La crisi come una guerra

5 Apr 09

Man mano che s’estende e s’aggrava, la crisi economica che traversiamo somiglia sempre più all’esperienza che l’uomo fa della guerra. È violenta, e suscita nel popolo violenza, ira. Chiude le porte dell’avvenire, troncando non solo le vite ma i progetti, le aspettative che oltrepassano l’immediato presente. Le sue due prime vittime sono il tempo lungo e la verità. Al pari dei generali, i governanti tendono a esecrare le cattive notizie che gli organismi internazionali diffondono ogni ora sulla ricchezza delle nazioni che scema, sulla disoccupazione che cresce. Le brutte notizie pubblicizzano i mali, aprono finestre che sarebbe preferibile tener chiuse, permettono alle lingue di sciogliersi, di sfatare menzogne dette per decenni sulle intrinseche virtù del mercato.

Nella sete di verità e nella sua divulgazione non si vede che disfattismo, questa passione triste che tenta il soldato in trincea. In parte per pigrizia, in parte per vigliaccheria, i governanti sembrano quasi voler curare il male con i mali che l’hanno scatenato: con l’illusionismo, con il nascondimento dei rischi, con il pensare-positivo che ignora i pericoli, con l’escamotage. Non con l’analisi psicologica ma con il coaching, l’incoraggiamento sbrigativo che ti riconforta scansando non tanto il pessimismo, ma il realismo. Non con lo sguardo proiettato sul domani, ma con l’istante che l’abolisce. Quel che diceva Samuel Johnson della guerra, in un articolo del 1758, s’adatta all’oggi in maniera impressionante: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia».

