L’importanza di avere un leader

6 Apr 09

Che la nostra libertà di voto, ormai, si sia ridotta a una scelta tra due nomenklature conservatrici, quella del Pdl e quella del Pd, lo riconoscono ormai un po’ tutti gli osservatori. Lo ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica, subito dopo il congresso fondativo del Popolo della libertà. Lo ha ammesso Vittorio Feltri su Libero, che ha parlato di un centro-destra costretto a muoversi a zig-zag per non perdere voti. Lo ripete da anni Piero Ostellino, che giusto questa settimana è balzato in cima alla classifica delle vendite con il suo pamphlet Lo Stato canaglia (Rizzoli), in cui denuncia il deficit di liberalismo di entrambi gli schieramenti.

Anche Pier Ferdinando Casini, chiudendo l’assemblea nazionale dell’Udc, ha sostenuto la stessa tesi, salvo aggiungere che per fortuna un partito non conservatore esiste, ed è il suo, l’Unione di centro (attualmente al 6-7% secondo i sondaggi). Curioso davvero, viste le prove dell’Udc al governo, nel 2001-2006; viste le prove del suo personale politico, specie nel Mezzogiorno; visto, soprattutto, quel che l’Udc ha combinato nei giorni scorsi, quando – con un emendamento – è riuscita a rendere ancora più illiberale una legge come quella sul testamento biologico. E tuttavia c’è un punto su cui l’analisi di Casini, a mio avviso, merita di essere ripresa e fatta oggetto di un’attenta riflessione. È quando si sofferma sul binomio «Popolo e Leader» e dice che a destra «tutto si riassume in questo rapporto», per poi lanciarsi in un ardito parallelo tra Berlusconi e Gheddafi, che adombra un ulteriore possibile svuotamento della funzione parlamentare: «c’è il colonnello Gheddafi che fa lo stesso discorso e infatti ha abolito il Parlamento».

Quel che Casini dice lo pensano e spesso lo ripetono in molti. C’è una parte del ceto politico che, tutto sommato, ha un discreto senso delle istituzioni, mostra di rispettare le forme, cerca di evitare i conflitti istituzionali; e c’è un’altra parte che, viceversa, non esita a scherzare con il fuoco, assumendo atteggiamenti irrituali, alimentando o accettando il conflitto fra istituzioni, tenendo comportamenti non precisamente protocollari. Nella seconda Repubblica i massimi campioni del primo modo di atteggiarsi sono stati i Ds, la Margherita (ora riuniti nel Pd), l’Udc, Alleanza nazionale (ora confluita nel Pdl); i massimi campioni del secondo sono stati la Lega, l’Italia dei Valori, Forza Italia (ora confluita nel Pdl). Il primo gruppo è formato dai partiti eredi delle tre grandi famiglie politiche del dopoguerra, ossia il comunismo, il fascismo e il cattolicesimo; il secondo gruppo è formato da partiti nuovi, privi di una tradizione o che hanno dovuto inventarsene una più o meno credibile, e che proprio per questo fanno tutt’uno con il proprio leader-fondatore: difficile pensare la Lega senza Bossi, l’Italia dei Valori senza Di Pietro, Forza Italia senza Berlusconi.

Con il suo ragionamento contro il binomio «Popolo e Leader» Casini delinea una sorta di alleanza, metodologica prima ancora che politica, dei politici-aplomb contro i politici populisti: un comune sentire in cui dal lato degli aplomb si verrebbero a trovare l’Udc (centro), il Pd (sinistra), il presidente della Camera e i nostalgici di An (destra), tutti coalizzati contro le intemperanze dei leader populisti.

Ho un grande rispetto per le preoccupazioni di Casini, e per il senso delle istituzioni degli aplomb. Ma temo che la loro visione non colga il punto. Che a mio modo di vedere è il seguente: la democrazia è cambiata, le istituzioni democratiche come siamo stati abituati a pensarle non esistono più, non solo in Italia ma in tutto l’Occidente. Oggi, come notava già una decina d’anni fa il politologo Colin Crouch, viviamo in un mondo post-democratico, in cui i partiti contano sempre di meno e le identità politiche si forgiano innanzitutto nel rapporto fra elettori e leader. Da questo punto di vista continuare a irridere Berlusconi per i suoi modi spicci e le sue gaffe significa eludere il problema. Forse un piccolo partito come l’Udc, che gestisce una nicchia elettorale, può anche permetterselo, ma un grande partito come il Pd, che aspira a governare l’Italia, non può continuare a raccontarsi la solita favoletta: noi sì che siamo bravi, noi sì che sappiamo che cos’è la democrazia, da noi sì che si discute, da noi sì che c’è vero dibattito, da noi non ci sono padri-padroni, e via autolodandosi. Quelle che, agli occhi dei politici-aplomb, appaiono virtù, a molti elettori paiono difetti. Potrà sembrare paradossale, ma se tanti italiani hanno preferito la destra è anche perché il ceto politico di sinistra è così democratico, così aperto, così capace di riflessione-elaborazione-discussione-dialogo-confronto. Già, perché è precisamente questo tipo di «apertura» inconcludente, che dibatte sempre e non decide mai, quel che ha fatto cadere Prodi nel 1998, lo ha fatto ricadere nel 2008, e ha regalato all’Italia governata dalla sinistra ben 5 governi in 7 anni (Prodi I, D’Alema I, D’Alema II, Amato, Prodi II), quasi come ai tempi della Dc. La sinistra ha avuto due legislature per dimostrare di che cosa era capace, e ha saputo mostrare una cosa soltanto: che la mancanza di un leader la conduce alla paralisi.

Qualcuno, specie a sinistra, pensa che la gente abbia votato a destra perché illusa dalle promesse di Berlusconi, e quindi crede che – svelato l’inganno – quella stessa gente non potrà che tornare sui suoi passi e premiare la serietà delle opposizioni aplomb, di sinistra (Pd) e di centro (Udc). Ma l’elettore non è stupido. Non ha votato il Messia, ma quello che riteneva il male minore. Sa che Berlusconi non farà miracoli, ma sa distinguere tra democrazia, oligarchia e dispotismo. La differenza tra sinistra e destra, oggi in Italia, non è tra uno schieramento a guida democratica e uno a guida dispotica. La destra e la sinistra sono entrambe due oligarchie, in cui gli elettori contano quasi niente e le segreterie di partito sono onnipotenti. Con l’unica, fondamentale differenza che a destra c’è un signore che – in caso di dissenso – decide per tutti, mentre a sinistra non solo quel signore non c’è, ma non c’è neppure un metodo che ne faccia le veci.

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