Archivio per febbraio 2008

Mal condicio

(29 Feb 08)

Fabio Fazio

Dichiaro e garantisco sotto la mia personale responsabilità che mi asterrò… da qualsiasi affermazione, dichiarazione o comportamento che possa, direttamente o anche solo indirettamente, influenzare o orientare il voto degli elettori… mi asterrò inoltre dal formulare qualsiasi riferimento alle menzionate elezioni e/o a temi di evidente rilevanza politica e/o che riguardino vicende o fatti personali di personaggi politici».

Questa solenne dichiarazione degna di un giuramento di fedeltà alla Corona prima di una regale investitura è invece la liberatoria che deve sottoscrivere chi conduce o partecipa a programmi televisivi Rai in tempi di par condicio. Nel nostro caso, cinque volte in cinque anni. Cioè sempre.

Premesso che essendo un legalitario non intendo trasgredire alle regole, credo sia utile chiarire ai lettori di che cosa si tratta. Per molti, per quasi tutti credo, la par condicio altro non è che la regolamentazione dei dibattiti con i politici durante la campagna elettorale. Ciò sarebbe evidentemente logico e sensato.

Ma così non è. La par condicio prevede infatti che i politici possano partecipare solo ad alcune trasmissioni precisamente individuate e direttamente ricondotte alla responsabilità dei telegiornali: per tutti gli altri programmi non solo non è possibile ospitare politici, ma addirittura bisogna obbedire alla dichiarazione di cui sopra. Occorre cioè rinunciare ad essere contemporanei non potendo parlare di ciò di cui tutti parlano.

L’effetto è quello di un odioso vuoto pneumatico televisivo, di un’anestetizzazione prolungata dei palinsesti, di una inspiegabile rinuncia ad informare e a formare opinione e, perché no, dibattito, nel momento più alto della vita democratica. Pensate se la stessa cosa accadesse con i giornali, se per legge durante le campagne elettorali si potesse parlare di politica solo in prima pagina o solo sugli organi di partito.

Come è noto, la par condicio nasce per porre rimedio al problema ancora irrisolto dopo quasi quindici anni (e forse dunque prescritto anche lui) del conflitto di interessi, ma a questo punto mi pare sia legittimo considerarlo peggiore del male che intendeva curare. Infatti non si tratta solo di limitare odiosamente chi svolge il mio mestiere impedendo di fare le domande, ma soprattutto si impedisce al pubblico di ascoltare le risposte se non nei luoghi canonici che a loro volta sono talmente regolamentati da diventare spesso una sorta di permanente e dunque prevedibile tribuna elettorale. Non avere politici in trasmissione è un conto ma non trattare temi di rilevanza politica oltre che vago è a mio giudizio offensivo per l’intelligenza di chi la televisione la guarda.

Che cosa significa infatti «rilevanza politica»? Parlare di energia e ambiente è politica? Parlare dei diritti delle donne è politica? Parlare di salari e sicurezza sul lavoro è politica? O della spazzatura della Campania? Probabilmente allora lo è anche conversare di bellezza, di urbanistica e persino di felicità.

Giuro che non la metto sul personale: per quel che mi riguarda un vero professionista si attiene a quel codice deontologico che impone correttezza verso il Pubblico indipendentemente da regolamenti e scadenze elettorali.

Piuttosto si parla spesso di invadenza e pervasività della politica. Bene, con la par condicio la politica si pone talmente al di sopra di tutto da pretendere il silenzio per potersi sentire tutelata. Si chiede in qualche modo ad alcuni cittadini di sospendere l’esercizio di alcuni loro diritti per non interferire o disturbare un interesse ritenuto supremo. Chi pensa che al contrario dovrebbe essere la politica a tutelare i diritti dei cittadini e non viceversa, proprio a cominciare dalla libertà di espressione, deve avere pazienza e aspettare il tredici aprile. E poi, naturalmente, gli eventuali ballottaggi. Nel frattempo vogliate gradire i cartoni animati.

