Archivio per luglio 2007

La proposta di Cesa

(31 Lug 07)

Gian Antonio Stella
L’ultima frontiera dei privilegi: un’indennità contro le tentazioni.
Onorevoli spesso lontani da casa? Le sedute sono in media 3 alla settimana.

E l’«indennità tentazioni»? La pensata di Lorenzo Cesa spalanca ai già vezzeggiati politici nostrani nuovi orizzonti. Per evitare che un parlamentare in trasferta a Roma ceda ai pruriti e metta le corna alla moglie con una squillo, come Cosimo Mele, gli italiani si dovrebbero far carico di aumentare il suo stipendio per il «ricongiungimento familiare».
Un’idea, diamogliene atto, fantastica. Che darebbe vita a un frizzante dibattito d’aula. Questo diritto al ricongiungimento, concetto in genere utilizzato per gli immigrati che dopo anni di lavoro in Italia vorrebbero essere raggiunti da moglie e figli rimasti in un’isola delle Filippine o sulla peruviana Cordillera Negra, vale per tutti o solo per chi ha la famiglia che abita oltre Viterbo e Frosinone? Vale per le mogli regolarmente sposate o anche per le compagne more uxorio? Possono bastare altri 4.190 euro (4.678 a Palazzo Madama) come quelli dati per stipendiare i portaborse o sono pochi? È dura, vivere a Roma! Chi potrebbe mai negare a queste spose e conviventi (per i parlamentari iDico ci sono già) deportate nella capitale un appartamento in cui vivere dignitosamente in centro storico? Mobili e lampadari su misura dei propri gusti? L’abbonamento a Sky per le lunghe giornate di seduta assembleare? I viaggi in treno o in aereo anche, eventualmente, per la diletta prole? Una domestica per dare una mano in casa, un reparto di pronto intervento elettro-idraulico per i guasti, una baby-sitter per i pargoletti, una tessera per andare al cinema gratis?
Direte: che razza di idea! Attenzione: c’è chi vi accuserebbe di qualunquismo. Preso atto che la capacità di resistere alla carenza di sesso di un deputato del suo partito cattolico è molto più ridotta di quella di Sharon Stone e non supera una manciata di giorni (l’ha detto il Mele in un’intervista: «Questa storia non c’entra niente coi valori della fami glia. Non posso essere un buon padre e un buon marito solo perché dopo cinque giorni fuori casa mi capita un’occasione?») Lorenzo Cesa ha detto proprio così. Testuale: «Si parla tanto di costi della politica, ma al parlamentare bisognerebbe dare di più e consentire il ricongiungimento familiare. Perché la vita del parlamentare è dura, la solitudine è una cosa molto seria». Certo, c’è chi dirà che, come denunciò Giulio Andreotti tre anni fa, «si lavora in aula solo tre giorni la settimana, dal martedì al giovedì».
