non è isolata. “Io sono per il dialogo, penso che si debba andare avanti, la linea giusta è questa – dice Andrea Martella, titolare delle Infastrutture nel governo Pd – . Ma evidentemente Berlusconi non è cambiato”. Però si può leggere anche in un altro modo. L’offensiva del Partito democratico contro l’emendamento sulle frequenze “mette fine a un equivoco”, dice Paolo Gentiloni. “Noi siamo opposizione ed esercitiamo fino in fondo il nostro ruolo, con tutti i mezzi”, spiega l’ex ministro delle Comunicazioni.

Questo non significa mettere in discussione la linea che Walter Veltroni ha presentato in campagna elettorale ai cittadini e che continua a perseguire in un dialogo diretto con Silvio Berlusconi. Anzi. “Che il Cavaliere avrebbe fatto di tutto per salvare le sue televisioni non è una sorpresa per noi. Potevamo aspettarci qualcosa di più sulla Rai, ma ci ha chiuso la porta in faccia – ammette Gentiloni – . Il confronto tra Pd e Pdl però si poggia su due pilastri: le regole e il no alla delegittimazione reciproca”. E il Berlusconi che non perde il vizio di curare gli interessi personali non ferma il tentativo di cambiare l’assetto istituzionale.

Certo, ora il Pd è chiamato ad abituarsi alla politica del doppio binario, così difficile da gestire in un Paese da anni diviso a metà. “Non c’è nessun imbarazzo da parte mia – dice Veltroni – . Siamo sconfitti, ma abbiamo preso anche un certo numero di voti su un programma chiaro: dialogo sulle regole senza guardare alle convenienze di parte ma perché conviene al Paese. E opposizione ferma sui provvedimenti del governo. L’emendamento sulle frequenze è uno di questi”. Marco Follini però avverte: “La televisione è la parte più complicata del dialogo politico-istituzionale. Antica saggezza consiglia di metterla in coda e non al principio”. Si riferisce, il neopresidente della giunta delle elezioni del Senato, all’incontro Veltroni-Berlusconi di venerdì che invece si è giocato anche sulla questione Rai. “Sulla tv pubblica abbiamo preso il due di picche”, sentenzia il dalemiano Nicola Latorre. Questo esito è ben chiaro anche al settimo piano di Viale Mazzini, il piano dei vertici. Dove sentono allungarsi la mano di Berlusconi “perché sul suo core business lui non fa sconti”. Dove la poltrona del direttore generale è in bilico e Claudio Cappon ne è perfettamente consapevole, tanto da studiare le contromosse, senza escludere la possibilità di farsi da parte prima della “bufera”. “Berlusconi – spiega Follini – è sospeso tra le sue intenzioni e il suo passato. Non possiamo dare per scontato che vincano le prime. Perciò è doveroso aprire il tavolo, ma è ingenuo pensare di non incontrare delle difficoltà”.

Latorre difende il dialogo. “Non dipende dall’affidabilità dell’interlocutore. È necessario, punto e basta. Ma non dobbiamo scambiare l’opposizione dura per un atteggiamento antiberlusconiano”. Del resto, Massimo D’Alema sull’Unità di ieri ha usato parole pesantissime contro il governo: “Il reato d’immigrazione clandestina è criminogeno”. Anche per lui però dal confronto non si scappa. Il dilemma è come non farsi schiacciare da un Berlusconi molto forte, in grado di iniziare una “vera luna di miele con il Paese” (D’Alema). Al loft hanno ben presente il sondaggio che attribuisce una crescita a Di Pietro e un calo al Pd, dopo il voto. “Al Cavaliere non bisogna toccare il portafoglio – dice Andrea Orlando, responsabile organizzativo del partito -. Bisogna vedere se sul resto è più disponibile. È un tavolo difficile, non c’è dubbio”.

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