Malpensa di destra ferrovie di sinistra

(29 Feb 08)

Carlo Bastasin

La campagna elettorale non ha affatto preso atto dello scenario difficile verso cui l’economia italiana sta andando a seguito della crisi dell’economia americana, riconosciuta ieri dal presidente della Fed Ben Bernanke. In Italia sono poche le voci estranee al gioco degli schieramenti che chiedono illuministicamente ai due protagonisti, Berlusconi e Veltroni, di sottrarsi alle tentazioni delle promesse elettorali. Alla vigilia di una recessione, una contesa a chi promette maggiori sgravi fiscali o maggiori trasferimenti di reddito ai cittadini è un concorso di illusionismo. Ma purtroppo non c’è nessun coniglio dentro al cappello della politica italiana.

Un po’ di abuso di promesse è tradizione di ogni contesa elettorale. Ma è particolarmente preoccupante che oggi anche i grandi progetti di infrastrutture, e più in generale gli investimenti pubblici, finiscano per essere manipolati ideologicamente. Come è possibile decidere investimenti come il Ponte di Messina o la strategia aeroportuale sulla base di preferenze di parte? Il Ponte è di destra e i porti di sinistra? Malpensa è di destra e le ferrovie di sinistra, purché non siano troppo veloci?

Le infrastrutture sono al primo punto del dodecalogo del Partito democratico. Il Ponte sullo Stretto è l’architrave su cui si regge la compattezza del Popolo delle Libertà che stava già franando in Sicilia. Nessuno mette in dubbio che l’Italia abbia un grande bisogno di infrastrutture e che sia meglio rivolgere la spesa pubblica su investimenti anziché sulla spesa corrente.

Il deficit di infrastrutture in mobilità e tecnologia è evidente a tutti. Inoltre, se si esclude l’ultimo bilancio del governo Prodi, da 15 anni in Italia i maggiori interventi di taglio della spesa pubblica hanno colpito più quella per investimenti di quella corrente. I governi infatti hanno una preferenza ad abbondare sulla spesa corrente, per esempio in pensioni o stipendi pubblici, perché rappresenta un efficace canale di a

ttrazione di consenso e un elemento di caratterizzazione ideologica. Tuttavia anche la spesa per investimenti sta diventando attraente in termini ideologici. Non perché sia in grado di moltiplicare la crescita dell’economia, ma perché anch’essa si presta a distinguere gli interessi di «parti», geografiche o politiche, dell’elettorato. Ma investimenti «ideologici», fatti per ragioni «di parte», sono per il benessere del Paese ancora più pericolosi di una spesa corrente di destra o di sinistra. La spesa corrente può infatti essere corretta nel corso degli anni, di fatto rispondendo alle preferenze mutevoli degli elettori. I grandi investimenti invece hanno durata spesso decennale, il loro costo iniziale è solo una frazione del costo totale e un governo ha un incentivo a programmare una quantità in eccesso di spese infrastrutturali in modo da legare le mani ai futuri governi che si troveranno costretti a completare lavori pubblici di cui non hanno condiviso le scelte. Questo incentivo è tanto più forte quanto più instabile è il quadro politico e infatti ne abbiamo una prova in questa campagna il cui esito è influenzato da una legge elettorale che accentua la fragilità dei governi.

Discutendo del decreto mille-proroghe, Tito Boeri ha svelato su queste colonne quale perversa convergenza di interessi ci possa essere nella collaborazione parlamentare tra destra e sinistra. Larghe intese del tutto informali hanno visto destra, centro e sinistra «alleati e concorrenti» nell’aumentare la spesa corrente. Nel caso della spesa pubblica per investimenti, tuttavia, scelte ideologiche di parte come quelle che promettono i due maggiori partiti sarebbero devastanti. Un accordo tecnico tra destra e sinistra su questo specifico ambito, costringerebbe invece entrambi gli schieramenti a confrontarsi concretamente sul progetto d’Italia dei prossimi dieci anni, l’unico modo per misurare la coerenza dei loro programmi elettorali nel lungo termine e permettere quindi all’elettore di scegliere destra o sinistra in ragione delle proprie preferenze ideali o redistributive senza che queste vengano comunque vanificate in futuro da scelte fallimentari e maliziose in materia di investimenti.