Chi ricorderà che un mucchio di volte, in questi anni, è capitato che la maggioranza andasse sotto o che provvedimenti importanti saltassero per mancanza di numero legale solo perché, al giovedì sera o al venerdì, troppi deputati e senatori avevano già preso l’aereo per tornarsene a casa. Chi sottolineerà che nell’ultima legislatura, per fare un esempio, le sedute a Montecitorio sono state 749 in 1.735 giorni: tre alla settimana. Chi calcherà la mano precisando che nei primi sei mesi del 2005, per prendere un periodo a campione, le sedute tenute di venerdì si contano sulle dita di una mano. Chi noterà infine, come dice un’inchiesta dei radicali diffusa ieri da Ugo Magri, che gli eletti alla Camera dell’Udc marcano mediamente visita a una votazione su quattro. Insomma: se l’irredentista irlandese Bobby Sands riuscì a resistere 66 giorni senza mangiare, prima di morire in carcere a Belfast, un deputato nostrano non può resistere in astinenza tre giorni la settimana?
Nella strepitosa sortita del segretario neo-democristiano, che deve essersi morso la lingua davanti alle reazioni sarcastiche non solo degli avversari ma perfino di qualche amico, c’è tuttavia da prendere atto di una novità. In altri tempi, altri democristiani avrebbero proposto all’incontinenza erotica soluzioni diverse. Il mitico Matteo Tonengo, un contadino piemontese eletto per lo scudocrociato, arrivò nei primi anni del dopoguerra a chiedere ai questori della Camera di usare il tesserino parlamentare anche per andare gratis al bordello. Altri tempi. Il caso «sex&coca» che vede oggi come protagonista Mele, tuttavia, non è affatto una novità di questa seconda repubblica.
Basti ricordare lo scandalo intorno alla morte di Wilma Montesi, la ragazza trovata senza vita nel 1953 sulla spiaggia di Capocotta, vittima (così si disse) di un festino a base appunto di sesso e di droga, scandalo che vide il coinvolgimento di Piero Piccioni (figlio di Attilio, allora vice-presidente del consiglio) e sul quale l’Unità arrivò a infierire con botta-risposta come questo: «A Capocotta poca coca cape». «Non poca coca cape a Capocotta». Ecome dimenticare Mary Fiore, la parrucchiera siciliana che, venuta a Romadecisa a far fortuna e diventata proprietaria d’un famoso salone di bellezza («Jeunesse», vicino a largo del Tritone) venne arrestata nel 1961 perché, come ha scritto Filippo Ceccarelli nel libro «Il letto e il potere », aveva «messo su un’agenzia di prostituzione d’alto bordo, frequentata da uomini ricchi e potenti», molti dei quali politici?
Per non dire dell’«affaire» che troncò la carriera di Ettore Santi, un deputato umbro che nel 1947 fu beccato dagli agenti in una pensione nel quartiere dietro la Fontana di Trevi con una signorina disponibile e un grammo di cocaina posato sul comodino. Non era democristiano ma apparteneva a un partito, quello repubblicano di Ugo La Malfa, che aveva un forte senso del decoro. Non cercò, lui, di scusarsi sbuffando polemicamente come il nostro onorevole di oggi «quanti parlamentari vanno a letto con le donnine?». Non invocò «ricongiungimenti familiari». E non si dimise dal partito: fu cacciato. E bollato col marchio di «on. Cocò». Un po’ di senso dell’onore, però, gli era rimasto. E nella convinzione di avere tradito chi lo aveva eletto si dimise da parlamentare. Dimissioni vere. Non da teatrino.