Il gruppo dei 20 Paesi riunitosi giovedì a Londra s’è sforzato di uscire dalle pigrizie, e anche di far luce su quel che tanti vorrebbero oscurare: ad esempio su alcuni paradisi fiscali, o sui conti bancari segreti. Ma il fastidio che la verità incute nei governanti resta intenso, specie in Europa. Sarkozy ha perso la pazienza qualche giorno fa, irritato dalle cifre pessimiste che circolano a Bruxelles. E il fastidio è forte nel governo italiano. L’Italia è più impreparata alla crisi di quanto il potere voglia far credere, ma il capo del governo è aggrappato al pensare-positivo come ci si aggrappa a una droga. Il contrario del pensare-positivo non è per lui altro che pensare-negativo: non è verità, necessità. Le colpe sono sempre di altri, e in particolare degli organismi internazionali che sfornano ogni giorno cifre più allarmiste: l’Ocse è invitata a «star zitta», i commissari europei «a lavorare piuttosto che far prediche ai governi» e «disturbarne» il lavoro. Così facendo Berlusconi ammette il disastro: chiede di non renderlo pubblico. Eppure la verità è rimedio essenziale, e chi comincia a dirla già compie metà del cammino, già si esercita a veder più lontano e più chiaro. Solo se si conosce l’ampiezza del male e la sua natura, solo se si discerne l’enorme mutazione che sta avvenendo e se si guardano in faccia le violenze e i conflitti sociali che s’accompagneranno alla mutazione, si può pensare di uscire dal disastro non distrutti. La verità è un’etica e al tempo stesso un farmaco contro il pensare positivo o negativo: nelle tragedie, è il punto in cui l’eroe accecato o colpevole si trasforma grazie alla peripezia, al rovesciamento di cose che parevano avere un senso e d’un tratto ne hanno un altro. La medicina della verità, Kant la chiama pubblicità: che non è réclame ma è il dibattito fra opinioni diverse reso pubblico, la rinuncia del potere alla segretezza dispotica, le istituzioni comuni che prima ancora d’esser democratiche si fanno repubblicane, appartenenti alla sfera pubblica. Il rischiaramento dei Lumi e il sapere aude! (osa sapere!) che Kant invoca permettono all’uomo di diventare cittadino e alle nazioni di divenire cosmopolite: l’uno e le altre non più responsabili solo verso se stessi. Non so cosa pensi Sergio Marchionne del grande crollo ma non è del tutto improbabile che la sua visione del futuro sia scabrosa, non ottimista: che veda un domani dove l’auto sarà un peso, costoso e dannoso per il pianeta. Che proprio questa visione l’abbia spinto a innovare radicalmente e conquistare l’America. La mutazione del mondo è la cosa più difficile da vedere, governare. È difficile per l’America, che fatica a smettere l’egemonia. Ma non è meno difficile per gli europei, che alla trasformazione rispondono concentrandosi su singoli duelli con Obama, e chiedendo che l’America ripari il riparabile visto che è stata lei a sfasciare. L’ascesa di nuove potenze come Cina e India è un’ulteriore verità che disturba il loro sonno dogmatico, e il mal dissimulato desiderio di ricominciare la storia di ieri: una storia in cui l’Unione europea brilla forse per intelligenza, ma non per capacità di guida e responsabilità mondiale. Quando Berlusconi dice che il vertice veramente importante sarà quello degli Otto Grandi alla Maddalena, quando i governanti europei parlano della crisi come di una burrasca passeggera, la presa di coscienza è rinviata e il rovesciamento tragico lontano. La verità di cui si teme il disvelamento è che la piccola élite del G8 è sorpassata, non è neanche più élite. Le idee nuove sulla crisi sono venute non dall’Europa o dall’America ma dalla Cina, che con realismo vede il declino del dollaro e con questa visione attrae un numero crescente di Paesi: non solo il governo russo che per primo ha denunciato il pericolo del dollaro-moneta di riserva mondiale ma anche Indonesia, Filippine, Malaysia, Argentina, Venezuela. La Cina non solo è più inventiva: il racconto che fa del mondo – lo spiega bene lo storico Paul Kennedy sull’Herald Tribune del 2 aprile – fotografa il reale e le necessità del domani con fedeltà difficilmente confutabile. Il racconto veritiero sul mondo che abitiamo – il filosofo Paul Ricoeur lo chiama la «narrativa» – è da tempo usato nelle terapie dei tossicodipendenti, per la ricostituzione di identità frantumate. È utile anche per la tossicodipendenza delle nostre società e dei loro governanti: aiuta a comprendere meglio le rivolte che si estendono, la questione sociale che si risveglia, Marx che secondo Paul Kennedy rinasce. È futile parlare di piagnoni o fannulloni: i tumulti di questi giorni a Londra e Strasburgo, ma ancor più i sequestri di manager o l’ira contro i ricchi che si moltiplicano in Francia, sono segni ominosi. Alle rivolte partecipano sempre più lavoratori – scrive il sociologo Carlo Trigilia che le analizza con lucidità – e a esse occorre replicare riconoscendo gli effetti sociali della crisi e dando ai minacciati più giustizia e protezione (Sole- 24 Ore, 2 aprile). Anche Obama ha parlato di violenza, vedendola come fenomeno della società-mondo, e sembra desideroso di opporre un suo racconto della crisi al racconto ostile che va gonfiandosi. Ha cominciato col descrivere il proprio Paese, denunciando la fede nel mercato che per anni l’ha cattivato e annunciando che l’America di domani non sarà più il Paese che era: «Voracemente consumatore», drogato dall’indebitamento, incapace di risparmiare. Un mercato ideale per tanti.

In un saggio scritto nel 1926 su Montesquieu, Paul Valéry racconta la Francia prima della rivoluzione e narra un Paese arguto ma smarrito: «Senza che nulla di visibile sia mutato (nelle istituzioni dell’epoca), esse non hanno più altro che la bella presenza. Il loro avvenire si è segretamente esaurito. Il corpo sociale perde dolcemente il domani. È l’ora del godimento e del consumo generalizzato». È un Settecento adorabile e tuttavia viziato, senza futuro. Non diverso da quello dipinto da Samuel Johnson: affetto da credulità, interesse miope, disamore della verità. Un mondo che precede le guerre, le rivoluzioni, e se tutto va bene le grandi trasformazioni.

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