Complimenti

(29 Feb 08)

Massimo Gramellini

Cosa distingue ancora il figlio di un mafioso da un qualsiasi altro figlio di papà? Il giubbotto Moncler, il maglioncino rosa di cachemire, la camicia srotolata fuori dai pantaloni, l’orologione con fibbia colorata: tutti elementi che vanno a comporre il caleidoscopio del classico fighetto da discoteca. Uno di quelli che vediamo scendere dai fuoristrada con aria da padroni del mondo e senza alcun pudore nell’ostentarla. La differenza con la generazione dei padri è sconvolgente. Provenzano e Riina padre si distinguevano anche esteriormente dal resto della società opulenta: indossavano il loro enorme potere sotto l’abito dei poveri, all’ombra di una coppola e di una camminata dimessa. E quando uscivano dal carcere, lo facevano di nascosto e di notte, scomparendo dentro utilitarie anonime.

Riina figlio se n’è andato in Mercedes, sorridendo da divo ai fotoreporter. Come un attore dei Soprano’s, come un ospite del Billionaire. È il manifesto di una nuova mafia perfettamente adeguata alla società che la esprime e la circonda, indistinguibile da essa. Talmente indistinguibile che alcuni magistrati hanno trattato il giovane Riina alla stregua di un qualsiasi altro imputato di lusso: facendoselo sfuggire fra le gambe. Gli stessi magistrati che sprecano tempo a indagare le ballerine e a rilasciare interviste, e che ora hanno concorso con la loro sciatteria a far rimettere in libertà, per decorrenza dei termini di carcerazione, un uomo condannato in appello a otto anni di carcere per reati di mafia. La prova plastica dell’impotenza di questo circo Barnum a cielo aperto che ci ostiniamo per antico affetto a chiamare Stato. Complimenti.

Il ritorno dei comunisti

(28 Feb 08)

Riccardo Barenghi

Libera da vincoli, libera dal governo e dagli incarichi istituzionali, la sinistra radicale, un po’ comunista un po’ no, ritrova se stessa. Con un pizzico, anzi più di un pizzico di antico. E così nel programma della Sinistra Arcobaleno che Fausto Bertinotti ha presentato ieri tornano a echeggiare vecchie parole d’ordine, vecchie idee, vecchie proposte che evidentemente non erano morte ma solo cadute in letargo. D’altra parte lo scrivono a chiare lettere, «non sempre nuovo significa meglio».

Ce n’eravamo scordati e invece rieccola. Tagliata, frantumata, sconfitta dal referendum del 1985 contro il decreto Craxi dell’anno prima, infine abolita, la scala mobile riappare come il famoso spettro di Marx. Lo dicono tutti che in Italia è aperta, anzi spalancata una questione salariale, lo dice anche Veltroni, lo sostiene addirittura Berlusconi, dunque per Bertinotti è facile rispondere con una ricetta tanto semplice quanto efficace (secondo lui): indicizzare i salari, legarli al costo della vita reale. Un meccanismo secco, automatico, tale e quale a come lo sottoscrissero trentacinque anni fa Gianni Agnelli e Luciano Lama, presidente della Confindustria il primo, leader della Cgil il secondo.

Non importa che nei decenni successivi la scala mobile sia stata messa sotto accusa, imputata di alimentare l’inflazione, non importa che adesso tutti (quasi tutti) dicano che gli aumenti salariali vadano legati alla produttività: per la Sinistra Arcobaleno bisogna tornare indietro, perché «non sempre ciò che nuovo è meglio».