Il rebus italiano

(30 Lug 07)

Luca Ricolfi
A giudicare dai sondaggi di opinione, il principale risultato politico del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile di prima, il ritorno di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio.

Se non intervengono grosse novità, infatti, il centrosinistra ha davanti a sé solo due strade: perdere le elezioni perché si ripresenta con la sinistra estrema, e perderle perché non si ripresenta con la sinistra estrema.
Se i riformisti avranno il fegato di ripresentarsi con la sinistra estrema dopo lo spettacolo di divisione, litigiosità, incapacità di decidere visto fin qui, è facile prevedere che la maggior parte degli elettori dirà: no grazie. Se invece si presenteranno da soli, o con la stampella dell’Udc, è facile prevedere che i voti sottratti al centro saranno di meno di quelli ceduti alla «Cosa rossa», ossia al cartello con il quale presumibilmente si presenteranno le forze collocate a sinistra del Partito Democratico. Questo, che lo si voglia vedere o no, è il dilemma che oggi attanaglia il Partito Democratico, nonché la fonte principale delle tensioni che lo attraversano: è un grave limite di Veltroni aver parlato come se il problema delle alleanze non esistesse, ed è un merito di Rutelli e del suo «manifesto dei coraggiosi» aver rotto il tabù, ponendo finalmente all’ordine del giorno quel problema.
Vista da destra la situazione è rosea: allo stato presente dei rapporti di forza e stante l’attuale legge elettorale il centro-destra vincerebbe comunque le elezioni, qualsiasi cosa facciano Casini e i suoi (se l’Udc si alleasse con il Partito Democratico contro il resto della Casa delle Libertà, molti dei suoi elettori non seguirebbero il partito).
C’è un problema, però. Anche ammettendo che Berlusconi, insieme a molte leggi di parte, abbia fatto alcune ragionevoli riforme (cosa di cui, lentamente, ci si comincia ad accorgere persino a sinistra), resta il fatto che al termine del suo quinquennio il suo stesso elettorato era profondamente deluso, e anche gli osservatori più vicini al centro-destra rimproveravano al suo governo di aver fatto molto di meno di quel che era necessario (oltreché possibile, stante la sua amplissima maggioranza parlamentare). Certo si possono avere le opinioni più disparate su Prodi e Berlusconi, e si può pure pensare che sia impossibile far peggio di Prodi. E tuttavia è difficile, anche con il massimo di benevolenza per le riforme passate del centro-destra, pensare che il mero ritorno di Berlusconi al potere permetta quel cambio di passo nel cammino delle riforme di cui l’Italia ha disperatamente bisogno da quindici anni.
È questo, e non la debolezza del governo Prodi, il vero problema politico dell’Italia. L’Unione sta dimostrando, per chi si fosse illuso del contrario, di non essere in grado di modernizzare l’Italia. Ma la Casa delle Libertà aveva già fornito la sua dimostrazione negativa nel quinquennio precedente. Difficile immaginare che quel che non le riuscì allora le possa riuscire adesso. Credo che la maggior parte dei cittadini non intossicati di politica abbiano perfettamente chiaro il rebus italiano, e siano sempre più scettici e disincantati innanzitutto perché ne avvertono la insolubilità. Con questi attori in campo, con queste regole del gioco, con questa cultura politica, non se ne uscirà mai.
Ma esistono alternative?
Personalmente penso di no, almeno nel breve periodo. Perché qualcosa di sostanziale cambiasse effettivamente nello stanco gioco della politica italiana sarebbero necessarie almeno tre condizioni, che al momento non paiono a portata di mano. La prima è che i due parafulmini, Prodi e Berlusconi, facessero un passo indietro lasciando a leader più giovani – ma soprattutto meno segnati dall’odio – di condurre le danze della politica. La seconda condizione è la nascita di quello che si potrebbe chiamare il «partito del merito»: una forza politica radicalmente riformista e modernizzatrice, non pregiudizialmente schierata con la destra o con la sinistra, ma abbastanza forte in Parlamento da risultare necessaria per formare un governo. La terza condizione è più difficile da definire, ma è forse la più importante: sarebbe utile ripensare la storia di questi quindici anni, la storia della seconda Repubblica, anche come una storia comune, in cui i riformisti di entrambi gli schieramenti sono stati ostaggio delle rispettive ali conservatrici (non necessariamente radicali, o estremiste o massimaliste: talora sono proprio i cosiddetti moderati che bloccano le riforme).
Se quest’opera di ripensamento venisse compiuta con lucidità e spregiudicatezza, probabilmente alla fine ci accorgeremmo che, in molti campi, la destra e la sinistra si assomigliano molto di più di quanto siamo disposti a credere, e che quei campi sono precisamente quelli che bloccano le riforme: in entrambe – destra e sinistra – è fortissimo il partito della spesa, per entrambe il merito conta pochissimo, per entrambe la manutenzione del consenso delle famiglie viene prima della crescita delle imprese (chi non ne fosse convinto confronti, in un anno qualsiasi della seconda Repubblica, l’aliquota fiscale che grava sulle imprese italiane con quella degli altri Paesi europei).
Una storia economico-sociale comune aiuterebbe anche a porre su basi solide il dialogo fra i due poli. E’ ingenuo invitare ad «abbassare i toni», o a un maggiore garbo istituzionale, se poi le analisi della storia e della società italiana continuano ad essere inquinate dalla faziosità e dall’odio. Forse non vedremo mai niente di veramente diverso, ma se mai cambierà qualcosa sarà quando sentiremo parlare in un modo diverso delle riforme altrui, siano esse la legge Biagi o le liberalizzazioni di Bersani, la riforma pensionistica di Maroni o la lotta all’evasione di Visco. Fino a quel giorno, è inutile illudersi, lo spettacolo resterà quello di questi anni: la destra ostacolerà le riforme della sinistra qualsiasi cosa contengano, e la sinistra farà lo stesso con quelle della destra.