Non l’avevano mai detto in questi ultimi anni, quando erano al governo. O almeno non con questa chiarezza. Ma adesso il governo non c’è più e non c’è nemmeno la prospettiva di tornarci: dunque ci si prepara a combattere dall’opposizione contro chiunque vinca le elezioni, si chiami Berlusconi o Veltroni. E l’arma della scala mobile, per quanto possa essere giudicata sbagliata o addirittura pericolosa, è sicuramente efficace per una parte del popolo al quale si rivolge la Sinistra di Bertinotti.

Così come un’altra parte di quel popolo sarà soddisfatta del «basta con la Nato e con le sue missioni». Anche qui ritorna alla mente il famoso slogan «fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia». Ritorna l’idea che i comunisti di una volta, quelli del Pci (prima dello strappo di Berlinguer) e quelli dei gruppi extraparlamentari, siano riemersi da non si sa dove, mescolandosi a quel movimento pacifista che ha riempito le piazze all’inizio del nuovo Millennio. Suona strano però se si pensa che chi lo dice oggi, fino a ieri ha votato per mantenere i nostri soldati in Afghanistan e in Kosovo. Ma tant’è, in politica l’abito fa il monaco: e oggi il monaco si è potuto togliere un abito nel quale stava evidentemente stretto.

Ma sarebbe sbagliato vedere tutto nella luce di un ritorno dei comunisti, come fossero appunto usciti da qualche sarcofago nel quale erano stati mummificati. Nel programma della Sinistra Arcobaleno si trovano anche cose nuove (in questo caso evidentemente il nuovo è meglio), per esempio l’abolizione del copyright o il salario sociale. La prima è indubbiamente una battaglia moderna, rivolta ai giovani che non sopportano di dover pagare i diritti d’autore su musica, libri e film che si scaricano da internet. La seconda può anche suonare antica, o se vogliamo comunista, ma così non è: l’idea di dare un salario ai giovani anche se non lavorano – e non solo ai precari tra un contratto e l’altro ma proprio a tutti quelli che sono disoccupati – sarà anche irrealizzabile, non compatibile con i conti pubblici, ma certo non è un qualcosa che viene dal passato. I dirigenti del vecchio Pci, così legati alla loro cultura iper-lavorista, avrebbero fatto un salto sulla sedia solo a sentir nominare una proposta del genere.

Dunque un misto di antico e di nuovo, ma certamente tutto condito con una salsa fortemente identitaria. Capace di far distinguere questa forza politica da tutte le altre, anche mettendo in conto le accuse che da oggi le pioveranno addosso: tardo comunismo o infantile estremismo. D’altra parte se Bertinotti dice – come ha detto nella riunione riservata che ha preceduto la presentazione del Programma – che «bisogna superare l’attuale sistema economico-sociale», cioè il capitalismo, l’impressione che si riceve è quella di un tuffo nel passato. Anche se lui invece lo considera un salto nel futuro.

Ci risiamo coi conflitti inventati

(28 Feb 08)

Lietta Tornabuoni

Ci risiamo. A ogni occasione elettorale tornano a galla e vengono usate nella speranza di ricavarne voti due vecchie faccende: la prima è l’aborto legale (di cui altra volta s’è parlato), la seconda è il conflitto tra cattolici e non cattolici.

Non esiste alcun conflitto. Non c’è guerra di religione e nemmeno guerra civile. Tra noi non si combatte. Stiamo tutti bene. Ci potrà essere un conflitto immaginario quanto inutile ai vertici politici con l’intenzione o almeno l’ambizione di conquistare suffragi: benché in genere, quando non si deve votare, la tendenza sia piuttosto simile a quella delle aziende italiane, la spartizione del territorio allo scopo di evitare gli incerti della concorrenza, di equiparare i prezzi, di guadagnare in pace.

Neppure negli Anni Cinquanta, cattolici e non cattolici si davano addosso: potevano pensarla diversamente, ma i rapporti famigliari, amichevoli, di vicinanza domestica o di colleganza quotidiana erano e sono molto, molto più forti e decisivi di quelli ideologici.

Da quando la Repubblica ci ha reso anche mentalmente liberi, quei rapporti hanno sempre contato di più, le persone hanno sempre vissuto fianco a fianco tranquillamente, senza odio né ostilità. La politica etnica o religiosa non ci ha diviso, non ci ha reso intolleranti. Le parole pesanti, le inimicizie, le rivalità, le accuse anche ridicole si sono sempre condensate ai vertici: per ragioni di potere politico, anche da parte delle gerarchie cattoliche (sarebbe ingenuo pensare che non esistano legami politici tra alcune gerarchie e i politici conservatori).

E adesso ci risiamo. I vescovi impiccioni usano tutti i giorni i metodi del conflitto, la destra muove agli avversari accuse inconcepibili, ma pure la sinistra, che svagatamente si afferma non contraria alla castrazione chimica né alla revisione della legge 194, ne dice di tutti i colori. Conta poco.

Basta non crederci, alla falsa politica pre-elettorale.

Lo schermo a pezzi

(28 Feb 08)

Massimo Gramellini

Dopo lunga e sofferta malattia, si è spenta ieri poco serenamente a Sanremo la tv generalista, quella capace di riunire intorno al focolare catodico una nazione intera, anche solo per parlarne male. A certificare il decesso è stato il sommo sacerdote Pippo Baudo, con toni concitati e drammatici, in questo caso adeguati alla straordinarietà del fenomeno, che non è la semplice crisi d’ascolti di una rassegna di canzonette, ma la scomparsa del modello «democristiano» di cultura già entrato in crisi nella scuola: l’idea di un’educazione e di un divertimento uguali per tutti, splendida in teoria, ma che in concreto ha abbassato l’asticella del sapere e del piacere, producendo ignoranza e noia.

Ad appassire sulla Riviera dei Fiori sono due fra gli ultimi feticci del secolo scorso: l’Evento Unico di massa e la comunità nazionale. Trattasi di una rivoluzione, sociale e mediatica, con la quale abbiamo già dovuto fare i conti noi della carta stampata. Nessun giornale, nessun romanzo, nessun film e – adesso possiamo dirlo – nessun programma televisivo può ancora avere la pretesa di rivolgersi a una massa indifferenziata di persone. Lo spezzatino ha preso il posto dell’arrosto e non esiste chef in grado di ripristinare l’antico menu.

I tentativi di giustificare il crollo di Sanremo con motivazioni meno epocali di questa suonano persino commoventi nella loro inadeguatezza. Qualcuno sostiene che lo spettacolo canoro non attrae pubblico perché sul palco ci sono troppi vecchi. Semmai è vero il contrario: senza Toto Cutugno e Little Tony, che tengono ancorati gli anziani, la fuga dal video avrebbe già assunto i caratteri dell’esodo. Perciò si illude chi pensa di rilanciare l’evento ingaggiando i cantanti che piacciono agli under 50: costoro, infatti, hanno girato per sempre le spalle a trasmissioni del genere, come ha capito a sue spese Piero Chiambretti, le cui battute fosforescenti fanno scompisciare quelli della mia generazione, che non guardano più il Festival, mentre lasciano interdetti gli anziani che continuano a guardarlo.

Per qualcun altro la ricetta salvifica consiste nel ridimensionare il carrozzone, accorciando la durata e il numero delle serate. Nessun dubbio che un Sanremo superconcentrato come un dado rallenterebbe la sua fine. Però non riuscirebbe a invertire la tendenza, che è ineluttabile. Infine c’è chi, come Baudo, è convinto che ad aver determinato questa situazione sia l’involgarimento dell’offerta televisiva e, di conseguenza, del Paese. Ieri lo ha urlato in conferenza stampa: «Se io e Chiambretti ci sputassimo addosso, gli ascolti crescerebbero, ma così il pubblico noi lo imbarbariamo, lo fottiamo e abbiamo un’Italia di merda».