Il problema non è, prendiamo un giornale a caso….

(31 Lug 07)

Andrea’s version
Il problema non è, prendiamo un giornale a caso, se l’Unità ironizza “sulla vita da cristiano, anzi, da democristiano” dell’onorevole Cosimo Mele. Che è molto colto, molto raffinato. Cosimo Mele essendo infatti un Sircana, o un me, o un te, cui sembrava andare più bene che male, nella prima parte della serata, e più male che bene nella seconda. Che capita. E si capisce che l’Unità ci picchi dentro. Che ci ironizzi. E che maramaldeggi. Fa parte del gioco. Dopo tutto, Cosimo Mele è un Sircana dell’Udc andato troppo a segno. E alla deriva, purtroppo. Il problema non è nemmeno che l’Unità, o chi per essa, picchi duro sul Mele d’albergo nel giorno stesso in cui ha difeso il sacrosanto diritto a un simil-pompino al Colosseo. C’è differenza, che diamine. Il pubblico, il popolo, le minoranze, la politica e il privato. Anche questo è molto colto e raffinato.

Il problema non è dunque se l’Unità ci marcia, oggi. Il problema è se, un domani, il Corriere della Sera pubblica un’intercettazione dove, per dire, il compagno D’Alema telefona a una tipa tutt’altro che consorte, e le fa: “Vai, facci scopare!”.

Il vizio dei soldi

(31 Lug 07)

Massimo Gramellini
Dopo aver saputo che un parlamentare sposato del suo cattolicissimo partito aveva trascorso la notte in albergo con una squillo, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ha proposto di aumentare lo stipendio dei politici, per consentire loro di trasferire a Roma anche la moglie e i figli.

Era dai tempi di Maria Antonietta che un potente non pronunciava una frase così impopolare. E lui l’ha pronunciata proprio adesso, quando i costi del Palazzo fanno venire l’orticaria a tutti gli italiani, tranne quelli che nel Palazzo, o alle sue spalle, vivono. D’altronde, il braccio armato di Casini è da sempre molto attento alle politiche della Famiglia.

Nella sua testa, il deputato italiano non è un’ameba come certi colleghi europei che lavorano per cifre di gran lunga inferiori e la notte sono capacissimi di andare a letto amoreggiando con i dossier. Il deputato italiano è un galletto ruspante. Nessuno può pretendere che si sorbisca tre, talvolta addirittura quattro giorni di attività fuori sede, senza che i suoi ormoni comincino a urlare per lo spavento. E se, rincasando la sera dopo un’estenuante seduta alla buvette, non trova la sacra famiglia a dirottarne gli ardori verso il lieto fine, diventerà per lui inevitabile imboccare la strada del vizio, dalla quale potrà uscire in retromarcia con un ben dosato mix di avemarie e paternoster.

Eppure, a rileggerla in controluce, l’affermazione di Cesa non è poi così impopolare. Riecheggia un luogo comune diffusissimo nel nostro Paese: che i soldi costituiscano un freno al vizio. Quando il dipendente della nota ditta di occhiali viene sorpreso a rivenderli per strada a metà prezzo.

Oquello dell’azienda di telefonini ad affittare a un extracomunitario l’apparecchio che ha in dotazione per fargli chiamare casa dall’altra parte del pianeta.

O quando l’usciere di un ministero, e qualunque altro soggetto che abbia uno spicchio di potere sulle nostre vite, pretende di essere oliato per far viaggiare o deragliare una certa pratica. In tutti questi casi e in mille altri ancora, la reazione della categoria interessata è la stessa dell’onorevole Cesa: se guadagnassimo di più, potremmo permetterci il lusso di peccare di meno. Un ragionamento che avrebbe persino un suo fascino, non fosse che i grandi viziosi sono quasi sempre dei miliardari.

Tanta nostalgia del mondo reale

(29 Lug 07)

Maurizio Cucchi
Sono cambiate le cose, sono cambiati gli oggetti, siamo cambiati noi… Considerazioni forse ovvie, ma in fondo necessarie per capire meglio in quale realtà ci veniamo a trovare. Francesca Rigotti, filosofa e saggista, ci ricorda, nel suo interessante e vivo Il pensiero delle cose (ed. Apogeo, pp. 82, e8), che «oggi non siamo più circondati da cose bensì da copie di cose, da simulacri dei quali si è perso l’originale.

La retorica della postmodernità rincara la dose spiegando che le cose non sono più primarie e che occuparsene è segno di un atteggiamento nostalgico che vorrebbe preservarle dalla sparizione». E mentre batto queste righe osservo sullo schermo del computer le cosiddette icone, quei buffi disegnini come le forbici, la scatolina per la colla, un libro aperto. Cose, appunto, che non ci sono in realtà, cose che rappresentano funzioni che potrebbero essere indicate in modo astratto o matematico. Eppure sono oggetti di cui si sente nostalgia, perché abbiamo una forte nostalgia di realtà, e dunque nostalgia di un’esperienza fisica diretta, dentro il mondo. Così, eliminate le cose nella loro fisicità reale, compiamo il gesto di elevarle a icone…

Ma le cose, come ricorda la Rigotti, nel suo andare filosofando anche nel quotidiano, non sono sparite, lo vediamo. Anzi, siamo in fondo sempre più circondati da oggetti, da cose luccicanti e da montagne di immondizia. Cose, però, profondamente cambiate.

Un tempo i nostri oggetti erano porosi e opachi ma sapevano moltissimo assorbire dei nostri affetti, della nostra storia, della nostra esistenza e di quella delle persone amate o che non c’erano più. Gli oggetti erano fatti per durare, per fornirci una loro testimonianza solo in apparenza muta. C’era, appunto, una sorta di «pensiero» nelle cose, un pensiero che ci comunicava storie e ci offriva l’immagine e l’idea di un rapporto diretto con il mondo. Oggi le cose, gli oggetti della nostra vita non sono più realizzati per essere tenuti da conto, per farsi conservare ed essere memoria. Sono fatti, lo sappiamo bene, per essere sostituiti e gettati senza neppure, dopo tutto, essere stati davvero consumati.

Nella società dei consumi, le cose non si consumano più; si prendono, si guardano e ben presto si buttano nella spazzatura. In questo modo non ci lasciano nulla da conservare dentro di noi, che proprio per questo ci sentiamo sempre più vuoti e più banali. Oggetti a nostra volta, fungibilissimi, da rimpiazzare in fretta.

Tutta l’Italia è una Salerno-Reggio

(28 Lug 07)