Non è vero nemmeno questo. Se Baudo e Chiambretti si sputassero addosso gli ascolti crescerebbero, ma per trenta secondi. Poi si ritufferebbero negli abissi. Ormai nemmeno la volgarità garantisce audience, come dimostra il declino del Grande Fratello e degli altri reality show. La rissa, l’insulto, il gesto volgare sono le scosse elettriche che scuotono il cadavere dal «rigor mortis», ma è un’illusione momentanea: sempre di un cadavere si tratta.

Il Grande Fratello è stato l’ultimo evento capace di trasformarsi in fenomeno di costume, incrociando l’interesse – anche solo pettegolo – di una comunità variegata. La formula della tv guardona e delle eliminazioni popolari (le famigerate nomination) venne adottata con successo dal Festival di Bonolis, l’ultimo a sfondare l’Auditel, nell’ormai giurassico 2005. Ma in questi ultimi tre anni il mondo dei media è cambiato più che nei precedenti sessanta: si sono diffusi i mille canali di Sky e della piattaforma digitale. Soprattutto è esplosa You Tube, la tv sul computer: è lì che, se proprio voglio farmi del male, posso andarmi a vedere la scena del litigio fra Toto Cutugno e Luzzatto Fegiz al Dopofestival, o il bacio in bocca fra Baudo e la squalificata Bertè. E posso andarmele a vedere gratis, quando e quante volte mi pare, smistandole poi attraverso internet agli interlocutori delle mie nicchie di riferimento: il forum dei tifosi della mia squadra del cuore, il blog degli amici del parmigiano reggiano, il sito dei fanatici di film ugandesi degli Anni 70 e gli altri milioni di rivoli comunitari in cui si è frantumato il mondo dei media. Ancora pochi anni fa, se a una cena dicevi: avete visto giovedì sera da Santoro… sapevi di ottenere una reazione: di disgusto, magari, ma informata. Ora anche Santoro, anche il Festival, e fra un po’ anche la Nazionale, rappresentano l’interesse di comunità specifiche, e alle cene diventa sempre più difficile trovare un argomento comune di conversazione.

È un male? No. È un cambio. E come tutti i cambi di stagione va dominato per indirizzarlo al bene. Un’impresa impossibile finché ci si ostinerà a negarlo o a rimpiangere un’epoca che ci commuove nel ricordo, ma che se tornasse non ci piacerebbe più. Non abbiamo un’Italia di m. Abbiamo mille Italie, alcune di m. e altre che invece chiedono spettacoli di qualità. Però li vogliono, appunto, di qualità, come dimostra il successo di Fabio Fazio e dello stesso Baudo extrafestivaliero. Altrimenti preferiscono fare altro. Perché Sanremo è Sanremo, ma noi per fortuna siamo noi.

Domande e dubbi sul programma di Veltroni

(27 Feb 08)

Franco Bruni

Sarà opportuno, più in là, cercare il pelo nell’uovo. Per ora è più utile constatare che il programma del Pd presentato lunedì è centrato con chiarezza sugli interventi strutturali dei quali l’Italia ha bisogno; e riflettere sulle difficoltà di realizzarlo.