Marco Vitale
Recentemente a Napoli ho chiesto al tassista le ragioni, a suo avviso, dello stato deplorevole della città di Napoli. La risposta, nella sua illuminante sintesi, è di quelle che non si dimenticano: «Dottò, qua nessuno vuole mettersi contro nessuno». Vivi e lascia vivere, insomma. È il motto dell’immobilismo, della fuga dalle responsabilità, della viltà. Per mettersi contro qualcuno ci vuole coraggio morale e, per come vanno le cose in Italia, spesso anche fisico e bisogna essere privi di scheletri negli armadi per sfuggire ai ricatti incrociati che sono sempre il primo passo del metodo mafioso.
Rassegnazione, disperazione stabilizzata, menefreghismo, mancanza di speranza. Questa è la vera chiave di lettura per capire tante cose che succedono e non succedono non solo nel Mezzogiorno ma in tutto il Paese. La frase del tassista mi ha portato alla memoria quello che il giovane Nitti scriveva nel suo, ancor oggi, importante studio del 1903 su Napoli e la questione meridionale: «Seminiamo quanto è possibile l’insofferenza; affrontiamo il malcontento, usciremo dal presente torpore di morte… Quando io pubblicai Nord e Sud sentii dirmi, d’ogni parte, soprattutto dai meridionali: voi aumentate la discordia. Io pensavo ma senza gioia: se mi riuscisse! Seminare dunque a piene mani la discordia nella mia terra… io non reputo opera incivile; anzi credo opera rinnovatrice e benefica».
È su questa linea che si muove la protesta del cardinale Renato Raffaele Martino «come utente della strada e come cittadino», e il suo vivace appello: «ribelliamoci… Il popolo incalzi questi politici, pretenda il rispetto degli impegni, si scrolli di dosso la rassegnazione…. E noi meridionali tutti, possibile che non riusciamo a esigere un minimo di rispetto da chi ci governa?».
Francesco Saverio Nitti annuisce e gongola. Ma felice è anche il mio amico tassista: finalmente qualcuno che osa mettersi contro qualcuno. Ma anche io molto mi sono rallegrato a leggere quelle chiare, oneste e forti parole e ho benedetto la sofferenza e la relativa arrabbiatura che le ha ispirate. La protesta del presidente del Pontificio Consiglio, oltre a rallegrarmi e confortarmi, mi ha fatto, ancora una volta, riflettere su una verità misconosciuta. Contrariamente a quello che raccontano le favole, il popolo italiano e in particolare il popolo meridionale è uno dei più pazienti e disciplinati popoli della terra. Spesso mi domando: ma cosa succederebbe in Germania se l’autostrada Francoforte-Berlino o Monaco-Stoccarda venissero gestite come i 200 chilometri della Salerno Reggio-Calabria? E sono certo, conoscendo abbastanza bene questo Stato che un ministro delle finanze e una politica fiscale oppressiva come quella di Visco determinerebbero, in California, una vera e propria rivolta fiscale. In uno studio che ho ultimato da poco sull’economia campana, ho intitolato l’ultimo paragrafo: «Un contenzioso costruttivo». In esso auspico che i rappresentanti delle forze produttive e dei lavoratori aprano un contenzioso, certamente civile e costruttivo ma fermo, nei confronti di chi gestisce la responsabilità pubblica. Il voto periodico non è più sufficiente, anche perché le reali possibilità di scelta, soprattutto sulle persone, sono molto ridotte. (…)

Il miasma di Weimar

(15 Lug 07)

Barbara Spinelli

Difficile dire come mai quel che ultimamente vediamo sui telegiornali pubblici e privati non ci impressioni più di tanto. Accade ogni sera, ed è ormai pane quotidiano della politica, dell’informazione.

Il capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, gesticola su un pulpito nel mezzo d’una piazza e dichiara morto il governo definendolo illegittimo, figlio di brogli, erede di criminose ideologie defunte. Fa un comizio dopo l’altro davanti a folle enormi che lo osannano, come se fossimo nel cuore infiammato di una campagna elettorale. Probabilmente l’evento non ci impressiona perché siamo abituati al controsenso eretto a sistema. Perché la cultura dell’instabilità che avevamo riguardo a inflazione e moneta s’è trasferita nella politica. Perché la storia a noi dice poco, e le instabilità nostre non ci ricordano instabilità – come quella di Weimar – che altrove rimangono un’ossessione.

Se fossimo visitatori stranieri, quel che succede ci riempirebbe di stupore, d’incredulità. Infatti non siamo in mezzo a una competizione elettorale, il Parlamento non è sciolto, il governo sta governando a fatica ma governa. Berlusconi è solo, a gesticolare sui podi di Napoli o Lucca. Non ha rivali, come usa nelle campagne elettorali: oggi per i rivali è tempo di governo, non di comizi e conquista del potere. Lo straniero avrebbe non poche ragioni per domandarsi se per caso l’Italia non stia deragliando. Se non stia scostandosi da quel principio essenziale della ragione che è il principio di non contraddizione. Non si può al tempo stesso dire che l’uomo è animale bipede e il contrario: «niente simultaneamente può essere e non essere», insegna Aristotele.

Invece da noi no. C’è chi governa da oltre un anno e c’è chi fa finta che no, e agisce come se al comando non ci fossero che ombre usurpatrici o immaginarie. È menzogna illusionista, ma Berlusconi ha il talento di trasformare le menzogne in verità condivise dai più. Con tale dote suscita poteri opposti a quelli legali sino a farli apparire e renderli reali: poteri delle piazze, dei sondaggi, dei media, di corpi separati dallo Stato appunto come a Weimar. Per capire come fa, bisogna mettersi nelle vesti dell’osservatore straniero – condividere la sua capacità di stupirsi, d’interrogarsi – e cercare di penetrare lo speciale potere di persuasione esercitato dal leader dell’opposizione.

È un potere ben conosciuto da chi ha studiato la potenza delle masse, della pubblicità, della propaganda. Già nel 1895, quando scrisse la Psicologia delle folle, Gustave Le Bon – medico di formazione – indicò i tre ingredienti del fascino sprigionato dal meneur des foules, dal trascinatore di folle: l’affermazione che non tollera confutazioni anche se falsa; la ripetizione ininterrotta dell’affermazione; il contagio. Tutti ingredienti presenti nell’agire di Berlusconi, che per prosperare non possono fare a meno di una permanente campagna elettorale, fondata su un vuoto o un passaggio di poteri ingannevoli. Dice Le Bon: i trascinatori «tendono a rimpiazzare progressivamente i poteri pubblici a misura che questi sono messi in discussione e s’indeboliscono». I poteri pubblici non sono solo indeboliti: Berlusconi li dà per morti.

Ma il controsenso non nasce solo dalla discordanza fra governo e conquista del potere. Anche se fossimo in campagna elettorale, l’osservatore straniero si stupirebbe parecchio. Innanzitutto per la violenza, inaudita, che emana dalle folle aizzate (venerdì, a Napoli, Berlusconi ha incitato ad agire un «esercito delle libertà»). Poi per offese che altrove son tabù. Se la folla urla oscenità contro Prodi, Berlusconi non la frena ma la sprona: «Siete lievemente rozzi ma efficaci». Come in Elias Canetti, la ferocia distruttiva degenera in muta animale, se lusingata.

Le Bon spiega come il trascinatore sia a sua volta un trascinato: può esserlo da un’idea fissa e da dottrine nazionaliste, socialiste, o da entrambi. Nel caso di Berlusconi accade l’inedito: la folla, solitamente non mossa da interesse privato (è il singolo ad avere interessi personali) innalza la rivendicazione particolare a interesse collettivo. Nella Psicologia delle folle questa possibilità è contemplata: il capopopolo può essere motivato da privati interessi.

La piazza che un tempo era cruciale per l’ipnotizzatore delle masse è oggi la televisione, oltre alla stampa. Anche su di loro, dunque, s’esercita la triplice potenza dell’affermazione, della ripetizione, del contagio. Anch’esse scambiano per verità l’immagine incantatoria d’una competizione elettorale incessante, d’un governo inesistente, comportandosi spesso come poteri che dall’esterno indeboliscono l’autorità pubblica. Più di un anno è passato dalle legislative, e i notiziari tv non son cambiati. In teoria c’è differenza tra Rai e reti private, di Berlusconi. In realtà, il leader di mercato è tuttora Mediaset e Mediaset dà lo standard, come se non ci fosse stata alternanza: in televisione come in altri corpi dello Stato il governo è di Prodi ma il potere resta di Berlusconi (non pochi suoi uomini d’altronde sono oggi consiglieri ministeriali). Se il governo passa una legge con il voto di un senatore a vita, la televisione lo presenta come patologia (inutile ricordare che anche Berlusconi s’avvalse dei senatori non eletti: il 18 maggio ’94 il suo governo ottenne la fiducia per un solo voto, grazie ai senatori a vita Agnelli, Cossiga, Leone).