Difficoltà economiche. Il programma cerca di rassicurare sul fronte della finanza pubblica. L’elenco delle «azioni di governo» comincia con la riduzione della spesa, insiste sulla lotta all’evasione, vuol ridurre il debito utilizzando il patrimonio delle pubbliche amministrazioni. Ci sono però tante promesse di riduzioni di imposta, variegati incentivi, numerose spese e misure preziose ma costose, come quelle per rendere sostenibile la flessibilità dell’occupazione. Nel migliore dei casi è un programma finanziariamente coraggioso, dove il Quintino Sella di turno dovrà usare rigore e farsi perdonare il cipiglio dimostrando che il governo, oltre a controllare la quantità della finanza, ne migliora la qualità. La congiuntura internazionale non aiuterà Quintino. Le previsioni continuano a peggiorare: oltre alla riduzione del gettito fiscale derivante dal rallentamento ciclico, c’è il pericolo di dover finanziare salvataggi eccezionali. Confortiamoci pensando che l’Italia va molto peggio della media europea e dunque, se un nuovo governo la sblocca, può crescere un filo di più anche se l’Europa rallenta. La quantificazione e la copertura degli oneri del programma vanno comunque chiarite al più presto.

Ci sono poi difficoltà politiche. Il programma pesta i piedi a gruppi di interesse agguerriti. Il che gli fa onore. Se l’elettorato riterrà che sia fattibile, potrebbero arrivare i voti per provare a governare. Per essere eletti i voti si contano. Ma quando poi si governa, i nemici si pesano. Bastano pochi prepotenti per creare gravi ostacoli.

Qualche esempio. Decentrare la contrattazione dei salari, differenziare i trattamenti territoriali, premiare la produttività, adoperare i contratti di lavoro per superare la dicotomia fra precari e inamovibili, evitare gli incidenti di lavoro con presidi locali accurati invece che con parole altisonanti: tutto ciò significa modificare il ruolo dei sindacati, sia dei lavoratori che dei datori di lavoro, riducendo l’influenza dei protagonisti dei grandi tavoli romani, carichi di suggestione e visibilità politica. Protagonisti che verranno ridimensionati anche se le politiche del lavoro saranno decise cercando il consenso più direttamente nel Parlamento e nel Paese e meno nelle estenuanti trattative corporative. Una bella frase del programma dice che per aumentare la produttività del sistema le parti sociali devono «cambiare comportamenti e riformare le regole della loro rappresentanza». Andrà detto ancor più chiaro?

Riformare il mercato finanziario significa urtare gli interessi di chi oggi vi opera con meno capacità, correttezza, trasparenza, ma con più protezioni e influenze lobbistiche. La riforma dell’Università, così come delineata nel programma, è una magnifica rivoluzione: ma significa grandi difficoltà e opposizioni degli atenei e dei professori meno capaci, per non parlare degli studenti cui sono indigeste, per esempio, le «rette fissate liberamente», anche se ben compensate da borse di studio. La liberalizzazione dei servizi pubblici locali significa togliere potere e denaro a enti e gruppi che li gestiscono in modo opaco e inefficiente. Fare riforme che coinvolgono tassisti, camionisti o agricoltori significa predisporsi a resistere alle loro proteste violente e illegali. Che cosa ci assicura che un governo Pd avrà la forza di procedere?

La realizzabilità del suo programma dipende anche da quella delle riforme elettorali e istituzionali che contiene: esse aumentano la forza con cui un governo può vincere la battaglia con i gruppi di interesse. Richiedono però un accordo con Berlusconi il cui programma, quando sarà dettagliato, è comunque cruciale per il destino di quello del Pd. Se pesterà i piedi anche lui (e non solo ai politici concorrenti), non potrà esser molto diverso: le cose da fare, a dirle chiare, son quelle che sono. Converrà allora che i due contendenti ne ribadiscano alcune insieme, prima delle elezioni, rendendo così più credibile l’impegno a farle davvero. Magari, se occorresse, governando per un tratto assieme. Se invece il programma del Pdl sarà altisonante, ma opaco e tranquillizzante, Veltroni avrà due reazioni possibili. Nascondere ancor più che il suo, invece, morde: sarebbe una disastrosa gara al ribasso, magari mascherata dietro i falsi muscoli di un ritorno alle reciproche insolenze. O criticare con didascalica precisione il buonismo dell’avversario, promettendo cooperazione per affrontare con coraggio i tanti, forti scontenti che nascono dalla realizzazione di qualunque buon programma.


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