Vorremmo citare il Tg1, e in particolare il notiziario di venerdì sul voto al Senato della riforma della giustizia. La cosiddetta pratica del panino resta immutata: il tg apre con dichiarazioni di Castelli della Lega, di Fini e Matteoli di An, di Schifani di Forza Italia (12,47 minuti). Seguono Finocchiaro, Salvi e Mastella, della maggioranza (38 secondi). Chiude il comizio di Berlusconi a Lucca (1 minuto). È la normalità, non un’eccezione: la Rai si ritiene obbligata a offrire lo stesso prodotto del concorrente. Obbligata da chi? Da un istinto fortemente legato al contagio. Nulla è più contagioso della menzogna e dell’immagine chimerica, conclude Le Bon: «Le folle non hanno mai sete di verità. Deificano l’errore. Chiunque le disillude tende a divenire loro vittima».

Il contagio per definizione trasmette l’infezione a tutti, compresi i sani e la città intera: infetta l’opposizione e i suoi tifosi, ma anche sindacati e esponenti della maggioranza. Esponenti d’estrema sinistra che impediscono al governo di decidere. Esponenti di centro che prospettano – come Rutelli – coalizioni alternative senza dire che qualsiasi alternativa, per necessità numerica, includerà i berlusconiani. È l’imperio del miasma, che nella Grecia antica è una misteriosa esalazione che s’espande a causa d’una colpa o un male banalizzato. Il male è quell’interesse personale trasfigurato in interesse collettivo, unito alla convinzione che il governo legale abbia tradito la nazione con pugnalate alla schiena e di conseguenza non sia legittimo.

Esattamente come a Weimar sono tanti a esserne contaminati, nonostante l’oggi non sia mai identico a ieri. Ma il presente può somigliargli, anche se i colpevoli non sono quelli evocati da Ostellino sul Corriere di ieri. Non furono i socialdemocratici a sovvertire Weimar ma i comunisti e i corpi separati (esercito, Freikorps). Oggi come allora, comunisti e destre rivoluzionarie sono di fatto alleate, prigioniere del medesimo miasma. A Weimar l’alleanza fu evidente. A partire dal ’28 i comunisti seguono Stalin, scelgono i socialdemocratici come nemico primario, e nonostante cronici scontri con milizie hitleriane concordano azioni eversive con i nazional-socialisti: referendum contro il governo socialdemocratico in Prussia (1931); comuni mozioni di censura (1932 contro von Papen); sciopero di trasporti e picchettaggi congiunti (autunno ’32); mozione comunista, appoggiata da Hitler, contro il rilancio economico di von Papen (dicembre ’32); mozione che scioglie il Parlamento nel ’32.

L’abitudine al controsenso minaccia anche il rimedio alla distruttività delle folle, che Le Bon individua nell’esperienza. Ma l’esperienza agisce assai lentamente: «Solo se vien fatta su larga scala e ripetutamente». Non ne basta una, come credeva Montanelli, e sovente l’esperienza d’una generazione non vale per le successive. Non basta sapere che Berlusconi ha esorbitanti conflitti d’interesse ed è stato indagato più volte, se c’è miasma e il privato interesse viene deificato. Se c’è miasma Berlusconi appare come vittima immacolata, anche se assolta con formule dubitative e colpevole di numerosi reati prescritti. Effetto del miasma è che non se ne tiene conto. Che i fatti vengono sottratti alla vista, come scrive Marco Travaglio. L’impunità è quel che consente alla folla di inferocirsi senza rischiar nulla, osserva Le Bon. Mimetizzandosi con essa, Berlusconi molto freddamente ne profitta.


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